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03 settembre 2026

Hazel English - Conversations EP REVIEW

Cosa altro dire di Hazel English che non abbiamo già scritto ampiamente dai suoi esordi fino ad oggi? L'abbiamo davvero vista maturare, singolo dopo singolo, ep dopo ep, dalle prime copertine in cui, appena sbarcata in California dalla natia Australia, campeggiava giovanissima con la frangetta e i capelli raccolti con il cerchio e una valigia di fianco, fino alle ultime in cui mette insieme una timida sensualità e la semplicità della ragazza della porta accanto.

Al di là di un (azzardato?) passo laterale stilistico corrispondente all'unico suo vero album (Wake Up!) Hazel non è in fondo così cambiata dai suoi esordi: il suo dream pop aereo, leggiadro, dinamico e cristallino è in fondo lo stesso di dieci anni fa, solo più rotondo e rifinito; e il medesimo è il nucleo narrativo delle sue canzoni, che sono immancabilmente canzoni d'amore, appassionato o deluso che sia, semplici e oneste canzoni d'amore, ovvero l'abc stesso della musica pop, spogliato da ogni pretesa di una complessità poetica che con una musica come questa farebbe necessariamente a pugni. 

Hazel, lo sappiamo, predilige la pubblicazione frequente di nuovi singoli e la loro raccolta in ep. Conversations è - se conto bene - il quinto ep della "regina del dream pop" e contiene sei pezzi che riprendono con nonchalance il discorso sospeso (ma mai interrotto, ci sono state anche delle cover formidabili) dopo Real Life. 

C'è la voce di miele che conosciamo. Ci sono le ricche e sfavillanti trine di chitarre jangly ordite con paziente sapienza dall'immancabile Jackson Phillips / Day Wave. Ci sono le melodie circolari che trascinano nelle loro delicate spirali, dall'inizio alla fine. 

L'elemento (parzialmente) nuovo è forse un'insistenza maggiore sul pedale catchy rispetto al passato, tanto che la micidiale infilata iniziale Different Story - Conversations - Gimme - Calgary mette davvero in fila quattro delle canzoni più piacevoli, vivaci e corrusche che Hazel abbia mai scritto. Nell'ordine: un pezzo ironico su un amore finito, uno su un amore che riemerge dal passato, uno sulla paura di innamorarsi, uno che esalta il topos amore-natura. Giusto per intenderci subito sul fatto che Hazel è la più "romantica" delle singer songwriter indie pop di sempre. 

E non che la successiva Baby Blue - che ha l'allure morbidamente retrò delle cazoni di Wake Up! - e la conclusiva Phone Boothe - che sostanzialmente è una love ballad (duetto compreso) talmente soffice che potresti sprofondarci dentro come in un'enorme coperta calda - raccontino storie differenti: le "conversazioni" di Hazel vertono sempre intorno a faccende sentimentali e stanno dentro quella cornice deliziosamente jangly che dicevamo. 

In definitiva? Beh, il giudizio su Hazel English è sempre difficile perchè da parte di chi scrive c'è un'affezione profonda e di durevole verso la sua musica, il suo stile, la naturalissima eleganza insita in qualsiasi cosa scriva, faccia o dica (e comprendo tutti i suoi video, che sono sempre molto curati e amabilmente Hazel-centrici). 

Conversations possiede immutata quella magia che sappiamo: è a suo modo una piccola collezione di piccole perfette pop songs. E Hazel tiene ancora ben stretto in mano il suo scettro dream pop. 

16 agosto 2026

Phoebe Bridgers - Lost Weekend ALBUM REVIEW

Leggerete molte recensioni del nuovo disco di Phoebe Bridgers in rete. Ognuna coglie cose diverse e interessanti che probabilmente non avrei mai pensato da solo. 

Fra l'altro è da molto tempo che non scrivo più nulla di cantautorato femminile, per quanto resti una mia vecchia passione (che coltivo purtroppo sempre meno).

Pertanto questa non è precisamente una recensione. E' più che altro un tentativo - a partire dal Lost Weekend - di rispondere alla domanda con cui apre questa (come sempre) arguta review di Pitchfork: "perché Phoebe Bridgers?". 

Riformulerei la domanda, così andiamo subito al punto: perché Phoebe Bridgers è in questo momento la singer songwriter più importante sulla scena mondiale? 

Partiamo dall'inizio. Ai tempi di Stranger in The Alps Phoebe era una cantautrice di vent'anni che già mostrava un talento fuori dalla norma nel tradurre in una lingua ibrida di pop e folk quell'inquietudine che la caratterizzerà sempre, voleva piacere, un po' stupire e surfare sui generi. Punisher è stato per la musicista californiana in tutti i sensi un manifesto: del potenziale della sua scrittura, della sua unicità, ma anche di Phoebe Bridgers giovane donna uscita a fatica da quella relazione tossica che tutti sappiamo perchè il disco di quello parlava (poeticamente) esattamente come facevano (impoeticamente) i media. Era un disco di rabbia e rivincita, di fantasmi e luce abbagliante. Era anche la ragazza dai capelli biondissimi con addosso la tuta da scheletro che è finita su tutti i palchi più importanti suonando una musica che non era certo catchy nel senso più riconoscibile del termine. 

Lost Weekend arriva dopo sei anni in cui la vita di Phoebe ha preso, come è naturale, una piega nuova: il successo galattico del supergruppo Boygenius con Lucy Dacus e Julien Baker, un nuovo amore pare - a giudicare dalle liriche disseminate nel disco - stabile e felice, un lutto familiare rielaborato con fatica, la "maturità" dei trent'anni svoltati con un blasone artistico già definito sulle spalle. 

E arriva con l'ambizione di fare qualcosa di riconoscibile e di diverso al tempo stesso, che è un po' il demone di tutti i grandi artisti riconosciuti tali. 

The Outside, il lungo e complesso episodio che apre il disco, dichiara già questo a lettere di fuoco: la voce filtrata da vocoder che ci aspetteremmo più da una Billy Eilish che ci accoglie in quella dimensione obliquamente onirica con cui finiva Punisher è già un colpo notevole e spiazza. Poi però tutto intorno c'è questa piccola sinfonia per pianoforte che da solenne ed ermetica si scioglie in una dolcezza infinita, e qui c'è davvero il tocco inimitabile della musicista di Los Angeles, quella capacità di produrre una bellezza quasi inafferrabile. 

In Lost Boys ci sono i fiati di Kyoto e il medesimo spirito di ironica leggerezza, che sembra suggerire un vero lieto fine (We are born again, so who cares where we're going...) e pare emergere dallo stesso nucleo ispirativo delle canzoni di Boygenius. 

Lo space rock onirico di Kill Me, con il suo ritmo largo e rallentato pieno di riverberi di lap steel, introduce Bobby Burnham (attuale compagno di Phoebe, oggi co-autore e corista di molti di questi pezzi) come personaggio narrativo che ritroveremo ancora ("Bobby, mi hai insegnato che non sapevo nulla" canta Bridgers rievocando il loro primo approccio) e lo intreccia con una riflessione sull'identità che in un suggestivo e corale finale gioca con citazioni labirintiche e simboliche (il Tamam Shud ripetuto allude a un celebre caso di cronaca in cui la vittima mai riconosciuta possedeva un foglietto con queste parole in lingua persiana). 

