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04 maggio 2024

Mammoth Penguins - Here ALBUM REVIEW

Prima dei Martha, prima dei Beths, prima dei Fresh - ovvero di tutti quei punk gentili che da queste parti amiamo alla follia - c'erano i Mammoth Penguins. Hide & Seek, il primo album della band di Emma Kupa, risale ormai al 2015, e se c'è un merito, fra i tanti, che il trio di Cambridge può esibire con orgoglio, sta senz'altro nell'essere stati davvero i primi a mescolare muscoli e melodia, rumore e ironia, con quella ricetta originaria che tanti gruppi ancora oggi imitano. 

A distanza di cinque anni dal precedente, e quattro dallo splendido disco solista di Emma, i Pinguini sfornano un album, questo Here, che sembra veramente, nella carne e nelle ossa, un ritorno allo spirito graffiante e quasi un po' grezzo degli esordi. Tutto nei dodici pezzi del lotto è piacevolmente rumoroso, programmaticamente essenziale, quasi lo-fi nell'attitudine, ovunque energico ed energetico. 

Emma, Mark e Tom in fondo non si sono mai allontanati da ciò che erano agli inizi - un power trio che suona forte - e il loro "plus", ovvero la penna sbarazzina e super talentuosa della Kupa, è impresso nel dna della band qualsiasi cosa faccia. Le canzoni nuove quindi assomigliano molto a quelle vecchie - non è un difetto - e stanno lì per coinvolgere e intrattenere, come è giusto che sia. Spicca fra tutte, a mio personale parere, l'episodio in realtà più morbido, quello che dà il titolo a tutto l'album, dove brilla un emozionante arrangiamento d'archi e viene pienamente alla luce il songwriting folksy di Emma. 

30 dicembre 2020

(just another) pop song ALBUM OF THE YEAR 2020



12

Sunbathe - Somewhere In Between 

Ha la West Coast nelle vene la musica di Maggie May Morris: è evidente nel suono liquido delle chitarre, nell'ariosa malinconia di fondo di molti pezzi, nella dimensione quasi psichedelica del suo guitar pop. Le canzoni di Sunbathe  ruotano intorno alla voce della Morris con algida grazia, circondandola di suggestive spirali elettriche. 

11

Katie Malco - Failures

Descritto da lei stessa come un "coming of age album", Failures è il vero esordio della musicista inglese: dieci pezzi di vigorosa introversione e timido romanticismo, pieni di brume acustiche e di crescendo emozionanti, dove è normale ritrovare una disarmante dolcezza persino nei più fragorosi muri di chitarre.

 

10

Phoebe Bridgers - Punisher

Punisher è stato per la cantautrice californiana l'album della consacrazione, facendola conoscere anche al pubblico più vasto. Eppure si tratta di un disco complesso,  pieno di dolore e di fantasmi, fatta eccezione per pochi episodi inaspettatamente catchy (Kyoto è un piccolo miracolo). Tuttavia la forza comunicativa di Phoebe è talmente straripante e coinvolgente da accendere la luce anche nell'oscurità più fitta.

9

Beach Bunny - Honeymoon

Lili Trifilio è giovanissima ma sembra saperla lunga. Le nove canzoni di Honeymoon straripano letteralmente di energia dall'anima quasi punk, ma la convogliano in un guitar pop quasi sempre uptempo, catartico ed esplosivo come dinamite post-adolescenziale, semplice e immediato in superficie fino alla sfrontatezza, ma in realtà raffinato nella scrittura e coinvolgente come pochi.  

8

Emma Kupa - It Will Come Easier

Lasciate in stand by band e collaborazioni varie, la prolifica musicista inglese ci regala una collezione di canzoni a cuore aperto, lontane stilisticamente dal power pop che le è consueto ma non dalla scrittura intelligente e di impatto che è naturalmente nelle sue corde. Undici pezzi dall'anima acustica, pieni di un'inaspettata e intima dolcezza.

 

7

The Beths - Jump Rope Gazers

Un paio d'anni fa abbiamo diplomato i neozelandesi come debuttanti dell'anno. Ora, al secondo album, non possiamo che laureare i Beths come veri maestri del power pop contemporaneo. Beth Stokes e compagni suonano sempre con quello spontaneo travolgente divertito entusiasmo che è il loro marchio di fabbrica, e in Jump Rope Gazers provano anche a rallentare i ritmi e a rendere ancora più effervescente il colorato mix di chitarre e backing vocals che li ha fatti amare in giro per il mondo.

  

6

Honey Cutt - Coasting

Il campo dell'indie pop più rinfrescante, spigliato e catchy - quello che di solito appartiene agli Alvvays per intenderci - quest'anno è dominato da Kaley Honeycutt. La musicista basata a Boston maneggia con sorniona naturalezza un guitar pop frizzante (ma ironicamente inquieto) dalle tinte surf, solo apparentemente "leggero", che riesce comunque in ogni episodio ad appiccicarti addosso un ritornello killer. 

5

Soccer Mommy - Color Theory

Quanti artisti riescono ad essere intensi di una fitta densità emozionale ed insieme luminosamente leggeri? Pochi, forse pochissimi, e Sophie Allison è indubbiamente una di loro. Le canzoni di Color Theory trasudano rabbia e sofferenza in modo non differente da quelle di altre straordinarie cantautrici di oggi, ma Soccer Mommy ha scelto di trattenerle nelle scintillanti maglie elettro-acustiche che contengono ogni pezzo come un baluardo di bellezza in un mondo complicato. Un album non facile, dove non c'è un vero pezzo "immediato" ma trapela una forza quieta, diffusa, liquida, umanistica e inarrestabile. 

