30 gennaio 2024

The Umbrellas - Fairweather Friend ALBUM REVIEW


Ci sono band in giro che sembrano davvero reincarnazioni di gruppi del passato. Alcune lo sono consapevolmente, altre probabilmente no. Molte non hanno gran che di nuovo da dire rispetto al loro modello, altre invece semplicemente si impadroniscono di uno stile e lo fanno rivivere intorno alla propria proposta peculiare. 

Nel caso dei californiani The Umbrellas, l'adesione alla lezione dei maestri Heavenly è così piena ed entusiastica da rendere orgogliosi - ne sono certo - persino Amelia Fletcher e Rom Pursey. 

Un'adesione che fa muovere ogni canzone della band di San Francisco dal canone indie pop del mitico gruppo inglese dei primi '90 - le melodie floreali e inevitabilmente catchy, le chitarre frizzanti e scampanellanti, le ritmiche uptempo, la compenetrazione fra folk e punk, l'alternarsi e mescolarsi delle voci maschile e femminile, l'estetica twee come modo di essere prima ancora che di suonare, la nostalgia un po' naia per il bubblegum pop dei sixties, lo spirito integralmente artigianale della produzione  - con una vitalità debordante e luminosa che è veramente una benedizione e che a ben vedere finisce addirittura per superare i maestri. 

Fairweather Friend presenta senza soluzione di continuità un'infilata micidiale di pezzi leggeri, intelligenti, canticchiabili, pieni di piccole sorprese, sinceramente travolgenti, in grado di essere delicati e insieme sferzanti allo stesso momento. Rispetto alla durata classica di due minuti e trenta dei gruppi dell'era Sarah Records, che sono evidentemente nel mirino degli Umbrellas da sempre, la band di Matt Ferrara con questo secondo album sembra voler superare le cose degli esordi (The Umbrellas è del 2021) confezionando le sue perfect pop songs con l'ambizione più definita di usare una palette espressiva più ampia che crei in definitiva un percorso variegato, un po' sulla scia di gruppi affini del recente passato come Allo Darlin e Camera Obscura o del presente come i Say Sue Me. 

Prendiamo ad esempio l'architettura decisamente complessa di una Say What You Mean, che sviluppa una narrazione ampia di stampo decisamente cantautorale infilandola con un'abilità pazzesca nei confini dello stile dolcemente arrembante della band. La stessa dimensione che ritroviamo poi nella splendida acustica Blue. Oppure prendiamo i cambi di ritmo dell'iniziale Three Cheers!

Ma alla fine dove la band di San Francisco riesce davvero ad essere incredibilmente efficace è nei pezzi trascinati dalle chitarre jangly e dalla variopinta coloritura delle armonie vocali: When You Find Out, con la sua sfrontata propulsione pop, è l'esempio migliore, ma anche la conclusiva P.M., che è una Boys Don't Cry in salsa twee / power pop. 

Per The Umbrellas questo Fairweather Friend è senza dubbio l'album della consacrazione nell'Olimpo dell'indie pop di oggi: un disco maturo, spumeggiante, coinvolgente, filologicamente retrò ma senza averne l'aria. 

25 gennaio 2024

The Fauns - How Lost ALBUM REVIEW

Si erano perse le tracce dei The Fauns, dopo che la band di Bristol era stata protagonista di una piccola wave di shoegaze revival una quindicina di anni fa. In verità il gruppo di Alison Garner non ha mai suonato uno shoegaze canonico (se mai ne esiste uno), ma fin dagli esordi ha utilizzato elementi del genere - soprattutto le chitarre riverberanti e immersive e una insistenza dilatazione melodica - per farsi la propria strada e costruire uno stile decisamente cinematico e piuttosto algido.
Ritornati dopo una pausa creativa di dieci anni, i Fauns ripartono con un pezzo (quello che apre l'album) di densa suggestione, Mixtape Days, che nelle liriche rievoca l'indie clubbing sullo scorcio fra '80 e '90 e nella portentosa struttura sonora, oscura, incalzante e avvolgente, sta tra i Cure più scenografici e i Blonde Redhead di 23
Suoni elettronici, ritmiche squadrate e chitarre atmosferiche à la Martin Gore, anche nel secondo episodio: una Shake Your Hair intrisa di un romanticismo distopico e inquietante. 
Se i primi due pezzi ci introducono in un buio sottilmente claustrofobico, l'apertura di How Lost riaccende la luce e si infila nei binari più confortevoli di un dream pop al contempo solenne e cantilenante, dove synth, chitarre e voce si fondono insieme in un lungo bagliore finale. 
Di nuovo un tuffo in una notte liquida con Afterburner (la voce di Alison che si fa a poco a poco sussurro in un gorgo di rumore bianco che inghiotte il pezzo), prima della splendida, distesa e sognante Doot Doot, che è una sorta di geniale ibrido fra lo shoegaze e gli Eurytmics, che svuota la forma canzone classica pur conservandone l'immediatezza melodica e da un punto di vista di raffinatezza produttiva è il vertice di tutto l'album. 
A chiudere l'elettronica oscura e quasi ballabile di Modified e Dark Discoteque. E infine l'orizzonte emozionante e crepuscolare di Spacewreck, vasta scenografia che si allunga all'infinito sulla scia dei synth. 
How Lost è un album ambizioso, deliberatamente atmosferico, in verità difficilmente inquadrabile in un genere preciso: più una colonna sonora (molti i rimandi tra un momento e l'altro) che una vera e propria raccolta di canzoni in senso stretto, sicuramente affascinante. 