Se The Governor's Waltz riprende a raccontare con la fragile delicatezza di cristallo sottile tipica del songwriting di Phoebe, Bobby esplode come una colorata bomba di gioia vitale e vitalistica: è una canzone d'amore che è prima di tutto una dichiarazione d'amore, che mescola quotidianità con spontanea semplicità ("abbiamo stelle sul soffitto e vestiti sul pavimento") e quel tocco di humor nero che conosciamo ("e se a te non piacesse nessuno dei miei amici, li ucciderei, sì li ucciderei"). Grande forza, grande luce. 

L'organo che accompagna Lost Weekend spalanca uno di quegli intimi quadri del passato che Phoebe ci ha abituato ad osservare nella sua galleria, in cui il paesaggio è morbidamente sfumato e il cuore sempre sanguinante. La seconda parte, imprevista, propulsiva ed elettronica, ha un evidente valore catartico ed è uno di quegli espedienti "nuovi" che Bridgers e i suoi produttori hanno disseminato nel disco. Spettacolare, non c'è che dire. 

Mentre la sintassi di Haunted è del tutto folk-pop e a suo modo "facile" (di nuovo siamo in area Boygenius), il cinematico strumentale Panorama ci conduce ad un altro momento fortemente emozionale dell'album, una Still Standing in cui Phoebe affronta la scomparsa del padre, con il quale ha avuto un rapporto difficile (lo sappiamo fin dal primo album), con un doloroso misto di sollievo e nostalgia. La capacità della musicista californiana di gettare un seme acustico e farlo germogliare e fiorire in giardino nel tempo dei quattro minuti di una canzone, dilatando suono e tempo in modo quasi magico, è un'altra dote che spiega bene "perché Phoebe Bridgers". 

Ancora una canzone d'amore - la dinamica e vagamente centrifuga Liberty Tree - che è un respiro a pieni polmoni prima di riprendere la lotta con il passato in Never Going Back!, dove l'apparente e ipnotica allegria del chorus che intesse l'intera canzone fa a cazzotti con la voce del padre che riemerge dal passato in un messaggio lasciato alla segreteria telefonica, dove sottilmente rimprovera la figlia "diventata rockstar" di non avere più tempo per chiamarlo. 

In qualche modo tutta la seconda metà dell'album è più costituita di frammenti: lo erano i numeri precedenti, lo è la dolce e a suo modo ottimista Other Plans, nella sua acustica spontaneità, così come l'interludio Lost Parade. 

I Can't Wait, direi, ha l'etichetta country pop cucita addosso (e la presenza di Cameron Winter contribuisce), ma è esattamente uno di quei meccanismi che Phoebe è così brava a costruire, con un sapiente crescendo emozionale che va in direzione elettronica, anima dinamicamente l'intero pezzo e si interrompe all'improvviso. 

As Above è uno dei capolavori dell'album. Lo è filosoficamente e narrativamente, cucendo insieme tutte le tematiche del disco - la riscoperta dell'amore, la fiducia ritrovata nel futuro, ma anche il senso di colpa, i ricordi dolorosi che si aggrappano al presente - in un'ampia piano driven song che sembra sempre sul punto di saltare per aria e invece rimane ancorata al terreno ("as above, so below", per l'appunto). Non è un pezzo immediato come altri del disco, ma ti stringe sicuramente lo stomaco. 

Esattamente quello che succede con la reprise di Lost Weekend che riprende il dialogo con il passato ma lo fa con una conquistata serenità che chiude idealmente il cerchio della vita con (forse) le liriche più belle che Phoebe abbia mai scritto ("ora non riesco più a vedere alcuna stella in cielo, quando un desiderio diventa realtà una fantasia muore, ma staremo bene io e te, tu mi vuoi bene e io non lascerò che dimentichi, non acora"). 

Finisce qui l'album, dopo ben 16 pezzi, quasi un'ora di musica e poesia intrecciate in modo inestricabile l'una all'altra. Un unico grande respiro, in verità, dove ogni episodio è inanellato al precedente e genera il successivo. 

Perché Phoebe Bridgers allora? 

Tanti i motivi, molti già evidenti in questa piccola disamina di Lost Weekend. Ne aggiungo giusto uno, che prescinde dal talento enorme che abbiamo ampiamente raccontato. Una cantautrice con il pedigree che ha Phoebe potrebbe avere molte possibilità artistiche davanti: sfornare un disco all'anno che riprende lo schema che i fan desiderano è la via più semplice. Molti la percorrono, e non c'è nulla di male, ma Phoebe non l'ha fatto. L'altra via è sperimentare coi generi, cercare di mutare maschera e solleticare la critica (un po' alla Cat Power, diciamo, ma pure qui la lista è lunga). Ma per farlo spesso si tradisce un po' sè stessi, e questo Phoebe, che è terribilmente onesta, fino all'eccesso, non ha mai nemmeno pensato di farlo. L'ultima strada, quella in fondo più coraggiosa, consiste nell'aspettare e lavorare in silenzio, migliorando ciò che si sa già fare senza snaturarne i contorni, arrivando a distillare l'anima dell'ispirazione e facendosi aiutare da persone fidate che sanno cosa è meglio per te e la tua musica. Lost Weekend testimonia esattamente questo, ed è la risposta definitiva alla domanda di partenza. 


26 giugno 2025

Career Woman - Lighthouse ALBUM REVIEW

E' da un bel po' - almeno da quando Melody Caudill ha pubblicato i suoi primi singoli appena terminato il liceo - che sostengo che Career Woman sia l'erede legittima di Waxahatchee. Lo stile cantautorale della losangelina in effetti ha molte similarità con quello di Katie Crutchfield: da una parte una esibita muscolarità indie rock, dall'altra una forte immediatezza pop, con un evidente coté folk e una naturale capacità di raccontare e raccontarsi. 

D'altra parte, con un nome così, non deve essere un caso se Melody ha bruciato le tappe e oggi, appena terminati i tre anni di college a Santa Cruz, ha definito con grande lucidità la dimensione artistica di Career Woman, che da progetto solistico quasi da cameretta è diventato una band di quattro elementi con un solido retroterra rock che, immagino, renderà particolarmente dal vivo. 

Non arriverò a dire che Lighthouse - che, strano a dirlo, ma è il disco d'esordio di Melody - sia il suo Ivy Tripp, ma senz'altro è un album ambizioso che si inserisce in una poderosa tradizione di female Singer songwriter di area indie - oggi direi la guidano Soccer Mommy, Julien Baker, Lucie Dacus e Phoebe Bridgers - senza alcuna paura di confrontarsi con quei modelli e al contempo senza tentare strade oblique e sperimentali (alla Japonese Breakfast per intenderci).

Gli undici pezzi di Ligthouse fanno il loro mestiere e arrivano subito dritti: hanno le chitarre sempre bene al centro, sprizzano dinamismo e urgenza comunicativa da tutti i pori e convogliano l'energia in modo intelligente e sapientemente scenografico (prendete il crescendo di Piano Song o la sorniona semplicità catchy post-adolescenziale di Hit and Run). 

Insomma, Melody non è più la ragazza che pubblicava demo voce e chitarra, o per la precisione non lo è più del tutto, perchè dietro il suono rotondo e pulito delle sue nuove canzoni (They Told Me To Say Nothing ad esempio) in fondo è racchiusa quella fragilità che ci ha fatto innamorare di lei. 

