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17 agosto 2024

Quivers - Oyster Cuts ALBUM REVIEW


Nel panorama indie pop, i Quivers da sempre fanno categoria a sé. I motivi sono diversi: non assomigliano a nessun altro gruppo in particolare, hanno dei riferimenti differenti dalla media dei gruppi che trattiamo da queste parti ('80 e '90 sì, ma poco britannici e molto americani: parliamo di una band che ha pubblicato un'intera rivisitazione personale di Out Of Time dei REM) e probabilmente da un punto di vista tecnico sono davvero una spanna sopra chiunque. Probabile che non sia nemmeno indie pop quello che suonano, almeno non come lo intendiamo di solito: però sono senz'altro indie e sono sicuramente pop. 

A tre anni di distanza da quello scrigno di meraviglie che era Golden Doubt, i quattro musicisti di Hobart, ora di stanza a Melbourne, tornano con dieci canzoni nuove che risplendono di quello stesso magico mix di gentilezza (quasi timidezza) melodica e ambizione radiofonica. Pitchfork, che ogni tanto ha delle intuizioni, ha scritto che i Quivers sono dei Go-Betweens che vorrebbero suonare al Coachella: è una definizione ruffiana ma per nulla lontana dalla realtà, perché la band australiana ha veramente un'aura di fascino tanto indiscutibile quanto difficile da spiegare.

Il plus della band è, fin dagli esordi, la sua capacità di alternare e intersecare le voci: tutti - Sam, Bella, Holly e Michael - cantano indifferentemente, tanto che è persino impossibile individuare un vero leader nel gruppo. Una spettacolare perizia vocale che si mette sempre al servizio di un songwriting che sa essere catchy prendendosi rigorosamente i suoi tempi e le sue dimensioni. 

Ecco, veniamo al punto. Se cercate nei dieci episodi di Oyster Cuts una nuova You're Not Always On My Mind (diciamolo, sta ai Quivers come Yellow sta ai Coldplay) o una nuova When It Brakes (cioè la perfect pop song da manuale), i vostri desideri saranno delusi. Non c'è la stessa scampanellante e primaverile spensieratezza melodica in questi pezzi, ma se non vi scorrono i brividi giù per la schiena ascoltando i cinque soffici liquidi ipnotici meravigliosi minuti di Screensaver - una canzone che non ha bisogno di chorus e che è prima di tutto un'immersione emotiva à la The Cure - potete pure smettere di leggere queste righe. 

Insomma, per il loro terzo lavoro Sam Nicholson e compagni hanno lavorato ai loro pezzi un po' come farebbero i Big Thief o i New Pornographers: non hanno allargato il cerchio a partire dall'hook orecchiabile, ma al contrario hanno fatto in modo da distillare da ogni struttura complessa dei chiari momenti di catchyness: un riff di chitarra ficcante, un inciso melodico che comincia a ripetersi, un'armonia vocale angelica e inattesa. In questo modo ovviamente le canzoni si allungano e hanno ritmi spesso medio lenti, ma al contempo diventano delle architetture raffinatissime che fanno entrare l'ascoltatore in punta di piedi e lo catturano dentro pareti che si espandono in continuazione (la lunghissima conclusiva Reckless in questo senso è l'esempio perfetto). 

Se l'iniziale Never Be Lonely ha un peso specifico troppo alto per trascinare verso l'alto (e fa pensare più al cantautorato di Soccer Mommy che alle cose passate del gruppo), è con Pink Smoke che i nostri cominciano a parlare una lingua più pop e consona alle loro corde (l'impasto delle chitarre e delle voci è quello che ci aspettiamo dai Quivers e l'ampia fase strumentale è elegantissima), anche se manca il colpo d'ala. Stesso discorso si può fare per le successive More LostApparition: tutto piacevolissimo e in una cornice di rock molto "classico", però non abbastanza per fare decollare il disco. 

Una ballata piano-driven come Grief Has Feathers, con i suoi inserti di synth e il suo andamento confidenziale e vagamente obliquo, segna decisamente il mood di tutto l'album e rende evidente che non ci dobbiamo attendere alcun ritornello cantabile ma atmosfere più dense e malinconiche. Le stesse che troviamo nella splendida Oyster Cuts, dove la voce di Bella Quinlan si muove con grande delicatezza in un paesaggio dove sono ancora i synth a dominare. 

