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17 agosto 2025

Absolutely Yours - Mirror Maze ALBUM REVIEW

Mirror Maze, il terzo (se conto bene) album di Absolutely Yours, è uscito nel solo formato digitale nel 2024, quindi non è propriamente una novità, però solo oggi la sempre meritevole Sunday Records lo pubblica fisicamente. E soprattutto, mea culpa, solo oggi mi sono accorto dell'esistenza di questa ottima band di Minneapolis. 

Però certe scoperte, specialmente se tardive, sono in realtà sempre un grande regalo, perchè poi danno l'opportunità di ricostruire cosa c'era prima. Nel nostro caso, il gruppo guidato da Bridget Collins ha cominciato a suonare (a Brooklyn) almeno da dieci anni e, come dicevamo, ha diversi dischi all'attivo.

Walked In Te Garden, il pezzo che apre Mirror Maze, è l'esca a cui sono rimasto immediatamente invischiato: un incrocio formidabile fra il dream pop etereo alla Hazel English / Day Wave, l'algida dolcezza retrò dei Club 8 e l'avvolgente rigore jangly dei Fear Of Men. Un'intera tiepida marea di chitarre scampanellanti con al centro la voce di Bridget che è come una carezza. 

Se Field Of Nothing ha l'aria leggerissima di tanto indie pop svedese (Acid House Kings, ...), con un delizioso contrasto fra la ritmica torrenziale e la morbidezza totale dell'intorno, I Didn't è l'altro pezzo davvero memorabile del lotto, più notturno nell'umore e con una chitarra languida che fa da contrappunto. 

The Comet e Sweet Surprise poi ricordano le cose più delicate e dinamicamente mesmeriche dei Luxembourg Signal: l'eleganza ipnotica e la ricchezza dell'impasto sonoro indicano in effetti che la band di Beth Arzy è forse in definitiva quella che stilisticamente si avvicina di più al mondo degli Absolutely Yours. 

L'intima ed eterea Fault Line e la soffusa purezza acustica sospesa nel tempo e nello spazio di The Graden chiudono un disco dalla bellezza sorprendente, fragile e complessa al tempo stesso. 

21 dicembre 2024

SONGS & EPs CHRISTMAS EDITION

Arriva Natale e arriva anche l'ultima selezione di singoli ed ep dell'anno.

Non potevamo che iniziare con il pezzo natalizio di The Reds Pinks & Purples e finire con una perla di Hazel English con Day Wave Ma sono i Daydream Twins a regalarci la canzone più bella di questo mese!

Buone Feste!

  
 
 
 
 
 
 
 
 

14 dicembre 2024

Club 8 - A Year With Club 8 ALBUM REVIEW


A differenza di tante altre glorie dell'indie pop svedese, i Club 8 nei loro 30 anni 30 di carriera non hanno mai smesso di fare musica insieme. Si sono presi i loro tempi, certo, ma con rilassata calma hanno pubblicato undici album (dodici con questo), che - specialmente nell'ultimo ventennio - sono un po' passati sotto traccia, a dispetto della loro importanza nel panorama scandinavo, e non solo. 

C'è un'evidente ondata di revival da quelle parti: la testimoniano i ritorni di band come Red Sleeping Beauty e Alpaca Sports. Ma, nel caso del duo formato da Karolina Komstedt e Johan Angergård, più che di un ritorno possiamo in realtà parlare di un baluardo di un certo modo di intendere l'indie pop che è rimasto quasi inalterato nel tempo e non ha mai ammainato la bandiera. 

A Year With Club 8 è in verità un album particolare, perchè - esattamente come hanno fatto di recente i RSB - raccoglie undici pezzi usciti solo in versione digitale come singoli durante il 2024. Struttura interessante, perchè poi è un po' come se Karolina e Johan ci stessero dicendo con un pizzico di ambizione che il loro è un disco di soli singoli, cioè di canzoni in grado di arrivare subito attraverso la loro orecchiabilità. Il che è sorprendentemente ma indiscutibilmente vero. 

Parliamo di due musicisti che hanno una carriera pazzesca anche fuori dai Club 8 verso la metà dei '90 - primi '00: entrambi nei Poprace (se non li conoscete recuperateli perchè erano una delizia), solo Johan in quel prodigio che sono stati (sono?) gli Acid House Kings. Erano anni in cui in Svezia girava una vera galassia di gruppi che interpretavano il guitar pop con una sensibilità comune, twee e vagamente algida, jangly e gentile, amabilmente retrospettiva anche nell'innestare qualche essenziale e clolorato elemento di elettronica. La scena in cui sono fiorite band eccezionali come, ne cito solo una, i Sambassadeur (il mio approfondimento qui), ma basta consultare il catalogo della Labrador per testare impressionati. 

Torniamo ai Club 8. Come i tanti artisti già citati, Karolina e Johan hanno sfornato decine di canzoni nella loro carriera, spesso con una tinta indie-tronica, quasi sempre incentrate su un jangly pop raffinato ed arioso. Ed è sopratutto in quest'ultimo campo che si muovono gli undici pezzi del loro nuovo album.

Something's Wrong In My Head, primo episodio della raccolta, ha la stessa potenza post punk di molte cose dei Fear Of Men, dei primi Alvvays, dei Louxemburg Signal: catchy e squadrato al tempo stesso, chitarre fluide, drum machine e la voce inconfondibile, di neve e miele, di Karolina. 

Con Left Behind siamo dalle parti dei primi Pains Of Beeing Pure At Heart: chitarre che si fanno frizzanti, melodia cantilenante, ritmica più veloce, voci che si mescolano. Due minuti di vita. 

In Just Like Heaven, a dispetto del titolo Cure-iano, riassaporiamo il gusto inconfondibile degli Acid House Kings, mentre la densa Free Falling a me ha ricordato i mai abbastanza lodati Burning Hearts, altra band (finlandese) che ha portato in alto l'eredità dell'indie scandinavo (e poi è scomparsa). Ma in verità gli stilemi di entrambi i gruppi ci sono quasi ovunque nei pezzi dei Club 8 (prendiamo la fischiettante Nervous At Heart ad esempio). 

