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03 settembre 2026

Hazel English - Conversations EP REVIEW

Cosa altro dire di Hazel English che non abbiamo già scritto ampiamente dai suoi esordi fino ad oggi? L'abbiamo davvero vista maturare, singolo dopo singolo, ep dopo ep, dalle prime copertine in cui, appena sbarcata in California dalla natia Australia, campeggiava giovanissima con la frangetta e i capelli raccolti con il cerchio e una valigia di fianco, fino alle ultime in cui mette insieme una timida sensualità e la semplicità della ragazza della porta accanto.

Al di là di un (azzardato?) passo laterale stilistico corrispondente all'unico suo vero album (Wake Up!) Hazel non è in fondo così cambiata dai suoi esordi: il suo dream pop aereo, leggiadro, dinamico e cristallino è in fondo lo stesso di dieci anni fa, solo più rotondo e rifinito; e il medesimo è il nucleo narrativo delle sue canzoni, che sono immancabilmente canzoni d'amore, appassionato o deluso che sia, semplici e oneste canzoni d'amore, ovvero l'abc stesso della musica pop, spogliato da ogni pretesa di una complessità poetica che con una musica come questa farebbe necessariamente a pugni. 

Hazel, lo sappiamo, predilige la pubblicazione frequente di nuovi singoli e la loro raccolta in ep. Conversations è - se conto bene - il quinto ep della "regina del dream pop" e contiene sei pezzi che riprendono con nonchalance il discorso sospeso (ma mai interrotto, ci sono state anche delle cover formidabili) dopo Real Life. 

C'è la voce di miele che conosciamo. Ci sono le ricche e sfavillanti trine di chitarre jangly ordite con paziente sapienza dall'immancabile Jackson Phillips / Day Wave. Ci sono le melodie circolari che trascinano nelle loro delicate spirali, dall'inizio alla fine. 

L'elemento (parzialmente) nuovo è forse un'insistenza maggiore sul pedale catchy rispetto al passato, tanto che la micidiale infilata iniziale Different Story - Conversations - Gimme - Calgary mette davvero in fila quattro delle canzoni più piacevoli, vivaci e corrusche che Hazel abbia mai scritto. Nell'ordine: un pezzo ironico su un amore finito, uno su un amore che riemerge dal passato, uno sulla paura di innamorarsi, uno che esalta il topos amore-natura. Giusto per intenderci subito sul fatto che Hazel è la più "romantica" delle singer songwriter indie pop di sempre. 

E non che la successiva Baby Blue - che ha l'allure morbidamente retrò delle cazoni di Wake Up! - e la conclusiva Phone Boothe - che sostanzialmente è una love ballad (duetto compreso) talmente soffice che potresti sprofondarci dentro come in un'enorme coperta calda - raccontino storie differenti: le "conversazioni" di Hazel vertono sempre intorno a faccende sentimentali e stanno dentro quella cornice deliziosamente jangly che dicevamo. 

In definitiva? Beh, il giudizio su Hazel English è sempre difficile perchè da parte di chi scrive c'è un'affezione profonda e di durevole verso la sua musica, il suo stile, la naturalissima eleganza insita in qualsiasi cosa scriva, faccia o dica (e comprendo tutti i suoi video, che sono sempre molto curati e amabilmente Hazel-centrici). 

Conversations possiede immutata quella magia che sappiamo: è a suo modo una piccola collezione di piccole perfette pop songs. E Hazel tiene ancora ben stretto in mano il suo scettro dream pop. 

16 agosto 2026

Phoebe Bridgers - Lost Weekend ALBUM REVIEW

Leggerete molte recensioni del nuovo disco di Phoebe Bridgers in rete. Ognuna coglie cose diverse e interessanti che probabilmente non avrei mai pensato da solo. 

Fra l'altro è da molto tempo che non scrivo più nulla di cantautorato femminile, per quanto resti una mia vecchia passione (che coltivo purtroppo sempre meno).

Pertanto questa non è precisamente una recensione. E' più che altro un tentativo - a partire dal Lost Weekend - di rispondere alla domanda con cui apre questa (come sempre) arguta review di Pitchfork: "perché Phoebe Bridgers?". 

Riformulerei la domanda, così andiamo subito al punto: perché Phoebe Bridgers è in questo momento la singer songwriter più importante sulla scena mondiale? 

Partiamo dall'inizio. Ai tempi di Stranger in The Alps Phoebe era una cantautrice di vent'anni che già mostrava un talento fuori dalla norma nel tradurre in una lingua ibrida di pop e folk quell'inquietudine che la caratterizzerà sempre, voleva piacere, un po' stupire e surfare sui generi. Punisher è stato per la musicista californiana in tutti i sensi un manifesto: del potenziale della sua scrittura, della sua unicità, ma anche di Phoebe Bridgers giovane donna uscita a fatica da quella relazione tossica che tutti sappiamo perchè il disco di quello parlava (poeticamente) esattamente come facevano (impoeticamente) i media. Era un disco di rabbia e rivincita, di fantasmi e luce abbagliante. Era anche la ragazza dai capelli biondissimi con addosso la tuta da scheletro che è finita su tutti i palchi più importanti suonando una musica che non era certo catchy nel senso più riconoscibile del termine. 

Lost Weekend arriva dopo sei anni in cui la vita di Phoebe ha preso, come è naturale, una piega nuova: il successo galattico del supergruppo Boygenius con Lucy Dacus e Julien Baker, un nuovo amore pare - a giudicare dalle liriche disseminate nel disco - stabile e felice, un lutto familiare rielaborato con fatica, la "maturità" dei trent'anni svoltati con un blasone artistico già definito sulle spalle. 

E arriva con l'ambizione di fare qualcosa di riconoscibile e di diverso al tempo stesso, che è un po' il demone di tutti i grandi artisti riconosciuti tali. 

The Outside, il lungo e complesso episodio che apre il disco, dichiara già questo a lettere di fuoco: la voce filtrata da vocoder che ci aspetteremmo più da una Billy Eilish che ci accoglie in quella dimensione obliquamente onirica con cui finiva Punisher è già un colpo notevole e spiazza. Poi però tutto intorno c'è questa piccola sinfonia per pianoforte che da solenne ed ermetica si scioglie in una dolcezza infinita, e qui c'è davvero il tocco inimitabile della musicista di Los Angeles, quella capacità di produrre una bellezza quasi inafferrabile. 

In Lost Boys ci sono i fiati di Kyoto e il medesimo spirito di ironica leggerezza, che sembra suggerire un vero lieto fine (We are born again, so who cares where we're going...) e pare emergere dallo stesso nucleo ispirativo delle canzoni di Boygenius. 

Lo space rock onirico di Kill Me, con il suo ritmo largo e rallentato pieno di riverberi di lap steel, introduce Bobby Burnham (attuale compagno di Phoebe, oggi co-autore e corista di molti di questi pezzi) come personaggio narrativo che ritroveremo ancora ("Bobby, mi hai insegnato che non sapevo nulla" canta Bridgers rievocando il loro primo approccio) e lo intreccia con una riflessione sull'identità che in un suggestivo e corale finale gioca con citazioni labirintiche e simboliche (il Tamam Shud ripetuto allude a un celebre caso di cronaca in cui la vittima mai riconosciuta possedeva un foglietto con queste parole in lingua persiana). 

