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24 ottobre 2026

The Cat's Miaow - When You Smiled and Turned Aweay ALBUM REVIEW


Leggo in giro pareri discordanti sulle numerose reunion che costellano l'attuale scena indie. Che siano cosa buona o meno buona, è sicuramente un fatto che siano davvero parecchie le band di fine '80 / primi '90 che si rimettono insieme per suonare, scrivere musica nuova e magari partire in tour dal vago (forse nemmeno tanto) sapore nostalgico.

Tra i tanti gruppi che sono tornati in sella, ci sono anche gli australiani The Cat's Miaow, quartetto di Melbourne che nella prima metà degli anni '90 pubblicò una significativa mole di cassette, singoli, ep, raccolte (anche sotto il nome Hydroplane) che nel loro piccolo hanno fatto la storia del twee pop downunder, per poi sostanzialmente scomparire. Se li conoscete già (e quindi non potete che amarli) probabilmente avete sentito delle compilations delle prime registrazioni dai titoli meravigliosi come A Kiss and A Cuddle e Songs For Girls To Sing, che già da soli rendono bene lo stile raffinatissimo, delicato e in punta di plettro della band.

Ritrovatisi volentieri insieme dopo un paio di decenni, Kerrie Bolton, Bart Cummings, Cam Smith e Andrew Withycombe hanno ripreso a scrivere e registrare canzoni esattamente come facevano 35 anni fa, in modo essenziale, soffuso, elegantemente lo-fi.

Talvolta i Cat's Miaow sono stati paragonati a una versione twee pop dei Mazzy Star, e in fondo l'accostamento non è così lontano dalla realtà: la matrice di base è senz'altro folk, la voce morbida di Kerrie può ricordare quella di Hope Sandoval, i ritmi non escono quasi mai dalla dimensione slow core, l'impasto delle chitarre jangly e acustiche è sempre avvolgente e piacevole e il mood sospeso tra il sognante e il malinconico, in modo non differente da quello che facevano tante band della Sarah Records dell'epoca d'oro. 

Non dimentichiamo però che, a differenza della mitica band americana, il gruppo australiano rispetta in modo sostanzialmente completo i canoni dell'indie pop originario e l'estetica twee: canzoni brevi o brevissime, che a tratti sembrano quasi (o forse sono proprio) demo, onestà e semplicità totale, nessun tipo di orpello produttivo, dimensione da cameretta.

20 agosto 2026

Annual Leaf - Sign Of The Bellbird ALBUM REVIEW

Ci tengono, gli Annual Leaf, a ribadire le loro origini neozelandesi. Se infatti il quartetto di base a Melbourne suona esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi gruppo della mitica Flying Nun Records (citiamo The Bats fra tutti per valore e celebrità) è evidente che c'è qualcosa dalle parti di Christchurch che modifica i geni stilistici delle band che originano da quelle parti.

Non c'è dubbio che il kiwi slacker pop abbia prima di tutto un'attitudine peculiare - quell'anima lo-fi, l'amore per le melodie rotonde, l'elettricità sfrigolante e i suoni leggermente sporchi - e ovviamente la ritorviamo in purezza nelle canzoni degli Annual Leaf.

Canzoni che in questa raccolta sono tantissime (ventitre!) perchè in realtà non si tratta di un vero e proprio album ma di una collezione in senso anti-cronologico degli ultimi 4 ep usciti dal 2022 ad oggi, che la Subjangle ha deciso di mettere saggiamente insieme.

Se vi piacciono le chitarre jangly, la semplicità quadrata dei ritmi midtempo, l'alternarsi vagamente spontaneo delle voci maschile e femminile, le produzioni che badano al sodo, l'obliquità sorniona alla Go-Betweens, la band di Malissa e Matthew Bruorton fa esattamente quello che vi potete aspettare. 

24 gennaio 2026

Rocket Rules - Dearden's Number ALBUM REVIEW

Giusto pochi mesi fa avevamo parlato con entusiasmo di un album che raccoglieva insieme i due ep fino a quel momento pubblicati dai Rocket Rules. E sull'onda del medesimo entusiasmo parliamo oggi del primo vero disco del duo australiano, che idealmente è anche il primo lavoro pienamente dream pop del 2026.