Daylight, che è la canzone più elettrica del lotto - la stoffa è quella tessuta da Jesus & Mary Chain - è a mio parere il momento più esaltante del disco: la via fiorita e colorata dei Club 8 al dream pop. 

Se poi ascoltate un pezzo come Sucker, così leggero, dinamico e compiuto nei suoi due minuti di chitarre scampanellanti, vi renderete conto di quanto il suono di Johan e Karolina abbia anticipato il migliore jangly pop di oggi, da Castlebeat a Day Wave. D'altra parte i Club 8 nascevano dai Poprace, che affondavano a piene mani la loro ispirazione da band come gli Heavenly. E infatti il duetto post punk semplicissimo e riuscitissimo di Sunny Day viene evidentemente da lì. 

Getting By, unico episodio oltre i tre minuti, chiude con una spettacolare trina di chitarre e un immancabile riflesso di malinconia crepuscolare: la voce di Karolina che si fa avvolgente e sensuale come non mai, il paesaggio sonoro che a poco a poco si allarga e si allontana.

Se mi chiedeste se mai avrei pensato che una band di ultra veterani avrebbe confezionato uno dei dischi migliori dell'anno, avrei probabilmente risposto senza esitazione di no. Ma tant'è: A Year With Club 8 è un album così pieno di vitalità, così essenziale e centrato nel suo approccio stilistico, così compatto nel suo mood "scandinavo", così trascinante nella sua serie di piccole perfect pop songs, così curato anche nella sua grafica, da sembrare quasi incredibile. Un regalo quasi impagabile e assolutamente inatteso per qualsiasi fan dell'indie pop. 


06 dicembre 2024

Ghost Days - Cemetery Rose EP REVIEW

Tutto nella proposta artistica di Alessia Kato denuncia apparentemente una passione totalizzante verso il post punk più dark: l'insistenza sul bianco e nero, i titoli e le liriche vagamente inquietanti, il look goth, il nome del suo progetto e persino i font scelti per le copertine. 

Nei dischi di Ghost Days quindi ti aspetti di trovare Suxie o Disintegration, e invece a ben vedere - come già dicevamo a proposito del precedente ep - quello che risalta è un'anima quasi eterea e delicatissima. 

Certo, le chitarre di Erase, il pezzo che apre alla grande la piccola raccolta, grattano e sfrigolano con quello spirito oscuro che dicevamo, però la voce delicata di Alessia e la melodia di malinconica morbidezza ci portano in un mondo di luce, per quanto crepuscolare. 

E in effetti già nella successiva scampanellante e dinamica Does It Hurt siamo decisamente dalle parti di Day Wave, quindi di un guitar pop liquido adagiato su una deum machine, ipnotico e raffinato, che poco possiede di gotico se non una sottile superficie.

Discorso che si può fare anche per Cemetery Rose e Vampire Blue, che virano decisamente in direzione di un dream pop che riesce ad attingere leggerezza da una pasta di nera densità, restando nella sua quasi totale essenzialità di chitarre, effetti e voce. Questo è senza dubbio il marker stilistico della musicista di Chicago e quello che riesce a fare meglio. 

Aspettiamo con impazienza il primo album!

30 novembre 2024

Hamburger - Beat Back The Ghouls EP REVIEW


Gli Hamburger sono una band curiosa: vengono da Bristol (che è una piccola capitale indie da sempre, vedi Sarah Records) ma non assomigliano affatto all'indie bristoliano di cui parliamo da queste parti; hanno pubblicato un ep esattamente 4 anni fa (di cui all'epoca ci siamo follemente innamorati) e poi misteriosamente più nulla, scomparsi esattamente come erano apparsi, dentro una nebbiolina da prestigiatori; hanno scelto un nome talmente bizzarro per il loro gruppo che però alla fine ti si imprime in testa; non fanno uscire singoli né album, solo questi ep di cinque sei pezzi che escono all'improvviso calati da chissà dove...

All'epoca di Teenage Terrified, avevo descritto così i pezzi del loro esordio: divertenti e commoventi al tempo stesso, stralunati e indecifrabili, leggerissimi e tristissimi, splendenti di una clamorosa tenerezza, impastati di folk, indie e pop. 

Le stesse parole si possono spendere tranquillamente anche per i sei pezzi (che poi in sostanza sono 5) di questo Beat Back The Ghouls, che è tutto incentrato sull'idea del "mostro", dai ghoul del titolo a Frankenstein, ed inizia con il poderoso entusiasmante e fischiante muro di chitarre punk di Buffalo, davvero una cosa alla Hamburger, ibrida e irta di deliziosi contrasti, che potrebbe stare dalle parti di un "Belle & Sebastian incontrano The Smashing Punpkins". 

La forza degli Hamburger sta in effetti nella loro capacità di mischiare cose opposte: innanzitutto le voci (maschile, femminile, falsetto), ma soprattutto i mood sonori, dalla delicatezza di una trina jangly al tessuto grezzo e strappato di chitarre ispirate chiaramente all'indie dei '90, il tutto nell'arco della stessa canzone. 

E' il caso di Toothless, che apparentemente è l'episodio più morbidamente orecchiabile del lotto, ma al contempo ha - come sempre accade alle cose della band di Bristol - una tendenza centrifuga che riesce puntualmente a ricomporsi in un finale di scenografica bellezza, con un florilegio di armonie vocali e persino un assolo di elettrica. Applausi. 

Se poi prendiamo Uglie, il pezzo successivo, forse capiamo in modo definitivo che il vero modello stilistico degli Hamburger sono i mai abbastanza lodati Grandaddy. Una band che ha marchiato a fuoco l'indie di trent'anni fa mescolando - esattamente ciò che fanno i sei di Bristol - una estetica quasi twee, una mai celata tentazione psichedelica e soprattutto un'idea di guitar rock in grado di essere catchy e disturbante al tempo stesso, soffice e ruvidissimo e soprattutto suggestivo, obliquo ed emozionante. 

