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03 aprile 2026

Makthaverskan - Glass and Bones ALBUM REVIEW


Pity Party
, il capolavoro che apre il nuovo (quinto) album dei Makthaverskan, da solo dice un po' tutto della band di Göteborg, di come suona e di come vive e utilizza la sua musica. Bene. C'è la voce di Maja Milner, ovviamente, che sfrutta ogni alito di fiato che possiede e si arrampica su e giù per un paio di ottave anche oltre le sue naturali possibilità. C'è Palle che picchia sulla batteria e imbastisce a poco a poco uno di quei crescendo che è uno dei marker stilistici del gruppo. Ci sono le chitarre torrenziali, scampanellanti e appuntite come coltelli di Hugo e Irma che si inseguono, scappano in alto ed esplodono. C'è una melodia rapida e circolare, che ti si imprime in testa dopo un solo ascolto. Ci sono i cori che rendono il tutto assolutamente antemico. Ci sono potenti bordate di rabbia nelle liriche che raccontano di una relazione d'amore che si trasforma in una guerra quotidiana (and what happened to us honey / now it's a pity party / building up an army / winning all the time). E c'è un grido catartico nel finale (get up, don't cry / wantend to let you know why) che accende (forse) la luce nella stanza. Eccolo. Il post punk dei Makthaverskan alla ennesima potenza: arrabbiato e liberatorio, affilato e dolcissimo. 

Intendiamoci subito: i Makthaverskan non sono più soltanto "una band", sono un caposaldo, un punto cardinale del genere che amiamo. Hanno una carriera ormai talmente lunga, consolidata, coerente, di livello sempre altissimo che davanti alla loro musica siamo sempre a bocca aperta. 

Nel loro quinto lavoro, arrivato dopo una lunghissima pausa, non troviamo alcun indizio di una qualche stanchezza creativa. Anzi, l'energia inarrestabile e muscolare che gli svedesi avevano nel 2009 sembra restare immutata nel 2026, e questa è davvero una dote che solo i grandissimi possono esibire. 

I dieci episodi di Glass and Bones disegnano come sempre il paesaggio notturno e pieno di luci baluginanti a cui la band ci ha abituato, un paesaggio urbano periferico e inquieto, una bufera in cui si finisce (metaforicamente e no) sempre a correre per trovare rifugio. 

La tempesta perfetta inizia con l'impetuosa Shatter (you paint the skies with a light / and it all keeps falling down on me) e con le sue chitarre che ibridano i Joy Division con The Jesus & Mary Chain. E continua con la versione pop di Siouxie di Glass and Bones: le liriche sono la season 2 di Pity Party, ma non c'è un happy ending nel potente intrico di chitarre e basso della conclusione. 

In Black Waters troneggia la voce strepitosa di Maja, nuda, straziante, accompagnata da un emozionante arpeggio elettrico. Una liquida tristezza che avvolge tutto e ci immerge, appunto, in acque oscure. 

Ne emergiamo con le lame elettriche, la ritmica uptempo e la furia di Won't Wait, ma soprattutto con il travolgente fittissimo florilegio jangly di Gambo: who are you, and what is my mind urla Maja, correndo a perdifiato sul limite sottile fra follia e lucidità, senza fermarsi mai. 

Con Anytime è di nuovo Maja Milner al centro. Il pezzo è un'altra atipica ballata di scheletrica essenzialità, ma la voce spinge verso un ancora più evidente virtuosismo björkiano e le parole finalmente comunicano una morbidezza che finora era rimasta nascosta: go on, if you want you can call on me anytime... 

Il carillon di Louie caratrizza un pezzo fuori dagli schemi dell'album e testimonia l'approccio tutto sghembo dei Makthaverskan al pop.

Sui titoli di coda Öken riannoda tutte le tensioni del disco in tre minuti di post punk in purezza, con un finale di basso e batteria da brividi. 

Gli album dei Makthaversan da sempre hanno la caratteristica di scorrere con un inesorabile e inarrestabile dinamismo. Glass and Bones non fa eccezione.

Rispetto al passato - a För Allting soprattutto - da un lato, come abbiamo già suggerito, appare evidente come sia più forte il ruolo di protagonista di Maja Milner, e dall'altro c'è una radicale ricerca dell'essenzialità che riporta alla ruvidezza di I e II. 

In definitiva un disco che ci mostra una band che sa aspettare l'ispirazione e quando è il momento la dispiega con mezzi che conosce alla perfezione, mescolando con abilità delicatezza e sferzante irruenza.  

20 marzo 2026

Hater - Mosquito ALBUM REVIEW

A praticamente una decade di distanza da un album d'esordio che li promosse immediatamente come next big thing dell'indie pop, la band di Caroline Landahl è arrivata al suo quarto lavoro, frutto - esattamente come era stato per il precedente Sincere - di un'applicazione lenta e meticolosa che riflette l'attitudine timidamente ma indubbiamente ambiziosa del gruppo di Malmö. 

Come già avevamo osservato quattro anni fa, gli Hater si sono distanziati dal loro stile originario, che era un guitar pop non distante dai primi Alvvays, implementando invece gli elementi più eclettici che già erano presenti nel loro secondo disco Sisesta e puntando ad un dream pop spesso notturno e dolceamaro, sapientemente scenografico e dinamicamente inquieto, che potrebbe assomigliare oggi alle cose dei Bleach Lab (parecchio nel caso del potente singolo This Guy). 

Gli undici episodi dell'album riflettono davvero quel lavoro di cesello sonoro e produttivo che dicevamo, ma ovviamente anche la solida capacità di scrittura dei quattro svedesi. Il vero marker della band, oltre alla voce elegante e algidamente sensuale di Caroline, sta come sempre in un crescendo emotivo dei pezzi che spesso e volentieri partono in un'oscura irrequietezza post punk e si risolvono melodicamente in una dimensione di morbidezza pop (prediamo Mosquito o Still Thinking Of You). 

Ma è dove le briglie indie vengono lasciate più molli ed emerge il talento catchy della band che gli Hater danno (dai tempi di You Tried in verità) il meglio: ecco allora che in un pezzo aperto e leggiadro, pur nella sua complessità, come Brighter, nelle trame avvolgenti e sognanti della magnifica Guts e nella soffice ballata conclusiva Last Summer I'll Spill,  ritroviamo in pieno quel fuoco che avevamo visto brillare alto già al debutto del gruppo tanto tempo fa. 

Che altro aggiungere? Mosquito è un album di densa bellezza, coerente e coeso, non immediato ma in fondo di estrema piacevolezza, crepuscolare nella sua scabra delicatezza.  

10 marzo 2026

Salt Lake Alley - Always Out Of Time ALBUM REVIEW

Gustav Tranbak e Mikael Carlsson hanno iniziato la loro collaborazione artistica già da molti anni e poco alla volta hanno consolidato i Salt Lake Alley come una delle band di indie pop classico ("ortodosso" lo definiscono loro) più solide della scena europea. 

Diventati da duo un quartetto, il gruppo di Stoccolma prosegue lungo la sua strada di filologica riscoperta di un certo guitar pop che ha avuto la sua epoca d'oro tra '80 e '90 e che ha tra i suoi epigoni - li indicano gli stessi SLA come modelli - i Teenage Fanclub, gli Orange Juice, i Felt, i Popsicle, i McCarthy e ovviamente - basta sentire un pezzo come I Miss You - gli Smiths.

Le trine jangly elettro-acustiche delle chitarre sono ovviamente sempre il motore della band, come già in passato. In molti pezzi è evidente l'ambizione di costruire strutture e melodie non completamente convenzionali - e i SLA lo fanno bene perchè hanno sicure capacità tecniche e di scrittura - ma le cose migliori le troviamo comunque dove la leggerezza prende il sopravvento: l'ariosa All The Things You Are, con la sua dimensione byrdsiana e corale, su tutte.

