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04 luglio 2026

Castlebeat - Castlebeat II ALBUM REVIEW


Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.

A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta. 

Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.

Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità. 

Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.

Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica. 

Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!

04 luglio 2025

Castlebeat - Revival ALBUM REVIEW

Cosa possiamo dire ancora di Josh Hwang che non abbiamo già detto in questi anni? Da una parte è una delle colonne della scena indie pop americana (anche grazie alla sua etichetta Spirit Goth), dall'altra ha portato avanti un percorso di rara coerenza e pure al contempo sempre pronto a sperimentare qualcosa di nuovo nella sua programmatica dimensione DIY. 

Nei sedici episodi (sedici!) di Revival troviamo per l'appunto un'antologia stilistica perfetta e completa di quello che è stato ed è il progetto Castlebeat.

I pezzi di Josh da sempre si collocano idealmente a cavallo di quattro quadranti: quelli dove prevalgono le chitarre (jangly quasi sempre, spesso sfrigolanti), quelli dove prevalgono i synth, quelli più apertamente catchy, quelli più sfumati ed atmosferici. Le variabili sono queste e tirano di più da una parte o dall'altra, mixando gli elementi e spingendo qua e là sul pedale di un post punk squadrato (Lies e Ivy League ad esempio). Le costanti sono la voce filtrata, la drum machine che scandisce una ritmica mid o uptempo, ed una morbidezza melodica di fondo che è comunque onnipresente ed è forse il segreto della ricetta (rigorosamente casalinga) di Castelbeat. 

14 febbraio 2025

SONGS & EPs VALENTINE'S DAY EDITION

Tante canzoni di cui innamorarsi perdutamente nella collezione di San Valentino: aprono i nostri favoriti The Blue Herons e chiudono i giapponesi Softsurf, la sorpresa del mese. In mezzo un sacco di cose belle: un singolo straordinario dei tedeschi Roller Derby, due pezzi nuovi dei Club 8, il post punk di Castlebeat, il ritorno del power pop lo-fi dei Tossing Seed e di quello trascinante dei Pálida Tez...

E poi tre cantautrici super interessanti: Simona Catalani in arte simmcat, Housewife e Alice Kat. 

E poi due ep da ascoltare assolutamente, entrambi a intrisi di romanticismo jangly: quello dei The Royal Landscaping Society e quello gli indonesiani The Sweetest Touch. 

I singoli:

 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 



Gli ep:

 

28 luglio 2024

Castlebeat - Stereo ALBUM REVIEW

Josh Hwang è senz'altro uno di quegli artisti che non ha bisogno di presentazioni: titolare della Spirit Goth Records e della (one man) band più importante della label, cioè i Castlebeat, è da sempre uno sperimentatore dell'indie pop, uno di quei musicisti che se ti aspetti che facciano A probabilmente fanno B, sempre partendo da un'attitudine di auto produzione e di sostanziale bassa fedeltà.

Giusto un anno fa usciva l'ep Nothing, probabilmente il più neworderiano della carriera di Hwang, ma non esattamente la collezione più riuscita della sua carriera. Conoscendo il musicista californiano e il suo desiderio di eclettismo, mi aspettavo da questo Stereo - album ampio, tredici pezzi - un'altra piccola rivoluzione, e invece no: apparentemente siamo ritornati, almeno in parte, alle atmosfere più dreamy del capolavoro di Castlebeat, ovvero Half Life, che era un piccolo caleidoscopio di chitarre jangly, synth avvolgenti e melodie di ipnotica morbidezza veicolate da una voce che scompare nella sostanza sonora. 

Ecco allora che in canzoni di sorniona potenza come Birthday e Honest troviamo frullati insieme tutti i modelli che da sempre stanno alla base dello stile di Josh - da Jesus & Mary Chain ai Cure più luminosi, gli anni '80 in generale - accostati a numeri di eleganza quasi lounge (Old Flame) e ampie e delicate escursioni paesaggistiche dove i synth delimitano quasi interamente l'orizzonte sonoro (Potion). 
Che Hwang sappia scrivere canzoni di raffinata e obliqua immediatezza non lo scopriamo ora: prendete il carillon vagamente oscuro e ballabile di Anyone (azzardo: sempre un pezzo di Moby).

Quello che manca - se è poi lecito dire che manca qualcosa, ma è solo un'osservazione oggettiva - sono quei pezzi deliziosamente guitar pop che rendevano magico l'album del '22 e che qui lasciano invece molto spazio ad un electro pop umanistico e crepuscolare di sicuro fascino ma non così trascinante. 