La tendenza ad allungare i pezzi, a dar loro delle architetture insieme complesse e squadrate, in effetti è esattamente quella. Così come la capacità innata di prendere il folk pop e di grattugiarlo facendo tutto il rumore possibile, che può ricordare da vicino la buon anima di Mark Linkous / Sparklehorse. Vedi la lunga, solenne, introspettiva Frankenstein, che si apre da copione un po' alla volta, prima timida e poi coloratissima, come un fiore nel deserto. O la brevissima e ficcante Rip, che chiude tutto come farebbero i punk gentili Me Rex o Fresh. 

Insomma, sono bravi gli Hamburger, terribilmente bravi. E a loro modo davvero unici. Tanto che viene veramente da domandarsi se le loro pubblicazioni così rare siano giustificate da una maniacale cura formale (che si percepisce, pure in un contesto lo-fi) o da chissà quale altra ragione personale. Fatto sta che, se Teenage Terrified ci aveva sorpresi e incantati, questo Beat Back The Ghouls ci conferma nell'impressione di trovarci davanti a dei fuoriclasse, che forse non sospettano nemmeno di esserlo. 

22 novembre 2024

Red Sleeping Beauty - Diary ALBUM REVIEW

Quando cominciai a scrivere di indie pop scandinavo, quasi vent'anni fa, i Red Sleeping Beauty erano già considerati una piccola grande istituzione alternativa in Svezia. In effetti Kristina Borg, Mikael Mtssen e Nikals Angergård (quest'ultimo anima anche dei coevi e altrettanto mitologici Acid House Kings) hanno cianciato a suonare insieme in un'era in cui, per dire, la Sarah Records era aperta, band come i New Order e i Pet Shop Boys erano ancora in piena attività e a Stoccolma cominciavano a muovere i primi passi produttori come Denniz Pop e Max Martin, che avrebbero portato lo swedish pop touch ovunque nel mondo. 

Da tre decenni i Red Sleeping Beauty pubblicano musica, seppure con distanze anche siderali tra un'uscita e l'altra. L'ultima impresa è questo Diary, che raccoglie dieci canzoni uscite con cadenza mensile durante l'ultimo anno solare. 

Lo stile è ovviamente quello consueto dei RSB: un synth twee pop che affonda le radici negli anni '80, di per sé assolutamente démodé ma - in un'epoca in cui gli eighties sono tornati ovunque nella musica - assolutamente contemporaneo, raffinatissimo (anche nella grafica delle copertine), delicato e programmaticamente leggerissimo. Ispirato sia ad elementi precipuamente indie che al pop da classifica dell'epoca (vedi i nomi citati sopra), semplicissimo nella fattura e al contempo intriso di una eleganza compassata e cordiale insieme. 

17 novembre 2024

Fightmilk - No Souvenirs ALBUM REVIEW

Ci sono voluti più di tre anni ai Fightmilk per dare un seguito a quel piccolo capolavoro che era Contender, un album (il loro secondo) che li aveva consacrati come una delle band power pop più talentuose della scena internazionale. Guardando a ritroso la carriera del gruppo londinese, oggi appare chiaro come Lily, Alex, Healey e Nick stiano davvero tracciando un percorso artistico che muove in una direzione chiara e, a ben vedere, inversa rispetto a quanto fanno la maggior parte delle band. Se gli esordi dei Fightmilk stavano in un campo che possiamo definire tranquillamente indie pop (più melodia, meno energia), Contender li fotografava in un magico momento di passaggio in cui la straordinaria immediatezza di cui i quattro sono capaci si riempiva a poco a poco di una elettricità vitale e vitalizzante.

No Souvenirs, terzo album che arriva veramente molto atteso (e per una etichetta diversa, la ottima Fika Recordings), registra un ulteriore passo che, a dispetto di ciò che fanno molti artisti (che iniziano rough e finiscono sempre più catchy), li allontana sensibilmente dal loro lato più morbido e cantabile e li spinge verso un pop punk muscolare, che ovviamente contiene il cuore ironico e melodico di sempre ma non va in cerca di pop songs come in passato. Come se la maturazione dei nostri - tematica di cui parlano spesso nei pezzi del disco - coincidesse con una sensazione di disincanto ( "30 sin't something anyone should sing about, all those teenage romance went dark and fizzled out" canta Lily nella catartica ed esplosiva 30) che solo un maggior vigore può rendere innocuo.

Abbiamo già detto della comunione spirituale dei Fightmilk con i tanti "punk gentili" che amiamo su questa pagina (dai Martha ai Beths, dai Fresh agli Ex Void). L'attitudine in fondo è la stessa: leggera nell'animo, pesante nelle chitarre, apparentemente spontanea ma in realtà curatissima nei particolari. Se poi c'è un landmark artistico nella musica della band londinese è davvero la personalità (e non solo la voce) di Lily Rae. Che, come sempre, è un tornado attorno al quale tutto gira vorticosamente.

Le canzoni, dal singolo Summer Bodies in avanti, scorrono via rapide e impetuose sui binari scintillanti dei loro uptempo, e possiedono sempre un'interessante dialettica fra momenti sferzanti e rallentamenti dove le armonie vocali rendono tutto improvvisamente e imprevedibilmente soffice (l'architettura di Canines è un ottimo esempio in questo senso). I Fightmilk si sono da sempre fatti notare per la loro abilità nel costruire crescendo scenografici che si arrampicano su muri di chitarre, e nella quasi totalità degli episodi del disco è quello che fanno: prendete Banger #7 o No Souvenirs e avrete un quadro perfetto di cosa intendono i nostri per power pop. 