20 gennaio 2024

PIETRE MILIARI: Night Flowers - Eleven Songs [2017]

In questa pagina mi occupo di indie pop nelle sue diverse declinazioni. Da oggi comincia una rubrica (mensile, più o meno), in cui tiro giù dallo scaffale e riascolto insieme a voi gli album che ritengo abbiano svolto un ruolo fondamentale nel genere che amo. 

Eleven Songs, diciamolo subito, non è nemmeno un album. E' - o meglio era - una cassetta che i Night Flowers avevano deciso di vendere al pubblico dei loro concerti e che è stata digitalizzata e resa disponibile su Bandcamp nel 2017. Insomma, è sostanzialmente una raccolta di canzoni uscite come singoli, lati A e B, a partire dal 2013.

Nel 2017 i Night Flowers erano davvero quello che si dice una band di belle speranze: il gruppo basato a Londra aveva finalmente trovato la quadratura con l'ingresso della cantante Sophia Pettit e Wild Notion, il vero album d'esordio, era in rampa di lancio (uscirà nell'aprile 2018). Nell'anno precedente i nostri avevano attirato l'attenzione degli appassionati sfornando una canzone dietro l'altra, mostrando un talento ed una forza espressiva davvero fuori dall'ordinario che stava fra dream e power pop: un mix di miele ed elettricità che raramente in altre band si erano fusi insieme con una tale perfezione. 

Le undici canzoni della raccolta sono esattamente la fotografia dei Night Flowers in quel momento magico. Un momento - e quindi una generosa manciata di pezzi - in cui Chris Hardy, Greg Ullyart, Zebedee Butworth, Paul Beal e Sophia Pettit (appena subentrata a Hester Ullyart, come abbiamo detto) sembravano avere toccato un ideale Zenith del genere a cui erano devoti, mettendo insieme con un solo sguardo lo shoegaze e i Pains Of Boeing Pure At Heart, le Lush e gli Alvvays, i Ride e i Teenage Fanclub, con un tocco di ingenua e sorridente dolcezza che li rendeva subito riconoscibili. 

Glow In The Dark, il pezzo che apre la collezione, è la cartina di tornasole stilistica dei Night Flowers: le due chitarre che dialogano, avvolgono e poi salgono in un crescendo di terea morbidezza; la voce di Sophia così soffice e gentile; la melodia di delicata immediatezza. E' la via dei Night Flowers al dream pop - deliberata catchyness, romanticismo post adolescenziale nelle liriche, chitarre vibranti ma mai aggressive, synth usati con discrezione, ritmi midtempo, enfasi sulla vocalità non certo prorompente ma perfettamente adeguata al contesto della Pettit, sottolineata dai cori di Greg Ullyart (che ogni tanto - da autore dei pezzi - si prende pure il centro della scena, come farà in Chaser, per esempio). Pezzi come Amy o Sitting Pretty testimoniano il fatto che la ricerca della perfect pop song da parte dei Night Flowers era già in fase molto avanzata: funzionano, tutti, sempre. 

L'entusiasmo della band appare in trasparenza quasi in ogni episodio del disco, con un apice evidente in una canzone come Sleep che è, detto semplicemente, il capolavoro dei Night Flowers ed uno dei pezzi dream pop più memorabili di sempre. Un'architettura aerea in costante crescendo che esalta al grado massimo tutti i meccanismi che dicevamo poco fa, con le due chitarre che al contempo accarezzano scampenellando (quella di Hardy)  e sferzano di elettricità (quella di Ullyart) attorno a una linea melodica così luminosa e rotonda da sembrare quasi irreale, che si libera e si libra sempre di più verso la scintillante coda di cometa finale. 

Ovvio, bisogna ammetterlo, che una band che agli esordi appariva già così straordinariamente inquadrata e definita, sarebbe andata incontro ad un futuro non facile, visto che chi se n'era innamorato al primo ascolto avrebbe confrontato per forza di cose il materiale nuovo con quello irripetibile dei primi singoli. 

I due album che sono seguiti hanno senz'altro confermato la bontà e la qualità del progetto Night Flowers (specialmente il primo, il più ambizioso), ma non potevano contare su una Sleep al loro interno, e nella marea di dischi nuovi che escono ogni anno si sono un po' persi. 

E si sono persi anche i Night Flowers: con l'eccezione di Ullyart, che abbiamo ritorvato ospite di altri progetti, gli altri membri del gruppo sono apparentemente tornati alle loro faccende personali. Una piccola storia indie - nemmeno particolarmente originale - tra tante storie indie, in cui i protagonisti un po' alla volta spariscono dalla scena e lasciano il raccolto di ciò che hanno seminato ad altri. 