01 novembre 2024

Soccer Mommy - Evergreen ALBUM REVIEW


Premesso che sono un fan di Sophie Allison fino dai suoi esordi (Songs From My Bedroom uscì nel 2015), devo confessare che l'ultimo album Sometimes Forever, pubblicato nel 2022, non mi aveva completamente convinto. Fatta la tara al talento immenso di scrittura della musicista di Nashville, era la produzione che virava verso territori segnati da un'elettronica "sonica" e a tratti oscura a non faRE decollare il disco. 

Nei due anni successivi Sophie ha dato segno di essersi forse in parte pentita di avere fatto un album, per così dire, "difficile", e ha pubblicato una serie di cover di grande piacevolezza e intelligenza: innanzitutto una Soak Up The Sun che esaltava l'originale di Sheryl Crow, e poi una piccola deliziosa raccolta intitolata ironicamente Karaoke Night, in cui spiccava una Dagger prestata dagli Slowdive e restituita nella purezza gentile e malinconica dell'originale. 

Per il suo quarto album Soccer Mommy ha deciso di cambiare produttore, abbandonando l'esperienza con Daniel Lopatin e chiamando Ben H. Allen III, uno che ha esperienze più canoniche e meno sperimentali (ha lavorato con i Belle & Sebastian, per dire). 

L'episodio che apre Evergreen dice già molto: nella splendida Lost ritroviamo il suono della chitarra acustica, la voce di Sophie è più morbida che mai e nell'evoluzione del pezzo sono gli archi a spalancare lentamente una canzone che è insieme dolente e catartica. Insomma la strada è quella della Soccer Mommy degli esordi, ma - come è giusto che sia - in una versione matura, che affronta la tematica della perdita di una persona cara (la madre di Sophie) pezzo dopo pezzo, rielaborando il lutto con un'onestà lirica impressionante.

Ed ecco allora l'essenziale e avvolgente impasto di chitarre - sì, quello dei primi due dischi - della intensa M, che per molti versi assomiglia ad una narrazione alla Phoebe Bridgers, dove sembrano sempre dominare una rabbia ed un'angoscia trattenute (And in my dreams i'm still not free, i feel those hands around my neck, like the truth is killing me).

Con la successiva Driver aumenta, passo dopo passo, l'energia, in modo direttamente proporzionale ad un'oscurità emotiva serenamente inquieta, che ancora ricopre tutto anche in Some Sunny Day, soffice, floreale ed obliqua al tempo stesso nel suo andamento caracollante. 

L'intero percorso di Evergreen è una densa foresta di ricordi in cui Sophie sembra aggirarsi in cerca forse di un'uscita, che appare come un varco qui e là e poi scompare: è il caso dell'intensa e commovente Changes, dove le immagini si accumulano l'una dopo l'altra in un paesaggio dove il passato e il presente si confondono come dentro un sogno ("e posso percepire i cambiamenti, e non voglio affrontarli, è dura abbastanza sapere che tutto svanirà nella memoria nel tempo"). Non c'è alcun varco qui, ma nella successiva Abigal - che possiede fin da subito una inaspettata leggerezza Cure-iana - i piedi sembrano staccarsi da terra verso un cielo colorato da un crepuscolo pop. 

Ma è solo un istante di effimera ebbrezza prima di ritornare stuck in a memory, come canta Allison nella successiva Thinking Of You, dove ancora dolcezza e disperazione sembrano scaturire dalla stessa fonte. La larghezza narrativa e l'acidità delle chitarre hanno un po' il sapore di certe cose di Sharon Van Etten, che in fondo da sempre è uno dei riferimenti di Soccer Mommy. Ma il marchio stilistico, come è evidente anche in Dreamin Of Falling, è davvero quello di Sophie Allison: le parole al centro, brucianti di sincerità ("e qualche volta mi sembra come se stessi sognando di cadere quando sono in dormiveglia") e una calda coperta melodica intorno che però lascia sempre una parte scoperta. Insomma, le proprie canzoni come mezzo per affrontare la realtà, ma la realtà poi rimane lì, così come i ricordi che finiscono per inseguirti anche se non vuoii: "e nella luce del giorno sono perseguitata, lei non può svanire, è sempreverde" canta Allison nella conclusiva Evergreen, che sembra sciogliere tutti i nodi dell'album per poi annodarli ancora. 

Album che è in definitiva bellissimo e per nulla facile - nonostante le premesse - specie per la sua insistenza ossessiva sulla stessa tematica, ma al contempo ha una sua straordinaria fluidità espressiva ed emotiva: ti trascina giù senza che tu te ne accorga, ti culla piano piano dentro la notte più scura ma non ti nasconde nulla di ciò che c'è la fuori e che fa paura. 

05 agosto 2024

april june - baby's out of luck again EP REVIEW

Victoria Zolotukhina è senz'altro un'artista a tutto campo, oltre ad essere un perfetto esempio di una generazione (i ventenni di oggi) che non ama avere confini geografici: studentessa di cinema a New York e di materie artistiche a Helsinki, oggi è basata a Madrid e da alcuni anni pubblica la sua musica con il moniker april june (tutto minuscolo, per rispetto filologico).

Personalmente amo lo stile catchy e super raffinato di april june da quando l'ho scoperta nel 2021, e da queste parti ho segnalato quasi tutti i numerosi singoli usciti negli ultimi anni. 

L'EP in uscita oggi si è fatto davvero attendere, ma ovviamente non tradisce affatto le attese. Da sempre april june si muove in un paesaggio dream pop dai contorni assolutamente personali e - passatemi il termine - ben più "contemporanei" di tante band dream pop. Insomma, non c'è alcuna nostalgia per i canoni del genere e - elemento fondamentale - non sono le chitarre il perno attorno a cui tutto gira, ma i synth e la voce (e, in definitiva, l'impasto sonoro complessivo: sappiamo bene come nella musica pop di oggi la produzione è il 99% del lavoro), con un chiarissimo retrogusto anni '80 che oggi è la moda. 

Victoria ha studiato cinema non è un caso che da sempre le sue canzoni possiedano una dimensione fortemente cinematografica, che si incarna in una narrazione fatta di suggestioni atmosferiche e in una morbidezza "cool", sensuale e crepuscolare, che richiama molto Lana Del Rey ma anche i Cigarettes After Sex. In questo, direi, quella "contemporaneità" di cui parlavamo. Per il resto emerge sempre una grande capacità di essere elegante ed orecchiabile, con alcuni episodi (baby's out of luck again, pretty like a rockstar e carry you on my broken wings su tutti) che sono veramente dei banger alternativi in attesa di esplodere. 

