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03 aprile 2026

Makthaverskan - Glass and Bones ALBUM REVIEW


Pity Party
, il capolavoro che apre il nuovo (quinto) album dei Makthaverskan, da solo dice un po' tutto della band di Göteborg, di come suona e di come vive e utilizza la sua musica. Bene. C'è la voce di Maja Milner, ovviamente, che sfrutta ogni alito di fiato che possiede e si arrampica su e giù per un paio di ottave anche oltre le sue naturali possibilità. C'è Palle che picchia sulla batteria e imbastisce a poco a poco uno di quei crescendo che è uno dei marker stilistici del gruppo. Ci sono le chitarre torrenziali, scampanellanti e appuntite come coltelli di Hugo e Irma che si inseguono, scappano in alto ed esplodono. C'è una melodia rapida e circolare, che ti si imprime in testa dopo un solo ascolto. Ci sono i cori che rendono il tutto assolutamente antemico. Ci sono potenti bordate di rabbia nelle liriche che raccontano di una relazione d'amore che si trasforma in una guerra quotidiana (and what happened to us honey / now it's a pity party / building up an army / winning all the time). E c'è un grido catartico nel finale (get up, don't cry / wantend to let you know why) che accende (forse) la luce nella stanza. Eccolo. Il post punk dei Makthaverskan alla ennesima potenza: arrabbiato e liberatorio, affilato e dolcissimo. 

Intendiamoci subito: i Makthaverskan non sono più soltanto "una band", sono un caposaldo, un punto cardinale del genere che amiamo. Hanno una carriera ormai talmente lunga, consolidata, coerente, di livello sempre altissimo che davanti alla loro musica siamo sempre a bocca aperta. 

Nel loro quinto lavoro, arrivato dopo una lunghissima pausa, non troviamo alcun indizio di una qualche stanchezza creativa. Anzi, l'energia inarrestabile e muscolare che gli svedesi avevano nel 2009 sembra restare immutata nel 2026, e questa è davvero una dote che solo i grandissimi possono esibire. 

I dieci episodi di Glass and Bones disegnano come sempre il paesaggio notturno e pieno di luci baluginanti a cui la band ci ha abituato, un paesaggio urbano periferico e inquieto, una bufera in cui si finisce (metaforicamente e no) sempre a correre per trovare rifugio. 

La tempesta perfetta inizia con l'impetuosa Shatter (you paint the skies with a light / and it all keeps falling down on me) e con le sue chitarre che ibridano i Joy Division con The Jesus & Mary Chain. E continua con la versione pop di Siouxie di Glass and Bones: le liriche sono la season 2 di Pity Party, ma non c'è un happy ending nel potente intrico di chitarre e basso della conclusione. 

In Black Waters troneggia la voce strepitosa di Maja, nuda, straziante, accompagnata da un emozionante arpeggio elettrico. Una liquida tristezza che avvolge tutto e ci immerge, appunto, in acque oscure. 

Ne emergiamo con le lame elettriche, la ritmica uptempo e la furia di Won't Wait, ma soprattutto con il travolgente fittissimo florilegio jangly di Gambo: who are you, and what is my mind urla Maja, correndo a perdifiato sul limite sottile fra follia e lucidità, senza fermarsi mai. 

Con Anytime è di nuovo Maja Milner al centro. Il pezzo è un'altra atipica ballata di scheletrica essenzialità, ma la voce spinge verso un ancora più evidente virtuosismo björkiano e le parole finalmente comunicano una morbidezza che finora era rimasta nascosta: go on, if you want you can call on me anytime... 

Il carillon di Louie caratrizza un pezzo fuori dagli schemi dell'album e testimonia l'approccio tutto sghembo dei Makthaverskan al pop.

Sui titoli di coda Öken riannoda tutte le tensioni del disco in tre minuti di post punk in purezza, con un finale di basso e batteria da brividi. 

Gli album dei Makthaversan da sempre hanno la caratteristica di scorrere con un inesorabile e inarrestabile dinamismo. Glass and Bones non fa eccezione.

Rispetto al passato - a För Allting soprattutto - da un lato, come abbiamo già suggerito, appare evidente come sia più forte il ruolo di protagonista di Maja Milner, e dall'altro c'è una radicale ricerca dell'essenzialità che riporta alla ruvidezza di I e II. 