Resta il fatto bizzarro che il miglior album della band è - ma è giusto così - un non album, a raccontarci forse anche simbolicamente come la musica che amiamo sia soprattutto fatta di canzoni. 


13 gennaio 2024

Pale Lights - Waverly Place ALBUM REVIEW

Si era persa traccia dei Pale Lights, la band che gira intorno a Phil Sutton (uno dei due fondatori dei leggendari Comet Gain, per chi non lo avesse mai sentito nominare), di stanza a Brooklyn. Dopo l'ultimo piacevolissimo album The Stars Seemed Brighter, che risale niente meno che al 2017, praticamente i Pale Lights erano spariti, mentre Phil si è dedicato al suo progetto solista Love, Burns. 

E' bene dire subito che Sutton è uno di quei singer songwriter capaci di far rivivere con il suo tocco magico i fasti dell'indie pop delle origini: un po' Dan Treacy, un po' Lawrence Hayward (Felt) e un po' Stuart Murdoch. 

Insomma, Sutton è uno che sa come si scrive una canzone, e in questo Waverly Place (che esce per la sempre ottima Jigsaw Records) di canzoni belle ce ne sono ben tredici, che affondano le radici nell'onda morbida del post punk inglese che portò al C86 e alla Sarah Records ed echeggiano l'indie sghembo e raffinato dei gruppi della Flying Nun e dei Go Betweens. 

Attorno a chitarre che sono sempre deliziosamente jangly, si sviluppano canzoni dall'aura atemporale, perfette nella loro raffinata rotondità melodica, piene di piccole sorprese strumentali e di armonie vocali. 

05 gennaio 2024

Wallace Welsh - I Am Changing For The Better ALBUM REVIEW

Se il primo disco uscito nell'anno nuovo può fungere da buon auspicio per la musica che verrà nei prossimi dodici mesi, beh possiamo già dire che il 2024 parte alla grande con un album che - devo ammetterlo - mi ha sorpreso ed entusiasmato sotto molti aspetti.

Innanzitutto perché Wallace Welsh è un progetto italiano (non parlo mai di indie italiano, lo so...). Poi perché non avevo idea che esistesse prima di oggi (e invece ha diverse interessanti pubblicazioni negli ultimi anni, pure una collaborazione con Space Daze, cioè Danny Rowland dei compianti Seapony). E soprattutto perché tra i quattordici episodi di questo I Am Changing For The Better (che bel titolo, tra parentesi) ci sono davvero tante cose molto molto belle.

Andrea Lombardo, il musicista poco più che ventenne che si cela dietro il nome Wallace Welsh e che apparentemente si occupa di suonare tutto (non ne so nulla di più), fa subito pensare ad artisti indie che amiamo da queste parti come Josh Hwang (Castlebeat), Jackson Phillips (Day Wave), Thierry Haliniak (My Raining Stars), Andy Jossi (The Churchhill Garden / The Blue Herons) o Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples). Tutta gente che - pur con stili diversi - si chiude in cameretta e costruisce le proprie canzoni attorno agli effetti che si possono ricavare dalla pedaliera della chitarra elettrica e al potere di suggestione emozionale di una linea melodica. 

L'incipit dell'album, che porta un titolo - Stargazing - che grida dream pop da ogni lettera, a me è bastato per farmi innamorare a prima vista di Wallace Welsh: la trama delle chitarre ha un intreccio spettacolare, la voce si nasconde morbidamente tra le note, l'apertura melodica ampia, sognante e sottilmente malinconica ricorda l'inizio di un qualsiasi disco dei Cure dei tempi d'oro. I due pezzi che seguono, Not Around e Manners and Etiquette, disegnano linee guitar pop più definite, jangly e luminose, un po' nello stile dei signori che abbiamo citato poco fa: dinamica, piacevole e dondolante la prima, più sfrigolante e dreamy la seconda. Un terzetto di pezzi che introduce il talento del musicista romano in modo oggettivo e fa restare a bocca aperta.

Nel seguito altre cose molto riuscite: lo sketch cantautorale Prussia I'm Ready For War (le primissime cose di Conor Oberst suonavano così), l'indie piacevolmente rumoroso di Bed Of Bin Bags, un bel pezzo arrembante alla Jesus & Mary Chain come la deliziosa Clash The Curse, la calma dimensione onirica spinta verso un crescendo shoegaze di Deer On A Highway, la matura ed intima densità acustica di Spiders, la splendida esplosiva carica catchy di una perla come Cool Beans che sembra uscita dalla penna dei primi Teenage Fanclub o dei Primal Scream dell'era C86. E infine il cinematico dinamismo di Fall Asleep // Aching Wake, che possiede davvero quella soffice psichedelia di velluto che c'è per esempio nella musica di Day Wave. 

Insomma, in definitiva in I Am Changing For The Better è un album veramente ricco, a suo modo complesso e articolato nel suo alternarsi di mood diversi, eccezionalmente curato ed elegante se consideriamo che è un prodotto totalmente artigianale, pienamente compreso all'interno di una dimensione indie pop a-temporale che lo fa brillare di luce propria.