4

Jetstream Pony - Jetstream Pony

Oltre ai raffinatissimi Luxembourg Signal (vedi sotto), Beth Arzy è al centro anche di quest'altra super-band di veterani dell'indie pop (con lei Shaun Charman, Kerry Boettcher e Hannes Mueller), che però spinge più sul pedale dell'uptempo ed ha un'attitudine maggiormente ruvida e dinamica, tra ricordi C86 e lo stile dei gruppi della mitica Flying Nun: melodie di miele e chitarre sfrigolanti, ritmiche essenziali e incalzanti strutture circolari. Strano a dirlo, considerando il pedigree da sogno dei musicisti, ma è un disco d'esordio! 

3

Hazel English - Wake Up!

Primo vero album dopo una fenomenale infilata di ep, Wake Up! fotografa Hazel English in una consapevole transizione dal dream pop etereo, diafano e scampanellante degli esordi, ad una forma canzone più classica e programmaticamente orecchiabile, che travalica i generi e si nutre di storia del pop, da Bacharach in giù, con rispetto ed intelligenza. La musicista australiana, ormai californiana d'adozione, ha lavorato duro nella scrittura e nella produzione senza nascondere le proprie ambizioni, ed il risultato riesce a mettere insieme eleganza retrò e quella timida e sognante leggerezza che è da sempre il suo segno distintivo. 

2

Pillow Queens - In Waiting

C'è un'esigenza di raccontare così densa e travolgente nelle loro canzoni, che le Pillow Queens potrebbero fornire energia elettrica all'intera Dublino. Con gli spinotti delle chitarre ben infilati negli ampli sfrigolanti dell'indie anni novanta e l'attitudine ruvidamente gentile del cantautorato femminile di oggi, Sarah, Rachel, Cathy e Pamela fanno deflagrare la loro personalità in un disco di debutto quasi incredibile per forza comunicativa. Tutte e quattro cantano e si dividono le parti per ricomporle poi in un tutto in cui ogni chorus, ogni crescendo sembrano fatti apposta per sparare fuori una rabbia primigenia in modo a tratti drammatico ma mai mai retorico. Nelle pieghe di In Waiting c'è davvero di tutto: carezze e pugni, melodie e distorsioni, un romanticismo spontaneo e viscerale, e soprattutto un pugno di pezzi (li nominiamo: Holy ShowHandsome WifeLiffeyGay GirlsBrothers) di commovente purezza. 

1

The Luxembourg Signal - The Long Now

Tra mille band che si muovono tra le declinazioni più diverse dell'indie pop, The Luxembourg Signal possiedono da sempre una marcia in più: la capacità di conoscerle tutte in profondità, quelle declinazioni, e di poterle utilizzare tutte insieme, fondendole in un unico oceano sonoro, dalla superficie appena increspata e baluginante di luce. Beth Arzy, Betsy Moyer e compagni, da fuoriclasse assoluti, quando pubblicano un album puntano alla perfezione, e The Long Now è semplicemente un disco fatto di canzoni perfette: eleganti ed emozionanti al tempo stesso, ampie e dinamiche, sensuali, morbide ed elettriche, essenziali nella loro ricercata e levigata immediatezza.  



21 settembre 2020

Emma Kupa - It Will Come Easier ALBUM

Emma Kupa è senza dubbio una delle più talentuose musiciste della scena indie inglese di oggi. Lo ha dimostrato con gli Standard Fare, con i Mammoth Penguins, con i Sugested Friends, ed infine in un recente album condiviso con il grande Darren Hayman. Un po' come Amelia Fletcher, che ha attraversato decenni rendendo unica ogni band a cui ha dato vita, anche Emma - che è ovviamente ancora giovanissima - sembra avere iniziato un viaggio simile, senza fermarsi in una sola isola ma abitandone sempre di nuove.

It Will Come Easier è la sua nuova tappa, intestata a suo nome questa volta, ma in realtà raggiunta con la stessa squadra di musicisti che lavorano con lei negli ultimi anni. La scrittura di Emma Kupa, in modo non differente da quella di una collega americana come Waxahatchee, possiede quella incisiva immediatezza e quella inteligente introspezione che pochi singer/songwriter possono vantare, almeno con questa prolificità. 

Rispetto ai lavori del passato, le sonorità abbandonano quasi interamente l'impronta pop punk e uptempo che Emma ha sempre impresso nelle sue canzoni, ed invece abbracciano una dimensione di quieta e disincantata riflessione sulle cose della vita ("nessuno è un santo, e tutti abbiamo i nostri problemi" riassume in Hey Love), dove la strumentazione segue con discrezione il mood delle liriche, con tinte spesso folk, archi, qualche chitarra gentilmente elettrica. 

Lo stile è indubitabilmente il suo, misurato e leggero, ma è come se ogni episodio del disco - prendendo le distanze dalle sue cose precedenti - fosse concepito per avere un respiro più ampio, anche dal punto di vista della lunghezza, e per esprimere nel mondo più onesto possibile un'esigenza espressiva oggi meno trattenuta dal filtro dell'ironia ma decisamente diretta e a cuore aperto.