Se The Governor's Waltz riprende a raccontare con la fragile delicatezza di cristallo sottile tipica del songwriting di Phoebe, Bobby esplode come una colorata bomba di gioia vitale e vitalistica: è una canzone d'amore che è prima di tutto una dichiarazione d'amore, che mescola quotidianità con spontanea semplicità ("abbiamo stelle sul soffitto e vestiti sul pavimento") e quel tocco di humor nero che conosciamo ("e se a te non piacesse nessuno dei miei amici, li ucciderei, sì li ucciderei"). Grande forza, grande luce. 

L'organo che accompagna Lost Weekend spalanca uno di quegli intimi quadri del passato che Phoebe ci ha abituato ad osservare nella sua galleria, in cui il paesaggio è morbidamente sfumato e il cuore sempre sanguinante. La seconda parte, imprevista, propulsiva ed elettronica, ha un evidente valore catartico ed è uno di quegli espedienti "nuovi" che Bridgers e i suoi produttori hanno disseminato nel disco. Spettacolare, non c'è che dire. 

Mentre la sintassi di Haunted è del tutto folk-pop e a suo modo "facile" (di nuovo siamo in area Boygenius), il cinematico strumentale Panorama ci conduce ad un altro momento fortemente emozionale dell'album, una Still Standing in cui Phoebe affronta la scomparsa del padre, con il quale ha avuto un rapporto difficile (lo sappiamo fin dal primo album), con un doloroso misto di sollievo e nostalgia. La capacità della musicista californiana di gettare un seme acustico e farlo germogliare e fiorire in giardino nel tempo dei quattro minuti di una canzone, dilatando suono e tempo in modo quasi magico, è un'altra dote che spiega bene "perché Phoebe Bridgers". 

Ancora una canzone d'amore - la dinamica e vagamente centrifuga Liberty Tree - che è un respiro a pieni polmoni prima di riprendere la lotta con il passato in Never Going Back!, dove l'apparente e ipnotica allegria del chorus che intesse l'intera canzone fa a cazzotti con la voce del padre che riemerge dal passato in un messaggio lasciato alla segreteria telefonica, dove sottilmente rimprovera la figlia "diventata rockstar" di non avere più tempo per chiamarlo. 

In qualche modo tutta la seconda metà dell'album è più costituita di frammenti: lo erano i numeri precedenti, lo è la dolce e a suo modo ottimista Other Plans, nella sua acustica spontaneità, così come l'interludio Lost Parade. 

I Can't Wait, direi, ha l'etichetta country pop cucita addosso (e la presenza di Cameron Winter contribuisce), ma è esattamente uno di quei meccanismi che Phoebe è così brava a costruire, con un sapiente crescendo emozionale che va in direzione elettronica, anima dinamicamente l'intero pezzo e si interrompe all'improvviso. 

As Above è uno dei capolavori dell'album. Lo è filosoficamente e narrativamente, cucendo insieme tutte le tematiche del disco - la riscoperta dell'amore, la fiducia ritrovata nel futuro, ma anche il senso di colpa, i ricordi dolorosi che si aggrappano al presente - in un'ampia piano driven song che sembra sempre sul punto di saltare per aria e invece rimane ancorata al terreno ("as above, so below", per l'appunto). Non è un pezzo immediato come altri del disco, ma ti stringe sicuramente lo stomaco. 

Esattamente quello che succede con la reprise di Lost Weekend che riprende il dialogo con il passato ma lo fa con una conquistata serenità che chiude idealmente il cerchio della vita con (forse) le liriche più belle che Phoebe abbia mai scritto ("ora non riesco più a vedere alcuna stella in cielo, quando un desiderio diventa realtà una fantasia muore, ma staremo bene io e te, tu mi vuoi bene e io non lascerò che dimentichi, non acora"). 

Finisce qui l'album, dopo ben 16 pezzi, quasi un'ora di musica e poesia intrecciate in modo inestricabile l'una all'altra. Un unico grande respiro, in verità, dove ogni episodio è inanellato al precedente e genera il successivo. 

Perché Phoebe Bridgers allora? 

Tanti i motivi, molti già evidenti in questa piccola disamina di Lost Weekend. Ne aggiungo giusto uno, che prescinde dal talento enorme che abbiamo ampiamente raccontato. Una cantautrice con il pedigree che ha Phoebe potrebbe avere molte possibilità artistiche davanti: sfornare un disco all'anno che riprende lo schema che i fan desiderano è la via più semplice. Molti la percorrono, e non c'è nulla di male, ma Phoebe non l'ha fatto. L'altra via è sperimentare coi generi, cercare di mutare maschera e solleticare la critica (un po' alla Cat Power, diciamo, ma pure qui la lista è lunga). Ma per farlo spesso si tradisce un po' sè stessi, e questo Phoebe, che è terribilmente onesta, fino all'eccesso, non ha mai nemmeno pensato di farlo. L'ultima strada, quella in fondo più coraggiosa, consiste nell'aspettare e lavorare in silenzio, migliorando ciò che si sa già fare senza snaturarne i contorni, arrivando a distillare l'anima dell'ispirazione e facendosi aiutare da persone fidate che sanno cosa è meglio per te e la tua musica. Lost Weekend testimonia esattamente questo, ed è la risposta definitiva alla domanda di partenza. 


30 gennaio 2026

LISASINSON - Desdse Cuàndo Todo ALBUM REVIEW

Un paio d'anni fa, all'uscita del secondo ottimo album delle LISASINSON, che si intitolava significativamente Un Año de Cambios, sottolineavamo come la band, un quartetto pop punk alle origini, si fosse trasformata in un duo abbandonando quasi del tutto il primigenio versante riot-girls.

Nell'aftermath di quel disco, il gruppo si è ulteriormente dimezzato con l'allontanamento spontaneo di Paola Barberan, pertanto Desde Cuàndo Todo è in realtà il terzo album con il nome LISASINSON ed il primo solista di Miriam Ferrero. 

Da sempre siamo grandi fan della band di Valencia, che agli inizi sembrava davvero una reincarnazione dei mitici Juniper Moon (o una versione più morbida delle Hinds) ma è poi riuscita a costruirsi una forte identità personale lavorando in modo caparbio e intelligente soprattutto sulla scrittura.

Desde Cuàndo Todo fotografa una nuova fase del progetto LISASINSON che potremmo facilmente definire "maturità artistica", etichetta senz'altro corretta ma che non rende giustizia all'enorme talento che Miriam ha dispiegato in questi dodici pezzi (più due remix molto divertenti). 

Musicalmente l'album si piazza a metà fra l'urgenza uptempo degli esordi ed una dimensione profonda e cantautorale che, a livello di liriche, affronta tematiche fortemente legate alla crescita e al disagio. 

Salgo A La Calle, la canzone che apre il disco, rappresenta bene il mondo LISASINSON allo stato attuale: grandissima finezza produttiva, chitarre sfavillanti che esplodono al momento giusto, una linea melodica che parte narrativa e a poco a poco attraverso un lungo bridge liberatorio si arrampica verso un ritornello catartico e micidiale ("no me escuchaba respirar") che ti si incolla in testa. Un po' la stessa cosa che accadrà anche nella sintetica e potente Desde Cuàndo. 