14 dicembre 2024

Club 8 - A Year With Club 8 ALBUM REVIEW


A differenza di tante altre glorie dell'indie pop svedese, i Club 8 nei loro 30 anni 30 di carriera non hanno mai smesso di fare musica insieme. Si sono presi i loro tempi, certo, ma con rilassata calma hanno pubblicato undici album (dodici con questo), che - specialmente nell'ultimo ventennio - sono un po' passati sotto traccia, a dispetto della loro importanza nel panorama scandinavo, e non solo. 

C'è un'evidente ondata di revival da quelle parti: la testimoniano i ritorni di band come Red Sleeping Beauty e Alpaca Sports. Ma, nel caso del duo formato da Karolina Komstedt e Johan Angergård, più che di un ritorno possiamo in realtà parlare di un baluardo di un certo modo di intendere l'indie pop che è rimasto quasi inalterato nel tempo e non ha mai ammainato la bandiera. 

A Year With Club 8 è in verità un album particolare, perchè - esattamente come hanno fatto di recente i RSB - raccoglie undici pezzi usciti solo in versione digitale come singoli durante il 2024. Struttura interessante, perchè poi è un po' come se Karolina e Johan ci stessero dicendo con un pizzico di ambizione che il loro è un disco di soli singoli, cioè di canzoni in grado di arrivare subito attraverso la loro orecchiabilità. Il che è sorprendentemente ma indiscutibilmente vero. 

Parliamo di due musicisti che hanno una carriera pazzesca anche fuori dai Club 8 verso la metà dei '90 - primi '00: entrambi nei Poprace (se non li conoscete recuperateli perchè erano una delizia), solo Johan in quel prodigio che sono stati (sono?) gli Acid House Kings. Erano anni in cui in Svezia girava una vera galassia di gruppi che interpretavano il guitar pop con una sensibilità comune, twee e vagamente algida, jangly e gentile, amabilmente retrospettiva anche nell'innestare qualche essenziale e clolorato elemento di elettronica. La scena in cui sono fiorite band eccezionali come, ne cito solo una, i Sambassadeur (il mio approfondimento qui), ma basta consultare il catalogo della Labrador per testare impressionati. 

Torniamo ai Club 8. Come i tanti artisti già citati, Karolina e Johan hanno sfornato decine di canzoni nella loro carriera, spesso con una tinta indie-tronica, quasi sempre incentrate su un jangly pop raffinato ed arioso. Ed è sopratutto in quest'ultimo campo che si muovono gli undici pezzi del loro nuovo album.

Something's Wrong In My Head, primo episodio della raccolta, ha la stessa potenza post punk di molte cose dei Fear Of Men, dei primi Alvvays, dei Louxemburg Signal: catchy e squadrato al tempo stesso, chitarre fluide, drum machine e la voce inconfondibile, di neve e miele, di Karolina. 

Con Left Behind siamo dalle parti dei primi Pains Of Beeing Pure At Heart: chitarre che si fanno frizzanti, melodia cantilenante, ritmica più veloce, voci che si mescolano. Due minuti di vita. 

In Just Like Heaven, a dispetto del titolo Cure-iano, riassaporiamo il gusto inconfondibile degli Acid House Kings, mentre la densa Free Falling a me ha ricordato i mai abbastanza lodati Burning Hearts, altra band (finlandese) che ha portato in alto l'eredità dell'indie scandinavo (e poi è scomparsa). Ma in verità gli stilemi di entrambi i gruppi ci sono quasi ovunque nei pezzi dei Club 8 (prendiamo la fischiettante Nervous At Heart ad esempio). 

Daylight, che è la canzone più elettrica del lotto - la stoffa è quella tessuta da Jesus & Mary Chain - è a mio parere il momento più esaltante del disco: la via fiorita e colorata dei Club 8 al dream pop. 

Se poi ascoltate un pezzo come Sucker, così leggero, dinamico e compiuto nei suoi due minuti di chitarre scampanellanti, vi renderete conto di quanto il suono di Johan e Karolina abbia anticipato il migliore jangly pop di oggi, da Castlebeat a Day Wave. D'altra parte i Club 8 nascevano dai Poprace, che affondavano a piene mani la loro ispirazione da band come gli Heavenly. E infatti il duetto post punk semplicissimo e riuscitissimo di Sunny Day viene evidentemente da lì. 

Getting By, unico episodio oltre i tre minuti, chiude con una spettacolare trina di chitarre e un immancabile riflesso di malinconia crepuscolare: la voce di Karolina che si fa avvolgente e sensuale come non mai, il paesaggio sonoro che a poco a poco si allarga e si allontana.

Se mi chiedeste se mai avrei pensato che una band di ultra veterani avrebbe confezionato uno dei dischi migliori dell'anno, avrei probabilmente risposto senza esitazione di no. Ma tant'è: A Year With Club 8 è un album così pieno di vitalità, così essenziale e centrato nel suo approccio stilistico, così compatto nel suo mood "scandinavo", così trascinante nella sua serie di piccole perfect pop songs, così curato anche nella sua grafica, da sembrare quasi incredibile. Un regalo quasi impagabile e assolutamente inatteso per qualsiasi fan dell'indie pop. 


22 novembre 2024

Red Sleeping Beauty - Diary ALBUM REVIEW

Quando cominciai a scrivere di indie pop scandinavo, quasi vent'anni fa, i Red Sleeping Beauty erano già considerati una piccola grande istituzione alternativa in Svezia. In effetti Kristina Borg, Mikael Mtssen e Nikals Angergård (quest'ultimo anima anche dei coevi e altrettanto mitologici Acid House Kings) hanno cianciato a suonare insieme in un'era in cui, per dire, la Sarah Records era aperta, band come i New Order e i Pet Shop Boys erano ancora in piena attività e a Stoccolma cominciavano a muovere i primi passi produttori come Denniz Pop e Max Martin, che avrebbero portato lo swedish pop touch ovunque nel mondo. 

Da tre decenni i Red Sleeping Beauty pubblicano musica, seppure con distanze anche siderali tra un'uscita e l'altra. L'ultima impresa è questo Diary, che raccoglie dieci canzoni uscite con cadenza mensile durante l'ultimo anno solare. 

Lo stile è ovviamente quello consueto dei RSB: un synth twee pop che affonda le radici negli anni '80, di per sé assolutamente démodé ma - in un'epoca in cui gli eighties sono tornati ovunque nella musica - assolutamente contemporaneo, raffinatissimo (anche nella grafica delle copertine), delicato e programmaticamente leggerissimo. Ispirato sia ad elementi precipuamente indie che al pop da classifica dell'epoca (vedi i nomi citati sopra), semplicissimo nella fattura e al contempo intriso di una eleganza compassata e cordiale insieme. 

11 maggio 2024

Stephens's Shore - Neptune EP REVIEW

E' sempre un piacere ritrovare gli svedesi Stephen's Shore. La band di Viktor Sjödin è in giro da ormai quasi dieci anni e con cadenza regolare ci regala qualche nuovo saggio del suo jangle pop morbido, raffinato e pienamente luminoso.  

Questa volta si tratta di un EP che contiene quattro episodi registrati live lo scorso mese di settembre a Stoccolma. Come in tutte le produzioni del gruppo, l'intreccio scampanellante delle chitarre è magicamente circolare, delicato e sognante e il tocco melodico intriso di una malinconica gentilezza. Tutto è essenziale - ricordiamo che si tratta di registrazioni in cui la band suona insieme - ma al contempo pulitissimo nel suono e perfettamente dinamico e suggestivo. Da sempre gli Stephens's Shore sono una di quelle band che, se non si conosce, si farebbe fatica a collocare in un tempo e in uno spazio preciso. 

