Visualizzazione post con etichetta Soft Science. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Soft Science. Mostra tutti i post

12 settembre 2026

Soft Science - Sand ALBUM REVIEW


A tre anni esatti di distanza da quel Lines che ci era piaciuto davvero molto (era stato uno dei nostri dischi dell'anno), tornano i californiani Soft Science con un album (il loro quinto) che li conferma come una delle band dream pop più importanti della scena americana. 

Con al centro la voce delicatamente appassionata di Katie Haley e l'immancabile, denso e propulsivo impasto di chitarre di Matt e Ross Levine, i Soft Science confermano la loro linea stilistica peculiare, che eredita consapevolmente la lezione di Slowdive, Ride e Lush e la fa rivivere con uno spirito di vitale suggestione.

Partendo da Everything, che in realtà è il sesto pezzo del disco, potrete avere subito una fotografia perfettamente a fuoco di ciò che il gruppo di Sacramento sa fare in realtà meglio da sempre: un power pop melodico e rotondo, trascinante e cantabile, pienamente elettrico e luminoso. Lo stesso che ritroverete in episodi di scintillante e catartica piacevolezza come l'iniziale potentissima Spinning e le splendide Fade e Hope, che sono esattamente quel genere di canzoni che ti infondono una energia immediata e ti fanno automaticamente alzare sulla sedia.

E non c'è dubbio che i cinque californiani, che non sono precisamente dei novellini diciamo, abbiano una estrema sicurezza nel maneggiare la materia musicale di cui sono epigoni, alternando sapientemete momenti più apertamente catchy ad altri che invece - come genere comanda - puntano più al lato emotivo, atmosferico ed etereo, mettendo insieme memorie tanto dei Cocteau Twins quanto dei The Sundays e lavorando sulla produzione e sulla limpidezza del suono con una grandissima cura e con l'obiettivo costante di risultare comunque immediati. 

23 dicembre 2023

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2023


12

VULPIX - Innocent Pleasures Repeated Measures

Tra foschie post punk e ariose scenografie dream pop, la creatura musicale dell'australiano Jordan Barrow - che suona praticamente tutto e lo fa bene - possiede un fascino straniante, algido e delicato al tempo stesso, affine per molti versi ai nostri amati Castlebeat. 

11

Moon In June - ロ​マ​ン​と​水​色​の​街

L'amore dei giapponesi per la melodia è noto e i Moon In June lo testimoniano in pieno. I cinque di Tokyo suonano un dream pop in piena luce, che cita volentieri sia lo shoegaze che i primi Oasis, fresco e zuccheroso, arioso ed energizzante. 

10

Tossing Seed - When You Come Around

Nonostante il titolo citi (forse involontariamente) i Green Day, no, non siamo a San Francisco, ma in Indonesia e i Tossing Seed sono la punta di un iceberg di band indie pop che suonano le loro chitarre fragorose e cantano melodie catchy come se vivessero, beh sì, nei primi anni '90. Questo non è un album ma un ep allungato, ma è pieno di pezzi davvero memorabili, spontaneamente travolgenti. 

9

Hurry - Don't Look Back

Con un titolo che allude senza mezzi termini agli Oasis e una generosa manciata di canzoni che sembra uscita da Songs From Northern Britain dei Teenage Fanclub, Matt Scottoline ci ha regalato il disco più leggero, luminoso e catartico dei suoi Hurry, una vera e propria cura per i cuori infranti, pieno di canzoni che ti prendono per mano e ti sorridono. 

8

Helpful People - Brokenblossom Threats

La collaborazione fra Carly Putnam e il re Mida del jangle pop Glenn Donaldson non poteva che sortire un gran disco. Le chitarre sono decisamente più sature e sfrigolanti rispetto ai Reds Pinks & Purples, ma il tocco magico è lo stesso, ancora più incisivo nel suo algido abbraccio elettrico. 

7

ME REX - Giant Elk

I ME REX di Myles McCabe sono in fondo una crasi inestricabile fra punk pop e cantautorato folk, con i Neutral Milk Hotel come nume tutelare. Arrivata all'album d'esordio, la band come sempre non lesina ingredienti: tante chitarre, elettriche e acustiche, tanti synth, tante parole, tanta energia che sembra letteralmente debordare da ogni pezzo con una spontanea ed entusiastica forza antemica. 

6

Soft Science - Lines 

I californiani Soft Science non sono dei novellini: maneggiano la materia dream pop con la sicurezza dei veterani e la passione filologica di chi del genere conosce ogni sfumatura presente e passata. Nei pezzi di Lines ci sono una montagna di chitarre e synth, il fascino vocale di Katie Haley, una cura maniacale per le sfumature, una classe di scrittura sopraffina ed alcuni tocchi super pop che tolgono il fiato. 