Baxter Barnham (che suona tutto, scrive e produce) e Rachael Lam (che canta) hanno fin dagli esordi un'idea molto chiara e lineare del proprio stile: melodie di raffinata dolcezza che si depositano morbidamente su una vigorosa e curatissima stratificazione di chitarre e synth, dove il primo layer è sempre jangly e l'ultimo sfrigolante e distorto. 

Non c'è un momento, dalla splendida Tiptoe in avanti, che non possieda una scenografica e a suo modo romantica e luminosa immediatezza, sia nei pezzi più lunghi (Quicken) che in quelli più compatti e dal respiro apertamente pop (Chapel St e In my Room hanno un tiro formidabile), con la voce di miele di Rachael come vero tratto distintivo della band. 

Solo otto pezzi nel complesso - ne avremmo davvero desiderati di più - ma abbastanza per convincerci che i due di Melbourne possono sedere comodamente allo stesso tavolo con i grandi del dream pop di questi anni. 

11 dicembre 2025

Gap Year - In Light ALBUM REVIEW

Originari di Perth e fronteggiati da due cantanti/autori (Daniel Harrison e Lee Napper) esattamente come i Go-Betweens, che stilisticamente potrebbero essere i loro padrini spirituali, i Gap Year sono arrivati al loro secondo album, che segue ad un esordio che nel 2021 avevamo trovato più che piacevole. 

Le radici ben fonde e ramificate dentro il fertile suolo dell'indie pop australiano (e neozelandese) sono molto evidenti nei pezzi del quintetto, che per molti versi può assomigliare da vicino a una band come i Quivers o un'artista come Hatchie, che sostanzialmente partono dalla stessa base e costruiscono in modo non così differente: melodie dinoccolate e un po' sornione, chitarre sempre squillanti, ampio uso dei synth di marca Eighties, peculiare propensione alle armonie vocali (la voce della bassista Maddy Blue è davvero un plus), una grande cura produttiva che non teme di puntare la rotta verso il pop e riesce sempre a strutturare superfici sonore morbidamente corrusche. 

Tutti i pezzi di In Light - l'infilata iniziale da Old Races a Where I Came From specialmente - scivolano con colorata e appena malinconica leggerezza e possiedono quel dinamismo che ti fa venire voglia di alzarti sulla sedia e, quasi quasi, ballare. Nei momenti più larghi, rallentati e cantautorali - Across The Sea ad esempio - il debito verso Forster e McLennan è veramente scoperto, ma è soprattutto quando i ritmi si alzano, pur con prudenza, verso l'uptempo (la splendida The Bats-iana Slow Here) che i Gap Year danno il meglio.  

Una sicura conferma! 

25 settembre 2025

Blanco Tranco - The Imagined Life ALBUM REVIEW

Ci hanno messo almeno cinque anni gli australiani Blanco Tranco ad arrivare all'album d'esordio: un'attesa ampia che è stata contrappuntata da una lunga serie di singoli che hanno senz'altro contribuito a far cresce la fama della band di Melbourne. 

Il gruppo di Tiff Brown e Matt McTiernan (autori di testi musiche rispettivamente) appartiene stilisticamente a quella schiera di band - diciamo nello stesso campionato di Bleach Lab e Kindsight - che interpretano il dream pop in modo più sintetico e dinamico, sostenuto non da muri di elettricità ma da una immancabile trina di chitarre.

Nel caso dei Blanco Tranco la forte personalità vocale di Tiff e la torrenzialità delle sue liriche sono da sempre uno dei marker più evidenti della band: pezzi di sicura presa come Another Sheltered Life o Eyes Wide Shut - ma potevamo citarli davvero tutti e dieci - mettono insieme in maniera estremamente felice un'istanza post punk dai bordi quasi taglienti ed un'anima pop che rende tutto luccicante, avvolgente e piacevole. 

Gli australiani si muovono con naturalezza totale fra l'immersione in un jangle pop di raffinata morbidezza (Baby Blue) e diafana sensualità (Cloud Talk) e l'atmosfera notturna, inquieta e assolutamente scenografica dei numeri più uptempo (Jacaranda). 

Se l'attesa è stata lunga, il risultato la premia alla grande. 