Discorso simile vale per un pezzo avvolgente come Lanzarote, che si appoggia su un groove di raffinata morbidezza e centra un altro chorus splendido. 

Se in Deberìamos Vernos Mas ritroviamo la forza spregiudicata delle prime LISASINSON, Quiero Que Perdamos La Cabeza (Otra Vez) è una prova incontestabile della capacità di Míriam Ferrero di scrivere canzoni pop. L'influenza pop punk è dichiarata, ma è trattata con una carica giocosa che smonta certi stilemi che si trovano in tante band di genere e li spacchetta in due metà, una acustica da cameretta ed una antemica che fa l'occhiolino all'ascoltatore mentre gli chiede esplicitamente di partecipare al coro. 

La bravura della musicista valenciana risiede nella capacità di partire da un nucleo ispirativo intimo, introspettivo e spesso doloroso e di costruire su di esso con un intento che è apertamente liberatorio. In Me Acostumbré, che è probabilmente l'episodio più complesso (ed emozionante) dell'album, Miriam macina traumi infantili e li trasforma in materia indie pop con un'attitudine ed una scrittura libera e coraggiosa che ricorda da vicino quello che fa Elizabeth Stokes con i sui Beths. 

Racconta volentieri la propria vita Miriam, e sia che lo faccia alzando ritmo ed elettricità e riducendo il minutaggio ai due minuti (Decidì Desaparecer, No Quiero Envejer), sia che si affidi ad una superficie più pop e patinata (Si Me Pierdo), la sua coerenza stilistica non cede nemmeno per un centimetro e il motore gira sempre a mille, fino al gran finale Si Todo Se Tuerce, dove la pensosa malinconia diffusa in tutto l'album trova la sua chiave di volta in quella paradossale leggerezza che dicevamo. 

Desde Cuàndo Todo è in fondo un grande album proprio grazie alla sua vigorosa forza comunicativa ed alla perfetta convivenza di riflessività crepuscolare e luminosa catchyness.  

18 novembre 2025

Sweet Nobody - Driving Off To Nowhere ALBUM REVIEW

Sono passati quasi dieci anni da quando Joy Deyo e Brian Dishon hanno iniziato a fare musica insieme in quel di Long Beach, California. Da allora la band, che è cresciuta quasi da subito a quartetto, ha fatto uscire un paio di album (del secondo ne abbiamo parlato volentieri nel 2021) e persino un ep di cover di Joanna Newsom, il che dice qualcosa sull'ambizione dei californiani e sulla direzione che sta imboccando.

Driving Off To Nowhere ci fa ritrovare i Sweet Nobody in una versione pienamente matura del gruppo, che ha iniziato dalle parti di un jangly pop con qualche tentazione psichedelica ed ora si muove in un campo in cui la dimensione cantautorale catchy sembra avere preso il dominio. 

I pezzi dell'album condividono una confezione ricca ed equilibrata, chitarre sempre molto rotonde e soprattutto una forte personalità melodica incarnata perfettamente dalla voce elegante e versatile di Joy (nel pezzo che dà il titolo all'album è, diciamolo chiaro, meravigliosa). 

Di base potremmo parlare di dream pop patinato. Il che ci toglie dall'imbarazzo di dover trovare somiglianze con i Bleach Lab o i Wolf Alice di turno e descrive bene le intenzioni di una band che da sempre ha il pallino di trovare una via intelligente e "indie" per il suo gusto bubblegum pop molto '80s oriented (un pezzo sornione come Home Sweet Hell lo testimonia in modo chiarissimo) e non lontano dalle cose di una Laura Stevenson.

Tutto molto poppy e sempre super piacevole. Ma - come già dicevamo quattro anni fa - i Sweet Nobody il meglio in realtà lo danno quando ritornano a spingere sui pedali delle chitarre e alzano i ritmi (Could You Be The One). 

17 agosto 2025

Absolutely Yours - Mirror Maze ALBUM REVIEW

Mirror Maze, il terzo (se conto bene) album di Absolutely Yours, è uscito nel solo formato digitale nel 2024, quindi non è propriamente una novità, però solo oggi la sempre meritevole Sunday Records lo pubblica fisicamente. E soprattutto, mea culpa, solo oggi mi sono accorto dell'esistenza di questa ottima band di Minneapolis. 

Però certe scoperte, specialmente se tardive, sono in realtà sempre un grande regalo, perchè poi danno l'opportunità di ricostruire cosa c'era prima. Nel nostro caso, il gruppo guidato da Bridget Collins ha cominciato a suonare (a Brooklyn) almeno da dieci anni e, come dicevamo, ha diversi dischi all'attivo.

Walked In Te Garden, il pezzo che apre Mirror Maze, è l'esca a cui sono rimasto immediatamente invischiato: un incrocio formidabile fra il dream pop etereo alla Hazel English / Day Wave, l'algida dolcezza retrò dei Club 8 e l'avvolgente rigore jangly dei Fear Of Men. Un'intera tiepida marea di chitarre scampanellanti con al centro la voce di Bridget che è come una carezza. 

Se Field Of Nothing ha l'aria leggerissima di tanto indie pop svedese (Acid House Kings, ...), con un delizioso contrasto fra la ritmica torrenziale e la morbidezza totale dell'intorno, I Didn't è l'altro pezzo davvero memorabile del lotto, più notturno nell'umore e con una chitarra languida che fa da contrappunto. 

The Comet e Sweet Surprise poi ricordano le cose più delicate e dinamicamente mesmeriche dei Luxembourg Signal: l'eleganza ipnotica e la ricchezza dell'impasto sonoro indicano in effetti che la band di Beth Arzy è forse in definitiva quella che stilisticamente si avvicina di più al mondo degli Absolutely Yours. 

L'intima ed eterea Fault Line e la soffusa purezza acustica sospesa nel tempo e nello spazio di The Graden chiudono un disco dalla bellezza sorprendente, fragile e complessa al tempo stesso. 

05 agosto 2025

Sourmilk - A Collection Of Absurd Ideas ALBUM REVIEW

Lo dico già da qualche tempo: teniamo sott'occhio l'Indonesia perchè da quelle parti c'è un fermento indie pop pazzesco. 

Lo dimostrano alla grande i Sourmilk, che vengono da Bali e con questa "collezione di idee assurde" sono al proprio album di debutto (li abbiamo già segnalati in passato in occasione dell'uscita di precedenti singoli). 

La band, che è un trio, sembra girare in tutto e per tutto attorno alla personalità vocale e di scrittura di Jessica Ria, e suona un guitar pop di grande morbidezza, con un'attitudine decisamente catchy, un gusto melodico che a tratti suona molto brit (alcune cose mi ricordano una via di mezzo fra Sundays, Catatonia e Sleeper) e al contempo un coté leggermente spigoloso ed elettrico.

Tra tanti altri gruppi di quella scena che mi è capitato di sentire, i Sourmilk emergono proprio per l'ambizione di costruire pezzi rotondi e prodotti, pur in una onesta economia di mezzi, mischiando episodi più veloci e arrembanti a ballate acustiche in cui la voce di Jess emerge ancora più cristallina. 