14 giugno 2024

Bored At My Grandmas House - Show & Tell ALBUM REVIEW

Senza dubbio Bored At My Grandmas House è uno degli alias musicali più curiosi che mi sia capitato di trovare, e proprio per questo ha attirato la mia attenzione (in fondo a chi non è mai capitato da bambino di annoiarsi a casa della nonna?). 
Amber Strawbridge ha deciso di celarsi dietro questo nome già da alcuni anni - era poco più che diciottenne - producendo una serie di singoli e un ep che fin da subito ne hanno messo in luce un notevole talento di scrittura e al contempo una sorprendente perizia tecnica, considerando che si tratta di una polistrumentista autodidatta. 
L'album che esce oggi - ottimamente prodotto da Alex Greaves, già dietro la consolle per BDRMM - è davvero un gioiello di indie pop cantautorale e riflette una maturità artistica già perfettamente compiuta.
Nelle canzoni della musicista di Leeds il perno centrale sembra sempre corrispondere con uno scavo intimo di pensosa profondità (significativo che ci siano pezzi intitolati Inhibitions o Imposter Syndrome), ma intorno gira sempre una catartica giostra di luci e ombre che si esprime attraverso una costante gentilezza melodica, delle chitarre di liquida piacevolezza che sanno sempre spingere sul distorsero al momento opportuno, e un uso ampio elegante ed equilibrato dei synth. Il risultato complessivo è questo mood morbido e avvolgente, a tratti quasi ipnotico ( ad esempio il lungo finale di Don't Do Anything Stupid o l'immersione psichedelica di Hide & Seek), che caratterizza l'intero album e che è il tratto distintivo dello stile personale di Bored At My Grandmas House. 
Le tangenze con artiste/band come Bathe Alone o Bleach Lab ci sono senz'altro, ma in verità Amber sta percorrendo una sua strada piuttosto originale, a suo modo pop, certo, ma anche intrisa di una timida delicatezza che riporta sempre tutto alla originaria e programmatica dimensione "da cameretta" del suo progetto musicale. 

06 giugno 2024

IAN SWEET - SUCKER ALBUM REVIEW

Non mi è mai capitato di parlare di un album con un ritardo di 7 mesi dall'uscita, tanto che prima di scriverne mi sono domandato se fosse il caso. 

Poi ho riascoltato con attenzione questo ultimo di IAN SWEET e mi sono risposto con convinzione che dovevo proprio essere molto distratto alla fine del 2023 per perdermi un disco tanto bello. 

La verità è che mi sono imbattuto qualche giorno fa in una recentissima cover di Anthems For A Seventeen Year Old Girl dei Broken Social Scene, che è una canzone che adoro alla follia e che Jilian ha trattato con la intelligente delicatezza di cui è capace, e da lì sono fortunatamente approdato al disco. 

La cover è questa e se ancora non conoscete IAN SWEET può essere un interessante quanto inusuale punto di partenza: 

Quindi sì, vi palerò di SUCKER, che è il quarto album di Jilian Medford con il moniker IAN SWEET ed è veramente un grande album. La musicista di Los Angeles è in giro da almeno dieci anni e fin dagli esordi porta avanti una via molto personale all'interno di quello che potremmo catalogare come cantautorato indie - diciamo la stessa League in cui giocano Phoebe Bridgers e Haim - con l'enfasi su chitarre ed elementi elettronici che troviamo in Wolf Alice, una sofferta introspezione alla Julien Baker ed una propensione melodica decisamente tutta sua.

Se ritornate ad ascoltare i primi tre dischi della Medford troverete una decisa e piuttosto inquieta dimensione sperimentale, che in SUCKER sembra avere trovato una (forse) definitiva quadratura. I pezzi sono tutti ampi ed ampiamente narrativi, ma la palette espressiva rimane non facilissima da definire in poche parole. Dentro le canzoni di IAN SWEET ci sono veramente tanti ingredienti ed ancora più modelli: un po' dell'obliquità affascinante di Feist, l'allure patinata e programmaticamente eighties dell'ultima Hatchie (FIGHT quasi la cita e poi la supera a duecento all'ora), una tentazione di dancefloor alternativo (Smoking Again ha un potenziale anemico mica male oltre ad essere assolutamente ballabile, così come l'amabilmente ruffiana Your Spit) mischiata con la saturazione citaristica dello shoegaze (Hard), la capacità di strutturare minimali carillon elettronici attorno a poderosi crescendo emotivi (Emergency Contact con il suo chorus killer "i don't mind i don't want to make it right"), qui veramente Bridgersiani. 

Il tutto coniugato con una urgente densità espressiva che trova in un modo o nell'altro il modo di venire a galla, che sia attraverso la forza lirica e sottilmente catartica di Bloody Knees ("what if i die..." sono le prime parole dell'intero album), attraverso l'essenziale introversione di Comeback, oppure la linearità acustica di Clean, che in principio pare una outtake di Waxahatchee ed esplode in un finale sfrigolante.  

Emerge davvero, lungo l'intero album, tutto il talento di una musicista che al momento non ha del tutto ottenuto il riconoscimento che meriterebbe e che ha raggiunto ormai una maturità artistica indiscutibile. 

22 marzo 2024

bedbug - pack your bags the sun is growing ALBUM REVIEW

La storia di Dylan Gamez Citron è molto "americana": di origini messicane, cresce nella periferia di New York, poi va a studiare a Boston alla Northwestern University - qui fonda il suo progetto bedbug (minuscola di rigore) - inizia quindi a lavorare come supplente a scuola, poi si trasferisce a Los Angeles dove ritrova la famiglia e vive facendo counselling. Tra un'attività e l'altra, l'attività musicale di Dylan è sempre stata più che altro una passione, tanto che i tre album precedenti a questo e marchiati bedbug erano sostanzialmente delle autoproduzioni casalinghe lo-fi, con una spruzzata di antifolk, una base di cantautorato indie di obliqua canonicità e una sferzata elettrica di garage pop. 
Pack your bags - titolo che sembra alludere al trasloco fra la Boston in cui a lungo ha vissuto e suonato e la nuova avventura californiana - è in verità il primo album di Dylan completamente registrato in uno studio e prodotto con una estesa cura dei particolari. Ed è un disco talmente bello, coinvolgente e poetico che, pur non essendo in realtà particolarmente tangente all'indie pop di cui ci occupiamo qui, sarebbe un delitto non parlarne.
Ascoltando le canzoni dei bedbug (c'è un band attorno a Gamez) la prima riflessione che viene in mente è quanto i Neutral Milk Hotel abbiano lasciato una scia lunga dietro il loro "Aeroplane over the Sea", visto che a quasi trent'anni di distanza quel mix di folk della tradizione, indie rock sghembo e torrenziale esigenza di racconto si ritrova in tanti artisti di oggi (ne citiamo uno: Kid Chamaleon, giusto per restare a Boston, anche nella sua seconda incarnazione chiamata fine.). Dylan Gamez Citron in fondo è l'ultimo di una lista lunga, ma ciò che colpisce, al di là di una originalità di ingredienti che non può né vuole esserci, è la sua capacità di scrittura così lirica e potente, che deve molto senz'altro al citato Jeff Mangum ma anche a Conor Oberst, a Waxahatchee, ai Death Cab For Cutie, ai Lemonheads, ai Sebadoh, a Sufjian Stevens, agli Sparklehorse e in definitiva all'universo indie dei '90. 
Le canzoni di bedbug sono insomma eredi di una tradizione, ma poi in definitiva possiedono una purezza originaria che vive e risplende di luce propria senza bisogno dei propri modelli. I dodici pezzi dell'album brillano di una delicatezza adorabilmente descrittiva, hanno un'anima acustica e programmaticamente stonata, ma nel loro parlare di stelle, autostrade, boschi in fiamme, trovano sempre un dinamismo incredibilmente a fuoco, perfettamente speculare al mood che comunicano, sempre suggestivo e cinematico nella loro (apparente) improvvisazione. Ma la successione stessa degli episodi, da The City Lights in giù, non ha in fondo così importanza: Pack your bags è nel suo complesso un album che va ascoltato come un unico ciondolante e vagamente ipnotico flusso di coscienza, un viaggio sia interiore che esteriore. 
Se vi piacciono gli artisti citati sopra, i bedbug sono il vostro nuovo gruppo preferito! 