15 settembre 2025

Rocket Rules - Rocket Rules ALBUM REVIEW

L'omonimo debutto dei Rocket Rules non è in realtà un album ma - come spesso accade - l'unione di due ep già editi: Immediately and Without Esitation e Rocket Rules. La sempre preziosa Shore Dive Records li ha intelligentemente fusi insieme costruendo quella che, per chi non conosce il duo di Melbourne, è una piccola antologia comoda e completa. 

Baxter Barnham e Rachael Lam si muovono con grande naturalezza in un terreno che sta fra lo shoegaze più morbido e il dream pop: poderosi muri di chitarre sui quali fioriscono melodie di suggestiva dolcezza, secondo la lezione dei Pains Of Being Pure At Heart. Una interessante cover di Pacer dei The Amps di Kim e Kelly Deal non può che riportarci anche allo stile fragoroso e immediato delle Breeders e dell'indie dei '90 in generale. 

Otto pezzi in tutto, artigianali nella fattura, molto coerenti stilisticamente e intrisi di un innegabile e contagioso entusiasmo creativo. 

01 agosto 2025

Fragile Animals - Tourist EP REVIEW


Nel 2023 l'uscita dell'album di debutto dei Fragile Animals mi aveva talmente colpito che alla fine dell'anno Slow Motion Burial era finito tranquillamente nella lista ristretta dei dischi dell'anno. 

Del gruppo australiano (un duo di base, oggi quartetto) avevo amato quella capacità di essere formalmente perfetto ed emotivamente scenografico che è tipica di band di forte impatto come Bleach Lab, Basement Revolver o Wolf Alice.

Il nuovo ep Tourist ci riporta alla grande nel mondo di chiaroscuri dei Fragile Animals con sei pezzi che ancora una volta mettono in luce la eccezionale bravura di Victoria e Daniel nel costruire i loro crescendo notturni, che scintillano di chitarre che partono sempre atmosferiche in un intreccio sottilmente obliquo ed esplodono a poco a poco di fragore elettrico (prendete l'avvolgente Sending Flares come esempio). 

Non c'è dubbio che la voce delicata e determinata insieme di Victoria Jenkins sia un notevole plus stilistico della band (in Into It è davvero una luce baluginante nella notte), ma sono soprattutto il mood oscuro, quasi drammatico (Allergic), e l'energia catartica di tutti i pezzi a rendere il gruppo di Brisbane così efficace ficcante in ogni cosa che fa. 

03 giugno 2025

Bridge Dog - Auto Fiction ALBUM REVIEW


Arrivati ormai alla svolta ideale della metà del 2025, guardando indietro ho fatto un po' fatica a vedere un album che spicchi veramente, pur avendone ascoltati diversi decisamente validi. 

Poi è comparso quasi dal nulla il disco d'esordio dei Bridge Dog e la didascalia "album dell'anno" si è illuminata da sola come se già ai primi secondi del primo pezzo (ne parliamo tra un attimo) si fosse azionato automaticamente un interruttore. 

Ma andiamo con ordine. Dei Bridge Dog abbiamo in realtà già parlato di recente, seppur rapidamente, in occasione dell'uscita di un paio di formidabili singoli nei mesi scorsi, ed in maniera più ampia quando debuttarono con il loro primo ep Going South nel 2021. All'epoca, pur apprezzando l'indubbia verve guitar pop del gruppo australo-coreano, forse non avevamo un chiaro sentore che sarebbero stati la potenziale next big thing dell'indie pop. E invece... 

Grace Ha e Brian Park hanno fondato la band a Sydney come un duo, inseguendo uno stile dream pop che si fregiava di una grazia particolare nella costruzione delle melodie e di fragorosi muri di suono. 

Negli ultimi anni il duo è diventato ufficialmente un quartetto ed ha evidentemente lavorato per mantenere inalterato il nucleo lo-fi del proprio guitar pop rinforzandone da un lato la pulizia melodica e dall'altro la muscolarità energetica. 

L'ìncipit dell'album con la successione Counterweight / Working At It è, come anticipavamo sopra, è già di per sé miracolosa: la sfrigolante dolcezza della prima, con una strofa che sembra un ritornello, e la lunga coda che mescola le distorsioni e la linearità melodica della voce di Grace; il jingle jangle leggero come una nuvola e dinamicamente esuberante della seconda, che se venisse dalla penna di Molly Rankin non ci stupirebbe affatto. 

