02 dicembre 2023

Fragile Animals - Slow Motion Burial ALBUM REVIEW


Il 2023 è stato un buon anno di dream pop: dai Bleach Lab ai Flyyng Colours, dai Churchhill Gardens agli Apartamentos Acapulco, passando per il nuovo degli Slowdive, abbiamo ascoltato tanti bei dischi, che bene o male icarnano altrattante visioni del genere, spingendo più o meno sui due pedali che corrispondono al lato dreamy o al lato pop della faccenda. 

I Fragile Animals sono una di quelle band che del dream pop abbracciano il lato più luminoso e scenografico, formalmente curatissimo, innamorato di una forma canzone che scivola sempre inesorabilmente verso un crescendo ed è costruita per strati che si impilano uno sopra l'altro con sonora generosità.

I due di Brisbane, Victoria Jenkins e Daniel Parkinson, da molti anni producono ottima musica (recuperate tutti i loro ep e singoli sparsi nell'ultimo quinquennio, non ve ne pentirete!), ma non avevano mai pubblicato il loro vero primo album. Che è appunto questo Slow Motion Burial, titolo bizzarro e ancor più bizzarra copertina con il fantasmino onnipresente nelle loro ultime uscite che attende qualcosa o qualcuno su una panchina in un bosco innevato. 

Un pezzo come Overthinking, che introduce l'album, può già fungere da perfetto diorama della musica dei Fragile Animals: la voce morbidamente elegante di Victoria che si muove in un paesaggio liquido e sfumato per la prima metà della canzone, con le chitarre che disegnano scie delicate, e poi il climax elettrico nella seconda metà, con tutti gli strumenti che infine convergono in un crescendo liberatorio.

Lo schema dei dieci episodi successivi è spesso sovrapponibile a questo, con altrettante variabili che ora insistono più sullo sfrigolio luminoso delle chitarre (Lonely In The Sun assomiglia molto alle cose dei Basement Revolver), ora si fanno più oscure (K.T.M.) e avvolgenti (Start It Over // No More Lies), ora si tuffano nello shoegaze più liquido e languido (Garden), ora imbastiscono ampie e raffinate architetture baluginanti di luci notturne (Everybody Wants The Luck).

Due momenti spiccano su tutto il resto. Innanzitutto la circolare perfezione di December, che è un vero distillato di dream pop profumato degli aromi di tutti i modelli del genere, dalle Lush ai Night Flowers, dagli Slowdive a Hatchie. E poi il gran finale di Breathe Out And In, con la sua gentile inquietudine che si libera a poco a poco verso una spettacolare conclusione in cui le chitarre si fondono in una cantilenante e sognante spirale elettrica.

Si potrebbe dire che Slow Motion Burial sia un album sorprendente, ma sarebbe sbagliato, perché in verità gli australiani hanno già dato ampia prova in passato di quanto sappiano maneggiare il genere e gestire scrittura e produzione. E' semplicemente un disco ambizioso, pienamente compiuto, compatto e coerente, elegante e suggestivo in ogni sua singola nota, frutto evidente di un lavoro lunghissimo e intelligente che ha permesso di levigare ogni dettaglio fino ad oggi. 

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