03 febbraio 2024

Anika Pyle - Four Corners EP REVIEW

Nel vasto mare di cantautrici che riempiono la scena indie, Anika Pyle è da molto tempo una piccola isoletta che pochi appassionati incrociano sulla propria rotta, ma molto amata di chi la conosce. Con un passato in una band punk, da cinque anni la musicista basata in Colorado ha iniziato una carriera solistica che mette insieme una propensione folk pop (un po' la stessa di Big Thief o Waxahatchee) dai contorni minimali ed una forte caratterizzazione narrativa e introspettiva delle proprie liriche. 

Mi sono imbattuto nel nuovo ep di Anika senza grandi aspettative - avevo già ascoltato il suo album del 2022, che non mi aveva convinto del tutto - e devo dire che stavolta mi ha letteralmente preso il cuore.

Come sempre, la Pyle mette in campo un grande talento nel raccontare la sua quotidianità e i suoi luoghi dell'anima (le quattro canzoni del disco sono dedicate rispettivamente al quadrilatero Arizona, New Mexico, Utah, Colorado), ma questa volta è come se avesse liberato il proprio stile e la propria voce, costruendoci attorno una dimensione sonora più ampia, apertamente pop quando serve (Arizona è davvero un piccolo banger di genere, che ti proietta concretamente nel paesaggio che attraversa: driving down this desert road, stretching straight to Mexico, Tom Petty on the radio, hand out the window...), delicatamente folk e sempre perfettamente equilibrata negli altri momenti.

La conclusiva Colorado Sage, con la sua piana e commovente confessione di un'infanzia vissuta in povertà estrema ("ma mi sentivo ricca e libera, correndo tra i campi di salvia del Colorado"), è un piccolo capolavoro di poetica semplicità. 

06 novembre 2023

THALA - twotwentytwo EP REVIEW

Spesso gli artisti che, nello stesso anno in cui hanno pubblicato un album, fanno uscire immediatamente un seguito, lo fanno per dare luce anche a pezzi che sono rimasti esclusi dal disco per qualche motivo. Probabile che sia il caso anche di questo ep lungo con il quale THALA prosegue il discorso iniziato quest'estate con In Theory Depression. Discorso che verteva - lo dicevamo a luglio - ormai su argomenti maggiormente vicini alla dimensione del cantautorato che a quella del dream pop con il quale la berlinese aveva esordito. 

Ciò che sorprende (positivamente) del nuovo ep allora non è una particolare svolta stilistica, quanto la straordinari qualità di queste sei canzoni, che nell'album non solo non avrebbero sfigurato, ma forse si sarebbero prese la copertina e avrebbero reso l'intero disco ancora più bello e completo. 

Già a partire dall'incipit di It Was You, THALA dimostra di avere abbracciato anima e corpo un mondo espressivo affine a quello di Sharon Van Etten, della prima Laura Stevenson, di Waxahatchee e Soccer Mommy: forte emotività, chitarre spesso poderose, oscurità e melodia, dolcezza e catartica elettricità fuse perfettamente insieme, sofferto intimismo delle liriche, grande senso scenografico che però non va mai sopra le righe. 

Con, in più, uno sforzo produttivo (lo notavamo già nell'album) che da un lato ripulisce il suono e dall'altro rende particolarmente efficace e spettacolare la dialettica tra toni soffusi ed esplosioni di energia. Il pezzo che dà il titolo alla raccolta, twotwentytwo, ricalca invece talmente in profondità la soffice densità di Phoebe Bridgers da sembrare davvero una outtake estrapolata da un suo disco. 

Da ascoltare insieme a In Theory Depression, come se ne fosse un ideale e riuscitissimo lato C. 

10 giugno 2023

Sailor Down - Lookout Park ALBUM REVIEW

E' senz'altro un momento di hype per un certo cantautorato femminile diciamo tradizionale, negli States, se guardiamo al successo che sta avendo un progetto come quello di Boygenius. Ovviamente, sotto la superficie, c'è un mondo di splendide artiste che spesso sfiorano giusto una celebrità locale e che mi piace da sempre esplorare. 

Un paio d'anni fa mi sono imbattuto per caso nella musica di Chloe Deeley, in arte Sailor Down: il suo ep di debutto mi sembrò una piccola perla di artigianato da cameretta lasciato come un messaggio in bottiglia sulle spiagge del Massachusetts. 

E' quindi con grande gioia che scopro che Chloe oggi è riuscita non solo a mettere insieme il suo primo album, ma a far crescere in modo  significativo il suo stile di acustica essenzialità verso una dimensione a tratti più dinamica ed elettrica che per molti versi somiglia tantissimo a Soccer Mommy (lo testimoniano subito l'iniziale We Drove Out West e la più mossa Lookout). 

Attorno a I Get It e Skip The Line - vere signature songs di Sailor Down, già presenti nel primo ep, intrise di quella delicata e intensa poetica che sta da qualche parte fra Phoebe Bridgers e Owen  - ascoltiamo volentieri otto pezzi nuovi ancora incentrati su voce, acustica e liriche di personale introspezione, con una pedal steel, una elettrica e qualche timido suono elettronico che non snaturano comunque la pregevole spontaneità lo-fi dell'insieme. 

11 maggio 2023

Girlhouse - The Fourth EP REVIEW

Se mi chiedete qual è la singer songwriter americana più sottovalutata degli ultimi anni, vi risponderei senza ombra di dubbio Lauren Luiz. Utilizzando il moniker Girlhouse, Lauren ha pubblicato già diverse cose (qui trovate la recensione del suo primo EP, e qui quella del secondo), mettendo fin da subito a fuoco uno stile personale che fa senz'altro la corte al dream pop di Hazel English ma lo declina con il vigore di Soccer Mommy e con la passione deflagrante di Mitski. 

Nel tragitto di artistico di Girlhouse - parliamo dunque del terzo e soprattutto di questo quarto EP -  è ormai evidente che Lauren sta procedendo (in fondo è naturale) da una dimensione che era ancora "da cameretta" ad una più prodotta e generalmente più muscolare (il punk melodico un po' teen di gen x boyfriend, l'esplosione elettrica e catartica di Worth It, che è il climax dell'EP). Non è cambiata invece la innata capacità di creare crescendo di forte suggestione, di raccontare storie mettendosi a nudo con tanta onestà quanta ironia, di far scorrere ogni pezzo verso un ritornello di intelligente e travolgente orecchiabilità (You Don't Think About Me e Till I Do). 