Sunset in particolare è un piccolo prodigio jangly che racchiude insieme le scintille catchy di cui i cinque svedesi sono capaci e anche la loro caratteristica tenerezza twee. 

18 aprile 2024

Agent Blå - Stab! ALBUM REVIEW

Osservavamo, giusto poche settimane fa, a proposito dell'uscita dei concittadini Boy With Apple, quanto le band svedesi spesso sembrino cucite l'una addosso all'altra da un filo ideale che attraversa diversi anni e diverse scene (qui in particolare parliamo di quella di Göteborg). In riferimento ai BWA avevamo fatto il nome degli Agent Blå. In riferimento agli Agent Blå potremmo fare quello dei Makthaverskan. E così via fino a un capostipite comune che potrebbero essere (fuori dalla Svezia of course) i Joy Division, o Siuxsie, o i primi Cure...

L'ultimo album del sestetto capitanato da Emilie Alatalo risale addirittura a cinque anni fa. Nel frattempo la band ha evidentemente lavorato a consolidare quella lenta ma inesorabile evoluzione che si nota sempre di più a partire dagli esordi fino ad oggi. 

Se c'è un denominatore comune in tutti i dischi degli Agent Blå, sta sicuramente nel vigore notturno e insieme immediato del loro post punk, che la voce poderosa di Emilie incarna alla perfezione. La strada tracciata dal gruppo svedese va invece decisamente da un'attitudine più rude agli esordi ad un suono che oggi ha raggiunto una straordinaria rotondità, puntando in alcuni episodi a centrare una dimensione quasi pop (Rain To You è un banger notevole) e più in generale a costruire canzoni dalle strutture apparentemente semplici ma in realtà di complessa ambizione. Prendiamo come esempi l'apertura super scenografica (piano, armonie vocali, chitarre) dell'accoppiata Stab / Ebb and Flow, che prese insieme propongono una sorta di accattivante versione post punk dei Coldplay. O l'inquieta energia oscura che si agita in pezzi più aggressivi ma decisamente synth-driven come Discount e The Fascination Of Self Sabotage. E soprattutto la sinuosa teatralità di Crisis Apparition, che chiude a cerchio l'intero album e al contempo lascia un finale del tutto aperto. 

In definitiva Stab! è esattamente ciò che promette il suo titolo: un disco breve, compatto, affilato, che colpisce al cuore con la forza di una band che ormai maneggia con estrema sicurezza la propria materia e il proprio stile. 

01 aprile 2024

Boy With Apple - Attachment ALBUM REVIEW


Non c'è bisogno di dire quanto indie pop abbia prodotto la Svezia nelle ultime decadi (ne parlavo di recente qui, a proposito della retrospettiva che ho dedicato ai Sabassadeur), quindi è quasi normale che le nuove band da quelle parti crescano sulle spalle di quelle precedenti, animando una scena che non ha mai smesso di produrre cose belle.

Per quanto riguarda i Boy With Apple, che vengono da Göteborg, le ramificazioni stilistiche della loro musica sembrano voler toccare davvero tutto quello che sta prima e intorno, dai concittadini Agent Blå e Makthaverskan, fino a Westkust, Hater, Holy Now, No Suite In Miami, e così via. Tanto che, a sentire bene il loro ambizioso e poderoso album di debutto Attachment, viene da immaginare davvero una sorta di favolosa "all star" del dream pop scandinavo.

GBG Hills (la sigla sta per Göteborg), il pezzo sognante, malinconico e catartico che apre il disco, è già di per sé uno straordinario grimaldello melodico che fa senz'altro saltare sulla sedia chiunque non abbia mai sentito nominare prima i Boy With Apple, ed è un ottimo riassunto di quello che Tim, Saga, Zara e Valle sanno e vogliono fare: un dream pop di elegante densità, etereo nel tocco ma solidissimo nella materia sonora, che prende i Cocteau Twins e li spedisce direttamente nel 2024, che pulsa di energia nell'intreccio di synth (tanti), chitarre jangly e riverberanti, ritmiche sintetiche spesso torrenziali e una vocalità condivisa fra le due ragazze del gruppo di diafana delicatezza.

I quattro svedesi hanno lavorato a lungo per il loro debutto, ed è evidente in tanti episodi dell'album il loro tentativo (perfettamente riuscito, diciamolo subito) di sovrapporre come layers complementari i loro modelli: ad esempio le chitarre liquide dei My Bloody Valentine in Valentine (poteva chiamarsi diversamente il pezzo?), il dinamismo zuccheroso delle Lush nella spettacolare e suggestiva Linger On, ma soprattutto l'allure elettronica/shoegazer dei Wolf Alice in Lily, Strawberry Boy e Rosemary's Baby.

Quello che fa più impressione nella successione dei tredici episodi di Attachment è però la mancanza di un momento debole: non c'è veramente un pezzo che non abbia il suo perfetto equilibrio fra atmosfericità e immediatezza, con in evidenza dei banger potenziali di inaspettata e trascinante leggerezza come Good For You e Green Eyes che persino ai blasonati Bleach Lab potrebbero fare comodo. E sta probabilmente qui - al di là del gioco dei rimandi e delle somiglianze - il marchio assolutamente personale dei Boy With Apple: nella loro capacità (molto svedese) di essere pop muovendosi con destrezza dentro gli stilemi del genere, utilizzandoli anzi con una coloritura che è tutta loro e con una eccezionale forza comunicativa (vivisezionate i tre minuti e trenta di My Girl e guardate quante cose ci sono dentro, e soprattutto quanti secondi ci mette a incollarvisi addosso). 

Sono quindi i Boy With Apple la next big thing scandinava che attendevamo da un po'? Se volete la mia sincera impressione, direi che probabilmente lo sono. Perché sono terribilmente talentuosi, tecnicamente preparatissimi, assolutamente contemporanei nel suono e nell'approccio, coerenti e riconoscibili nella loro proposta ma anche abbastanza eclettici da aggiornarla e spingerla avanti. 

16 marzo 2024

PIETRE MILIARI: Sambassadeur


Anna Persson è una ragazza di provincia. Linköping, la pigra cittadina piazzata giusto a metà fra Stoccolma e Göteborg in cui è cresciuta non è certo un prodigio di vitalità musicale alla fine degli anni '90, ma non è poi così diversa (né lontana) da quella Jönköping da cui un decennio prima erano decollati verso il mondo i Cardigans (che, sarà un caso, erano guidati da una cantante che con la nostra Anna condivide il cognome, Nina Persson).

In Svezia l'indie è un genere diffuso: la maggior parte delle band inglesi e americane un giro da queste parti se lo fanno volentieri, il pubblico è tanto composto quanto esperto, tanti hanno pure la loro piccola band amatoriale e si può dire che esista una "scena" in ogni città media o grande. Almeno una decina di label di tutto rispetto sfornano ogni anno dischi di gruppi di belle speranze che sognano di seguire la strada dorata dei Cardigans. L'indie svedese, si dice a inizio anni '00, è sul punto di esplodere (spoiler: non avverrà).

Quando si trasferisce per gli studi universitari a Skövde - il classico paesone dalle casette colorate, immerso nel verde paesaggio rurale svedese e popolato quasi esclusivamente da studenti - Anna è una delle tante ragazzine che ascoltano musica indie, con quello spirito onnivoro e innamorato della melodia che hanno tanti suoi coetanei scandinavi. Conoscere altri ventenni appassionati di musica non è certo difficile a Skövde, e infatti in breve diventa amica di due altri studenti che si chiamano Daniel Pernbo e Joachim Läckberg. I tre decidono di suonare insieme, mossi anche da una sensibilità che sembrano condividere a pieno: l'amore per tutto ciò che è catchy e gentile, elegantemente retrò e squillante di chitarre jangly. I primi tentativi (Anna canta con uno stile amabilmente algido che forse deriva dall'adorazione che ha nei confronti di Nico; Joachim suona le chitarre e Daniel la batteria) li convincono che ci vuole anche un bassista, e così scritturano un altro Daniel, che di cognome fa Tolergård. 