Momento più emozionante dell'album, a mio parere, è Inferno, che coincide con la prima pausa dopo sette pezzi fitti di elettricità ed ha quello sviluppo pop che avevamo adorato nelle canzoni di Contender, con un finale corale a dir poco entusiasmante. Ma anche il pre-finale di Padding Pool, unica ballad del lotto e canzone d'amore talmente "classica" e tenera in mezzo alle numerose bordate di ironia nera del disco, da far spuntare quasi una lacrimuccia (ma lo sappiamo che i Fightmilk sono bravissimi anche a fare queste cose!). 

Che dire? No Souvenirs è nè più né meno quello che ci aspettavamo da una della band che stimiamo di più nella scena che amiamo: un album compatto e perfettamente a fuoco, che si apprezza forse non al primo ascolto, nonostante la sua diffusa catchyness, ma dopo averlo meditato per un po'. Segno, anche questo, di una maturità cercata e raggiunta.  


07 novembre 2024

Swiss Portrait - Someday ALBUM REVIEW

Non diversamente da alcuni maghi dell'indie pop come Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples), Jackson Phillips (Day Wave) o Andy Jossi (The Blue Herons), anche lo scozzese Michael Kay Terence è uno di quei musicisti che ci immaginiamo gioiosamente rinchiusi nel proprio studio / cameretta a produrre canzoni a ripetizione, lavorandoci sopra finché non sono perfette. 

Per quanto riguarda Michael, il suo progetto Swiss Portrait è presente sulla scena già da diversi anni, e non c'è dubbio che passo dopo passo l'artista originario di Edimburgo stia crescendo notevolmente nella sua capacità di scrittura e di produzione, pur senza abbandonare lo spirito artigianale degli esordi.

In Someday, seguito del già interessantissimo The Crippling Pain Of Happiness, ritroviamo quel guitar pop arioso e vagamente sognante che già conoscevamo e che amiamo incondizionatamente. I dieci episodi accarezzano l'ascoltatore come una fresca brezza di inizio autunno, con le loro morbide trine di chitarre jangly, i loro essenziali ritmi midtempo di chiara impronta post punk, le linee melodiche di circolare e frizzante immediatezza e le liriche piene di riflessi di timida malinconia. 

01 novembre 2024

Soccer Mommy - Evergreen ALBUM REVIEW


Premesso che sono un fan di Sophie Allison fino dai suoi esordi (Songs From My Bedroom uscì nel 2015), devo confessare che l'ultimo album Sometimes Forever, pubblicato nel 2022, non mi aveva completamente convinto. Fatta la tara al talento immenso di scrittura della musicista di Nashville, era la produzione che virava verso territori segnati da un'elettronica "sonica" e a tratti oscura a non faRE decollare il disco. 

Nei due anni successivi Sophie ha dato segno di essersi forse in parte pentita di avere fatto un album, per così dire, "difficile", e ha pubblicato una serie di cover di grande piacevolezza e intelligenza: innanzitutto una Soak Up The Sun che esaltava l'originale di Sheryl Crow, e poi una piccola deliziosa raccolta intitolata ironicamente Karaoke Night, in cui spiccava una Dagger prestata dagli Slowdive e restituita nella purezza gentile e malinconica dell'originale. 

Per il suo quarto album Soccer Mommy ha deciso di cambiare produttore, abbandonando l'esperienza con Daniel Lopatin e chiamando Ben H. Allen III, uno che ha esperienze più canoniche e meno sperimentali (ha lavorato con i Belle & Sebastian, per dire). 

L'episodio che apre Evergreen dice già molto: nella splendida Lost ritroviamo il suono della chitarra acustica, la voce di Sophie è più morbida che mai e nell'evoluzione del pezzo sono gli archi a spalancare lentamente una canzone che è insieme dolente e catartica. Insomma la strada è quella della Soccer Mommy degli esordi, ma - come è giusto che sia - in una versione matura, che affronta la tematica della perdita di una persona cara (la madre di Sophie) pezzo dopo pezzo, rielaborando il lutto con un'onestà lirica impressionante.

Ed ecco allora l'essenziale e avvolgente impasto di chitarre - sì, quello dei primi due dischi - della intensa M, che per molti versi assomiglia ad una narrazione alla Phoebe Bridgers, dove sembrano sempre dominare una rabbia ed un'angoscia trattenute (And in my dreams i'm still not free, i feel those hands around my neck, like the truth is killing me).

Con la successiva Driver aumenta, passo dopo passo, l'energia, in modo direttamente proporzionale ad un'oscurità emotiva serenamente inquieta, che ancora ricopre tutto anche in Some Sunny Day, soffice, floreale ed obliqua al tempo stesso nel suo andamento caracollante. 

L'intero percorso di Evergreen è una densa foresta di ricordi in cui Sophie sembra aggirarsi in cerca forse di un'uscita, che appare come un varco qui e là e poi scompare: è il caso dell'intensa e commovente Changes, dove le immagini si accumulano l'una dopo l'altra in un paesaggio dove il passato e il presente si confondono come dentro un sogno ("e posso percepire i cambiamenti, e non voglio affrontarli, è dura abbastanza sapere che tutto svanirà nella memoria nel tempo"). Non c'è alcun varco qui, ma nella successiva Abigal - che possiede fin da subito una inaspettata leggerezza Cure-iana - i piedi sembrano staccarsi da terra verso un cielo colorato da un crepuscolo pop. 

Ma è solo un istante di effimera ebbrezza prima di ritornare stuck in a memory, come canta Allison nella successiva Thinking Of You, dove ancora dolcezza e disperazione sembrano scaturire dalla stessa fonte. La larghezza narrativa e l'acidità delle chitarre hanno un po' il sapore di certe cose di Sharon Van Etten, che in fondo da sempre è uno dei riferimenti di Soccer Mommy. Ma il marchio stilistico, come è evidente anche in Dreamin Of Falling, è davvero quello di Sophie Allison: le parole al centro, brucianti di sincerità ("e qualche volta mi sembra come se stessi sognando di cadere quando sono in dormiveglia") e una calda coperta melodica intorno che però lascia sempre una parte scoperta. Insomma, le proprie canzoni come mezzo per affrontare la realtà, ma la realtà poi rimane lì, così come i ricordi che finiscono per inseguirti anche se non vuoii: "e nella luce del giorno sono perseguitata, lei non può svanire, è sempreverde" canta Allison nella conclusiva Evergreen, che sembra sciogliere tutti i nodi dell'album per poi annodarli ancora. 