Sick Girl, di per sé, è una delle canzoni dell'anno. 

26 giugno 2025

Career Woman - Lighthouse ALBUM REVIEW

E' da un bel po' - almeno da quando Melody Caudill ha pubblicato i suoi primi singoli appena terminato il liceo - che sostengo che Career Woman sia l'erede legittima di Waxahatchee. Lo stile cantautorale della losangelina in effetti ha molte similarità con quello di Katie Crutchfield: da una parte una esibita muscolarità indie rock, dall'altra una forte immediatezza pop, con un evidente coté folk e una naturale capacità di raccontare e raccontarsi. 

D'altra parte, con un nome così, non deve essere un caso se Melody ha bruciato le tappe e oggi, appena terminati i tre anni di college a Santa Cruz, ha definito con grande lucidità la dimensione artistica di Career Woman, che da progetto solistico quasi da cameretta è diventato una band di quattro elementi con un solido retroterra rock che, immagino, renderà particolarmente dal vivo. 

Non arriverò a dire che Lighthouse - che, strano a dirlo, ma è il disco d'esordio di Melody - sia il suo Ivy Tripp, ma senz'altro è un album ambizioso che si inserisce in una poderosa tradizione di female Singer songwriter di area indie - oggi direi la guidano Soccer Mommy, Julien Baker, Lucie Dacus e Phoebe Bridgers - senza alcuna paura di confrontarsi con quei modelli e al contempo senza tentare strade oblique e sperimentali (alla Japonese Breakfast per intenderci).

Gli undici pezzi di Ligthouse fanno il loro mestiere e arrivano subito dritti: hanno le chitarre sempre bene al centro, sprizzano dinamismo e urgenza comunicativa da tutti i pori e convogliano l'energia in modo intelligente e sapientemente scenografico (prendete il crescendo di Piano Song o la sorniona semplicità catchy post-adolescenziale di Hit and Run). 

Insomma, Melody non è più la ragazza che pubblicava demo voce e chitarra, o per la precisione non lo è più del tutto, perchè dietro il suono rotondo e pulito delle sue nuove canzoni (They Told Me To Say Nothing ad esempio) in fondo è racchiusa quella fragilità che ci ha fatto innamorare di lei. 

18 giugno 2025

flinch. - Misery Olympian ALBUM REVIEW

Sono ancora sbucciate le ginocchia di flinch. nella copertina del nuovo album, che esce a distanza di ben quattro anni da quell' enough is enough che all'epoca ci aveva fatto innamorare del suo fascino lo-fi (e proprio della sua copertina!)

Oggi, ci sembra di capire, attorno a Beth Balck c'è un'intera band a totale trazione femminile. 

Quello che non cambia è lo stile slacker rock essenziale, ironico e intelligente che avevamo già trovato allora. La dimensione è quella canonica: due chitarre elettriche, basso, batteria, la voce naturale di Beth che racconta i casi della sua vita.

I pezzi del quartetto scozzese trasudano indie dei '90 da ogni poro, ed è probabilmente il motivo principale per cui ci piacciono da morire: hanno quell'andamento obliquo e quel mix perfetto di spigoli, dolcezza e spontanea artigianalità che ci fa pensare subito alle band che si fanno le ossa suonando nei garage di periferia. 

I titoli da soli valgono come sempre il viaggio. Ne cito un paio: i heard monogamy and the patriarchy are best of friends (and Tennyson wrote that poem about his best friend); well maybe you're not afraid of me but I'm sure you've thought about me naked... 

Il mood è catarticamente e programmaticamente triste, ma su tutto aleggia un senso di grande (forse un po' sarcastica) leggerezza che rende ogni episodio terribilmente immediato e piacevole. 

08 giugno 2025

Sloe Noon - All Feelings No Technique EP REVIEW

All Feelings, No Technique è senz'altro uno dei titoli più arguti, ironici (e forse programmatici) in cui mi sia imbattuto in tanti anni. Non che la musica di Anna Olivia Böke sia priva di tecnica - tutt'altro! - ma non c'è dubbio che sia piena di passione. Una passione che l'artista tedesca ha coltivato sia in patria che a Brighton, dove ha studiato e si è mescolata con la nutrita scena indie locale.

Arrivata al terzo ep della sua creatura Sloe Noon, Anna ha messo sempre più a fuoco il suo guitar pop capace di essere denso e poderoso ed al contempo sognante e brioso, una dote questa che caratterizza fortemente la sua musica e la rende, per l'appunto, piena di prepotente emotività.

Solo cinque i pezzi nell'ep, ma tutti molto carichi, molto centrati e prodotti con grandissima cura, per certi versi non lontani da un certo cantautorato femminile che ama le chitarre (Soccer Tommy, Beach Bunny...), ed al contempo prossimi anche al power pop patinato, virato seppia e scenografico dei Blech Lab (Mindsweeper ad esempio) ed al dream pop energico e catartico dei Basement Revolver. 

30 maggio 2025

Sea Lemon - Diving For A Prize ALBUM REVIEW

Seguiamo Natalie Lew davvero fino dai suoi esordi, e possiamo tranquillamente dire che già quando muoveva i suoi primi passi avevamo intuito quanto fosse brava, tanto che quando - per il suo secondo ep - si unì artisticamente a Jackson Phillips, non ci eravamo stupiti di quanto la sua musica fosse cresciuta. 

A due anni di distanza, la musicista di Seattle ha finalmente confezionato il suo vero album di debutto, che  in regia stavolta ha Andy Park, un produttore che ha lavorato con i Death Cab For Cutie (non a caso troviamo la voce del mitico Ben Gibbard nell'affascinante Crystals) e che qui ha contribuito a dare una perfetta, poderosa e corrusca tridimensionalità al dream pop di Natalie.

La somiglianza dello stile di Sea Lemon con quello di Hazel English è un dato che sottolineiamo da sempre, e non c'è dubbio che sia ancora una caratteristica evidente: la voce filtrata, le chitarre liquide, i synth avvolgenti, l'onnipresente delicatezza melodica, l'approccio ad un tempo intimistico e scenografico, con l'immancabile crescendo che si innesta dentro un'atmosfera malinconica e la trascina verso l'alto scalando un denso muro di suono floreale...  sono tutti marker tipici di entrambe le nostre dream popper preferite. 

Natalie, nella sua evoluzione, ha quindi lavorato in modo intelligente, appoggiandosi a produttori diversi, per dare giustamente una personalità forte alla sua proposta, che con questo Diving For A Prize sembra definitivamente acquisita. Se in pezzi come la splendida Thought For You l'idea centrale è quella di allargare dal centro come onde in una superficie che si increspa a poco a poco, con una decisa immediatezza melodica ed una rotondità programmatica, altrove (Sweet Anecdote ad esempio) i contorni sono volutamente più sfumati e lo scenario si fa più cinematico e sperimentale, senza però mai perdere la gentilezza di tocco che tutto pervade.

