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06 giugno 2024

IAN SWEET - SUCKER ALBUM REVIEW

Non mi è mai capitato di parlare di un album con un ritardo di 7 mesi dall'uscita, tanto che prima di scriverne mi sono domandato se fosse il caso. 

Poi ho riascoltato con attenzione questo ultimo di IAN SWEET e mi sono risposto con convinzione che dovevo proprio essere molto distratto alla fine del 2023 per perdermi un disco tanto bello. 

La verità è che mi sono imbattuto qualche giorno fa in una recentissima cover di Anthems For A Seventeen Year Old Girl dei Broken Social Scene, che è una canzone che adoro alla follia e che Jilian ha trattato con la intelligente delicatezza di cui è capace, e da lì sono fortunatamente approdato al disco. 

La cover è questa e se ancora non conoscete IAN SWEET può essere un interessante quanto inusuale punto di partenza: 

Quindi sì, vi palerò di SUCKER, che è il quarto album di Jilian Medford con il moniker IAN SWEET ed è veramente un grande album. La musicista di Los Angeles è in giro da almeno dieci anni e fin dagli esordi porta avanti una via molto personale all'interno di quello che potremmo catalogare come cantautorato indie - diciamo la stessa League in cui giocano Phoebe Bridgers e Haim - con l'enfasi su chitarre ed elementi elettronici che troviamo in Wolf Alice, una sofferta introspezione alla Julien Baker ed una propensione melodica decisamente tutta sua.

Se ritornate ad ascoltare i primi tre dischi della Medford troverete una decisa e piuttosto inquieta dimensione sperimentale, che in SUCKER sembra avere trovato una (forse) definitiva quadratura. I pezzi sono tutti ampi ed ampiamente narrativi, ma la palette espressiva rimane non facilissima da definire in poche parole. Dentro le canzoni di IAN SWEET ci sono veramente tanti ingredienti ed ancora più modelli: un po' dell'obliquità affascinante di Feist, l'allure patinata e programmaticamente eighties dell'ultima Hatchie (FIGHT quasi la cita e poi la supera a duecento all'ora), una tentazione di dancefloor alternativo (Smoking Again ha un potenziale anemico mica male oltre ad essere assolutamente ballabile, così come l'amabilmente ruffiana Your Spit) mischiata con la saturazione citaristica dello shoegaze (Hard), la capacità di strutturare minimali carillon elettronici attorno a poderosi crescendo emotivi (Emergency Contact con il suo chorus killer "i don't mind i don't want to make it right"), qui veramente Bridgersiani. 

Il tutto coniugato con una urgente densità espressiva che trova in un modo o nell'altro il modo di venire a galla, che sia attraverso la forza lirica e sottilmente catartica di Bloody Knees ("what if i die..." sono le prime parole dell'intero album), attraverso l'essenziale introversione di Comeback, oppure la linearità acustica di Clean, che in principio pare una outtake di Waxahatchee ed esplode in un finale sfrigolante.  

Emerge davvero, lungo l'intero album, tutto il talento di una musicista che al momento non ha del tutto ottenuto il riconoscimento che meriterebbe e che ha raggiunto ormai una maturità artistica indiscutibile. 

11 dicembre 2023

EP & SINGOLI [DICEMBRE]

 EP

Apriamo l'ultima collezione dell'anno con questo interessante progetto che vede insieme Naomi Griffin dei Martha e Adam Todd dei The Spock School. I Get Wrong nascono come omaggio dei due musicisti al synth pop degli Ottanta, dai New Order in giù. 


Mi è piaciuto molto anche questo ep dei canadesi Thermal, un power pop patinato davvero godibile.

I Model Shop con il loro indie pop colorato, catchy e arioso, molto Teenage Fanclub. 

Un piccolo gioiello dalla Spagna: l'ep di debutto dei Pálida Tez, pieno di canzoni raffinate e orecchiabili che fanno tornare ala memoria ai La Buena Vida. 

SINGOLI

Andy Jossi e Krissy Vanderwoude ci regalano un nuovo pezzo targato The Churchhill Garden. Dream pop in purezza, soffice e leggero come le nuvole. Meraviglia, come sempre. 


Hazel English è molto attiva nel suo autunno californiano. Ecco un nuovo pezzo:


Bailey Crone / Bathe Alone è un'altra che non sbaglia un colpo.


Un po' di shoegaze melodico con i losangelini Mo Dotti.


E con i giapponesi Stomp Talk Modstone, sempre più fluidamente catchy. 


Linnea Siggelkow / Ellis è una nostra vecchia conoscenza. Il nuovo singolo mi piace molto.


Poteva mancare qualcosa dall'Indonesia? Ecco gli adorabili Sharesprings.


Sempre in ambito dream pop / shoegaze, ho di recente scoperto gli australiani Futureheaven.


April June non delude mai.


Scopro con grande gioia che The Ian Fays sono italiani. Che bella questa canzone, totalmente sopra i generi...



07 dicembre 2023

Ghost Days - Angel Tears EP REVIEW

Non so molto di Alessia Kato, la musicista di Chicago che da diversi anni pubblica i suoi lavori sotto il nome Ghost Days. I suoi singoli ed ep precedenti facevano pensare decisamente ad una versione ancora più eterea ed essenziale del dream pop liquido di Hazel English / Day Wave e già per questo erano opere tanto interessanti, per quanto ancora acerbe.