15 aprile 2023

Nicole Yun - Matter ALBUM REVIEW

Con i suoi Eternal Summers in pausa da almeno cinque anni, è chiaro oggi come Nicole Yun - che della band di Roanoke, Virginia è da sempre anima e motore - abbia impiegato gli ultimi tempi per costruire quella che forse sarà una carriera solistica post (o parallela?) a quella del gruppo che ha fondato ormai 15 anni fa. 
Nei cinque album degli Eternal Summers abbiamo assistito a una progressiva definizione di uno stile capace di muovere tra un indie dalle ascendenze post punk, a tratti spigoloso, e un dream pop elettricamente zuccheroso. Discorso che può valere anche per l'esordio solista di Nicole, datato 2019.
Era lecito quindi aspettarsi che i dieci pezzi di questo Matter muovessero dal suono tipico della band, e infatti è in parte così: fin all'iniziale Heavy Voices le chitarre suonano fragorose e muscolari e i tempi sono alti, e al centro ci sono  sempre la voce sottile e determinata di Nicole ed il suo grande gusto per gli hook melodici. 
Ciò che manca in definitiva nei pezzi dell'album è il lato "dream", che affiora davvero in pochi momenti e giusto nella tessitura liquida di alcune chitarre, tanto che in definitiva Matter appare giustamente come un passo personale rispetto al tragitto artistico della band, non lontano come abbiamo detto, ma sicuramente più concentrato e tutto sommato essenziale: un disco di ottimo cantautorato indie che fa pochissime concessioni al lato pop ma riesce a trovare ugualmente una forte immediatezza. 

29 ottobre 2022

Polly Paulusma - The Pivot On Which The World Turns ALBUM REVIEW


Sembra passata una vita da quando Polly Paulusma esordì con un album, Scissors In My Pocket, che è tuttora una pietra miliare del cantautorato femminile di tutti i tempi, per quanto pochi se ne siano accorti. Personalmente conservo un ricordo molto nitido dello stupore provato davanti a questa timida ma risoluta ragazza inglese sbucata fuori dal nulla con una dozzina di canzoni che sembravano intrise di una forza poetica senza tempo, suonate con una chitarra folk, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria jazz e spesso e volentieri un quartetto d'archi, a cuore aperto, con una grazia appena appena ruvida proprio come la sua voce. 

Ci fu, all'epoca - era il 2004 più o meno - una piccola hype nel mondo indie per Polly, in Italia soprattutto, grazie anche a una copertina conquistata sul Mucchio Selvaggio, che all'epoca contava qualcosa, e a numerosi live in giro per la penisola che ne consolidarono una piccola fan base. Il secondo disco, Fingers & Thumbs, uscito nel 2007, non godette dello stesso successo di critica, pur essendo un album onestamente bello, leggermente più orientato al pop rock. Da quel momento la musicista inglese si è presa i suoi tempi, si è dedicata alla famiglia, trasferendosi da Londra a Cambridge, ed ha fatto passare anni tra un'apparizione e l'altra: l'elegante e delicato Leaves From The Family Tree nel 2012, Small Feat Of My Reverie nel 2014 (quasi un ampio lato B del precedente: i due dischi andrebbero davvero ascoltati in sequenza), e poi l'episodio di filologia tra folk e poesia Invisible Music nel 2021. 

A quasi un ventennio di distanza dal debutto, The Pivot On Which The World Turns arriva, tanto inatteso quanto gradito, a fotografare la Polly di oggi. E nella foto, in modo sorprendente (ma forse nemmeno tanto), vediamo esattamente quella ragazza dallo sguardo onesto ed entusiasta che ammiravamo sui palchi di qualche club di provincia, con la chitarra a tracolla e quella voce così matura e versatile, con quel pugno di canzoni che travalicavano i generi, raccontavano storie anche drammatiche con la leggerezza naturale dei grandi narratori. Un po' invecchiata, certo, esattamente come noi, ma questo poco importa. 

Ecco, se vogliamo misurare subito i momenti di una carriera ormai lunga, possiamo dire subito che le canzoni di The Pivot non hanno nulla di meno di quelle, ormai mitiche, di Scissors, e ne riprendono in parte l'equilibrata sequenza di nudità acustiche ed eleganza quasi orchestrale, di gioia ed introspezione. Ma, lo diremo, con un risultato che pare davvero nuovo. 

C'è allora l'intimismo malinconico in punta di plettro di Snakeskin, la delicatezza melodica, corale, alcolica e sorridente di Back Of My Hands (quattro minuti che mostrano in modo palese come scrivere una canzone new folk orecchiabile, tutta melodia e hand-clapping, tenendosi a miglia di distanza dalla prevedibilità che ascoltiamo in giro), la gentilezza jazz/soul di Dirty Circus, l'apertura pop quasi sfrontata di Lumineer (il trattamento elettronico della voce è a dir poco coraggioso, e funziona). 

E poi parole e ricordi ed onde che si infrangono sulla spiaggia in quella magnifica costruzione narrativa che è Bracklesham Bay, uno di quei brani (come poteva essere Perfect 4/4 in Scissors) dove l'incedere della musica porta con sé il ritmo della storia e dove da un piccolo oggetto di nessun valore - un sasso raccolto sulla spiaggia, dimenticato in una tasca e ritrovato per caso - fiorisce un prezioso giardino di memorie. Il calmo crescendo dal racconto al canto, dal fingerpicking alle morbide spirali ascendenti degli archi, è uno dei marchi di fabbrica del songwriting di Polly, e qui è alla sua massima espressione. 

Con l'allegra Any Other Way risulta ormai chiara la tematica portante dell'intero disco: una quieta, sorridente, vitale contemplazione delle (piccole) cose che contano, potentemente immersa in una natura quotidiana e metaforica, la stessa che ritroviamo in Brumbles And Briars ("siamo rovi e cespugli cresciuti insieme, seminati dal vento e dalla pioggia"). 

L'adesione alla poetica (lirica e musicale) di Nick Drake è sempre stata una sottotraccia delle canzoni di Polly, ma nei solchi di The Pivot sembra emergere in modo più che evidente: nel fascino avvolgente di The Big Sky con i suoi archi alla Joe Boyd (ricordiamo, è il caso di farlo, che è la stessa Paulusma che li arrangia), nel pulsare rassicurante del contrabbasso, nelle screziature di piano e nel cuore acustico e antico di Tired Old Eyes.

In Sullen Volcano ritroviamo di nuovo quella capacità di Polly di giocare sulla tensione fra spoken words, silenzi ed esplosioni vocali. Una dimostrazione di virtuosismo, senza in realtà volerlo esibire. 

E, infine, ecco la primaverile freschezza folk di Robin ( se vogliamo continuare con i parallelismi, è una Something To Remember Me By che ha abbandonato inquietudine e ironia e ha trovato nella leggerezza una luminosa pace interiore) che ci consegna il messaggio sotteso all'intero album, insomma "il perno attorno al quale attorno tutto gira": quel "love like there's no tomorrow" che, lontanissimo da ogni tentazione di retorica, è posto tra le mani dell'ascoltatore come una carezza di una madre, o una stretta di mano di un'amica. Il punto di arrivo di una poetica della semplicità (che non è "facilità", anzi) che Polly ha portato avanti con caparbia lungo tutta la sua carriera.

The Pivot on Which The World Turns è in definitiva un album "umanistico": totalmente centrato sull'umanità come condivisione, formalmente privo di abbellimenti e al contempo perfettamente bello, non un cerchio che si chiude (siamo sicuri che Paulusma abbia ancora tanto da scrivere) ma sicuramente un anello che tiene insieme magicamente passato e presente. Un raggio di luce diurna che sembra spalancare le nuvole e riscaldare l'inverno, per usare ancora una immagine cara alla poetica di Drake, con la capacità di curare ogni tipo di ferita. Forse, un piccolo miracolo. 