5

Apartamentos Acapulco - La Reconciliaciòn 

Potevano mancare gli Apartamentos nella collezione di fine anno? Da sempre Angelina, Ismael e compagni possiedono quel tocco magico in grado di far decollare ogni cosa che suonano come un razzo sparato oltre il cielo. La Reconciliaciòn è l'ennesima conferma che il dream pop leggiadro e poderoso al tempo stesso, sognante e graffiante, della band di Granada ha davvero qualcosa di speciale. 

4

Fragile Animals - Slow Motion Burial


Sicuramente il premio "sorpresa dell'anno" se lo portano a casa loro, i Fragile Animals di Brisbane, Australia. Slow Motion Burial è uno scrigno di canzoni costruite quasi sempre attorno a formidabili climax elettrici, potentissime e inesorabilmente catchy nel loro mix di miele ed elettricità statica, formalmente sfavillanti, intrise di una travolgente carica emozionale esaltata dalla voce di Victoria Jenkins. 

3

Flyying Colours - You Never Know


Se facessimo ascoltare la band di Melbourne a un appassionato che non l'ha mai sentita prima, la collocherebbe forse sullo scorcio fra fine '80 e inizio '90, e probabilmente la inserirebbe volentieri nel gotha della prima ondata shoegaze / dream pop, magari sul piano di Ride, Slowdive, Lush e My Bloody Valentine. In verità i Flyying Colours hanno i piedi ben piantati nel presente, ed hanno il pregio straordinario di essere un formidabile panottico del genere. Il loro terzo album è davvero un prodigio di elettricità e melodia, trascinante, vigoroso, sfrigolante e immediato al tempo stesso, che fa rivivere quei modelli senza bisogno di citarli.

2

Babaganouj - Jumbo Pets


I Babaganouj esistono da molti anni (ed hanno Hatchie al basso, giusto per dire), ma questo è il loro disco d'esordio, come se avessero voluto aspettare per riempire la loro cornucopia guitar pop fino a farla esplodere. Jumbo Pets è per l'appunto una collezione eccezionale di canzoni terribilmente orecchiabili, raffinatissime nella scrittura cantautorale e nella produzione, colorate e dinamiche, che ora accelerano ora rallentano, ora coccolano e ora graffiano, con lo stesso intelligente e inafferrabile eclettismo che avevano i Big Star. 

1

Bleach Lab - Lost In A Rush Of Emptiness


La talentuosa band di Jenna Kyle non ha mai nascosto la propria ambizione. Arrivati finalmente all'album di debutto, i quattro londinesi hanno sfoderato tutte le proprie luccicanti e oliatissime armi sonore e melodiche, mettendo in fila dieci perle di corrusca bellezza, intrise di un romanticismo notturno, piene di crescendo scenografici e chitarre liquide, formalmente ineccepibili ed emotivamente dense, al centro l'enorme fascino vocale di Jenna. In fondo i Bleach Lab sono così personali nello stile che è persino difficile trovare l'etichetta di genere più adatta. Lost In A Rush Of Emptiness è un disco di fluida perfezione, intenso e affascinante, che consacra il gruppo e lo rende una nuova pietra di paragone per l'indie pop di oggi. 

18 settembre 2023

Soft Science - Lines ALBUM REVIEW

Giusto pochi giorni fa - a proposito dell'atteso disco appena uscito - parlavamo di quanto sia stata seminale una band come gli Slowdive. La conferma mi pare venga naturale ed evidente ascoltando il nuovo album dei californiani Soft Science, un gruppo che potremmo tranquillamente definire come dei veterani, visto che sono in giro da almeno una dozzina d'anni (e più, considerando che hanno suonato anche altrove). 

Non c'è dubbio che un pezzo come Low, che apre il disco con i suoi morbidi cuscini di synth e chitarre, abbia forti radici nello stile peculiare di Halstead e Goswell, così come nel dream pop delle origini, quello dei Cocteau Twins e delle Lush (a questo proposito, sentite Stuck e soprattutto Hands) e persino nello shoegaze dei My Bloody Valentine (Zeros). L'orizzonte sonoro del sestetto di Sacramento d'altra parte da sempre disegna questo tipo di paesaggi, con tutti gli omaggi del caso anche alla lezione dei The Cure più dilatati e sognanti (davvero palesi in Deceiver).

Il quarto lavoro sulla lunga distanza di Katie Haley e compagni arriva dopo un lavoro lunghissimo, che è partito prima della pandemia, l'ha attraversata e deve aver conosciuto un cesello produttivo quasi maniacale negli ultimi anni. Lo percepiamo bene in un pezzo come Sadness, con il suo scintillante florilegio di chitarre jangly, ma anche nella luccicante aura superpop, quasi quasi sopra le righe, di Kerosene, una canzone che potrebbe piacere sia ai fan di Hatchee che a quelli (esageriamo pure) dei Coldplay. E in quella gemma di chitarre e suoni elettronici che è True, che sembra presa a prestito dai Pains Of Beeing Pure At Heart più catchy.