Per le sue nuove canzoni Alessia ha collaborato con un altro musicista di Chicago, Owney, che ha un presente di indie pop sperimentale condito di suoni elettronici, e sembra essere stata una ottima scelta produttiva. Il risultato, i sette pezzi di Angel Tears, sono davvero un salto in avanti nelle produzioni di Ghost Days, per quanto ne conservino l'anima primigenia e lo stile peculiare.

Da Heart Apart in poi ogni episodio è incentrato sull'impasto delicatamente sognante della voce di Alessia e di una trina di chitarre jangly inghiottite da echi, riverberi e lente onde di elettricità come sassi gettati in uno stagno. Tutto è gentile e sottilmente triste, sfumato e leggero come vapore, disteso e fluttuante sopra un tappeto ritmico in genere semplicissimo e ricamato da una drum machine (un po' la formula vincente di Castlebeat, per intenderci, e Leave It Behind - pezzo migliore del lotto - possiede in effetti proprio l'aura speciale delle cose più leggiadre e scampanellanti di Josh Hwang).

02 dicembre 2023

Fragile Animals - Slow Motion Burial ALBUM REVIEW


Il 2023 è stato un buon anno di dream pop: dai Bleach Lab ai Flyyng Colours, dai Churchhill Gardens agli Apartamentos Acapulco, passando per il nuovo degli Slowdive, abbiamo ascoltato tanti bei dischi, che bene o male icarnano altrattante visioni del genere, spingendo più o meno sui due pedali che corrispondono al lato dreamy o al lato pop della faccenda. 

I Fragile Animals sono una di quelle band che del dream pop abbracciano il lato più luminoso e scenografico, formalmente curatissimo, innamorato di una forma canzone che scivola sempre inesorabilmente verso un crescendo ed è costruita per strati che si impilano uno sopra l'altro con sonora generosità.

I due di Brisbane, Victoria Jenkins e Daniel Parkinson, da molti anni producono ottima musica (recuperate tutti i loro ep e singoli sparsi nell'ultimo quinquennio, non ve ne pentirete!), ma non avevano mai pubblicato il loro vero primo album. Che è appunto questo Slow Motion Burial, titolo bizzarro e ancor più bizzarra copertina con il fantasmino onnipresente nelle loro ultime uscite che attende qualcosa o qualcuno su una panchina in un bosco innevato. 

Un pezzo come Overthinking, che introduce l'album, può già fungere da perfetto diorama della musica dei Fragile Animals: la voce morbidamente elegante di Victoria che si muove in un paesaggio liquido e sfumato per la prima metà della canzone, con le chitarre che disegnano scie delicate, e poi il climax elettrico nella seconda metà, con tutti gli strumenti che infine convergono in un crescendo liberatorio.

Lo schema dei dieci episodi successivi è spesso sovrapponibile a questo, con altrettante variabili che ora insistono più sullo sfrigolio luminoso delle chitarre (Lonely In The Sun assomiglia molto alle cose dei Basement Revolver), ora si fanno più oscure (K.T.M.) e avvolgenti (Start It Over // No More Lies), ora si tuffano nello shoegaze più liquido e languido (Garden), ora imbastiscono ampie e raffinate architetture baluginanti di luci notturne (Everybody Wants The Luck).

Due momenti spiccano su tutto il resto. Innanzitutto la circolare perfezione di December, che è un vero distillato di dream pop profumato degli aromi di tutti i modelli del genere, dalle Lush ai Night Flowers, dagli Slowdive a Hatchie. E poi il gran finale di Breathe Out And In, con la sua gentile inquietudine che si libera a poco a poco verso una spettacolare conclusione in cui le chitarre si fondono in una cantilenante e sognante spirale elettrica.

Si potrebbe dire che Slow Motion Burial sia un album sorprendente, ma sarebbe sbagliato, perché in verità gli australiani hanno già dato ampia prova in passato di quanto sappiano maneggiare il genere e gestire scrittura e produzione. E' semplicemente un disco ambizioso, pienamente compiuto, compatto e coerente, elegante e suggestivo in ogni sua singola nota, frutto evidente di un lavoro lunghissimo e intelligente che ha permesso di levigare ogni dettaglio fino ad oggi. 

28 novembre 2023

Deary - Deary EP REVIEW

Proprio sul confine sfumato e allungato in cui lo shoegaze diventa dream pop (o viceversa), dove le Lush si fondono con gli Slowdive, si stagliano idealmente, su uno sfondo di luce e nebbia, le sagome di Ben e Dottie, i due musicisti londinesi che hanno deciso di chiamarsi deary. 

Il loro EP d'esordio raccoglie sei pezzi dinamici ed eterei al tempo stesso, che senz'altro risentono dell'amore dichiarato dei due nei confronti di Elizabeth Fraser e dei Cocteau Twins. Fin dall'iniziale Heaven, le chitarre si fanno quasi ovunque liquide, intricate e avvolgenti, i synth (mai invadenti ma basilari) disegnano il paesaggio, la voce delicata di Dottie svolge dal fuso delle melodie di sognante e vagamente malinconica leggerezza.