Album che è in definitiva bellissimo e per nulla facile - nonostante le premesse - specie per la sua insistenza ossessiva sulla stessa tematica, ma al contempo ha una sua straordinaria fluidità espressiva ed emotiva: ti trascina giù senza che tu te ne accorga, ti culla piano piano dentro la notte più scura ma non ti nasconde nulla di ciò che c'è la fuori e che fa paura. 

27 ottobre 2024

Attic Ocean - Retriever EP REVIEW

Quando dei giovani musicisti si mettono insieme per fare una band, è normale che si portino con sé influenze diverse con un denominatore comune. Nel caso degli Attic Ocean, è indubbio che alla base ci sia una sconfinata passione per l'indie dei '90, con in particolare un amore dichiarato per gli Slowdive. 

E non è un caso allora se il master di questo secondo ep della band di Düsseldorf sia stato affidato niente meno che a Simon Scott, che degli Slowdive è il batterista e il responsabile di tutti i suoni elettronici. Una presenza che garantisce senz'altro il fatto che i cinque tedeschi possiedono innanzitutto una salutare ambizione, e poi che, rispetto al loro ep d'esordio, hanno fatto davvero dei notevoli passi avanti sia nella scrittura che nella produzione.

Hannin Nasirat e compagni sanno muoversi con sicurezza in un territorio di confine che sta a metà tra dream pop e power pop, dove le linee melodiche sono sempre morbidamente immediate ma l'impianto sonoro si regge sempre sulla poderosa e sferzante energia delle chitarre, con un retroterra che è evidentemente shoegaze (in Weeks Into Tears soprattutto) ma non solo. 

I cinque pezzi di Retriever funzionano alla perfezione e mostrano piacevoli somiglianze con i Say Sue Me più vigorosi o i Beths (Young Again), con i Wolf Alice (Lilies and Sea, l'episodio più memorabile del lotto, a mio parere), con i Bleach Lab (Glow, splendida e avvolgente), con i Basement Revolver (Sleepless, la più aggressiva e oscura dell'ep). Tutte band, quelle citate, che hanno una forte propensione scenografica, possiedono un cuore catchy ma dentro un involucro di elettricità statica dai contorni inquieti. Esattamente ciò che gli Attic Ocean riescono ad essere con pregevole maturità. 

Una band da tenere d'occhio per il futuro. 

22 ottobre 2024

Humdrum - Every Heaven ALBUM REVIEW

Già leader degli Star Tropics (autori di uno splendido album datato 2017),  con la pandemia Loren Vanderbilt si è trovato senza band ed ha pensato bene di ripartire dalle sue forze e dal suo talento e iniziare questo progetto Humdrum, che seguiamo già da qualche anno attraverso alcuni singoli davvero interessanti.

L'idea di base è quella di un guitar pop di stampo "classico", dove per noi classico significa C86, Creation e Sarah Records: chitarre jangly, ritmi che virano volentieri verso l'uptempo, melodie piacevolmente catchy, qualche armonia vocale maschile/femminile, semplicità di approccio e produzione ed un'aria generale di grandissima e liberatoria leggerezza.

Insomma tutte le cose che ci fanno amare questo genere!

Prendete due perfect indie pop songs come Wave Goodbye ed Eternal Blue e avrete la testimonianza chiarissima di quanto il musicista di Chicago sia bravo a maneggiare la materia: c'è dentro un po' di Felt, un po' di Field Mice, un po' dei Ride più melodici, una generosa dose di Proctors e di Aberdeen (sentite Ultraviolet), persino qualche stilla di REM, ma poi è la capacità di fondere tutto insieme che conta, e non c'è dubbio che Loren sia un songwriter di eccezionale talento e gusto.

I dieci pezzi, dall'apertura in stile The Cure di Every Heaven in giù (beh, con quel titolo e quei synth), scorrono via con una freschezza ed una morbidezza di tocco magnifiche, intrise di un entusiasmo che - bene per noi! - allunga anche la durata delle canzoni ben oltre i due minuti e mezzo canonici. 

Un piccolo grande album che fa bene all'anima. 

17 ottobre 2024

Healees - Coin de l'Oeil ALBUM REVIEW

Un paio d'anni fa l'album di debutto degli Healees mi aveva favorevolmente impressionato: poche band in ambito indie pop - notavo allora - possedevano un suono chitarristico così pieno, dinamico e sfavillante. 

Arrivati alla loro seconda raccolta, Bryan Quinn e Renaud Chauré, affiancati da Hillevi Robertsson e Arthur Chen, rinnovano il loro amore incondizionato per le chitarre e ci regalano un disco ancora più raffinato ed ambizioso rispetto all'esordio. 

I nove pezzi di Coin de l'Oeil, dalla lunghissima e avvolgente Drunk in avanti, ci prendono gentilmente per mano e ci introducono in un mondo musicale dove shoegaze, dream pop e post punk si fondono l'uno dentro l'altro con un sorprendente mix di densità e leggerezza.

La memoria di un ascoltatore appassionato di quei generi ovviamente va soprattutto ai Ride (e ai loro successori Hurricane #1), ma in verità nelle canzoni ampie ed energiche degli Healees ci sono elementi di tantissime band del passato, dai Cure agli Spiritualized, da Jesus & Mary Chain al dream/shoegaze di oggi dei Flyying Clolours. 