Se in effetti gli Alvvays possono essere considerati lo zenith dell'indie pop dell'ultimo decennio, i Bridge Dog sembrano senz'altro, almeno nei loro tratti più distintivi, esserne uno dei tanti gruppi "derivativi" - l'incrocio magico e propulsivo di densità elettrica quasi disturbante e purezza melodica perennemente catchy sono la ricetta della band di Toronto quanto di quella di Sydney - ma poi gli australiani sono bravissimi nell'imboccare porte laterali che li portano in stanze adiacenti ma diverse: Standard Issue ha una sua obliqua delicatezza che sta dalle parti dei Say Sue Me; Memory Police (la voce qui è quella di Brian) va efficacemente ad estrarre romantico intimismo da chitarre di marca shoegazer; Memory Man è proprio una lenta immersione dentro onde di fatte di distorsione pura, dove la fragile gentilezza vocale di Grace Ha è una sirena che ci guida negli abissi. 

SVU, altro episodio dall'architettura chiaramente alvvaysiana (anche e soprattutto nell'uso del synth), ci riporta diritto al core style della band, prima di affidarci alle chitarre jangly piacevolmente sghembe di Out The Window, altro momento liricamente narrativo (e super malinconico) del disco non a caso affidato di nuovo alla voce di Brian Park, dove la capacità dei Bridge Dog di sovrapporre spigoli e coperte calde è davvero al massimo. 

Nel finale, l'immediatezza post punk di New View e soprattutto l'emozionante crescendo catartico di Blue Flags, che ha le liriche più belle e toccanti dell'album, intessute di una bruciante malinconia, ma non indulge affatto al sentimentalismo  e centra il suo obiettivo nei tre minuti canonici, chiudendo l'intero album come un cerchio. 

Per i Bridge Dog potremmo fare un discorso non dissimile da quello che abbiamo fatto per i Kindsight (altra band alvvaysiana, per altro) l'anno scorso: erano già bravissimi quando muovevano i primi passi, poi quando hanno messo a punto gli equilibri hanno raggiunto velocemente la quadratura del cerchio ed hanno acquisito quella immediata riconoscibilità stilistica che è la laurea cum laude di ogni gruppo. 

Il guitar pop catchy, arioso, propulsivo e insieme inquieto e sottilmente malinconico della band di Sydney è ormai una certezza e pone i Bridge Dog tra i grandi dell'indie pop di oggi. 

25 marzo 2025

The Kind Hills - A Simple Life EP REVIEW

Deve per forza esserci un destino se sei ragazzi che provengono da parti lontane del mondo (almeno quattro continenti coinvolti) si incontrano da studenti universitari, scoprono un amore comune per l'indie pop (che, per inteso, non è precisamente il genere più diffuso tra i ventenni), fondano una band e riescono a tenerla in vita anche quando gli studi sono finiti, facendo fra l'altro dell'ottima musica.

Dopo un primo album uscito nel 2023, Bea, Brett, Chase, Sam, Jessica e Roman hanno confezionato questo gioiellino di EP pubblicato dalla sempre meritevole Subjangle (che è sudafricana, così siamo a 5 continenti). A Simple Life è un piccolo tesoro di sette canzoni di una eleganza artigianale fragile e preziosa, che sembrano davvero sbucate fuori da un altro tempo e un'altra dimensione, ironiche e leggere come una serata tra amici (i titoli parlano da soli e le liriche vanno di seguito: Vegans, You Only Call Me When You're Drunk, Netflix & Chill, Woke..) ma al contempo testimoni di un talento di scrittura fuori dall'ordinario. 

Musicalmente i Kind Hills si muovono in un territorio che sta a metà fra la sorridente indolenza jangly delle band Flying Nun, la dimensione casalinga e giocosa di un folk pop che ricorda persino i Sambassadeur (prendete Vegans), e il gusto melodico catchy e raffinato di gruppi come i Quivers, così attenti alla dimensione armonica vocale dei loro pezzi. Con in definitiva una attitudine cantautorale che prima di tutto sente l'esigenza di raccontare e lo fa con una rigorosa economia di mezzi. 

Tutto "in chill" più totale, come direbbero loro: poca elettricità, tante voci diverse, una diffusa orecchiabilità cantilenante e un po' bambinesca (anti-folk diciamo) che ti mette perfettamente a tuo agio. 