Fairground, che sta giustamente in mezzo all'ep, è l'episodio più forte del lotto: la ritmica è morbidamente inquieta, il carillon elettronico sembra gocciolare da un bigio cielo urbano, la linea melodica vocale si riflette nello sfondo sonoro e ci scompare dentro. Shoegaze nel'anima, ma senza esserlo fino in fondo.

Want You ci prende per mano e ci porta dentro un romanticismo acustico e crepuscolare.

Beauty in All Blue Satin indossa il vestito di algida raffinatezza che già abbiamo visto addosso a una band come i Bleach Lab, che per molti versi assomigliano ai deary e oggi guidano un'interessante schiera di giovani gruppi dream pop britannici.

23 novembre 2023

Apartamentos Acapulco - La Reconciliacion ALBUM REVIEW


Ci sono alcune band davanti alle quali facciamo fatica a rimanere oggettivi, tanta è la carica di affetto che abbiamo nei loro confronti. Per me, una di queste sono sicuramente gli Apartamentos Acapulco, uno di quei gruppi che seguo da fan da così tanto tempo (il 2015, se calcolo bene) che alla fine ad ogni singolo o album che pubblica è come ritrovare dei vecchi amici a cui non si può che voler bene.

La Reconciliaciòn, che esce oggi dopo una manciata di succulente anticipazioni, è il quinto album della band di Granada, e viene raccontato dai nostri come una sorta di ritorno alle origini, allo spirito con cui un decennio fa Angelina e Ismael cominciarono la loro avventura indie pop. 

Guardando retrospettivamente la produzione degli Apartamentos, la band spagnola non ha mai imboccato in verità strade diverse da quella - a metà perfetta fra power pop e dream pop - scelta fin dagli esordi, e se un'evoluzione c'è, era evidente in quel disco meraviglioso che è El Ano Del Tigre, nel gusto melodico squisito, in quella capacità tutta loro di unire elettricità sferzante e dolcezza senza fine. 

Le canzoni di La Reconciliacion ripartono assolutamente da lì, e non c'è meraviglia alcuna: ci sono tante chitarre, le due voci maschile e femminile che si intersecano e fondono, le scie sognanti dei synth, cioè tutto quello che da sempre la band sa fare con classe sopraffina. 

La caratteristica peculiare dell'album sta allora soprattutto nella sua intelligente varietà, nell'alternarsi di momenti più uptempo, sbarazzini e sorridenti, intrisi dell'aura obliqua dell'indie dei '90 (Migajas, Mi Habitaciòn, Nuestro Mejor Momento), ballate illuminate da un romanticismo talmente onesto che strappa qualche lacrima con un catartico crescendo elettrico (Dos Dias Contigo è un capolavoro, punto), angoli acustici di morbido intimismo (Yo Cuidarè De Ti), il pop catchy e saltellante di La Persiana. Nell'apice emozionale dell'album un ampio pezzo dall'architettura incredibile come El Término Medio, che un po' echeggia gli Slowdive di oggi, ma li supera per capacità di lenta ma inesorabile immersione nel racconto e decolla letteralmente nella seconda metà con un cambio di ritmo entusiasmante ed un finale corale spettacolare. E nel finale le chitarre sfrigolanti, i synth atmosferici e la ritmica solenne di Ya No Tengo palabras, che - adesso sì - ci riportano alle prime cose di Ismael e Angelina, a quel dream pop di soffice luminosità, di fervente umanesimo, che amiamo da sempre. 

Che dire? E' impossibile che gli Apartamentos pubblichino canzoni meno che bellissime, e quelle di La Reconciliacion sono un ulteriore fondamentale tassello nella ormai decennale carriera di una della band più importanti dell'indie pop europeo. Come sempre rapiscono, trascinano, esaltano, commuovono. Cosa chiedere di più?

19 novembre 2023

The Smashing Times - This Sporting Life ALBUM REVIEW

Scegliendo per la propria band un nome che rimanda ad una canzone dei Television Personalities, gli Smashing Times hanno evocato programmaticamente la memoria di un singer songwriter genialmente seminale come Dan Treacy, e non è ovviamente un caso se l'indie pop del gruppo di Baltimora possiede in parte proprio quella carica scampanellante, ironica, catchy e sottilmente obliqua.

Gli Smashing Times hanno già diverse pubblicazioni negli ultimi quattro anni, e questo The Sporting Life è il loro secondo album, ancora una volta ispirato ad un'idea di jangle pop che travalica i decenni e si muove con una naturale e sorridente nonchalance sul lunghissimo e sottile ponte che collega Byrds, psichedelia, REM, i gruppi della K Records, della Sarah e della Flying Nun, fino alle ramificazioni più sixities del brit pop e agli Stone Rose, giù giù fino al jangly di oggi (Glenn Donaldson e compagnia). 

Nei sedici pezzi del disco ovviamente tante chitarre tinnanti, una diffusa e luminosa immediatezza, una certa aria straniante e straniata (prendete i sette minuti lisergici di Peppermint Girl), il tutto in una dimensione di artigianale ed essenzialissima spontaneità, che fa sembrare ogni canzone registrata dal vivo. Where Is Rowan Morrison, che in tre minuti e quarantacinque riassume bene lo stile Smashing Times, è il capolavoro del lotto, con un ritornello di sfrontata armonia che se ne esce quasi inaspettato.