Ne viene fuori un album di grande equilibrio, che sa essere suggestivo e intrattenere allo stesso tempo, con in più una serie di episodi terribilmente catchy (Cynical il mio preferito) che danno al tutto un innegabile dinamismo e ne fanno senz'altro uno dei dischi più significativi dell'anno in corso. 

13 aprile 2025

Momma - Welcome To My Blue Sky ALBUM REVIEW

Il sodalizio artistico fra Etta Friedman e Allegra Weingarten va avanti ormai da almeno dieci anni. Le due musiciste di Los Angeles hanno pubblicato diversi dischi sotto il nome Mamma, e questo Welcome To My Blue Sky è, se conto bene, il loro quarto album. 

Da sempre le Momma si posizionano in quel nutrito novero di band che tengono vivo con entusiasmo l'indie rock americano degli anni '90. Nel caso del gruppo guidato da Etta e Allegra (con loro Aron Kobayashi Ritch e Preston Fulks), la ruvidezza slacker indie è ibridata con qualche pennellata sonica di shoegaze (l'interra architettura della furba e fascinosa I Want You parla questo linguaggio) e da una strizzata d'occhio pop (vedi il pezzo che dà il titolo all'album) che può fare riferimento a cantautrici rock più del passato (Sheryl, Alanis...) che del presente. 

Come già avveniva nei dischi precedenti, i pezzi si spartiscono in modo abbastanza equilibrato fra quelli che hanno un'anima maggiormente delicata, pur dentro una corazza più o meno spinosa, e quelli che costruiscono fragorosi muri di chitarre che ricordano da vicino il grunge-pop dei For Fighters (Last Kiss soprattutto). Gli episodi che stanno esattamente a metà (Rodeo, Stay All Summer, How To Breathe, Ohio All The Time) rappresentano forse il vero marker stilistico delle Momma, e ci immaginiamo che possano diventare dei potenti banger soprattutto dal vivo. 


30 gennaio 2025

Little Oso - How Lucky To Be Somebody ALBUM REVIEW


C'è una canzone, nascosta proprio al centro del primo album dei Little Oso, che si intitola The Frogs Sing For No Reason ed è, nel suo genere, un piccolo delizioso capolavoro. Nascosta, perchè in tutta la prima parte del disco la band di Portland, Maine - che ha già in passato dimostrato di avere talento, misura ed un tocco di obliqua e intelligentissima delicatezza - suona sempre quasi in punta di piedi, con una morbidezza jangly apparentemente un po' svagata che difficilmente risulta davvero immediata. 

I primi quattro pezzi dell'album servono allora soprattutto a familiarizzare con la voce di miele di Jeannette Berman, che possiede una risoluta tenerezza e si deposita sempre alla perfezione sulla trina di chitarre che le fluttua attorno.

Poi qualcosa nel disco cambia: la già citata canzone sulle rane - che in realtà è una bizzarra, geniale e onirica canzone d'amore - esplode con la spontanea naturalezza di cui sono capaci di solito soltanto i grandi dell'indie pop, centrando un ritornello che ti si appiccica addosso e ti rinfresca come una brezza primaverile.

E di seguito, che nemmeno te lo aspetti, arriva un altro gioiellino come Tendril Thougths, che ha questo pazzesco mix fra un'anima twee che sembra uscita dal catalogo della Sarah Records e un'ossatura elettrica, (quasi) vigorosa e decisamente catartica ("i won't disappear, ill be free, ill be free" grida Jeannette con una forza gentile che è commovente). 

E non è finita, perchè con la successiva Other People's Lives i Little Oso puntano ancora più in alto, abbandonano ogni timidezza e sfoderano uno dei pezzi dream pop più emozionanti che si sentivano dai tempi dei Night Flowers, con un testo che costruisce ottimismo a partire dalla vita reale ("we could build a good life") e i pedali delle chitarre che aprono finalmente alle distorsioni. Con una pulizia di suono ed un dinamismo complessivo tra le parti che ha del miracoloso. 

La cosa interessante è che dentro How Lucky To Be Somebody sembra davvero di leggere una sorta di climax emozionale, che a partire da una dimensione "da cameretta" esce a poco a poco all'aperto e si mette a correre respirando a pieni polmoni. E' senz'altro questa la via al dream pop dei quattro di Portland: una esperienza che esibisce chiaramente un lato intimistico e cantautorale (le liriche sono davvero sempre argute) e lo sublima a poco a poco verso un'elettricità libera e luminosa che guarda sempre in alto (con Stardust siamo dalle parti dei The Bue Herons) e allude pure senza paura ai Jesus & Mary Chain (la conclusiva Ruski's, dove sentiamo anche la voce di Ricky Lorenzo, è una piccola Just Like Honey). 

Che dire di più? Difficile chiedere di più per chi è appassionato del genere. Siamo davanti ad un album di grandissima maturità, che cresce ascolto dopo ascolto proprio perchè si fa scoprire un poco alla volta. Un album che, un po' a sorpresa, proietta i Little Oso nell'Olimpo dell'indie pop di oggi. 

26 gennaio 2025

Kosmos na Potolke - И з​д​е​с​ь​, и с с​о​б​о​й ALBUM REVIEW

Credo che tutti abbiate visto il film Lost In Translation. Sofia Coppola aveva scelto in modo sorprendente e intelligentissimo di filmare Tokyo con una colonna sonora interamente shoegaze e dream pop. L'idea era probabilmente quella di raccontare una vicenda di incomunicabilità (linguistica, culturale, esistenziale) con una musica dolce e insieme distorta, che poteva generare un effetto di affascinante contrasto con l'ordine asettico della capitale giapponese.

Da allora nel nostro immaginario il Giappone è un po' una patria ideale del dream pop (penso anche al video di Glow In The Dark dei Night Flowers), anche se in verità non mi risulta che un genere così di nicchia sia più diffuso in terra nipponica rispetto ad altre parti del mondo, per quanto abbiamo spesso parlato con entusiasmo di ottime band giapponesi.

Fatto sta che una band dichiaratamente dream pop come i Kosmos na Potolke, quando hanno deciso rapidamente di lasciare la natia Russia in seguito allo scoppio della guerra, ha scelto di trasferirsi proprio a Tokyo, senza avere particolari ganci da quelle parti se non qualche musicista che conoscevano e già stava da quelle parti. 

Vika Frolova e Ilia Kanukhin vivono in Giappone dal 2022 e lì hanno continuato a fare la musica che facevano prima, ovvero un guitar pop venato di psichedelia elettrica, dalla forte propensione melodica e scenografica, con liriche interamente in lingua russa (che, tra parentesi, ha una morbidezza perfetta per il genere), che potrebbe assomigliare a quello che suonano tanti gruppi scandinavi (i Kindsight, gli Holy Now...), ma anche ai Say Sue Me. 

La leggerezza di tocco dei Kosmos na Potolke ("cosmo sul soffitto" la traduzione: trovatemi un nome più shoegazer di questo!) si è affinata in questo loro terzo album, il primo "giapponese" della loro carriera, che mette insieme con grande abilità e piacevolezza un'anima post punk ed una decisamente più immediata e catchy. Un pezzo come Целую, con la sua spontanea propulsività, trasmessa in modo perfetto dalla naturalezza vocale di Vika, la sua struttura per nulla scontata e la sua micidiale compattezza, può servire come passaporto della musica del gruppo russo. Così come le super orecchiabili Колдхарт e привет.