22 settembre 2023

Castlebeat - Nothing EP REVIEW

Cantante, multistrumentista, animatore insieme alla moglie della Spirit Goth Records (giusto qualche giorno fa il matrimonio: auguri!), Josh Hwang è da anni una figura chiave per la scena post punk americana. Con il suo progetto Castlebeat ha sperimentato vie diverse per il genere di cui è innamorato, muovendosi sempre ad alti livelli tra dream pop e un indie più spigoloso, mettendo insieme e alternando di volta in volta chitarre più o meno acide e synth nostalgici degli anni Ottanta.

Con questo nuovo - in verità davvero inatteso - ep, Josh prosegue nel suo lavoro come one man band e sforna un prodotto piuttosto diverso rispetto a quel Half Life che ci aveva fatto sobbalzare sulla sedia per quanto era elegantemente completo e complesso. I sei pezzi di Nothing non possiedono la leggerezza quasi sbarazzina del disco del '22, ma si scavano da subito una traccia profonda in un orizzonte post punk da un lato più scabro, elettrico, oscuro, marziale nelle ritmiche ed essenziale, dall'altro impregnato di un'aria lisergica che dilata i suoni delle chitarre rendendole densamente liquide, in una dimensione che potremmo definire "dreamgaze". 

I sei pezzi in verità possiedono una grande coerenza stilistica e si assomigliano un po': ritmo upbeat gentilmente ansiogeno (Joy Division e New Order sono sempre dentro il quadro nella musica di Hwang, così come i Cure e Jesus & Mary Chain), voce filtrata, chitarre abilmente annodate (è da sempre il marchio di fabbrica di Castlebeat), melodie sognanti e inquiete al tempo stesso. Grow, a mio parere, l'episodio meglio riuscito, insieme alla conclusiva ampia e sottilmente psichedelica Sunlife, che sembra venire direttamente dai primi Primal Scream. 

28 dicembre 2022

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2022



12

Jeanines - Don't Wait For A Sign 

I tredici pezzi del secondo album di Alicia Jeanine e Jed Smith sono altrettante miniature,  perfettamente compiute nei loro due minuti di durata (o meno!), depositarie dello spirito artigianale dell'indie pop delle origini, twee nell'anima e deliberatamente retrò, adorabili in ogni scampanellio di chitarra e in ogni armonia vocale. 


11

Snow Coats - If It Wasn't Me I Would've Called It Funny

Tra tante band di "punk gentile" di oggi, gli Snow Coats sono quella che spinge di più sul pedale pop. Gli olandesi sanno come scrivere una canzone orecchiabile e sono sempre terribilmente efficaci. Il loro secondo disco è un notevole passo in avanti: una infilata di pezzi di energetica piacevolezza, dolci e frizzanti come una bibita ghiacciata nel caldo estivo. 


10

Roller Derby - Singles Collection

Con al centro dei riflettori una cantante, Philine Meyer, che sembra una Nico rinata in veste indie pop, i tedeschi Roller Derby ambiscono ad essere la band più raffinata dell'anno e ci riescono in pieno: grazie ad un afflato pop che parte dall'epoca dorata dei Sixties, attraversa paesaggi post punk ed arriva idealmente alla modernità degli Alvvays, la band piazza - come da titolo - una serie micidiale di singoli di irresistibile piacevolezza. 


9

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens

Non può mancare la quota svedese nella lista dei dischi dell'anno. Quest'anno tocca alla band di Michelle Dzegoeva che, giunta al secondo album, conferma il fascino crepuscolare di un guitar pop che ama le ombre di inquietudine post punk, ma alla fine dà il meglio di sé nelle aperture di sognante gentilezza e di sfrigolante energia catchy. 


8

The Reds Pinks & Purples - Summer At Land's End + They Only Wanted Your Soul

Le colorate row houses di San Francisco, un profluvio di chitarre jangly e una fresca brezza di malinconia. La musica di Glenn Donaldson da sempre si muove su queste strade consuete, e lo fa con il tocco unico, tenero, a tratti disarmante, di un musicista che racconta la vita nelle proprie canzoni. Fra le tante uscite di quest'anno (è nota la inarrestabile prolificità di Glenn), due album che un po' si completano e che meritano di essere ascoltati insieme. 