11 novembre 2023

Moon In June - ロ​マ​ン​と​水​色​の​街 ALBUM REVIEW

Da sempre il Giappone è terra fertile per tutto quello che ha a che fare con l'indie pop, specialmente sul versante shoegaze, tuttavia non ho mai frequentato molti gruppi nipponici (l'unico che conosco abbastanza bene e che apprezzo sono gli Stomp Talk Modstone). 

Non avevo molte aspettative quando mi sono imbattuto in questo album di debutto dei Moon In June (e confesso che non amo le copertine in stile manga), e invece alla fine mi sono innamorato del loro dream pop così luminoso e catchy, in fondo così simile a quello di band che adoro come Night Flowers o The Blue Herons.

Il background dei Moon In June è dichiaratamente legato allo shoegaze (nel lotto c'è una canzone intitolata Slowdive, e abbiamo detto tutto), tuttavia - anche ascoltando i precedenti - appare evidente come il gruppo giapponese utilizzi l'architettura fuzzy delle chitarre non come elemento portante ma piuttosto come elemento estetico che contribuisce ad una visione sonora decisamente pop. 

Non c'è un secondo nei dodici pezzi del disco che non esibisca una decisa apertura melodica, tanto che affiorano pure qua e là echi dei primi Oasis (Fuzzzzy Moon, Overdriver). Se dovessimo indicare i veri padrini stilistici della band faremmo però subito il nome dei Say Sue Me, per quella capacità di mescolare ruvido e morbido, elettricità e zucchero. Tanto che, a dirla tutta, i cinque di Tokyo potenzialmente potrebbero già rivaleggiare con il blasonato gruppo coreano per talento di scrittura, pulizia del suono, piacevolezza e modulazione dei toni e delle atmosfere. 

Ci sono pezzi davvero molto pop (e molto giapponesi nel gusto melodico, d'altra parte anche le liriche sono nel loro linguaggio materno) tra i dodici, ma anche episodi più muscolari ed altri più dilatati, a squadernare tutte le possibilità espressive che la band sembra possedere, e a mostrare una dimensione che pare già compiutamente internazionale e che meriterebbe a Moon In June un'attenzione non limitata alla sola scena nipponica. 

Per quanto mi riguarda, uno degli album migliori del 2023. 

06 novembre 2023

THALA - twotwentytwo EP REVIEW

Spesso gli artisti che, nello stesso anno in cui hanno pubblicato un album, fanno uscire immediatamente un seguito, lo fanno per dare luce anche a pezzi che sono rimasti esclusi dal disco per qualche motivo. Probabile che sia il caso anche di questo ep lungo con il quale THALA prosegue il discorso iniziato quest'estate con In Theory Depression. Discorso che verteva - lo dicevamo a luglio - ormai su argomenti maggiormente vicini alla dimensione del cantautorato che a quella del dream pop con il quale la berlinese aveva esordito. 

Ciò che sorprende (positivamente) del nuovo ep allora non è una particolare svolta stilistica, quanto la straordinari qualità di queste sei canzoni, che nell'album non solo non avrebbero sfigurato, ma forse si sarebbero prese la copertina e avrebbero reso l'intero disco ancora più bello e completo. 

Già a partire dall'incipit di It Was You, THALA dimostra di avere abbracciato anima e corpo un mondo espressivo affine a quello di Sharon Van Etten, della prima Laura Stevenson, di Waxahatchee e Soccer Mommy: forte emotività, chitarre spesso poderose, oscurità e melodia, dolcezza e catartica elettricità fuse perfettamente insieme, sofferto intimismo delle liriche, grande senso scenografico che però non va mai sopra le righe. 

Con, in più, uno sforzo produttivo (lo notavamo già nell'album) che da un lato ripulisce il suono e dall'altro rende particolarmente efficace e spettacolare la dialettica tra toni soffusi ed esplosioni di energia. Il pezzo che dà il titolo alla raccolta, twotwentytwo, ricalca invece talmente in profondità la soffice densità di Phoebe Bridgers da sembrare davvero una outtake estrapolata da un suo disco. 

Da ascoltare insieme a In Theory Depression, come se ne fosse un ideale e riuscitissimo lato C. 

02 novembre 2023

The Photocopies - Unprofessional Conduct ALBUM REVIEW

Considerando che il primo singolo targato The Photocopies risale al giugno del 2021, e da allora - sono passati appena due anni - Sean Turner ha pubblicato un numero ormai non computabile di altri singoli, doppi a-side, raccolte di b-side, ep, album, mini-album, compilation e quant'altro, c'è davvero da chiedersi quali incredibili risorse possiede il musicista basato nel Michigan per produrre (da solo!) una tale mole di canzoni.

Da sempre Turner interpreta in modo originale l'eredità indie pop di stampo C86 (chitarre jangly e sfrigolanti, totale economia di mezzi, ritmiche dritte e sovente uptempo, melodia intrisa di ironia, liriche torrenziali e ricche di jokes e citazioni, filosofia twee) e in verità i suoi pezzi hanno spesso assunto l'aspetto di sketches di un minuto o poco più, giusto il tempo di una strofa ed un ritornello killer e sotto con un altro. 