Nascono così i Sambassadeur. È il 2003 e di lì a poco i nostri lasceranno Skövde per basarsi ufficialmente Goteborg.

Il nome della band è un omaggio a un pezzo di Serge Gainsbourg, ma anche una dichiarazione d'intenti per una band che vuole suonare indie rock ma è innamorata tanto dei Teenage Fanclub quanto degli chansonnier francesi (Tolergård e Läckberg hanno fatto un semestre ad Avignone fra l'altro). C'è in giro anche una versione secondo la quale i nostri volevano chiamarsi Ambassadeurs ma il nome era già preso e così hanno aggiunto una "s", ma la spiegazione ha poco charme.

I Sambassadeur nascono come "band da cameretta", e un po' lo saranno sempre. Le registrazioni agli esordi sono praticamente dei demo, e il primo singolo Ice & Snow esibisce già nel suo dna tutta la poetica del gruppo. Una quieta contemplazione del mondo vista da dietro il vetro di una finestra (Seems like the word's still spinning round, 'cause the sun goes up and down, and when the early morning comes, it will be another one), perfettamente aderente al confortevole abbraccio della musica: il cembalo, le chitarre, il synth, la voce morbida di Anna, come una culla che ti accompagna in un'alba nordica. Una Sunday Morning sotto i cieli di ghiaccio della Svezia. 

E' il preludio al contratto discografico, che arriva in fretta e con la label indipendente più importante della Scandinavia, la Labrador Records, che nel delicato splendore dell'indie pop dei quattro deve avere intuito qualcosa di speciale.

E' il 2005 ed esce il primo EP della band, intitolato Between The Lines, come il pezzo che lo apre. Between The Lines è senza dubbio la signature song di tutta la carriera dei Sambassadeur: è il diorama dello stile di Persson e compagni e lo sarà sempre. Ed è semplicemente una delle canzoni più stupefacenti della storia dell'indie pop. La sensazione, come dagli esordi, è che ogni pezzo della band emerga come all'improvviso, senza introduzione, da una take casalinga che forse era in corso e che i nostri hanno deciso di tagliare con l'accetta. Due chitarre acustiche a cui poco dopo se ne aggiunge una elettrica con la sua punteggiatura jangly. Un basso gentile e pulsante. Il cembalo e il battito delle mani. La voce di Anna Persson che è un sussurro di miele. I cori che sembrano coperte calde. Le liriche da cui traspare una serena consapevolezza di essere diversi dalla massa e per nulla a proprio agio in mezzo agli altri, anche se proprio in quel momento sta suonando la tua canzone preferita (so i close my eyes, i'm focused on whatever's spinning in my my mind, and i try to find a sign, but i never learned to read between the lines). Ecco qua: i quattro ragazzi timidi di Skövde al primo tentativo hanno già scritto la loro perfect pop song, catturandola nell'aria come un'aurora boreale, così, senza alcuna perizia tecnica (che ancora non possiedono), senza alcun abbellimento produttivo. 


I tre altri pezzi dell'EP sono il riflesso sulla superficie ghiacciata di Between The Lines: la già citata Ice & Snow, la quasi dolente In The Calm, dove sentiamo per la prima volta la voce di Joachim (da qui in avanti si alternerà al microfono con Anna), l'inquieta Can You See Me, che pare un pezzo dei Broder Daniel (il più influente gruppo indie svedese dei Novanta, per chi non li conoscesse) in cui l'elettricità sembra però intrappolata all'interno. La cosa più post punk che Läckberg e compagni abbiano mai registrato. 

Ce n'è abbastanza per richiamare l'attenzione della critica, e parallelamente l'interesse della Labrador, che spinge per pubblicare il primo album del gruppo. Il metodo di registrazione e produzione tuttavia non cambia dagli esordi: in sostanza i Sambassadeur trasferiscono idealmente in studio (ancora a Skovde!) la loro cameretta virtuale (o viceversa!), senza fronzoli né particolari lavorazioni. E' l'anima sonora della band, e i quattro se ne sentono ancora profondamente custodi.

Sambassadeur, il disco d'esordio, esce il 1° giugno del 2005, e contiene le canzoni già pubblicate in precedenza. New Moon, il pezzo che lo apre, è di per sé una perfetta carta d'identità dello stile peculiare della band: l'intreccio scampanellante delle chitarre, la vocalità di zucchero e neve di Anna Persson, la ritmica squadrata ed essenziale, le liriche che fanno sempre entrare una lama di luce estiva a riscaldare lunghi giorni d'inverno scandinavo (always waiting for something more to come, always waiting for the summer sun...). Da qui in avanti l'album è un florilegio di carillon di pigra dolcezza: One Last Remark con il suo mandolino, Sense Of Sound con il suo contrasto fra la scabra e spiraliforme trama dei synth e il calore cantautorale di tutto ciò che vi si deposita sopra, e poi quel cantilenante prodigio che è If Rain, con il suo incalzare folk e le sue tinnanti memorie byrdsiane. Siamo solo a metà, perché i nostri hanno in realtà lasciato i loro capolavori in fondo: l'elettricità sognante di Still Life Ahead (i Pains prima dei Pains, ma più che altro ricordi di Jesus & Mary Chain), l'ipnotico poetico incedere circolare di La Chanson De Prèvert (una delle cover di Serge Gainsbourg più intelligenti e ispirate mai fatte), la già citata Between The Lines, la commovente fragilità di Just Because Of You, la parentesi indie rock del tutto inattesa di Whatever Season, il sipario che si chiude su una piccola piece pop come Posture Of A Boy che sembra uscita da un disco dei Magnetic Fields. 


Diciamocelo: pochi in giro per l'Europa si sono accorti dello scrigno prezioso e scintillante che i Sambassadeur avevano confezionato, riempiendolo di tutte le cose che avevano concepito nei primi due anni di vita della band. Qualche recensore più coraggioso - c'era anche il sottoscritto tra questi - parlò di via scandinava all'indie pop, trovando in questa programmatica complicata semplicità una strada decisamente più nuova e interessante di quella percorsa da altre band più in vista del momento. Una strada che gruppi come Belle & Sebastian e Camera Oscura hanno già ampiamente tracciato e che ora ha bisogno di ritrovare l'anima. 

Negli anni a seguire Joachim e compagni mettono in cantiere qualche tour che non si allontana di molto dalla Svezia, sfiora il Regno Unito e non si sogna nemmeno di varcare l'Atlantico. Insomma, i Sambassadeur capiscono già di essere destinati ad essere una "band locale", con qualche aggancio permesso dalla fama continentale della label per cui incidono, ma niente più, e non sarà forse un caso che tra poco intitoleranno il loro album più ambizioso European (ci arriviamo). 

In ogni caso i quattro non si perdono d'animo, anzi: l'entusiasmo per ciò che stanno creando è talmente palpabile che ne scaturisce immediatamente un nuovo EP, intitolato Coastal Affairs, che contiene almeno una canzone che diventerà un "classico" della band, quella Kate che è fatta letteralmente di brezza e nuvole. Ma ci sono anche una splendida trina jangly dinamica e trascinante come Marie e la bella cover di Claudine dei maestri neozelandesi The Bats. 