17 agosto 2024

Quivers - Oyster Cuts ALBUM REVIEW


Nel panorama indie pop, i Quivers da sempre fanno categoria a sé. I motivi sono diversi: non assomigliano a nessun altro gruppo in particolare, hanno dei riferimenti differenti dalla media dei gruppi che trattiamo da queste parti ('80 e '90 sì, ma poco britannici e molto americani: parliamo di una band che ha pubblicato un'intera rivisitazione personale di Out Of Time dei REM) e probabilmente da un punto di vista tecnico sono davvero una spanna sopra chiunque. Probabile che non sia nemmeno indie pop quello che suonano, almeno non come lo intendiamo di solito: però sono senz'altro indie e sono sicuramente pop. 

A tre anni di distanza da quello scrigno di meraviglie che era Golden Doubt, i quattro musicisti di Hobart, ora di stanza a Melbourne, tornano con dieci canzoni nuove che risplendono di quello stesso magico mix di gentilezza (quasi timidezza) melodica e ambizione radiofonica. Pitchfork, che ogni tanto ha delle intuizioni, ha scritto che i Quivers sono dei Go-Betweens che vorrebbero suonare al Coachella: è una definizione ruffiana ma per nulla lontana dalla realtà, perché la band australiana ha veramente un'aura di fascino tanto indiscutibile quanto difficile da spiegare.

Il plus della band è, fin dagli esordi, la sua capacità di alternare e intersecare le voci: tutti - Sam, Bella, Holly e Michael - cantano indifferentemente, tanto che è persino impossibile individuare un vero leader nel gruppo. Una spettacolare perizia vocale che si mette sempre al servizio di un songwriting che sa essere catchy prendendosi rigorosamente i suoi tempi e le sue dimensioni. 

Ecco, veniamo al punto. Se cercate nei dieci episodi di Oyster Cuts una nuova You're Not Always On My Mind (diciamolo, sta ai Quivers come Yellow sta ai Coldplay) o una nuova When It Brakes (cioè la perfect pop song da manuale), i vostri desideri saranno delusi. Non c'è la stessa scampanellante e primaverile spensieratezza melodica in questi pezzi, ma se non vi scorrono i brividi giù per la schiena ascoltando i cinque soffici liquidi ipnotici meravigliosi minuti di Screensaver - una canzone che non ha bisogno di chorus e che è prima di tutto un'immersione emotiva à la The Cure - potete pure smettere di leggere queste righe. 

Insomma, per il loro terzo lavoro Sam Nicholson e compagni hanno lavorato ai loro pezzi un po' come farebbero i Big Thief o i New Pornographers: non hanno allargato il cerchio a partire dall'hook orecchiabile, ma al contrario hanno fatto in modo da distillare da ogni struttura complessa dei chiari momenti di catchyness: un riff di chitarra ficcante, un inciso melodico che comincia a ripetersi, un'armonia vocale angelica e inattesa. In questo modo ovviamente le canzoni si allungano e hanno ritmi spesso medio lenti, ma al contempo diventano delle architetture raffinatissime che fanno entrare l'ascoltatore in punta di piedi e lo catturano dentro pareti che si espandono in continuazione (la lunghissima conclusiva Reckless in questo senso è l'esempio perfetto). 

Se l'iniziale Never Be Lonely ha un peso specifico troppo alto per trascinare verso l'alto (e fa pensare più al cantautorato di Soccer Mommy che alle cose passate del gruppo), è con Pink Smoke che i nostri cominciano a parlare una lingua più pop e consona alle loro corde (l'impasto delle chitarre e delle voci è quello che ci aspettiamo dai Quivers e l'ampia fase strumentale è elegantissima), anche se manca il colpo d'ala. Stesso discorso si può fare per le successive More Lost e Apparition: tutto piacevolissimo e in una cornice di rock molto "classico", però non abbastanza per fare decollare il disco. 

Una ballata piano-driven come Grief Has Feathers, con i suoi inserti di synth e il suo andamento confidenziale e vagamente obliquo, segna decisamente il mood di tutto l'album e rende evidente che non ci dobbiamo attendere alcun ritornello cantabile ma atmosfere più dense e malinconiche. Le stesse che troviamo nella splendida Oyster Cuts, dove la voce di Bella Quinlan si muove con grande delicatezza in un paesaggio dove sono ancora i synth a dominare. 