7

Kindsight - Swedish Punk

L'esordio del quartetto danese è un mix esplosivo di leggerezza e raffinatezza, in nome di un guitar pop che ama tanto i ritmi uptempo quanto la morbidezza melodica e le tessiture jangly. Un po' primi Cardigans, un po' The Sundays, la band di Nina Hyldgaard Rasmussen non disdegna qualche soluzione inusuale nella scrittura dei pezzi e sovrappone delicatezza ed elettricità per ottenere una formula personale di suggestiva immediatezza. 


6

Ex-Vöid - Bigger Than Before 

Rinati come l'araba fenice dalle ceneri dei Joanna Gruesome, i londinesi giocano nello stesso campionato di band come Fresh, Martha ed Happy Accidents, che quest'anno pure hanno pubblicato album validissimi (menzione d'onore per tutte, anche se non sono nella top 12!). Cosa possiedono allora in più le canzoni di Bigger Than Before? Innanzitutto un'urgenza comunicativa fuori dall'ordinario, e poi una capacità di utilizzare stilemi punk con eclettica libertà, una intelligente rilettura della lezione dei Big Star e dei primi Teenage Fanclub e, in definitiva, dieci canzoni di bruciante potenza. 


5

Castlebeat - Half Life

Josh Hwang conosce la formula della perfect pop song: una fresca pioggia di chitarre jangly e synth anni '80, melodie di sognante tenerezza, diffuse memorie dei New Order e dei Cure più melodici, il tutto con un cuore palpitante di essenzialità lo-fi. Le canzoni di Half Life sono il perfetto riassunto di quello che sono da sempre i suoi Castlebeat, talvolta quasi algide e geometriche, ma più spesso illuminate da una sfolgorante leggerezza. 


4

The Beths - Expert In A Dying Field

I Beths, non c'è dubbio, sono una band che si diverte da matti a suonare insieme. E così Elizabeth Stokes e i suoi tre compagni, arrivati al terzo album con la sicurezza nei propri mezzi tipica dei veterani, fanno alla grande (con quel misto di spontaneità e cura dei dettagli che da sempre li contraddistingue) ciò che sanno fare meglio: sfornare canzoni power pop intessute di chitarre energetiche, armonie vocali e una coinvolgente luminosa ironia. Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! 


3

Basement Revolver - Embody


E' sempre notte negli album del gruppo canadese: una notte che è metafora di un profondo disagio in cerca di riscatto, satura dell'elettricità statica di chitarre quasi shoegaze, illuminata dal bagliore caldo della strepitosa voce di Chrisy Hurn e trascinata con forza inarrestabile verso la luce del giorno dai quei poderosi crescendo immersivi che da sempre sono il vero marchio di fabbrica della band. Un disco emotivo ed emozionante, di intensa, vissuta e liberatoria introspezione, etereo e rumoroso insieme, sostenuto dall'ambizione di costruire prima di tutto un'esperienza totalizzante e catartica. 


2

Say Sue Me - The Last Thing Left


Nella loro ormai consolidata carriera, i coreani Say Sue Me hanno dimostrato di poter essere tante cose insieme: ruvidi e raffinati, essenziali ed eclettici, intimi ed elettrici, delicati e concreti, facendo della gentilezza - in tutti i sensi - il tratto distintivo della loro personalità musicale. Sumi Choi e compagni con i dieci pezzi di The Last Thing Left hanno confezionato il loro album più meditato e completo, mescolando con la consueta sorridente intelligenza pezzi di cristallina orecchiabilità, momenti di luminosa leggerezza dream pop e squarci di fragilità acustica. 


1

Alvvays - Blue Rev



L'album forse più atteso degli ultimi anni - anche per il poderoso iato temporale intercorso rispetto al precedente -  ha mostrato in modo impressionante quanto la band di Molly Rankin sia all'apice di un arco creativo iniziato agli esordi e destinato senz'altro a dare frutti ancora a lungo. Al terzo disco di una carriera già consacrata da critica e pubblico fin dai primi singoli, il quintetto di Toronto ha ormai acquisito una maturità tale da rielaborare modelli e suggestioni provenienti da decenni e contesti diversi (con una predilezione per gli '80, vissuti come un'età dell'oro in cui chitarre e synth convivevano in armonia perfetta) in uno stile che sta ripensando l'indie pop stesso, innovandolo dalle radici e lasciando la propria firma riconoscibilissima e indelebile nella storia del rock. 
I 14 episodi di Blue Rev, pescando la propria ispirazione nella memoria condivisa delle due fondatrici della band, Molly Rankin e Kerri MacLellan, sono costruiti con un lavoro di cesello (scrittura-esecuzione-produzione) che lascia senza fiato e fa scoprire ad ogni nuovo ascolto particolari nuovi che non si erano notati prima: una citazione inattesa, un cambio della dinamica, un'intuizione lirica e narrativa. Uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, si succedono capolavori come "Pharmacist", "Easy On Your On", "After The Eartquake", "Tom Verlaine", "Many Mirrors", "Velveteen", "Very Online Guy","Belinda Says", "Lottery Noises", così potenti, travolgenti e immediati nella loro sintesi che risolve tutto in due minuti o poco più, così complicati nella loro anodina e a tratti vertiginosa stratificazione sonora. Un album epocale per il genere che rappresenta, talmente ricco che è  facile (e terribilmente piacevole) perdersi tra le sue spire, ma in cui in definitiva ci si ritrova sempre, aggrappati alle sfavillanti scie melodiche di ogni pezzo. 