Ma è già tempo per i nostri di tornare in studio, questa volta seguiti da un produttore di livello come Mattias Glavå, uno che ha lavorato con pezzi da novanta della scena svedese come il menestrello indie Håkan Hellstrom e i già citati Broder Daniel. Narra la leggenda che, durante le session di Migration - questo il titolo del secondo album, che esce il 1° gennaio 2007 - Glavå in realtà passò il tempo ad osservare la band alle prese con i suoi limiti tecnici, senza fare nulla di particolarmente incisivo. Tuttavia è indubbio che il passo in avanti (o di lato?) è davvero evidente a tutti i livelli: già l'iniziale The Park, che ci riporta nella cameretta dei Sambassadeur con la sua adorabile nursery rhyme, suona in realtà diversa rispetto al passato, pur mantenendo quasi inalterato lo spirito artigianale dei primi tempi. 

Subtle Changes si intitola in effetti la seconda traccia, ma non è proprio una cambio sottile quello a cui assistiamo: la voce di Anna è più rotonda e gli archi che irrompono allegri fin dal principio spalancano la porta ad un arrangiamento che strizza l'occhio per davvero agli ABBA e nel finale si permette persino l'incursione di un sassofono, pur restando prudentemente nella zona di confort consueta alla band. 


Ecco, Subtle Changes inaugura ufficialmente il "secondo periodo Sambassadeur", dove il primo è quello intimo, lo-fi, a suo modo magico e quasi improvvisato e questo invece promette una dimensione che insegue gli stilemi del pop scandinavo che tutti riconoscono non per imitarlo, ma per assorbirlo, per farlo proprio. E', da questo momento in poi, l'ambizione mai nascosta di Anna Persson e soci. 

Prendiamo un pezzo come That Town: quello che sarebbe stato timido e crepuscolare nel primo periodo (perché il cuore è assolutamente lo stesso), ora è articolato e in piena luce, ed è palese la preoccupazione della band di riempire ogni possibile vuoto con qualche intuizione produttiva. Non che ci sia un vero horror vacui - lo testimonia la bella cover di Dennis Wilson Falling In Love, che inverte i fattori rispetto all'originale - ma traspare senz'altro l'idea determinata di spingere sul pedale melodico e non di nascondersi dietro i delicati merletti autunnali di Sambassadeur. Sentite cosa canta Anna nella deliziosa Migration (a proposito, la sua diventerà ormai la voce quasi esclusiva del gruppo...): exploring areas all wandering will be enough for you, your mind is filled with all the smallest things, you've got an eye for details too, ... know you've been running, but i've been runnig too,  the only difference is you don't mind the waiting, i do. Al di fuori della metafora è una bella riflessione sul percorso del gruppo: siamo andati forse troppo veloci? D'ora in avanti i Sambassadeur, per loro stessa ammissione, preferiranno l'attesa e scriveranno due o tre pezzi all'anno! 

La critica non ha amato particolarmente Migration, specialmente se confrontato con il precedente: troppe cose attorno, insomma, e poco importa se la sorridente raffinatezza di una Final Say con le sue citazioni dei New Order è a suo modo geniale. O se l'ampio strumentale Calvi riesce dipingere su una tela impressionista un paesaggio marino di impareggiabile bellezza, ed è un'altra prova incontrovertibile della capacità della band di usare i propri strumenti in modo intelligente e sempre equilibratissimo.

A questo punto Anna, Joachim e i due Daniel decidono di "godersi l'attesa", come dicevamo sopra. Non smettono di scrivere, ma lo fanno con una lentezza risoluta e programmatica. L'intenzione non è quella di ritornare alla celebrata purezza degli esordi, ma di insistere sulla via imboccata con Migration, e anzi lavorare per rendere il suono della band ancora più pieno, elegante, corrusco e quasi barocco. Non c'è alcuna novità nei modelli di riferimento, che in sostanza collegano con un ponte ideale i '60 della California e dei girl groups e gli '80 della Sarah Records e della Creation: è il carburante dei Sambassadeur da sempre. Ma ritornati in studio con il solito Mattias Glavå dietro il vetro, i nostri decidono stavolta che il passo deve essere per davvero mosso in avanti, e con decisione. Dopo un lungo iato silenzioso, i quattro arrivano infatti già con delle idee di arrangiamento che si possono tranquillamente dire orchestrali, un po' Phil Spector e molto Bacharach. 

Nasce così European, terzo album della band, il suo più completo e ambizioso, probabilmente il suo più bello se lo teniamo in mano tutto insieme (non ci sono le canzoni leggendarie del primo, intendo: va ascoltato un po' come un concept) e se lo consideriamo oggi in modo retrospettivo. 

Stranded, il pezzo che apre, è veramente la cartina di tornasole di tutto il disco e non a caso sta lì per farci capire cosa hanno combinato Anna e gli altri negli ultimi tre anni. La melodia che sta in mezzo è la consueta caramella colorata à la Sambassadeur che ti implora di essere scartata. Ma la confezione è tutta nuova, sgargiante, magniloquente: la scenografica introduzione di pianoforte, la batteria quasi ipertrofica, gli inserti strumentali che mettono zucchero filato ovunque, il midtempo che sembra così eccitato da non riuscire a contenere l'entusiasmo, la dimensione che sfiora i cinque minuti nella sua studiatissima circolarità. E' l'idea dei quattro svedesi di "timeless pop": una macchina melodica che va a tutta come i motori del battello ritratto nella splendida copertina e che sembra aver lasciato decisamente indietro l'eterea introversione dei tempi di Skövde e delle registrazioni casalinghe. Lo studio offre potenzialità, la Labrador evidentemente ha concesso un buon budget, e i Sambassadeur si giocano la loro carta surfando sulla cresta d'onda della loro carriera, nel momento in cui si sentono davvero più ispirati. Vada come vada.


Tutta l'infilata iniziale di European è una corsa a perdifiato dentro un paesaggio sonoro floreale e spumeggiante: Days (ma quanto è bella l'orchestrazione archi e pianoforte che incolla le sue due parti!), I Can Try (una delle cose più catchy e leggere che i nostri abbiano mai scritto, dentro un'architettura quasi barocca), Forward Is All (una delizia acustica che insegue Nick Drake nelle spirali dei suoi archi), e poi quella meraviglia di racconto di formazione che è Albatross, che poi è la summa di tutta la poetica dei Sambassadeur concentrata in tre minuti di viaggio in mezzo a morbide onde di archi (I was happier alone, cut my hair just like a boy, now I do stay away from trouble and dealings, I leave it just to be what it is, just a memory... confessa Anna con la sua impassibile serenità: il tempo è passato e noi non siamo più gli stessi, non resta che l'abbraccio dei ricordi...). Qui le chitarre scompaiono e lasciano che sia la sezione ritmica a soffiare delicatamente nelle vele: è una scelta "strana" per una band dal cuore jangly, ma gli orizzonti sono ora talmente ampi che si perdono in lontananza. 

La metafora del viaggio pervade l'intero album, e quando la Persson canta once more we'll take the risk to fall nella successiva intima High and Low sembra quasi esplicitare la consapevolezza che i Sambassadeur si pongono una metà davvero distante da quelle a cui sono abituati: una concezione di pop che sappia essere una catarsi di ogni fragilità, imbastendo tanti fili in una trama variopinta e vistosa, ma al contempo sottile e quasi impalpabile. L'infinita fanfara spectoriana di Sandy Dunes vista da questa prospettiva rivela tutto il senso dell'operazione che i quattro svedesi hanno messo in piedi: una luminosa celebrazione della malinconia (a year is passed without a trace, without a sound), una festa pop in cui tutti i timidi possono finalmente trovare il coraggio di ballare (can't stop us now, you see we've only just begun, an everlasting sound, that's what it's all about). E' il climax dell'album, che poco dopo si scioglie nelle liriche vagamente misteriose di Small Parade: la fanfara in effetti è passata, e resta una inspiegabile inquietudine in una notte quieta (they're resting tonight, all right, a bit too different in sight) mentre la band torna a spogliarsi di tutti i vestiti indossati nel resto del disco. 