Nelle ultime uscite però The Photocopies hanno però aggiunto ingrediente dopo ingrediente alla già funzionale formula del loro guitar pop, parallelamente ai colori sgargianti che hanno invaso le loro copertine. Se nel precedente album Top Of The Pops l'idea della one minute pop song aveva toccato una perfezione programmatica non ripetibile, in questo Unprofessional Conduct quasi tutte le canzoni assumono una dimensione che è, diciamo, maggiormente canonica, compiuta e distesa, facendo pensare non più ad un variopinto giocattolo piacevole e pure un po' troppo intellettuale, ma a un'idea di indie pop che saccheggia un'intera tradizione e si avvicina in molti episodi ai primi Teenage Fanclub o persino alle cose più rock e ritmate dei Belle & Sebastian (sentite There Is No Us Anymore e ditemi se non ho ragione). 

Canzoni contagiose e super catchy come Doing It For The Kids, Divine Intervention, Think About It All The Time, We're Not Photocopies (lo dichiaro: è il mio pezzo preferito di tutto il suo catalogo) potrebbero sembrare un punto di arrivo nel prolifico e per certi versi miracoloso songwriting di Sean Turner, visto che ne conservano lo spirito di ruvida immediatezza distendendolo su una tavolozza più ampia e tridimensionale, con un utilizzo del synth oltre alle chitarre. Ma poi da un artista inarrestabile e originale come lui ci aspettiamo che nel prossimo album (che sarà come minimo un quadruplo concept ed uscirà fra due settimane) cambierà tutto un'altra volta. E comunque vada sarà un successo. 

30 ottobre 2023

EP & SINGOLI [END OF OCTOBER EDITION]

EP

Non hanno bisogno di presentazione i Popguns: sono un'istituzione dell'indie pop da quasi 40 anni. Il nuovo ep è un vero scrigno di gioielli e Red Cocoon è un pezzo incredibile.  


La "Notte al karaoke" di Soccer Mommy è tutto tranne quello che recita il titolo. Sophia si è impossessata di cinque pezzi che risuonano perfettamente nelle sue corde e li ha davvero trasformati. Here dei Pavement è da lacrime...


E finalmente, dopo tanti singoli, Melody è riuscita a pubblicare il suo primo vero ep con il nome Career Woman. Molto più elettrico di quello che pensavamo, ed è un bene...


L'appuntamento mensile con Glenn Donaldson. L'ep con il titolo più curioso dei suoi Red Pinks & Purples. 


SINGOLI

Doppio regalo da parte della regina del dream pop Hazel English. Un pezzo nuovo, Heartbreaker, liquido e leggiadro come tutte le sue cose. Ed una cover spettacolare di una canzone che si può solo amare alla follia e in mano ad Hazel scintilla di bellezza: There She Goes dei La's. 



Non c'è niente da fare, ogni volto che ascolto gli Apartamentos Acapulco mi commuovo. Dos Dias Contigo è una canzone d'amore meravigliosa. Semplicemente. 


I Jetstream Pony sono un supergruppo, lo sappiamo bene, in tutti i sensi. Il doppio singolo è un appetizer per un nuovo album? Speriamo! 


Qualcosa bolle anche nella pentola dei Say Sue Me. Secondo singolo nell'arco di poco più di un mese...


La quota jangle pop del mese è ricoperta alla grande dai canadesi Ducks Ltd. 


E quella per l'indie pop più nostalgico dal debutto dagli inglesi Silk Cuts.


Si parlava dei Laughing Chimes il mese scorso. Se serve un'altra prova del fatto che sono bravi...


Il dream pop che più dreamy non si può degli indonesiani Pale Skies.


26 ottobre 2023

ME REX - Giant Elk ALBUM REVIEW

Molti di noi da bambini sono stati maniaci degli animali preistorici: ne collezionavamo le action figures e ne imparavamo a memoria i nomi scientifici e le caratteristiche. Deve essere stato così anche per Myles McCabe, che con i suoi ME REX ha già pubblicato numerosi ep e singoli tutti improntati ad una sistematica nomenclatura paleontologica. 

Dopo il Pterodattilo alato e il Plesiosauro marino, è la volta per il musicista londinese di tornare con le zampe a terra e di pubblicare il primo vero album del suo gruppo, dedicato all'Alce Gigante che campeggia nella bella copertina. 

McCabe, probabilmente lo sapete già, è anche chitarrista dei Fresh, mentre gli altri due ME REX, Rich Mandell e Phoebe Cross (Kathryn Woods, già parte integrante e preziosa della band, compare solo in due episodi, peccato!), sono membri degli Happy Accidents: due gruppi che sono parte attivissima di quel frizzante movimento di punk gentili che animano la scena inglese da qualche anno. 

Rispetto alle band citate (aggiungiamo pure i Martha), il progetto ME REX è forse quello più complesso e ambizioso. Myles ha riservato al suo progetto personale tutto lo sperimentalismo di scrittura di cui è capacissimo: strutture non sempre usuali (prendete l'incipit bipartito Slow Worm / Infinity Worm con le due versioni del leit motiv prima acustica-lo fi e poi indie rock antemica), liriche torrenziali, pianoforte spesso al centro con chitarre ruvide che gli fioriscono attorno, calma e tempesta che si alternano dentro ogni canzone, riff a tratti virtuosistici, ironia a mazzi, ritmi uptempo, crescendo energetici come piovesse e ritornelli di sfrontata immediatezza distribuiti in ogni singolo pezzo. 