Se c'è una cosa che la piccola multinazionale (USA, Belgio, Francia, Svezia) basata a Parigi sa fare bene, è costruire i propri pezzi in modo solido e coinvolgente, facendoli scorrere come una cascata sonora a partire dall'intreccio delle chitarre e giù attraverso la forza trascinante della sezione ritmica, la sovrapposizione armonica delle voci, l'onda di marea dei riverberi (lo strumentale Eye Opener che sfuma nell'ipnotica e meravigliosamente suggestiva Side Eye ad esempio). Ecco allora che canzoni come White Room o Still OK esaltano proprio per la loro capacità di immergere chi ascolta in una dimensione parallela di baluginante, notturna, spesso sognante introversione, che però non perde davvero mai in immediatezza ed ha anzi una melodica facilità di approccio quasi spiazzante. 

Un album splendido, che conferma il talento di una delle band più interessanti del panorama europeo degli ultimi anni. 

12 ottobre 2024

SONGS & EPs FOR THE BEGINNING OF AUTUMN

Ecco una piccola collezione di EP e singoli interessanti usciti nell'ultimo mese.

Una menzione speciale per la nuova canzone dei Quiet Houses, che sono una delle band più interessanti del momento a mio parere (le B sides peraltro le conosciamo già e sono una meglio dell'altra).

Bello davvero anche l'EP degli Slack Times, un gruppo dell'Alabama che tenevo d'occhio già da un po'. 

Registriamo volentieri anche il ritorno del mitici svedesi Alpaca Sports, un favoloso singolo dei tedeschi Roller Derby che anticipa l'uscita del nuovo atteso album, un pezzo potente di Ghost Days, e molto altro....

Enjoy!

 









 

07 ottobre 2024

Palomino Blond - You Feel It Too ALBUM REVIEW

I Palomino Blond fanno parte di quella nutrita schiera di giovani band che - a distanza di ormai trent'anni - suona indie rock come se vivesse nel 1994. In un mondo musicale che delle chitarre in generale se ne fa poco, è bello pensare come ci siano tanti ventenni che invece ne imbracciano una e ne esplorano il potenziale energetico e le distorsioni. Ovvio che a chi, come il sottoscritto, il 1994 l'ha vissuto in diretta (e ama le distorsioni), non può che fare immensamente piacere trovare tanti gruppi da suono acido e sfrigolante.

I Palomino Blond, che sono in tre - Carli Acosta, Peter Allen e Emma Arevalo - e vengono da una città apparentemente poco rock come Miami, Florida, sembrano nutrire un amore particolare per l'elettricità statica, tanto che non c'è un solo momento dei loro pezzi che non abbia un sottofondo magnificamente sfrigolante. Gli undici episodi di You Feel It Too, loro secondo album, suonano rudi e vigorosi in modo sfrontatamente programmatico, ma riflettono anche sulla loro superficie un po' algida una intensa fragilità e risplendono di un'aura catchy che emerge anche dove l'atmosfera si fa più densa.

Dentro le loro canzoni c'è un po' di emo (non nella vocalità però, che non è mai gridata ed anzi esibisce una costante dolcezza), un po' di shoegaze, tanto Dinosaur Jr., una selva di rimandi ai gruppi di quei '90s che dicevamo prima (dai Built To Spill in giù), persino qualche tentazione dream pop quando i pezzi si dilatano lungo paesaggi emotivi e la furia punk incontra colori psichedelici.

Un album potente, senza dubbio, piuttosto notturno nei toni, intriso di una forte immediatezza comunicativa, sempre molto scenografico, a tratti travolgente. 

02 ottobre 2024

Mental Map - Mental Map ALBUM REVIEW


Poco più di un anno fa i Mental Map se ne uscirono con una deliziosa canzone in odore di Sarah Records intitolata Just A Pop Song. Ora, può un sito che si chiama (quasi) esattamente allo stesso modo non adottare la band moscovita come sua mascotte ideale?

Scherzi a parte, attendevo questo album di debutto già da un po', perché sono davvero convinto che il gruppo russo possa ambire, col tempo, a diventare la next big thing dell'indie pop, come hanno testimoniato alla grande i singoli usciti nei mesi scorsi giusto per farci venire l'acquolina in bocca. Una band di enorme talento che potrebbe segnare il futuro del genere, ma che non ha ancora riscosso l'attenzione che merita. 

Linn, Evan, Serge e Kristina definiscono il loro stile "entertaining guitar music for today", il che già di per sé è un ottimo passaporto. Anche se, in verità, la densità espressiva delle guitar songs dei Mental Map non fa precisamente pensare ad un puro entertaining, anzi. 

Volete un veloce ritratto della band? Proviamo: prendete i Makthaverskan, i Pains, i Fear Of Men, i Fragile Animals, i Flyying Colours, gli Appartamentos Acapulco, i Westkust, i Basement Revolver, lo shoegaze classico delle Lush e dei Ride, i Say Sue Me più muscolari, i primi Alvvays, mischiate insieme e otterrete qualcosa che assomiglia ai Mental Map. Assomiglia, perché in realtà i quattro di Mosca possiedono una personalità propria piuttosto definita.

I dieci episodi dell'album mirano allo stesso risultato - un dream pop vigoroso, leggermente oscuro ma sempre molto accessibile - convergendo da punti diversi. Ecco allora che ci troviamo davanti la forza ruvida, spigolosa e notturna di una Wallflower; la morbidezza sognante e il crescendo di miele di It's Allright; l'incalzare post punk e lo sfrigolare delle chitarre che si infrangono nella cornice floreale di Empty Shell (stilisticamente è il pezzo più complesso e "costruito" del lotto); la notturna densità e le sferzanti esplosioni catartiche di Candice; la (apparente) leggerezza ariosa di Life's A Blur, l'avvolgente dolcezza di Jaded. Prospettive diverse che puntano però sempre a quella energia liberatoria e muscolare di cui tutte le band citate sopra sono o sono state maestre. 

Nel complesso Mental Map è ben rappresentato dalla sua splendida copertina: è un album elegante e fascinoso, che sta in un mondo di mezzo sospeso fra la notte e il giorno, l'inquietudine esistenziale e un'eterea delicatezza. Senz'altro uno degli esordi più memorabili del 2024. 