Per i Sambassadeur - i ritrosi gentili quattro ragazzi di Skovde - European è stata una faticaccia, costata anni di lavoro certosino e un enorme coraggio nel perseverare lungo un tragitto che non era precisamente quello che i fan della prima ora desideravano da loro. Doveva essere l'album della consacrazione ma non lo è stato. Difficile trovare in giro una critica negativa di un disco oggettivamente così bello, ma in realtà non è stato capito fino in fondo, cosa che deve avere fatto abbastanza male ai nostri, anche se sono troppo riservati ed educati per confessarlo.

Da qui in avanti i Sambassadeur rallenteranno così tanto la loro produzione che per arrivare al quarto album bisognerà aspettare sette anni, quando ormai molti si erano persino dimenticati di loro. Lo intitoleranno (auto)ironicamente Survival, e sarà in buona parte un ritorno alle radici jangle e folk degli esordi (Foot Of Afrikka, il pezzo che apre il disco, è una perla), con qualche synth di troppo e un'aria generale non del tutto convinta. 

Dal 2019 ad oggi non ho idea se Anna, Joachim e i due Daniel siano ancora al lavoro, restando fedeli alla loro media programmatica di uno o due pezzi all'anno, oppure stiano dedicando le loro vite ad altre cose. 

Quel che è certo è che i Sambassadeur, nella storia dell'indie pop, sono stati precisamente quello che si definisce una "hidden gem", il tesoro nascosto ai più, un piccolo prodigio destinato - un po' per volontà della sorte, un po' per volontà loro - a diventare un oggetto di culto per un numero ridotto di appassionati. E chissà in fondo se i quattro studenti di Skövde se lo sarebbero aspettati, di divenire i portabandiera di un genere in fondo tutto loro e difficilmente etichettatile, e soprattutto gli alfieri pop dei timidi di tutto il mondo. 

01 agosto 2023

Red Sleeping Beauty - From Sarah With Love EP REVIEW


Alla Matinèe Recordings sanno bene come far impazzire gli appassionati di indie pop: innanzitutto il ritorno dei Red Sleeping Beauty, che ogni tanto riappaiono sulla scena come una epifania mistica, e poi un titolo che richiama l'etichetta discografica che per noi è sacra (con ovviamente una veduta di Bristol in copertina).

Al tutto aggiungiamo la voce di una leggenda vivente come Amelia Fletcher, ospite di un pezzo semplicemente adorabile, jangly ed estivo come Solid Gold, il che già di per sé è un regalo impagabile, e quella splendidamente sensuale di Mary Wyer (Even As We Speek) nell' altro episodio inedito, una Second Time sfavillante di un contagioso synth pop '80s flavoured ("do you remember the dancefloor..." recita il ritornello). 

In modo bizzarro ma assolutamente coerente, le voci dei tre svedesi le sentiamo invece in due cover tratte dai primordi del catalogo Sarah, che si vanno ad aggiungere alla riproposizione di una pietra d'angolo come Emma's House presente nell'ep uscito nel '19. Ecco dunque una Pristine Christine dei Sea Urchins (Sarah 001!) rivisitata con la freschezza di quell'elettronica umanistica, floreale ed elegante a cui ci hanno abituato Borg, Matsson e Angergard (e che ci ricorda, con inestinguibile nostalgia, i Sambassadeur). E infine una I'm In Love With A Girl Who Doesn't Know I Exist (la vera e propria signature song degli Another Sunny Day) che diventa, nelle mani sapienti dei RSB, un minuscolo delicato carillon electro pop intriso di dolce malinconia.

Insomma, quattro perle assolutamente immancabili per noi malati di Sarah Records!

29 novembre 2022

Holy Now - Dream Of Me ALBUM REVIEW


Ascoltando il nuovo disco degli Holy Now, mi chiedevo a quanto tempo fa risalisse quell'album di debutto,  Think I Need The Light, che li ha fatti conoscere consacrandoli immediatamente come indie band di culto. L'impressione - vista l'impronta indelebile che mi aveva lasciato il gruppo svedese con il suo esordio - è che fosse uscito uno o al massimo due anni fa. E invece, controllando meglio, di anni ne sono passati quasi cinque. Tanti.

Non ho idea di cosa sia successo da allora ad oggi e se ci sia un motivo per tanta attesa, tuttavia Julia Olander e compagni sono sbucati nuovamente fuori dalla notte in cui erano entrati, e questo Dream Of Me è davvero - per restare nella metafora - un faro luminosissimo. 

Nell'iniziale Ballad, nuda e un po' spettrale, riconosciamo quel "cuore di ombre" che batteva sotto la levigata superficie di Think I Need The Light: la voce apparentemente così fragile e al contempo così emozionante di Julia, il disegno semplice ma sottilmente impenetrabile delle melodie senza tempo e genere degli Holy Now. 

Le chitarre, quelle che dagli esordi rendono così peculiare lo stile della band di Malmoe, arrivano solo con il secondo episodio, Places, dove ritroviamo in pieno gli Holy Now che avevamo lasciato tanto tempo fa: un'eleganza in crescendo che fiorisce come un albero in primavera su uno scheletro di essenzialità post punk, con cori e strumenti che germogliano l'uno dall'altro in un paesaggio sottilmente inquietante.

Hold Me / Know Me, primo singolo già scoperto con piacere sei mesi fa, sviluppa con perfetta cura formale la poetica sonora degli Holy Now: quasi algida e schematica al primo impatto, di eterea spiraliforme morbidezza nel magistrale sviluppo del pezzo. Una meraviglia che si sfalda all'improvviso dopo tre minuti, quasi come un fiocco di neve che si scioglie al primo calore. 

Dream Of Me porta avanti l'idea di invernale delicatezza del jangle pop della band, la stessa che troviamo in sostanza anche nel resto del disco, dove spesso i ritmi rallentano e la narrazione di Julia - quella voce che spinge naturalmente in alto e sembra sempre sul punto di rompersi - si eleva sopra un contorno di tremula raffinatezza (Never Fall In Love Again) e risplende a tratti di luce propria facendo ruotare tutto intorno a sé (Silk) in un'atmosfera di tensione trattenuta, che si scarica in istanti di bellezza sognante (Alright).

Don't You Understand, perfetto spannung dell'album, con il suo piglio a metà tra girl group degli anni '60 e micidiale semplicità elettrica alla Jesus & Mary Chain, è il gioiello incastonato nel punto più alto del disco e mostra in modo definitivo, da un lato, quanta personalità emani la band di Malmoe, e dall'altro un coraggio non indifferente nel creare piccole architetture pop che si spengono appena prima di diventare pienamente catchy (è una scelta programmatica nella scrittura del gruppo, da sempre). 

Every Time The Morning Comes, ballad crepuscolare fatta di armonie vocali e uno strum di chitarra, basilare e ripetuto, chiude Dream Of Me con il lato opposto di come era iniziato: una sorta di catarsi raggiunta che sembra promettere serenità nel primo bagliore di un alba nordica. La dimensione è totalmente cantautorale, e questo in definitiva è la firma con cui Julia e i suoi tre compagni sembrano siglare il proprio stile, tenendosi sempre a distanza dalla tentazione di un ritornello troppo cantabile o di una ritmica troppo dinamica. Con gli Holy Now siamo in un'affascinante notte boreale, dove le luci sono abbaglianti ma in un modo mai convenzionale.

10 maggio 2022

Hater - Sincere ALBUM REVIEW

Quando, cinque anni or sono, uscì l'album d'esordio degli svedesi Hater, You Tried, tutti si meravigliarono di quanta maturità ci fosse nella scrittura e nel suono di una band che in realtà non aveva pubblicato quasi nulla in precedenza. Il secondo disco Siesta, uscito esattamente un anno dopo, aveva reso evidente l'ambizione della band di Caroline Landahl di non farsi inquadrare tout court come dream pop, complicando la trama post punk dei propri riferimenti stilistici e producendo un album non immediato come al debutto, ma senz'altro impressionante. 