09 agosto 2022

Castlebeat - Half Life ALBUM REVIEW

Mi metto nei panni del 90% del pubblico di Stranger Things, che gli anni '80 non li ha vissuti perché non era ancora nato, e mi immagino l'effetto che farebbe un pezzo come Moment piazzato nel bel mezzo della serie, dentro il walkman di uno degli adolescenti protagonisti. Probabilmente tutti penserebbero ad un altro geniale recupero dell'epoca di Running Up The Hill, e invece no, è lo strumentale che apre Half Life di Castlebeat.

Ad ogni modo purtroppo nessun pezzo di Josh Hwang è finito - mi risulta - in una serie Netflix, e comunque quando parliamo dei suoi Castlebeat sarebbe davvero limitante riferirsi solo agli anni '80 come modello dominante. In verità la band che gira intorno all'artista californiano da sempre è un portentoso frullatore indie pop che mette insieme tante cose diverse (ma non poi così tanto) in nome di un approccio super artigianale che bada al sodo e arriva sempre a fare centro con pochissimi mezzi e con quell'aria adorabile di essere lì per caso in cameretta a registrare. 

Nella musica di Josh ci sono sinth, certo, e drum machine a manetta, ma ci sono soprattutto tonnellate di chitarre jangly, che vanno a creare quell'ibrido surf indie post punk dream pop twee cantautorale lo fi (con una parentela di primo grado con i Cure più leggiadri) che Hwang ha cercato, creato e nutrito fin dagli esordi.

Ecco, Half Life contiene tutto il mondo Castlebeat distillato in 12 episodi, con in più alcune bombe terribilmente catchy come Into e Home  Robert Smith ne sarebbe davvero un po' geloso). E poi un paio di momenti realmente emozionanti come la neworderiana Looking For Something e soprattutto la sognante Spill, lacrime di gioia sui titoli di coda del disco. 

Un disco di onesta ed entusiasmante bellezza. Nella Top 2022 subito! 

12 giugno 2022

SINGOLI: Acid House Kings,The Blue Herons, Hause Plants, Atmos Bloom, Snow Coats, Youth Valley, Misty Coast, Lost Film, Castlebeat, Miedo, The Umbrellas

Ecco la selezione dei singoli dell'ultimo mese.

Posizione d'onore per i maestri svedesi Acid House Kings che ci regalano il singolo dell'estate!











30 settembre 2021

SINGOLI DEL MESE DI SETTEMBRE 2021: Castlebeat, Hatchie, Sluff, Stars On Fire, Lurve, Barrie, Basement Revolver, Subsonic Eye

Into dei veterani Castelbeat, è una delizia dream pop dalle tinte pastello dal retrogusto new wave: il podio va a loro questo mese.

Nella selezione in evidenza anche il nuovo atteso singolo di Hatchie, che mescola con coraggio elettronica fighetta, flavour anni '80 e shoegaze.

Non so nulla degli Sluff, se non che incidono per la etichetta viennese Numavi, la loro Deceiver - appena uscita - è uno dei pezzi indie più interessanti del mese.

I nostalgici del C86 troveranno quello che cercano in Ready Steady Go! degli Stars On Fire, ma anche nelle chitarre croccanti degli australiani Lurve. 

Per l'angolo "female singer-songwriter" la dolcezza straniante di Barrie Lindsay, o semplicemente Barrie. 

Non tradiscono mai i Basement Revolver con la loro avvolgente scenografia dream pop.

Chiudiamo con il guitar pop dalla classe innata dei nostri singaporesi preferiti Subsonic Eye.