Stilisticamente Oyster Cuts è un disco di rara coerenza: tutto sembra stare nello stesso orizzonte di sguardo, senza tentazioni di sperimentare cose diverse, né l'esigenza di "piazzare un singolo" forte, che infatti non c'è (potrebbe essere Fake Flowers, che pare davvero uno di quei duetti AC Newman - Neko Case, ma in definitiva anche qui non c'è quel gancio che ti tira davvero su). E' un pregio o un difetto? Qui sta all'ascoltatore decidere. Resta un punto fermo - come già abbiamo ampiamente ribadito: i Quivers sono una band di straordinario talento, e questo talento si legge persino dentro quelle che potrebbero sembrare delle mancanze.  E Oyster Cuts è un album di equilibratissima bellezza. 


15 giugno 2021

Quivers - Golden Doubt ALBUM REVIEW

C'è, nella musica dei Quivers - e non so di preciso dire perché, ma è così - un qualcosa di assolutamente indiscutibilmente onesto. Non che tante altre band non lo siano, anzi, ma ascoltare (e riascoltare) ogni loro pezzo è un po' come ritrovarsi con quei pochi vecchi amici che sai che ti capiscono e a cui puoi dire tutto.

Personalmente ho scoperto la band australiana non con il suo disco d'esordio, We'll Go Riding On The Hearses, che è del 2018, ma con una originale, coraggiosa e un po' pazza riproposizione di Out Of Time dei REM: l'intero album, nota su nota, coverizzato con un formidabile mix di rispetto e personalità (recuperatelo anche se non siete dei fan della band di Athens!). In quella circostanza mi sono accorto dell'esistenza di questi quattro ragazzi originari di Hobart, Tasmania, e in breve ho finito per innamorarmi di tutto quello che avevano prodotto fino a quel punto. Tanto che questo nuovo disco, Golden Doubt, l'ho aspettato per mesi con la data di uscita scritta in bella evidenza nella mia rubrica. 

Cosa c'è di così speciale nei Quivers? Niente, in definitiva. Tutto, in realtà. Loro si auto-presentano così: "una band che fa del guitar pop catartico che scampanella e scintilla da qualche parte fra l'Australia degli '80 e l'America dei '90 e in qualche modo suona come il presente". Una definizione che, a parte la totale efficacia, va a smuovere una tonnellata di musica che adoro da decenni. E a cui aggiungerei, per completezza, la Scozia dei Teenage Fanclub e persino la Londra dei primissimi Coldplay (Gutters Of Love e You're Not Always On My Mind, diciamolo onestamente, sono il genere di canzoni che tutti vorremmo sentire ancora da Chris Martin ma che evidentemente non è più in grado di produrre).

Bene. Ecco il punto: i Quivers sono il classico gruppo hitmaker alternativo che, non si capisce la ragione, sfugge ai radar e rimane un patrimonio di pochi (in un'epoca in cui ahimè questo genere è roba da nostalgici). Quando ascolto When It Breaks, con le sue chitarre jangly, le sue armonie vocali, il suo gioioso dinamismo, da un lato mi viene da ringraziare perché c'è ancora qualcuno che suona così in giro, e dall'altro ho davvero la sensazione - per tornare a quello che dicevo prima - di avere fatto un salto all'indietro nel tempo, quando c'erano ancora negozi di dischi in cui passare le giornate e la musica indie era la regina delle trasmissioni notturne della radio nazionale. Nostalgia. Possiamo chiamarla così, senza vergogna, senza paura che ci faccia del male come cantano ironicamente i Nostri in Nostalgia Will Kill You

Sam, Bella, Michael e Holly sono ottimi musicisti: possiedono uno stile personale, una grande sicurezza di songwriting consolidata in anni, e soprattutto quella serena compattezza di chi suona insieme da tanti anni e lo fa divertendosi. I dieci pezzi dell'album funzionano tutti, uno dietro l'altro, come altrettanti saggi di come si confeziona una canzone pop: catchy e leggeri, sognanti e sorridenti, risplendenti di chitarre e cori floreali, lucidi e tirati a cera da una produzione che ha lavorato duro su ogni particolare. Almeno una mezza dozzina di episodi sono già dei piccoli classici: tutti quelli già citati, ma anche Videostores e Chinese Medicine

Una band da amare. Un album eccezionale.