27 settembre 2024

Hidden Eyes - Not Now But Soon ALBUM REVIEW

Non sono riuscito a reperire particolari informazioni su chi siano gli Hidden Eyes, a parte la provenienza dichiarata da Market Harborough, un paesone perso nel Leicestershire, e il fatto che la band è in sostanza costituita da due fratelli, Dylan (che suona tutto e produce) e Lou (che canta in quasi tutti i pezzi). Ma il dato principale sugli Hidden Eyes è in verità la loro programmatica adesione ad un'estetica (e ad un'etica) del tutto lo-fi (il loro primo ep Overextended, che consiglio, è stato registrato con un telefono) che fa forse di loro il primo gruppo shoegaze da cameretta. 

Dal 2022 in avanti Dylan e Lou hanno pubblicato una serie di album ed ep con cadenza abbastanza regolare e frequente, ma in verità io mi sono accorto della loro esistenza solo in occasione dell'uscita di questo mini album intitolato Not Not But Soon, di cui mi sono davvero innamorato al primo ascolto. 

Quello che colpisce subito nelle canzoni degli Hidden Eyes è la loro carica di elettrica e sfrigolante tenerezza: al centro ci sono sempre delle chitarre piuttosto cariche di energia statica (un po' Ride, molto Dinosaur Jr) ma il tono generale riflette una gentilezza di tocco - anche grazie alle voci "spontanee" di Lou e Dylan - che non abbiamo timore di definire twee. 

Rispetto alle loro produzioni precedenti qui i due fratelli sembrano avere osato andare oltre al puro artigianato casalingo (il suono è ovunque piuttosto rotondo e pulito), pur avendo mantenuto inalterato lo spirito naïf degli esordi, che riesce veramente ad essere piacevole ed efficace senza rinunciare a un'oncia di semplicità ed immediatezza.

Un pezzo come Sleepless, che io trovo un piccolo capolavoro, potrebbe anche assomigliare al dream pop dei Night Flowers, ma la forza degli Hidden Eyes risiede nel fatto che tutto quello che suonano vuole sembrare più un demo che un pezzo rifinito, e infatti qui davvero bellezza, essenzialità e timidezza sono perfettamente sinonimi. 

Ma non c'è solo questo in Not Not But Soon: in tutti gli episodi è evidente questa magica mescolanza di ruvido e morbido, che può far pensare agli Atmos Bloom (un 'altra coppia), o anche a certe cose di Castlebeat, ma è frutto di un approccio che è pienamente personale ed originale, con qualche tocco di indie pop di stampo 90's assolutamente adorabile (Pool Scene). 

Menzione speciale anche per la bizzarra copertina, dove intravediamo uno scorcio visibilmente appartenente alla provincia italiana (un cinema parrocchiale?). 

23 settembre 2024

Lunar Vacation - Everything Matters, Everything's Fire ALBUM REVIEW

Abbiamo lasciato i Lunar Vacation nel 2021 con un album - Inside Every Fig Is A Dead Wasp - che già, rispetto agli esordi, stava assorbendo il jangle pop originario dentro una proposta più complessa e sfaccettata, capace di mettere insieme una certa dolcezza cantautorale con un indie chitarristico dai contorni a tratti anche spigolosi e obliqui.

Negli ultimi tre anni la band di Atlanta ha proseguito con decisione su questa strada e nel cuore di un album dalla copertina che cita i gruppi psichedelici dei '60 c'è ancora un guitar pop che ha l'ambizione di toccare coste diverse mantenendo saldamente la rotta. 

Nei pezzi di Gep Repasky e compagni allora troviamo un po' di dream pop oscuro alla maniera dei Basement Revolver (Set The Stage), un po' di post punk di elegante morbidezza catchy alla Holy Now (Tom), una ballata liquida e strappacuore come Erase All The B's che assomiglia tanto alle cose dei Bleach Lab, l'eterea e inquieta bellezza delle lunghe e narrative Fantasy e Better Luck, che potrebbero stare tranquillamente dentro un disco di Soccer Mommy, le tentazioni shoegaze della conclusiva e scenografica You Shouldn't Be. 

I Lunar Vacation si muovono sostanzialmente su queste strade e lo fanno con una notevole sicurezza nei propri mezzi, senza la preoccupazione di trovare il pezzo emozionalmente immediato, ma con una grande cura della pulizia sonora e un notevole lavoro di cesello che sembra andare di pari passo con una certa timidezza nel modo di porsi. Non sono la band che tutti notano subito, certo, ma sono davvero bravi. 

18 settembre 2024

Young Scum - Lighter Blue ALBUM REVIEW

Che cos'è il jangly pop? Ve lo spiegano in modo chiaro e quasi disarmante gli Young Scum. Mettete Lighter Blue, il primo pezzo dell'album che porta lo stesso nome, e premete play. Verrete gioiosamente abbracciati e piacevolmente trascinati via da una frizzante marea di 12 corde scampanellanti, da una ritmica midtempo che vi invita ad alzare il sedere dalla sedia e da una melodia di fresca, sorridente immediatezza. 

Il jangly pop è questa cosa qui, niente di più o niente di meno. Poi, certo, lo potrete scovare in cento declinazioni differenti, annacquato dentro altre influenze di tutti i tipi, e di band a cui affibbiamo questa etichetta ne trovate a decine in questo sito, tutte validissime. Ma se volete sorseggiare un vero e delizioso distillato del genere, in purezza, profumato di sole, dolce come zucchero filato e frizzante come una lattina di soda gelata, è al gruppo di Richmond, Virginia che vi dovete rivolgere.

E' passato talmente tanto tempo - sei anni: perchè!? - dall'album d'esordio di Chris Smith e compagni, che quasi ci eravamo dimenticati di quanto fossero bravi, e allora questo Lighter Blue con i suoi undici scintillanti episodi è doppiamente una festa. Innanzitutto perché abbiamo ritrovato una band la cui timidezza è direttamente proporzionale al talento, e poi perché se c'è una cosa in cui gli Young Scum sono bravissimi, è tenere nascosti i propri modelli (tanti, dai REM ai Teenage Fanclub passando per i Bats e i Lemonheads) senza esibire alcuna particolare somiglianza. 