I riferimenti sono quelli che abbiamo già dichiarato in passato: i Neutral Milk Hotel, i Death Cab For Cutie e in generale l'indie garage americano dei Novanta. 

Se c'è una cosa che McCabe sa fare è davvero scrivere canzoni intelligenti e terribilmente coinvolgenti, e in Giant Elk ce ne sono undici, una infilata dietro l'altra, senza possibilità di riposarsi dalla corsa a perdifiato dei suoi ME REX, come un unico impetuoso flusso di coscienza che si nutre di parole ed elettricità. 

Ecco allora, dopo l'inizio che abbiamo detto, la delicata potenza di Eutherians, l'entusiasmante travolgente dialogo fra synth, chitarra e voce di Giant Giant Giant (forse l'episodio più riuscito del lotto), la liquida morbidezza bagnata di suoni elettronici di Halley, la ritmica franta di Oliver (e qui l'ombra di Ben Gibbard è davvero stampata sullo sfondo) e una meraviglia come Spiders, che dal suo carillon anni '80 esplode nei fuochi d'artificio corali a cui Myles ci ha abituato da sempre, con un mono-ritornello super scenografico. Si prosegue con il math rock logorroico di Jawbone, il power pop alla New Pornographers di Pythons ed infine il gran finale di Summer Brevis, che è un distillato dello stile ME REX in cinque minuti costruiti a strati attraverso un fragoroso climax liberatorio. 

Può darsi che la passione di McCabe per i giganti preistorici si rifletta proprio nella magniloquenza delle sue composizioni, che sono sempre a loro modo piuttosto ingombranti (tante parole, tanti strumenti, tante soluzioni diverse dentro ogni pezzo), ma non c'è un'oncia di prosopopea nelle canzoni dei ME REX. Anzi, si legge in trasparenza nell'elettrico entusiasmo di ogni episodio un amore da nerd per ciò che i tre di Londra hanno costruito: un amore che ha qualcosa di tenero e (post) adolescenziale e che brucia in ogni singola nota.

23 ottobre 2023

Sun June - Bad Dream Jaguar ALBUM REVIEW

Ascoltando il nuovo album dei Sun June, mi convinco sempre di più che la band texana sia davvero una repubblica a parte, in sostanza indefinibile conte etichette che affibbiamo d'abitudine - più che altro per comodità - allo stile degli artisti. E' dream pop (per l'apertura atmosferica di ogni pezzo, l'uso dei synth, l'insistenza sull'effetto emozionale) ma non è davvero dream pop. E' indubbiamente folk rock americano fino al midollo, ma non è lo è in un modo canonico. E' cantautorato (la cura delle liriche è splendida) ma in una dimensione collettiva che alla fine fa risaltare più la musica delle parole. Loro, i sei di Austin, lo chiamano da sempre regret pop - a suggerirne l'intimismo di fondo, la nostalgia che intride ogni nota, ma anche la sua catartica luminosità - ed alla fine è l'unica definizione possibile.

Laura Colwell ha quella voce lì, una voce che ti abbraccia e ti solleva da terra, dolce e penetrante, potentissima nella sua delicatezza, polite e senza tempo, ed è come sempre l'anima pulsante dei Sun June ed il tratto che li rende del tutto inimitabili. 

E nei dodici episodi di Bad Dream Jaguar è come sempre Laura a prenderci per mano e ad accompagnarci in un viaggio narrativo che attraversa tanto i paesaggi vasti del loro Texas (visti spesso e volentieri dal finestrino di una macchina, con l'autoradio accesa), quanto i paesaggi delle paure, delle memorie, dei sogni di ogni giorno. Il racconto si deposita sulla coperta calda di una musica che suona ovunque dilatata e confortevole, trovando sempre una naturale armonia nell'impasto delle chitarre, del pianoforte, della morbidissima sezione ritmica, in una prospettiva di timida psichedelia. 

Le canzoni di Bad Dream Jaguar sono - non è nemmeno il caso di discuterne - molto belle, curatissime, dense e leggiadre al tempo stesso. Ciò che manca forse, rispetto a quel monumento che era Somewhere, sono quei magici crescendo che rendevano l'album precedente un vero arcobaleno sonoro. Crescendo che ci sono anche qui, ben inteso, ma hanno spesso - per una scelta d'insieme, mi pare - una prudenza che li trattiene con i piedi piantati a terra. 

19 ottobre 2023

Soft Covers - Soft Serve ALBUM REVIEW

Una band come gli australiani Soft Covers sembra essere nata per offrire una definizione sintetica e perfetta di cosa è il twee pop. Iniziamo con la lista: melodie di zucchero filato, chitarre di morbida luminosità e spesso scampanellanti, tastierine giocose, handclapping, cantato equamente diviso fra una voce maschile e una femminile, liriche narrative mischiate ad un'ironia innocua e sorridente, essenzialità lo-fi come etica d'azione, colori pastello e grafiche bambinesche, un nome stesso che allude alla gentilezza. E poi ovviamente tutto il lato derivativo che va a pescare nel coté più soffice del c86 e dell'indie pop dell'età dell'oro, dagli Heavnely in giù fino al movimento anti-folk. 