Da allora il quartetto di Malmo ha rallentato in modo brusco, riaffiorando in sostanza solo nel '21 con lo splendido, liquido, denso, ipnotico, avvolgente singolo Bad Luck, che è sicuramente il pezzo forte di questo Sincere. A che punto sono gli Hater oggi? L'impressione, ascoltando con attenzione i nove episodi dell'album, è quello di una band che conserva intatto quel talento bruciante che avevamo amato fin da subito, e che al contempo lavora sempre di più sulle sfumature e sulla qualità di quella scrittura che, come dicevamo prima, è il grande plus degli svedesi, senza inseguire alcuna idea di immediatezza.

Non c'è infatti un pezzo realmente catchy in Sincere: l'atmosfera è notturna ovunque, a tratti capace di qualche timida e vagamente algida carezza (il ritornello inaspettato di I'm Yours Baby, l'invernale catartica malinconia di Proven Wrong), quasi sempre gentilmente ruvida (Something). Gli inserti strumentali più eclettici che costellavano il disco precedente, qui scompaiono in favore di chitarre spesso taglienti, acide e sature (Brave Blood), che sembrano davvero risalire alla fonte primaria dei Joy Division (Far From A Mind, per dire) e che finiscono per essere la vera intelaiatura, talvolta centrifuga, di ogni canzone (Summers Turn To Heartburns). La voce di Caroline, al centro, cuce il tutto con la consueta dose di personalità, in grado di essere accorata senza bisogno di alzare un solo tono. I tempi spesso si allungano. Stilemi dream / shoegaze affiorano di rado, giusto nella conclusiva Slowdiveiana Hopes High. E, pezzo dopo pezzo, emerge con forza la bravura degli Hater di tirare fuori da un rigore quasi geometrico degli squarci di luce e scintille (Renew, Reject), un po' come i Fear Of Men o, per restare in Svezia, i più impetuosi Makthaverskan. 

Album davvero non facile, ma da non perdere.

22 aprile 2022

Bedroom Eyes - Sisyphus Rock ALBUM REVIEW

Nel celebre mito greco, Sisifo venne costretto da Zeus per l'eternità a spingere un enorme masso su per una montagna, per poi ogni volta vederlo rotolare giù e ricominciare da capo. A parte un pezzo vigoroso e velocissimo chiamato Sisifuzz, che riprende pari pari la leggenda, non ho ben capito perché Jones Jonsson abbia scelto una vicenda che simboleggia fatica e sconfitta per intitolare il suo terzo album - al di là dell'arguto gioco di parole "roccia di Sisifo / rock di Sisifo" - quindi evito congetture che si rivelerebbero avventate. 

Il musicista di Föllinge ha fatto intercorrere sette anni tra il formidabile debutto The Long Wait Champion e il seguito Greetings From Northern Sweden, e poi altri cinque per arrivare a questo Sisyphus Rock, come i precedenti concepito e partorito interamente nell'amato nord della Svezia, e come i precedenti pieno di quell'energia power pop che nonostante il passare del tempo sembra non avere affatto abbandonato le canzoni di Bedroom Eyes. 

Fin dall'iniziale Streaming My Consciousness Jonas mette in gioco tutto quello che sa fare da sempre: scrivere canzoni trascinanti e luminose, vigorose e gentili al tempo stesso, elettricamente catartiche. E non è un caso allora se un intero pezzo è dedicato a Paul Westerberg dei Replacements: a Bedroom Eyes piacciono senz'altro i pezzi uptempo e le chitarre fragorose, magari intervallate da momenti più intimisti come una One Of Those Things che sembra uscita dalle mani di Elliott Smith. E gli piacciono le melodie che sanno essere muscolari e catchy al tempo stesso, come quelle di Kim e Store Bla, in definitiva il suo vero e distintivo marchio di fabbrica

26 marzo 2022

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens ALBUM REVIEW

Se si possono individuare dei tratti comuni nelle band indie pop svedesi e scandinave in generale, direi - pur senza generalizzare - che sono due: il primo è la capacità di essere morbidamente melodiche anche nei momenti più graffianti; il secondo è una timida e parzialmente inespressa inquietudine sociopatica che mette in evidente contrasto i colori della superficie e il nero notte di ciò che si agita dentro. 

Non a caso i No Suits In Miami hanno dato un titolo al primo album del tipo "Spero che nessuno si accorga di me" e ora intitolano il secondo "Niente mai accade". E non a caso la serena cupezza delle loro liriche si associa invece alla luminosità primaverile di un dream pop che va alla ricerca di una tiepida piacevolezza che scaldi l'anima come il sole in una gelida giornata dell'inverno nordico.

Michelle Dzgoeva e i suoi tre compagni confermano tutto quanto di buono c'era nel loro esordio e mettono insieme dieci pezzi intrisi di quotidiano intimismo sentimentale e incentrati su un guitar pop tanto semplice quanto, a suo modo, raffinatissimo. Se una band connazionale come i Makthaverskan alza il volume, insegue la catarsi elettrica e arrota le lame, il gruppo di Lund sceglie la via opposta, pur condividendo in fondo modelli post punk molto simili: angoli arrotondati, equilibrio, vocalità gentile, sobria delicatezza, soffusa malinconia. Il risultato convincente sempre (la conclusiva Sunday è davvero una piccola perla), ma lo è soprattutto quando i ritmi si fanno più veloci e chitarre e synth più spessi (Buffy è la mia preferita), così che la memoria è libera di correre indietro ai fasti dell'indie svedese dei Popsicle e dei Broder Daniel. 

27 febbraio 2022

Salt Lake Alley - It Takes Two ALBUM REVIEW

Gli svedesi Salt Lake Alley definiscono il loro "othodox indie pop" come i (primi, dico io) Teenage Fanclub che scambiano i singoli della Sarah Records con i Popsicle (che sono una delle glorie dell'indie scandinavo, e se non li conoscete recuperateli assolutamente). 
Insomma è un bel mazzolino di suggestioni, che in sostanza va a centrare cronologicamente un magnifico torno di anni (ultimi Ottanta, primissimi Novanta) in cui Mikael Carlsson e Gustav Tranback sembrano essersi catapultati con una macchina del tempo musicale. Aggiungiamo alla fotografia anche i Jesus & Mary Chain come padrini di battesimo, e siamo davvero a posto.

It Takes Two è l'album di debutto per i due musicisti svedesi, che hanno già ampia esperienza con altre band e hanno messo insieme la loro fede indie pop in undici pezzi di luminosa nostalgia jangly, pieni di dodici corde, synth, drum machines e melodie retrò-catchy che inseguono con costanza nei tre canonici minuti un'idea di piacevolezza e leggerezza perfettamente applicata all'intero disco. Idea che è veramente la spina dorsale dell'indie svedese da sempre e che vede i Salt Lake Alley come ennesimi epigoni, forse non dotati di una personalità travolgente ma senz'altro di quell'innato buon gusto e quella misura che sembrano possedere naturalmente i loro connazionali. 

Su tutto, a mio parere personale, svettano i numeri conclusivi Better Lost Than Found, sincera delizia "Byrds via Teenage Fanclub" e That's A Promise, che echeggia in modo impressionate i citati e mai abbastanza compianti Popsicle ed è vocalmente una chicca. Ma ci sono episodi altamente convincenti, la rotonda e cantabile Now I've Realized in primis. 