Ma i nostri sanno essere efficaci ed eleganti in tutti gli episodi del disco, portando avanti un approccio che riesce a dare uno sfondo sognante ad ogni pezzo con una grande economia di mezzi, senza quasi utilizzare i synth e lavorando invece moltissimo sull'intreccio delle chitarre e del basso e sulla scrittura, offrendo spesso una via al dream pop talmente essenziale da uscire forse dai contorni del genere, se non fosse per episodi come la spiraliforme холодно e il morbido e sfumato pezzo conclusivo, che rientrano maggiormente nei canoni. 

L'album è bello, così come lo sono i due precedenti (gli album "russi"), che vi invito a recuperare. Davvero una bella scoperta!  

06 dicembre 2024

Ghost Days - Cemetery Rose EP REVIEW

Tutto nella proposta artistica di Alessia Kato denuncia apparentemente una passione totalizzante verso il post punk più dark: l'insistenza sul bianco e nero, i titoli e le liriche vagamente inquietanti, il look goth, il nome del suo progetto e persino i font scelti per le copertine. 

Nei dischi di Ghost Days quindi ti aspetti di trovare Suxie o Disintegration, e invece a ben vedere - come già dicevamo a proposito del precedente ep - quello che risalta è un'anima quasi eterea e delicatissima. 

Certo, le chitarre di Erase, il pezzo che apre alla grande la piccola raccolta, grattano e sfrigolano con quello spirito oscuro che dicevamo, però la voce delicata di Alessia e la melodia di malinconica morbidezza ci portano in un mondo di luce, per quanto crepuscolare. 

E in effetti già nella successiva scampanellante e dinamica Does It Hurt siamo decisamente dalle parti di Day Wave, quindi di un guitar pop liquido adagiato su una deum machine, ipnotico e raffinato, che poco possiede di gotico se non una sottile superficie.

Discorso che si può fare anche per Cemetery Rose e Vampire Blue, che virano decisamente in direzione di un dream pop che riesce ad attingere leggerezza da una pasta di nera densità, restando nella sua quasi totale essenzialità di chitarre, effetti e voce. Questo è senza dubbio il marker stilistico della musicista di Chicago e quello che riesce a fare meglio. 

Aspettiamo con impazienza il primo album!

01 novembre 2024

Soccer Mommy - Evergreen ALBUM REVIEW


Premesso che sono un fan di Sophie Allison fino dai suoi esordi (Songs From My Bedroom uscì nel 2015), devo confessare che l'ultimo album Sometimes Forever, pubblicato nel 2022, non mi aveva completamente convinto. Fatta la tara al talento immenso di scrittura della musicista di Nashville, era la produzione che virava verso territori segnati da un'elettronica "sonica" e a tratti oscura a non faRE decollare il disco. 

Nei due anni successivi Sophie ha dato segno di essersi forse in parte pentita di avere fatto un album, per così dire, "difficile", e ha pubblicato una serie di cover di grande piacevolezza e intelligenza: innanzitutto una Soak Up The Sun che esaltava l'originale di Sheryl Crow, e poi una piccola deliziosa raccolta intitolata ironicamente Karaoke Night, in cui spiccava una Dagger prestata dagli Slowdive e restituita nella purezza gentile e malinconica dell'originale. 

Per il suo quarto album Soccer Mommy ha deciso di cambiare produttore, abbandonando l'esperienza con Daniel Lopatin e chiamando Ben H. Allen III, uno che ha esperienze più canoniche e meno sperimentali (ha lavorato con i Belle & Sebastian, per dire). 

L'episodio che apre Evergreen dice già molto: nella splendida Lost ritroviamo il suono della chitarra acustica, la voce di Sophie è più morbida che mai e nell'evoluzione del pezzo sono gli archi a spalancare lentamente una canzone che è insieme dolente e catartica. Insomma la strada è quella della Soccer Mommy degli esordi, ma - come è giusto che sia - in una versione matura, che affronta la tematica della perdita di una persona cara (la madre di Sophie) pezzo dopo pezzo, rielaborando il lutto con un'onestà lirica impressionante.

Ed ecco allora l'essenziale e avvolgente impasto di chitarre - sì, quello dei primi due dischi - della intensa M, che per molti versi assomiglia ad una narrazione alla Phoebe Bridgers, dove sembrano sempre dominare una rabbia ed un'angoscia trattenute (And in my dreams i'm still not free, i feel those hands around my neck, like the truth is killing me).

Con la successiva Driver aumenta, passo dopo passo, l'energia, in modo direttamente proporzionale ad un'oscurità emotiva serenamente inquieta, che ancora ricopre tutto anche in Some Sunny Day, soffice, floreale ed obliqua al tempo stesso nel suo andamento caracollante. 

L'intero percorso di Evergreen è una densa foresta di ricordi in cui Sophie sembra aggirarsi in cerca forse di un'uscita, che appare come un varco qui e là e poi scompare: è il caso dell'intensa e commovente Changes, dove le immagini si accumulano l'una dopo l'altra in un paesaggio dove il passato e il presente si confondono come dentro un sogno ("e posso percepire i cambiamenti, e non voglio affrontarli, è dura abbastanza sapere che tutto svanirà nella memoria nel tempo"). Non c'è alcun varco qui, ma nella successiva Abigal - che possiede fin da subito una inaspettata leggerezza Cure-iana - i piedi sembrano staccarsi da terra verso un cielo colorato da un crepuscolo pop. 

Ma è solo un istante di effimera ebbrezza prima di ritornare stuck in a memory, come canta Allison nella successiva Thinking Of You, dove ancora dolcezza e disperazione sembrano scaturire dalla stessa fonte. La larghezza narrativa e l'acidità delle chitarre hanno un po' il sapore di certe cose di Sharon Van Etten, che in fondo da sempre è uno dei riferimenti di Soccer Mommy. Ma il marchio stilistico, come è evidente anche in Dreamin Of Falling, è davvero quello di Sophie Allison: le parole al centro, brucianti di sincerità ("e qualche volta mi sembra come se stessi sognando di cadere quando sono in dormiveglia") e una calda coperta melodica intorno che però lascia sempre una parte scoperta. Insomma, le proprie canzoni come mezzo per affrontare la realtà, ma la realtà poi rimane lì, così come i ricordi che finiscono per inseguirti anche se non vuoii: "e nella luce del giorno sono perseguitata, lei non può svanire, è sempreverde" canta Allison nella conclusiva Evergreen, che sembra sciogliere tutti i nodi dell'album per poi annodarli ancora. 

Album che è in definitiva bellissimo e per nulla facile - nonostante le premesse - specie per la sua insistenza ossessiva sulla stessa tematica, ma al contempo ha una sua straordinaria fluidità espressiva ed emotiva: ti trascina giù senza che tu te ne accorga, ti culla piano piano dentro la notte più scura ma non ti nasconde nulla di ciò che c'è la fuori e che fa paura. 