24 settembre 2022

Lande Hekt - House Without A View ALBUM REVIEW

Bassista e cantante in una band pop punk chiamata Muncie Girls, Lande Hekt è una delle singer songwriter inglesi più talentuose e forse al contempo meno conosciute che ci siano in giro. 

Un po' come è successo a Emma Kupa - più ruvida ed elettrica con i Mammoth Penguins, decisamente sopra i generi e rivolta al pop nelle sue uscite personali - anche Lande sembra smussare gli angoli nelle sue canzoni soliste, almeno dal punto di vista stilistico, visto che l'impegno politico-sociale dei testi resta forte.

Gli undici episodi del disco scorrono via veloci, mettendo insieme una persuasiva leggerezza melodica indie pop (Lande cita i Sundays e i Popguns come fonte d'ispirazione, e si sente), chitarre di contagiosa freschezza, avvolgenti ritmi mid tempo ed un senso di immediatezza, dinamismo ed apertura che anima davvero tutti i pezzi. 

Ascoltando canzoni come Half With You, Ground Shaking o What Could I Sell mi viene da pensare che Lande Hekt sia veramente un ponte ideale fra i punk gentili della scena inglese (Fresh, Martha, etc.) e certo cantautorato femminile americano (Soccer Mommy per esempio), all'incrocio fra impegno, intimismo, una sottile inquietudine elettrica e un'attitudine sempre luminosamente positiva, che si incarna nella ricerca della melodia delicatamente catchy. 

In definitiva, un disco di intelligente piacevolezza, essenziale ed efficacissimo in ogni suo passaggio, semplice e insieme curassimo nei dettagli. Una delle più gradite sorprese di quest'anno! 

30 giugno 2022

Soccer Mommy - Sometimes, Forever ALBUM REVIEW

Comincerei con una nota a margine: Color Theory - il secondo lavoro di Soccer Mommy - è il disco che stavo ascoltando di più quando all'improvviso è scoppiata la pandemia, nel marzo del '20. Era un album che conteneva insieme un radicato senso di inquietudine e anche un prepotente slancio vitale nella sua elettrica e accogliente morbidezza. Giusto per dire che la musica di Sophie Allison è stata, almeno per me, un genere di conforto cui sono emotivamente legato.

Scrivevo all'epoca che Soccer Mommy meritava di stare nell'Olimpo del cantautorato americano attuale, non essendoci ancora. A distanza di due anni, e con il successo di critica e pubblico di quel disco che citavo, è indispensabile considerare quanta strada abbia percorso Sophie dalle sue prime cose (aveva forse diciott'anni, forse nemmeno) a questo Sometimes, Forever, che arriva già con tutti i possibili riflettori puntati addosso. 

Se ci limitiamo a Bones, il pezzo che apre il disco in maniera piuttosto convenzionale (non è una critica eh, anzi), sembrerebbe quasi che lo stile di Soccer Mommy non sia cambiato di una virgola rispetto al passato: la gentilezza della voce e della melodia che si apre come un fiore nel ritornello, le chitarre di gusto nineties che prima contrappuntano e poi si dilatano nel finale, è tutto quello che abbiamo amato di Sophie Allison fin dagli esordi. 

Già il carillon elettronico che ci accoglie all'inizio della successiva With U è una piccola (piacevole) novità, ma il crescendo arioso e sottilmente malinconico che scorre verso il chorus è un'altro marchio di fabbrica di SM e non può che metterci ancora a nostro agio.

Quello ci aspetta nel resto dell'album però è un salto in un territorio decisamente sconosciuto e talvolta piuttosto oscuro e i ritmi franti e torrenziali di Unholy Affliction sono il primo segnale evidente che Sophie ha voluto far evolvere la sua musica in direzioni diverse e non facili. 

La mano del produttore Daniel Lopatin (uno che ha un curriculum di prima classe e da sempre sperimenta con l'elettronica) comincia a farsi sentire a partire da qui ed affiora spesso negli altri episodi del disco, specialmente in un'idea di costruzione e decostruzione delle canzoni a livello ritmico e sonoro che funziona soprattutto dove conserva quella tenera intensità emotiva che è il cuore stilistico di SM, lasciandola al centro del quadro senza snaturarla. Ecco allora che, parere personale, il cantilenante impressionismo di newdemo trova un abito perfetto in un ipnotico mare di synth e chitarra acustica, così come la complessità di Following Eyes si rigira con sorniona abilità l'ascoltatore tra le mani, spiazzandolo con una riuscita dialettica tra oscurità e luce, mentre dall'altro lato la ambiziosa Darkness Forever va a giocare sul campo di Billie Eilish con mosse formalmente perfette (la critica la adorerà) ma un po' senz'anima.

Poi, intendiamoci, il talento di scrittura di Sophie Allison è così brillante che la sua forza esce sempre e comunque, e un pezzo di elettrica leggerezza dream pop come Don't Ask Me arriva come una boccata d'aria salutare e indispensabile. E' (con quasi tutta la seconda parte del disco) il momento più luminoso dell'album, che scivola con scintillante morbidezza nella splendida e delicata Fire In The Driveway e trova finalmente il coraggio di spingere sul pedale della catchyness nella più canonica Feel It All The Time, prima di tornare a sognare in cameretta con la emozionante fragilità di Still. 

Sometimes, Forever vuole essere in definitiva - inutile nasconderlo - il disco della consacrazione per Soccer Mommy. Una consacrazione che, sul lato critico, arriverà senz'altro e darà ragione ad uno sforzo di scrittura e di produzione di grandissimo livello. 

Dal punto di vista puramente personale, io rimango molto affezionato all'elegante semplicità di Clean e al misurato eclettismo di Color Theory e trovo il nuovo album - pur in presenza di molti episodi di oggettiva bellezza - di più difficile digestione, ma forse è solo questione di tempo. 

26 giugno 2022

Hazel English - Summer Nights EP REVIEW

Può darsi che Wake Up!, uscito un paio d'anni fa, sia stato considerato da molti un mezzo passo falso per Hazel English: un tentativo troppo ambizioso di fare qualcosa di diverso dal dream pop etereo e mesmerico degli esordi. Per quanto personalmente non sia d'accordo - a me l'album era piaciuto molto - è indiscutibile che un ritorno a quella formula magica (ma magica davvero) che aveva incantato tutti in Just Give In / Never Goimg Home non può che essere super gradita.

Già la cover di California Dreamin' uscita in piena pandemia aveva suggerito che Hazel si stava muovendo verso territori musicali più consueti. Pochi mesi dopo, il magnifico singolo Nine Stories ha confermato senza possibilità di errore che la regina del dream pop stringeva già saldamente in mano il suo scettro: le atmosfere sognanti, le chitarre jangly, i paesaggi disegnati dai synth e dalla voce, il morbido dinamismo, il lirico romanticismo di fondo, sono in fondo il marchio di fabbrica della musicista australiana trapiantata a LA (e ovviamente del suo fedele produttore Jackson Phillips). 