28 novembre 2021

Violet Cheri - Sölvesborg ALBUM REVIEW

C'è stato un periodo - fra i '90 e i '00 - in cui la Svezia sembrava una piccola patria ideale dell'indie pop. C'era tutto un fiorire di band, dai floreali Cradigans allo shoegaze dei Broder Daniel, dagli Happydeadman ai Popsicle, dai Sambassadeur agli Acid House Kings, che facevano musica con le chitarre in declinazioni diverse ma con le stesse radici affondate nel vasto giardino del post punk. Pochi se ne sono accorti a sud del sessantesimo parallelo, ma esisteva davvero un movimento, che con il succedersi delle nuove generazioni in verità non si è del tutto spento, come testimonia - ne abbiamo parlato di recente - un gruppo come i Makthaverskan. 

Ho scoperto i Violet Cheri un paio d'anni fa quando uscì un singolo che si intitolava Scared To Be Happy (titolo per altro che gronda indie pop da tutti i pori): un gioiellino guitar pop che con il suo coinvolgente uptempo, la sua struttura a crescendo e la sua sfrontata verve melodica ti si stampava in testa nel giro di qualche secondo. 

C'è voluto del tempo perché il carismatico Daniel Hoff, leader della band originaria del sud della Svezia (dove si trova la Sölvesborg che dà il nome all'album), decidesse di mettere insieme i singoli che si sono succeduti negli ultimi mesi e pubblicare finalmente il disco di debutto. 

Disco che è, diciamolo subito, una bomba! 

Fin dall'iniziale Trouble, con le sue chitarre croccanti, i suoi coretti deliziosamente sopra le righe, l'energia vocale spontanea e un po' sbilenca di Hoff, è chiaro che l'intero album si gioca tra una superficie luminosa e straordinariamente leggera e un cuore colmo di sofferenza adolescenziale, che proprio in questa dimensione saltellante e sorridente trova un travolgente sfogo catartico. C'era poco di allegro nell'essere un teenager non precisamente popolare nella provincia profonda di Sölvesborg, ci sembra di capire: è questo lo scrigno da cui sgorga copiosa l'ispirazione di ogni singola canzone dell'album.

Prendiamo Shy Hurricane, dove Daniel canta liriche come queste "I can't walk straight, I tremble / oh I'm such a mess / I invite death with open arms / and I will make a scene / and destroy the world" ma lo fa con una gioia straniante che il pezzo, un pop punk più pop che punk (come tutto quello che fanno i Violet Cheri), esalta con l'entusiasmo di una band di ragazzini che suonano e fanno festa nel garage dietro casa. Oppure Hey Honey Heaven dove sentiamo una cosa tipo "Oh summer takes its first breath / It's so beautiful / But I'm too strange to enjoy it" e allo stesso tempo ci viene una voglia matta di ballare.

Gli undici episodi del disco non staccano praticamente mai il piede dall'acceleratore e non c'è davvero un momento in cui venga meno la voglia di uscire e correre in giro salutando gli sconosciuti che passano e sorridendo alla vita. Tanto che quando le luci si abbassano sul numero finale Finest Hour, che è una lunga scenografica ballata di soffusa delicatezza, il fiatone si tramuta in un commosso afflato di tenerezza e lacrime. Daniel canta di sogni infanti e di delusioni che vogliono che tu ti arrenda, ma poi a poco a poco  tutto torna ad avere perfettamente senso:  "Lord knows, I'm not done yet / I'm gonna show them wrong / I'm not done yet / What am I waiting for / 'cause life has just begun / And I don't need anyone / This is my triumph!". Applausi. 

Ci aspettavamo grandi cose da questa quasi sconosciuta band svedese, e la promessa è stata pienamente mantenuta. Sölvesborg è un album di canzoni magari imperfette, magari non terribilmente originali e ambiziose, ma brucianti di un'urgenza comunicativa pazzesca e che fanno prima di tutto bene all'anima. 

14 novembre 2021

Makthaverskan - För Allting ALBUM REVIEW

Nel 2017, quando uscì III, il loro terzo album, fu chiaro a tutti quanto i Makthaverskan fossero depositari di un ideale fuoco sacro post punk che dai Joy Division scendeva giù fino alla contemporaneità. Poche band come quella di Göteborg erano in grado di essere spigolosamente catartiche, con la vocalità potente e quasi gridata di Maja Milner, la pioggia torrenziale di chitarre, i ritmi squadrati, inquieti e uptempo, la forza comunicativa che fa diventare a poco a poco melodia una rabbia a stento trattenuta. 

Ritroviamo oggi i ragazzi svedesi con una certa emozione ed ovviamente tutti ci aspettiamo che l'eredità di III finisca dritta in un IV che ne riprenda alla perfezione le tinte stilistiche. Non è così, o almeno non del tutto, e forse la decisione di bloccare la numerazione romana in virtù di un titolo a parole, per quanto criptico ("per ogni cosa" è la traduzione), va a significare una transizione, o piuttosto una maturazione.

I nuovi pezzi dei Makthaverskan, intendiamoci, suonano assolutamente come devono suonare: intrisi fino alle ossa di una tradizione indie che proviene dai Cure dei primi Ottanta, dai Jesus & Mary Chain, dallo shoegaze delle origini, dall'indie di Sonic Youth e Blonde Redhead, da tutto un meraviglioso filone di chitarre acide e sature che si intrecciano e si accalcano attorno a linee melodiche di fluida immediatezza. Quello che c'è in più - ed è evidente - è una maggiore consapevolezza produttiva, che sembra limare le imperfezioni e aggiungere qualche tocco in più (synth, drum machine...) senza voler strafare, inquadrando anche la esuberanza vocale di Maja ed esaltandone invece stavolta più la raffinata versalità (mi pare che l'accoppiata Closer e Caress riassuma bene quello che intendo). Quello che non c'è più, forse, è quella energia primordiale e propulsiva che animava i primi tre dischi, e che qui dopotutto è più che giusto e normale che sia sostituita da una preoccupazione per la forma oltre che per il contenuto, viaggiando anche verso soluzioni più morbide e decisamente dream pop (il terzetto conclusivo These Walls, For Allting, Maktologen, quest'ultima che pare uscita da un disco dei Night Flowers, ed è un complimento ovviamente), dove le strutture stesse e i confini temporali delle canzoni si dilatano raggiungendo i cinque minuti e fluttuando a tratti un iperspazio sonoro. L'anima in fondo si può preservare benissimo anche se si rinuncia ad un estetica di essenzialità lo-fi. 

Ci sono ovviamente i numeri più vicini allo stile che conosciamo bene - This Time o Tomnorrow o Ten Days - e ancora brillano di quella freschezza che i ragazzi di Göteborg ancora possiedono inalterata, pur non avendo più addosso gli immancabili vestiti neri ma degli abiti più colorati e luminosi. 

Uno degli album imperdibili del 2021, ma non c'è nemmeno bisogno di dirlo. 

31 gennaio 2021

Stephen's Shore - Brisbane Radio EP


Il jangle pop, per sua stessa costituzione, è una costante ricerca della leggerezza, il tentativo di tradurre in musica la freschezza dell'aria o la luminosità del cielo. Molte band che suonano con le chitarre scampanellanti finiscono per forza per assomigliarsi l'un l'altra. Il plus sta allora proprio in quella straordinaria e ardua capacità di cui sopra: alcuni gruppi la raggiungono a pieno e da lì costruiscono la loro personalità, altri cercano più che altro  di imitare quelli che ci riescono.

Gli svedesi Stephen's Shore sono nel limitato novero delle band che il jangle pop non solo lo fanno, ma lo respirano come aria vitale. E questo da molti anni, come già notavamo cinque anni fa con il loro esordio di cristallina bellezza. 

Il quintetto di Stoccolma esce oggi con un nuovo EP che rinverdisce il fascino atemporale del proprio stile, che sembra piazzarsi idealmente a metà tra la West Coast dei Math & Physics Club e la Nuova Zelanda dei Bats. Solo quattro pezzi purtroppo, ma di grande nitore formale e di cuore caldo, come Viktor Sjodin e compagni ci hanno abituato.