In definitiva un disco che ci mostra una band che sa aspettare l'ispirazione e quando è il momento la dispiega con mezzi che conosce alla perfezione, mescolando con abilità delicatezza e sferzante irruenza.  

29 novembre 2025

SINGOLI NOVEMBRE 2025


14 novembre 2021

Makthaverskan - För Allting ALBUM REVIEW

Nel 2017, quando uscì III, il loro terzo album, fu chiaro a tutti quanto i Makthaverskan fossero depositari di un ideale fuoco sacro post punk che dai Joy Division scendeva giù fino alla contemporaneità. Poche band come quella di Göteborg erano in grado di essere spigolosamente catartiche, con la vocalità potente e quasi gridata di Maja Milner, la pioggia torrenziale di chitarre, i ritmi squadrati, inquieti e uptempo, la forza comunicativa che fa diventare a poco a poco melodia una rabbia a stento trattenuta. 

Ritroviamo oggi i ragazzi svedesi con una certa emozione ed ovviamente tutti ci aspettiamo che l'eredità di III finisca dritta in un IV che ne riprenda alla perfezione le tinte stilistiche. Non è così, o almeno non del tutto, e forse la decisione di bloccare la numerazione romana in virtù di un titolo a parole, per quanto criptico ("per ogni cosa" è la traduzione), va a significare una transizione, o piuttosto una maturazione.

I nuovi pezzi dei Makthaverskan, intendiamoci, suonano assolutamente come devono suonare: intrisi fino alle ossa di una tradizione indie che proviene dai Cure dei primi Ottanta, dai Jesus & Mary Chain, dallo shoegaze delle origini, dall'indie di Sonic Youth e Blonde Redhead, da tutto un meraviglioso filone di chitarre acide e sature che si intrecciano e si accalcano attorno a linee melodiche di fluida immediatezza. Quello che c'è in più - ed è evidente - è una maggiore consapevolezza produttiva, che sembra limare le imperfezioni e aggiungere qualche tocco in più (synth, drum machine...) senza voler strafare, inquadrando anche la esuberanza vocale di Maja ed esaltandone invece stavolta più la raffinata versalità (mi pare che l'accoppiata Closer e Caress riassuma bene quello che intendo). Quello che non c'è più, forse, è quella energia primordiale e propulsiva che animava i primi tre dischi, e che qui dopotutto è più che giusto e normale che sia sostituita da una preoccupazione per la forma oltre che per il contenuto, viaggiando anche verso soluzioni più morbide e decisamente dream pop (il terzetto conclusivo These Walls, For Allting, Maktologen, quest'ultima che pare uscita da un disco dei Night Flowers, ed è un complimento ovviamente), dove le strutture stesse e i confini temporali delle canzoni si dilatano raggiungendo i cinque minuti e fluttuando a tratti un iperspazio sonoro. L'anima in fondo si può preservare benissimo anche se si rinuncia ad un estetica di essenzialità lo-fi. 

Ci sono ovviamente i numeri più vicini allo stile che conosciamo bene - This Time o TomnorrowTen Days - e ancora brillano di quella freschezza che i ragazzi di Göteborg ancora possiedono inalterata, pur non avendo più addosso gli immancabili vestiti neri ma degli abiti più colorati e luminosi. 

Uno degli album imperdibili del 2021, ma non c'è nemmeno bisogno di dirlo. 

29 gennaio 2019

Makthaverskan - Demand / Onkel 7"

Ci è davvero mancata, l'anno passato, una band energica e sfacciata come i Makthaverskan. Fortunatamente, dopo il loro glorioso terzo album (uscito a fine 2017) gli svedesi sono tornati sempre su  con un 7" che li fotografa in forma smagliante. 
Il post post punk del gruppo di Goteborg è quello che conosciamo e amiamo da anni: affilate trame di chitarre, ritmica torrenziale e la forza travolgente di Maja Milner che grida ogni nota come se non ci fosse un domani, con quell'incredibile mix di rabbia e melodia che è il loro marchio di fabbrica. Se l'indie pop può assumere un potere catartico, i Makthaverskan ne sono la dimostrazione pratica.