Davanti agli undici episodi dell'album di debutto dei tre di Melbourne (città che all'indie pop ha sempre dato tantissimo) la dimensione twee è talmente forte ed evidente da apparire veramente come il motore di tutto. In ogni canzone - durata canonica tre minuti, da manuale - c'è tutto quello che ci possiamo aspettare: attitudine catchy, pochi fronzoli e un sapiente equilibrio fra uptempo e midtempo. 

15 ottobre 2023

Maud Anyways - Impermanent Lane ALBUM REVIEW

Sicuramente Maud Platiau Beurret non è giovanissima, e tuttavia il suo è a tutti gli effetti un debutto, e che debutto... L'artista francese, multistrumentista e autodidatta, in curriculum una collaborazione con i My Raining Stars di Thierry Haliniak, è letteralmente uscita fuori dal nulla con un album solista che è veramente uno di quei piccoli grandi tesori in cui inciampi quasi per caso e ti lasciano a bocca aperta (necessaria lode alla Shore Dive Records di Brighton che l'ha scovato e pubblicato). 
La luminosa cornucopia guitar pop che esplode fin dalle prime note di Love Affair, il pezzo che apre Impermanent Lane, è un perfetto biglietto da visita per la musica di Maud Anyways: tutto è pervaso da una spontanea energia, una grande e gioiosa immediatezza melodica, un morbido dinamismo che assomiglia ai Ride di Twisterella ed un'aria di sognante dolcezza che ritroviamo in quasi tutti gli episodi del disco, già a partire dalla splendida, ampia e leggiadra Shadow Above, dove il carillon delle chitarre sembra omaggiare i Cure più melodici. 
Le canzoni di Maud sono ben radicate nei canoni del dream pop / shoegaze tra '80 e '90 (dalle Lush agli Slowdive...) e, pur in economia di mezzi, riescono ovunque a costruire paesaggi sonori poderosi e suggestivi, grazie anche al curatissimo lavoro produttivo del danese Casper Iskov, evidente nelle trame dense di Absurd e Never Be Real, dove le fondamenta di basso, batteria e synth fungono da base per il florilegio dell'elettricità e dei cori.
Un disco davvero sorprendente: consigliatissimo! 

11 ottobre 2023

Seablite - Lemon Lights ALBUM REVIEW

Nel 2019 Glass Stains And Novocaine, l'album di debutto dei californiani Seablite, mi aveva talmente stupito che senza remore l'avevo indicato come uno dei migliori dischi dell'anno. Da allora la band di Lauren Matsui ha pubblicato un ep nel 2020, salvo poi scomparire per parecchio tempo.

Il gruppo di San Francisco ritorna oggi con il suo album numero due, che riprende il discorso dove era stato interrotto, senza particolari cambi di rotta ma a valle di un lavoro di perfezionamento stilistico pregevole. 

I Seablite (o meglio le Seablite, vista la netta prevalenza femminile) fin dagli esordi hanno abbracciato la lezione del dream pop primigenio, quello delle Lush per intenderci, insistendo sul suo lato più melodico e sui lasciti di quest'ultimo nell'ondata brit pop dei primi '90. E' davvero il loro marchio di fabbrica e lo gestiscono con estrema naturalezza. 

Nei dodici pezzi di Lemon Lights non troviamo le suggestioni shoegaze sottese al primo disco: le chitarre raramente arrivano a sfrigolare (giusto in Drop Of Kerosene e nella più aggressiva Blink Each Day) e quasi ovunque prevale l'intenzione evidente di suonare luminosi e catchy (Smudge Mas A Fly, Melancholy Molly, Monocrome Rainbow, Frozen Strawberries...), mettendo insieme in modo equilibrato elettricità e miele, muscoli e immediatezza. 

Una grande conferma. 

08 ottobre 2023

Hero No Hero - Pacific Standard Time ALBUM REVIEW

Ci sono poche artiste in giro come Gretchen DeVault, in grado di trasformare in materia preziosa ogni progetto musicale a cui partecipano. L'abbiamo scoperta tanti anni fa con The Icicles (questa ve la ricordate?), amata con i Francine Odysseys, adorata in ogni singolo pezzo dei nostri favoriti The Blue Herons (non perdetevi l'ultimo singolo)... 

Da qualche anno Gretchen ha in piedi anche un'altra collaborazione con il musicista californiano Ken Aki, collaborazione che ha sortito un paio di ep sotto il nome Hero No Hero. 

C'è un pezzo, in questo album di debutto dei due, che si intitola Sitting On A Cloud. Ecco, è una perfetta descrizione della musica di Gretchen e Ken: un guitar pop talmente leggero, luminoso e frizzante da farti levitare i piedi e toglierti, per il tempo di una three minute pop song, dalla grigia realtà di tutti i giorni,  proiettandoti in un mondo aereo di chitarre scampanellanti, melodie di zucchero e ironia sorridente. 

Gli Hero No Hero nascono programmaticamente come omaggio al guitar pop dell'era C86 e di band di culto come gli Heavenly (in effetti Gretchen ha davvero molto di Amelia Fletcher e delle sue varie reincarnazioni musicali), e tutto nella loro musica va in questa direzione, dallo stile sbarazzino al gusto melodico deliziosamente retrò. 