Lighter Blue è l'infallibile cartina di tornasole della formidabile capacità dei quattro di costruire canzoni intelligenti ed energetiche, che qui corrono l'una dietro l'altra come vagoni di un rapidissimo e sferragliante treno guitar pop. Difficile segnalare un pezzo migliore dell'altro (io premio Velvet Crush, ma per puro gusto personale): qui siamo davanti a una collezione di piccole grandi perle super compatta e priva di un solo secondo morto. D'altra parte la ricetta trovata dagli Young Scum non cambia e funziona sempre a meraviglia: un ritmo gentilmente incalzante, un intreccio sapiente di chitarre che sa esaltare sia il lato scampanellante che quello più fragoroso, e poi il più classico degli schemi strofa-coro a cui le voci si appoggiano con naturalezza. 

Se questo secondo sospirassimo album della band virginiana fosse uscito a giugno non avremmo esitato un attimo a incoronarlo come disco dell'estate. Arriva invece ad illuminare l'inizio dell'autunno, e non possiamo che ringraziarli ed ascoltarlo a ripetizione! 

13 settembre 2024

Hinds - VIVA HINDS ALBUM REVIEW


Sono cambiate diverse cose nel mondo delle Hinds dall'uscita, quattro anni fa, di The Prettiest Curse. Quella più evidente: Ade e Amber, ovvero basso e batteria, nel 2022 hanno deciso in contemporanea di abbandonare la band, quindi il gruppo è tornato al suo perfetto nucleo originario, ovvero a quel duo formato da Carlotta Cosials e Ana Garcìa Perrote che suona insieme da quando, nel 2011, non avevano nemmeno vent'anni. 

Non sappiamo bene quanto la ridefinizione della band abbia sconquassato le sue dinamiche ormai consolidate, tuttavia VIVA HINDS sembra arrivare quasi come un gioioso e un po' sfrontato proclama che sembra gridare "siamo ancora qui, non siamo cambiate di una virgola e abbiamo ancora una voglia pazzesca di fare musica". 

Lo sappiamo bene: se c'è un motivo per cui abbiamo sempre amato le Hinds è la loro capacità di essere indie e di essere pop - indie e pop, sono due linee ben distinte nella loro musica, lo spieghiamo sotto - in modo energetico, sorridente, sfrontatamente post-adolescenziale e sempre ironicamente provocatorio. Carlotta e Ana hanno scritto una dozzina di banger alternativi notevoli nella loro carriera - sono quelli che hanno permesso loro di muoversi con disinvoltura da una parte e dall'altra dell'Atlantico - perché semplicemente sanno farlo, e con estrema naturalezza. E non è certo una sorpresa se anche tra i dieci pezzi di VIVA HINDS ce ne sono alcuni di contagiosa immediatezza.

Per il nuovo album le due ragazze di Madrid, oltre a scritturare una nuova sezione ritmica sempre al femminile, hanno voluto coinvolgere un'icona dell'indie dei '90 (Beck Hansen, niente di meno!) e una dell'indie di oggi (Grian Chatten dei Fontaines DC), quasi a tracciare idealmente un arco temporale che racchiude perfettamente il loro stile, che è sempre vagamente obliquo ma ha anche sempre uno sbocco programmaticamente catchy e terribilmente cool. 

L'alternarsi e il sovrapporsi (più spontaneo che armonico) delle voci di Carlotta e Ana è la vera signature delle Hinds e ovviamente la troverete anche nelle canzoni nuove, che si muovono perfettamente a proprio agio fra le chitarre spigolose di una Hi How Are You e le tentazioni funkeggianti da party hipster di una Boom Boom Back, la morbidezza quasi malinconica di Stranger, il carillon post punk e jangly della sognante The Bed The Room The Rain and You. E poi la liberatoria forza antemica e arrabbiata di Superstar (c'è un dubbio fondato che sia dedicata alla dipartita dal gruppo di Ade e Amber), che già immaginiamo alla sua massima espressione dal vivo col pubblico che canta a squarciagola. 


E ancora il genio sornione di una Coffee ("i like black coffee and cigarettes and flower from boys that i'm not sleeping with..."), la grazia adorabile di una On My Own, che - mi sbilancio - è la canzone migliore, nella sua allegra e giocosa (apparente) semplicità - che le madrilene abbiano mai scritto. E lo spirito totalmente divertente e divertito di En Forma, dove finalmente sentiamo Ana e Carlotta cantare nella loro lingua.


Ma è proprio l'intero album che - se lo confrontate con i tre precedenti - sembra avere una marcia in più: è sintetico, dinamico, equilibratissimo, compatto ma sottilmente eclettico nell'alternarsi di diversi mood, e vibra di una immediatezza portentosa in ogni suo episodio.

Insomma, viva le Hinds per davvero! Intanto perché - dopo tredici anni - sono riuscite a conservare lo spirito naïf e punkeggiante delle origini praticamente intatto (si vede lontano un miglio che si divertono un mondo a suonare insieme). E poi perché sono tra le pochissime che riescono a tenere insieme uno spirito davvero indie (nessun effetto speciale nelle loro produzioni, mai) e quell'allure tanto evidente quanto indefinibile (chiamiamolo "carisma") che le farebbe sentire a proprio agio tanto nel club più sfigato delle nostre periferie quanto sul palco del Coachella. Sono brave, belle, simpatiche, ironiche e intelligenti (guardatevi anche tutti i loro video perchè da sempre sono un aspetto fondamentale del loro modo di comunicare). Difficile chiedere di più. 

08 settembre 2024

SONGS FOR (THE END OF) THE SUMMER PART 1

L'estate se ne sta andando. La salutiamo insieme con una piccola scelta di singoli belli, usciti giusto in queste ultime settimane.