I cinque splendidi episodi di questo Summer Nights EP rappresentano in purezza lo stile peculiare e riconoscibilissimo di Hazel English: canzoni d'amore (sì, tutte) che sono insieme liquide e avvolgenti, ma anche dolate di una immediatezza pop micidiale, dense nel loro cuore emozionale e al contempo leggere come una piuma, sia quando i ritmi sono più veloci e serrati (Summer Nights), sia quando tutti gli strumenti e la voce si abbandonano alle scie dei propri echi (Blue Light). 

05 giugno 2022

Jane Lai - Received Receipt EP REVIEW

Ad un primo ascolto superficiale, la musica di Jane Lai - artista già conosciuta nel sottobosco della scena indie pop newyorkese - potrebbe sembrare l'ennesima proposta cantautorale in bilico fra l'anti-folk, il garage pop e il cantautorato da cameretta. Un'impressione che senz'altro non è lontana dalla realtà, se non tenessimo conto della grande e matura personalità che traspare chiaramente dai sei pezzi del suo EP d'esordio.

C'è innanzitutto, nelle canzoni di Jane, una capacità di raccontare fuori dall'ordinario: ogni episodio in fondo è una piccola narrazione quotidiana che trova la sua misura perfetta nei due/tre minuti di durata e nell'avvolgente e umanistica dolcezza della voce e degli strumenti (una chitarra essenziale al centro e intorno sempre una minuscola galassia di cose, cori, archi, pianoforte...). Il tutto senza una particolare necessità di cercare melodie catchy, che alla fine però spuntano sempre fuori con timida tenerezza e svaniscono in punta di piedi come se avessero paura di disturbare (Packing Tape ad esempio). 

Received Receipt, l'unico pezzo con una dimensione più ampia e una struttura più complessa, già da solo vale il viaggio, ma tutto l'EP è davvero un gioiellino. 

01 giugno 2022

Raavi - It Grows On Trees EP REVIEW

Attiva come Raavi & The Houseplants fino dal 2018 (EP e singoli sparsi negli anni successivi), Raavi Sita si è trasferita da Boston a Brooklyn e ha ribattezzato il proprio progetto musicale con il solo nome proprio, quasi a simboleggiare una rinascita artistica.

I cinque pezzi di It Grows On Trees rappresentano in effetti un potente passo in avanti per la musicista di origine indiana, dal punto di vista sia della scrittura che della produzione. 

La dimensione cantautorale degli esordi non è affatto abbandonata, ma la Raavi di canzoni come Chorus Girl o Lazy Susan viaggia con decisione dalle parti dello stile emotivo e muscolare di Soccer Mommy, Pillow Queens, Camp Cope o Snail Mail: chitarre libere di sfrigolare di elettricità e melodie che cercano inevitabilmente un crescendo scenografico. Il tutto con un dinamismo ed un'onestà di fondo che rendono luminoso ogni singolo momento di ogni pezzo, anche quando le liriche parlano di disagio e delusione (le catartiche montagne russe di AJ parlano da sole). 

Un piccolo disco con una grande forza.

12 marzo 2022

Mousey - My Friends ALBUM REVIEW

Tre anni fa con il suo acclamato esordio Lemon Law, Mousey diede un notevole saggio di come il proprio songwriting possedesse un eclettismo così ricercato da diventare quasi spiazzante, muovendosi fra melodia cantabile, folk, suggestioni esotiche, intimismo per voce e pianoforte, indie tagliente alla PJ Harvey, lo-fi e produzione raffinata, tutto nello stesso lotto di canzoni. Un bouquet tanto impressionante (per capacità e varietà) quanto - parere personale - straniante, ricco comunque non solo di idee brillanti, ma soprattutto di piccoli anthem alternativi che potrebbe far pensare ad una versione tascabile e intellettuale dei Beths e a me ricorda moltissimo, proprio per l'adorabile imprevedibilità, i primi Eels o certe cose di Beck.

Il lunghissimo lockdown neozelandese ha ispirato a Sarena Close il suo secondo lavoro che, a sentire lei, dovrebbe essere più luminoso e leggero del precedente. E non a caso - con la consueta ironia - un pezzo come My Friends, che dà il titolo a tutto l'album, da un lato riprende certe atmosfere dell'esordio e dall'altro rifulge di un bizzarro ottimismo, prima di lasciare spazio a un piccolo grande capolavoro come One Dollar Wednesdays, che sta lì, con le sue chitarre cristalline e la sua inesorabile rotonda semplicità, a mostrare al mondo che cos'è una canzone pop intelligente e perfetta, destinata a farvi alzare dalla sedia e zompare in giro inseguendo i coretti finali. 

Il copione mosso e deliziosamente rapsodico di Lemon Law in definitiva lo troviamo anche negli episodi di My Friends ma, se dobbiamo riassumerne in breve le virtù, qui tutto sembra perfettamente a fuoco e dotato di maggiore compattezza: nei numeri più ruvidi ma impietosamente catchy (The Bench), in quelli delicati come un prato fiorito a primavera e nutriti di un'allure talmente classica da sembrare realmente atemporale (Wait For Me è una canzone pazzesca, davvero, e pure commovente a suo modo), in quelli in cui Sarena affida alla elasticità della sua voce (che a tratti non sembra nemmeno la stessa dei pezzi più melodici) e ad un paesaggio di sinfonica e spettrale essenzialità liriche di serena tristezza (Rachel). Prendiamo poi un pezzo come Pudding and Pie, che ha un lunghissimo incipit acustico e sembra tutto dispari, quieto, sornione e mezzo obliquo e quando meno te lo aspetti ti esplode addosso con un'elettricità che si propaga nell'aria, scompare a poco a poco e torna a chiudersi in cameretta con la chitarra sulle ginocchia e la drum machine innestata. La stessa drum machine che inquadra l'inquietudine di My Hands Are Made Of Glass, dove la luce abbagliante dei primi episodi del disco si fa decisamente bagliore notturno, ombre lunghe, elettricità che graffia e lascia ferite. E' il climax dell'album, dopo il quale Mousey torna a cantare d'amore a suo modo, con quel suo carisma fatto di purezza acustica e agilità vocali che ti lascia a bocca aperta davanti al crescendo catartico di Whenever I Can (I'll Be There) e alla devastante gentilezza di una Stormy Boy, che fa scorrere i titoli di coda su un soffice paesaggio acustico e sembra indicare l'amore come unica via d'uscita dalla lunga notte in cui siamo stati immersi ("i'm prepared to love you, no matter who you are" è il testamento filosofico dell'intero disco).

La musica dell'artista di Christchurch è stata accostata a quella di dozzine di cantautrici del passato e del presente. Fare la lista è un esercizio piuttosto inutile in fondo, ma da un certo punto di vista dimostra quanto la Close sia stata in grado di assorbire una montagna di tradizione e di riviverla in maniera assolutamente personale e peculiare. Riconoscerete facilmente tra cento la sua voce, il suo tratto, la sua capacità di essere immediata e di non esserlo affatto. 

Se Lemon Law era un grande disco di debutto, My Friends è un grandissimo secondo album, pieno di cose e al contempo asciutto, senza sbavature, quasi ovunque baciato dalla luce di un'ispirazione fortissima e impreziosito dal talento di un'artista che a momenti sembra veramente di un'altra pianeta o di un'altra epoca (passato, futuro...?).