13 settembre 2024

Hinds - VIVA HINDS ALBUM REVIEW


Sono cambiate diverse cose nel mondo delle Hinds dall'uscita, quattro anni fa, di The Prettiest Curse. Quella più evidente: Ade e Amber, ovvero basso e batteria, nel 2022 hanno deciso in contemporanea di abbandonare la band, quindi il gruppo è tornato al suo perfetto nucleo originario, ovvero a quel duo formato da Carlotta Cosials e Ana Garcìa Perrote che suona insieme da quando, nel 2011, non avevano nemmeno vent'anni. 

Non sappiamo bene quanto la ridefinizione della band abbia sconquassato le sue dinamiche ormai consolidate, tuttavia VIVA HINDS sembra arrivare quasi come un gioioso e un po' sfrontato proclama che sembra gridare "siamo ancora qui, non siamo cambiate di una virgola e abbiamo ancora una voglia pazzesca di fare musica". 

Lo sappiamo bene: se c'è un motivo per cui abbiamo sempre amato le Hinds è la loro capacità di essere indie e di essere pop - indie e pop, sono due linee ben distinte nella loro musica, lo spieghiamo sotto - in modo energetico, sorridente, sfrontatamente post-adolescenziale e sempre ironicamente provocatorio. Carlotta e Ana hanno scritto una dozzina di banger alternativi notevoli nella loro carriera - sono quelli che hanno permesso loro di muoversi con disinvoltura da una parte e dall'altra dell'Atlantico - perché semplicemente sanno farlo, e con estrema naturalezza. E non è certo una sorpresa se anche tra i dieci pezzi di VIVA HINDS ce ne sono alcuni di contagiosa immediatezza.

Per il nuovo album le due ragazze di Madrid, oltre a scritturare una nuova sezione ritmica sempre al femminile, hanno voluto coinvolgere un'icona dell'indie dei '90 (Beck Hansen, niente di meno!) e una dell'indie di oggi (Grian Chatten dei Fontaines DC), quasi a tracciare idealmente un arco temporale che racchiude perfettamente il loro stile, che è sempre vagamente obliquo ma ha anche sempre uno sbocco programmaticamente catchy e terribilmente cool. 

L'alternarsi e il sovrapporsi (più spontaneo che armonico) delle voci di Carlotta e Ana è la vera signature delle Hinds e ovviamente la troverete anche nelle canzoni nuove, che si muovono perfettamente a proprio agio fra le chitarre spigolose di una Hi How Are You e le tentazioni funkeggianti da party hipster di una Boom Boom Back, la morbidezza quasi malinconica di Stranger, il carillon post punk e jangly della sognante The Bed The Room The Rain and You. E poi la liberatoria forza antemica e arrabbiata di Superstar (c'è un dubbio fondato che sia dedicata alla dipartita dal gruppo di Ade e Amber), che già immaginiamo alla sua massima espressione dal vivo col pubblico che canta a squarciagola. 


E ancora il genio sornione di una Coffee ("i like black coffee and cigarettes and flower from boys that i'm not sleeping with..."), la grazia adorabile di una On My Own, che - mi sbilancio - è la canzone migliore, nella sua allegra e giocosa (apparente) semplicità - che le madrilene abbiano mai scritto. E lo spirito totalmente divertente e divertito di En Forma, dove finalmente sentiamo Ana e Carlotta cantare nella loro lingua.


Ma è proprio l'intero album che - se lo confrontate con i tre precedenti - sembra avere una marcia in più: è sintetico, dinamico, equilibratissimo, compatto ma sottilmente eclettico nell'alternarsi di diversi mood, e vibra di una immediatezza portentosa in ogni suo episodio.

Insomma, viva le Hinds per davvero! Intanto perché - dopo tredici anni - sono riuscite a conservare lo spirito naïf e punkeggiante delle origini praticamente intatto (si vede lontano un miglio che si divertono un mondo a suonare insieme). E poi perché sono tra le pochissime che riescono a tenere insieme uno spirito davvero indie (nessun effetto speciale nelle loro produzioni, mai) e quell'allure tanto evidente quanto indefinibile (chiamiamolo "carisma") che le farebbe sentire a proprio agio tanto nel club più sfigato delle nostre periferie quanto sul palco del Coachella. Sono brave, belle, simpatiche, ironiche e intelligenti (guardatevi anche tutti i loro video perchè da sempre sono un aspetto fondamentale del loro modo di comunicare). Difficile chiedere di più. 

26 agosto 2024

Hazel English - Real Life ALBUM REVIEW

Come già era accaduto con Just Give In / Never Going Home, Hazel English ha fatto ancora una volta la scelta, originale e intelligente, di mettere insieme in un album unico due ep usciti separatamente. In questo caso dentro Real Life troviamo i cinque pezzi di Summer Nights, di cui abbiamo già parlato qui, a cui si aggiungono ordinatamente altre sei canzoni che andrebbero a comporre un ep a sé che però ha trovato la sua pubblicazione solo in coda all'album.

Al di là di queste faccende di mera compilazione discografica, Real Life è un disco chiaramente pensato per fotografare, con una unica ampia posa, la musica dell'artista australiana/californiana degli ultimi due-tre anni, il che ha perfettamente senso ed è un'operazione indispensabile per noi fan. 

A proposito degli episodi già usciti nel '22, dicevamo già - con dichiarata gioia - come Hazel avesse pienamente ripreso tra le mani lo stile dream pop così personale che fece innamorare tutti fin dai suoi esordi, merito anche di una perfetta fusione con l'intelligenza produttiva di Jackson Phillips (a.k.a. Day Wave), che del suono inimitabile e riconoscibile di Hazel è il vero artefice.

Gli altri sei episodi li abbiamo raccolti in buona parte come singoli nei mesi scorsi e riprendono alla perfezione - forse con ancor maggiore forza comunicativa e immediatezza catchy - quel formidabile misto di intima narratività (quasi sempre concentrata su fallimenti di relazioni sentimentali: è una costante tematica consueta per Hazel) e di cristallina, eterea, splendidamente diafana catarsi emotiva, che si innesta sempre e comunque sui carillon delle chitarre e dei synth, su un'ariosità melodica di intangibile bellezza, sulla voce timida e ipnotica di Hazel, sul sottile e fragile abbraccio corale che la circonda.

Difficile citare qualche canzone che spicchi sulle altre, perché in verità, da Heartbreaker in giù, è tutto davvero intriso di quella magia che solo English e Phillips riescono a produrre quando si mettono insieme a suonare: un morbido e scintillante mondo di chitarre jangly intrecciate e linee melodiche soffici che trasformano l'amarezza in miele stillante. E' esattamente la dimesione onirica in cui Hazel vuole che ci muoviamo fluttuando insieme a lei, e non è un caso che la conclusiva, quasi neworderiana Hamilton, racconti esattamente questo: un sogno in cui tutti possiamo danzare insieme in un parco di LA al tramonto, ma da cui ci dobbiamo comunque risvegliare per rientrare nella "vita vera" (la Real Life del titolo). 

Abbiamo spesso soprannominato Hazel la "regina del dream pop". E' un nomignolo giocoso, certo, però a ben vedere credo che sia davvero difficile trovare un'altra artista che riesca ad incarnare l'essenza di un genere da un lato con una simile adesione poetica e dall'altro con questa capacità eccezionale e innata di (ri)creare lei stessa dei canoni formali, che tanti negli ultimi tempi hanno più o meno imitato. 