05 ottobre 2023

Sullen Eyes - Hardwood Floors And A Hand To Hold ALBUM REVIEW

Seavrete la pazienza di scovare sullo scaffale dei dischi della Sarah Records un 12" chiamato Stardust dei mitici The Sea Urchins (catalogo Sarah 609), troverete nella tracklist anche una canzone chiamata Sullen Eyes. E' il motivo per cui, appunto, i Sullen Eyes hanno deciso di chiamarsi così, con un omaggio che è insieme una dichiarazione programmatica di adesione a un mondo stilistico che conosciamo bene.
I cinque di Bangor, Maine suonano in effetti esattamente come se vivessero nello scorcio di anni fra Ottanta e Novanta e registrassero i demo in cameretta per spedire poi la loro cassettina via posta alla leggendaria etichetta di Bristol (o alla K Records, visto che siamo negli States). 
Il loro è un twee pop da manuale: assolutamente artigianale, jangly nell'anima (il pezzo introduttivo si intitola Intro Jangle...), delicatamente uptempo, sempre orecchiabilissimo, incentrato su una voce femminile (quella di Jules) piacevole e spontanea. Insomma, siamo dalle parti dei Talulah Josh, degli Shop Assistants, degli Even As We Speak e di tante band che trent'anni fa scrivevano la storia dell'indie pop.
L'album è in realtà l'assemblaggio di due ep già usciti nei due anni precedenti, operato dalla meritoria Sunday Records, e mette in fila otto pezzi guitar pop di straordinaria freschezza, mai sopra i canonici tre minuti, che un po' ricordano anche gli esordi dei Say Sue Me e possiedono la sensibilità melodica dei La's e dei primi Belle & Sebastian. 

02 ottobre 2023

Bleach Lab - Lost In A Rush Of Happiness ALBUM REVIEW


Tra tante band che potremmo catalogare come dream pop, i Bleach Lab sicuramente hanno da sempre scelto una via molto personale, più tangente al genere che pienamente canonica. Intendiamoci, i paesaggi sonori disegnati da Jenna Kyle e compagni sono sempre suggestivi e dilatati, le chitarre piacevolmente liquide, le melodie puntualmente morbide e sognanti, il mood notturno e baluginante di luci (date un'occhiata a tutte le splendide copertine che hanno collezionato), ma ci sono molti elementi nello stile della band londinese che la rende assolutamente peculiare.

Il fattore centrale è, a mio parere, proprio la voce di Jenna. Anziché mimetizzarsi nelle architetture degli strumenti - cosa che avviene spesso nel dream pop propriamente detto - ne diviene quasi sempre una colonna portante, mettendo in evidenza la sua personalità e la sua innata eleganza. Le chitarre fluide e luccicanti, il viscoso dinamismo della sezione ritmica, i synth che incorniciano tutto, sono sempre al servizio della vocalità di velluto della Kyle, che emana un fascino diafano e sensuale. Siamo dalle parti dei Wolf Alice, se volete un paragone immediato. Con un coté di cantautorato femminile (Soccer Mommy, Mitski...) che spesso  ruba la scena. 

L'album di debutto dei Bleach Lab mette in vetrina tutto quello che la band ha già ampiamente anticipato nei precedenti ep e lo fa con una estrema e intelligente cura produttiva che ottiene un risultato che definirei in tutto e per tutto "sontuoso" e ineccepibile, sempre scenografico ed emozionale. 

Fin dall'iniziale All Night siamo accolti in un abbraccio soffice di chitarre che ricorda molto le cose dei Night Flowers, soprattutto quando il pezzo si apre nel crescendo crepuscolare del ritornello. Crescendo che ritroviamo idealmente quasi ovunque lungo i dieci episodi del disco: nell'energico midtempo di Indigo, impreziosito da uno scenografico violoncello (un po' Basement Revolver l'atmosfera), nelle trame raffinatissime dell'intensa e sfumata Counting Empties, nell'inquietudine elettrica e catchy di Nothing Left To Lose, nell'ariosa ampiezza narrativa e in fondo catartica di Life Gets Better...

Un disco magnifico (e pure un po' magniloquente, ma in senso buono) da una band di eccezionale talento. 

28 settembre 2023

Subsonic Eye - All Around You ALBUM REVIEW

Quanta strada hanno fatto artisticamente i Subsonic Eye! Già con l'album di due anni fa, la band di Singapore aveva mostrato quanto sapesse maneggiare con l'intelligenza la materia indie pop, facendo passi da gigante rispetto alla dimensione ancora acerba e lo-fi degli esordi.

All Around You alza ancora il livello e ci propone dieci pezzi di guitar pop tagliente e insieme catchy, raffinato nelle strutture e suonato con grande perizia (i due chitarristi sono indubbiamente capaci e mescolano con garbo scampanellii e distorsioni), dotato quasi ovunque di un perfetto dinamismo uptempo propulsivo e per nulla scontato nella scrittura (Bug In Spring mi pare che rappresenti bene l'idea). 

Nel complesso, il quarto disco dei Subsonic Eye è stilisticamente compatto, ricco di personalità - inutile ormai paragonarli ai Say Sue Me, la strada è ormai del tutto personale e riconoscibile - e infila una serie di canzoni di grande forza e piacevolezza (J-O-B e Yearning su tutte) impreziosite da liriche di sicura qualità e dalla voce appassionata di Nur Wahidah.