05 agosto 2024

april june - baby's out of luck again EP REVIEW

Victoria Zolotukhina è senz'altro un'artista a tutto campo, oltre ad essere un perfetto esempio di una generazione (i ventenni di oggi) che non ama avere confini geografici: studentessa di cinema a New York e di materie artistiche a Helsinki, oggi è basata a Madrid e da alcuni anni pubblica la sua musica con il moniker april june (tutto minuscolo, per rispetto filologico).

Personalmente amo lo stile catchy e super raffinato di april june da quando l'ho scoperta nel 2021, e da queste parti ho segnalato quasi tutti i numerosi singoli usciti negli ultimi anni. 

L'EP in uscita oggi si è fatto davvero attendere, ma ovviamente non tradisce affatto le attese. Da sempre april june si muove in un paesaggio dream pop dai contorni assolutamente personali e - passatemi il termine - ben più "contemporanei" di tante band dream pop. Insomma, non c'è alcuna nostalgia per i canoni del genere e - elemento fondamentale - non sono le chitarre il perno attorno a cui tutto gira, ma i synth e la voce (e, in definitiva, l'impasto sonoro complessivo: sappiamo bene come nella musica pop di oggi la produzione è il 99% del lavoro), con un chiarissimo retrogusto anni '80 che oggi è la moda. 

Victoria ha studiato cinema non è un caso che da sempre le sue canzoni possiedano una dimensione fortemente cinematografica, che si incarna in una narrazione fatta di suggestioni atmosferiche e in una morbidezza "cool", sensuale e crepuscolare, che richiama molto Lana Del Rey ma anche i Cigarettes After Sex. In questo, direi, quella "contemporaneità" di cui parlavamo. Per il resto emerge sempre una grande capacità di essere elegante ed orecchiabile, con alcuni episodi (baby's out of luck again, pretty like a rockstar e carry you on my broken wings su tutti) che sono veramente dei banger alternativi in attesa di esplodere. 

14 giugno 2024

Bored At My Grandmas House - Show & Tell ALBUM REVIEW

Senza dubbio Bored At My Grandmas House è uno degli alias musicali più curiosi che mi sia capitato di trovare, e proprio per questo ha attirato la mia attenzione (in fondo a chi non è mai capitato da bambino di annoiarsi a casa della nonna?). 
Amber Strawbridge ha deciso di celarsi dietro questo nome già da alcuni anni - era poco più che diciottenne - producendo una serie di singoli e un ep che fin da subito ne hanno messo in luce un notevole talento di scrittura e al contempo una sorprendente perizia tecnica, considerando che si tratta di una polistrumentista autodidatta. 
L'album che esce oggi - ottimamente prodotto da Alex Greaves, già dietro la consolle per BDRMM - è davvero un gioiello di indie pop cantautorale e riflette una maturità artistica già perfettamente compiuta.
Nelle canzoni della musicista di Leeds il perno centrale sembra sempre corrispondere con uno scavo intimo di pensosa profondità (significativo che ci siano pezzi intitolati Inhibitions o Imposter Syndrome), ma intorno gira sempre una catartica giostra di luci e ombre che si esprime attraverso una costante gentilezza melodica, delle chitarre di liquida piacevolezza che sanno sempre spingere sul distorsero al momento opportuno, e un uso ampio elegante ed equilibrato dei synth. Il risultato complessivo è questo mood morbido e avvolgente, a tratti quasi ipnotico ( ad esempio il lungo finale di Don't Do Anything Stupid o l'immersione psichedelica di Hide & Seek), che caratterizza l'intero album e che è il tratto distintivo dello stile personale di Bored At My Grandmas House. 
Le tangenze con artiste/band come Bathe Alone o Bleach Lab ci sono senz'altro, ma in verità Amber sta percorrendo una sua strada piuttosto originale, a suo modo pop, certo, ma anche intrisa di una timida delicatezza che riporta sempre tutto alla originaria e programmatica dimensione "da cameretta" del suo progetto musicale. 

06 giugno 2024

IAN SWEET - SUCKER ALBUM REVIEW

Non mi è mai capitato di parlare di un album con un ritardo di 7 mesi dall'uscita, tanto che prima di scriverne mi sono domandato se fosse il caso. 

Poi ho riascoltato con attenzione questo ultimo di IAN SWEET e mi sono risposto con convinzione che dovevo proprio essere molto distratto alla fine del 2023 per perdermi un disco tanto bello. 

La verità è che mi sono imbattuto qualche giorno fa in una recentissima cover di Anthems For A Seventeen Year Old Girl dei Broken Social Scene, che è una canzone che adoro alla follia e che Jilian ha trattato con la intelligente delicatezza di cui è capace, e da lì sono fortunatamente approdato al disco. 

La cover è questa e se ancora non conoscete IAN SWEET può essere un interessante quanto inusuale punto di partenza: 

Quindi sì, vi palerò di SUCKER, che è il quarto album di Jilian Medford con il moniker IAN SWEET ed è veramente un grande album. La musicista di Los Angeles è in giro da almeno dieci anni e fin dagli esordi porta avanti una via molto personale all'interno di quello che potremmo catalogare come cantautorato indie - diciamo la stessa League in cui giocano Phoebe Bridgers e Haim - con l'enfasi su chitarre ed elementi elettronici che troviamo in Wolf Alice, una sofferta introspezione alla Julien Baker ed una propensione melodica decisamente tutta sua.

Se ritornate ad ascoltare i primi tre dischi della Medford troverete una decisa e piuttosto inquieta dimensione sperimentale, che in SUCKER sembra avere trovato una (forse) definitiva quadratura. I pezzi sono tutti ampi ed ampiamente narrativi, ma la palette espressiva rimane non facilissima da definire in poche parole. Dentro le canzoni di IAN SWEET ci sono veramente tanti ingredienti ed ancora più modelli: un po' dell'obliquità affascinante di Feist, l'allure patinata e programmaticamente eighties dell'ultima Hatchie (FIGHT quasi la cita e poi la supera a duecento all'ora), una tentazione di dancefloor alternativo (Smoking Again ha un potenziale anemico mica male oltre ad essere assolutamente ballabile, così come l'amabilmente ruffiana Your Spit) mischiata con la saturazione citaristica dello shoegaze (Hard), la capacità di strutturare minimali carillon elettronici attorno a poderosi crescendo emotivi (Emergency Contact con il suo chorus killer "i don't mind i don't want to make it right"), qui veramente Bridgersiani. 

Il tutto coniugato con una urgente densità espressiva che trova in un modo o nell'altro il modo di venire a galla, che sia attraverso la forza lirica e sottilmente catartica di Bloody Knees ("what if i die..." sono le prime parole dell'intero album), attraverso l'essenziale introversione di Comeback, oppure la linearità acustica di Clean, che in principio pare una outtake di Waxahatchee ed esplode in un finale sfrigolante.  

Emerge davvero, lungo l'intero album, tutto il talento di una musicista che al momento non ha del tutto ottenuto il riconoscimento che meriterebbe e che ha raggiunto ormai una maturità artistica indiscutibile.