Stilisticamente Oyster Cuts è un disco di rara coerenza: tutto sembra stare nello stesso orizzonte di sguardo, senza tentazioni di sperimentare cose diverse, né l'esigenza di "piazzare un singolo" forte, che infatti non c'è (potrebbe essere Fake Flowers, che pare davvero uno di quei duetti AC Newman - Neko Case, ma in definitiva anche qui non c'è quel gancio che ti tira davvero su). E' un pregio o un difetto? Qui sta all'ascoltatore decidere. Resta un punto fermo - come già abbiamo ampiamente ribadito: i Quivers sono una band di straordinario talento, e questo talento si legge persino dentro quelle che potrebbero sembrare delle mancanze.  E Oyster Cuts è un album di equilibratissima bellezza. 


19 ottobre 2023

Soft Covers - Soft Serve ALBUM REVIEW

Una band come gli australiani Soft Covers sembra essere nata per offrire una definizione sintetica e perfetta di cosa è il twee pop. Iniziamo con la lista: melodie di zucchero filato, chitarre di morbida luminosità e spesso scampanellanti, tastierine giocose, handclapping, cantato equamente diviso fra una voce maschile e una femminile, liriche narrative mischiate ad un'ironia innocua e sorridente, essenzialità lo-fi come etica d'azione, colori pastello e grafiche bambinesche, un nome stesso che allude alla gentilezza. E poi ovviamente tutto il lato derivativo che va a pescare nel coté più soffice del c86 e dell'indie pop dell'età dell'oro, dagli Heavnely in giù fino al movimento anti-folk. 

Davanti agli undici episodi dell'album di debutto dei tre di Melbourne (città che all'indie pop ha sempre dato tantissimo) la dimensione twee è talmente forte ed evidente da apparire veramente come il motore di tutto. In ogni canzone - durata canonica tre minuti, da manuale - c'è tutto quello che ci possiamo aspettare: attitudine catchy, pochi fronzoli e un sapiente equilibrio fra uptempo e midtempo. 

26 giugno 2023

VULPIX - Innocent Pleasures, Repeated Measures ALBUM REVIEW

Già da diversi mesi, a intervalli regolari, sono apparsi nuovi singoli firmati VULPIX, uno più incantevole dell'altro, tutti improntati a un dream pop che potremmo avvicinare per mezzi e stile a quello del maestro Castlebeat. In questo Innocent Pleasures, Repeatded Measures, troviamo quegli stessi singoli dentro una collezione di dodici pezzi che per Jordan Barrow, il musicista australiano che si cela dietro il nome VULPIX, costituisce in verità l'album di debutto, pur risalendo l'esordio del suo progetto al lontano 2013. 

Per restare nel paragone con Josh Hwang / Castlebeat, anche Barrow muove da stilemi post punk che partono da Joy Division, The Cure e Jesus & Mary Chain, attraversano la new wave mescolando chitarre jangly e synth, ed arrivano fino ad oggi con una grande freschezza ed un notevole potere di suggestione. E come Hwang - che, non è un caso, è il titolare di quella Spirit Goth Records per cui VULPIX incide - Jordan fa praticamente tutto da solo nello spazio creativo "da cameretta" della sua creatura musicale, ricorrendo giusto qua e là a qualche voce femminile in prestito.

Nelle canzoni di Barrow ritroviamo un'anima indie pop timida e luminosa al tempo stesso, tratti di malinconia che si aprono spesso e volentieri ad una delicata leggerezza, chitarre che scampanellano ipnotiche, morbidi carillon di synth, una ritmica sintetica essenziale e melodie di cantilenante gentilezza. L'infilata iniziale Red Moon, Lo-Life, Weekend-Off, I Am Just A Shell, è davvero entusiasmante; il resto non è da meno. 

07 aprile 2023

Babaganouj - Jumbo Pets ALBUM REVIEW

Storia bizzarra quella degli australiani Babaganouj, in fondo quanto il nome che hanno scelto per la propria band (immagino spiato che si tratta di una salsa mediorientale). Fondati a Brisbane almeno una dozzina di anni fa da Charles Sale, Ruby McGregor e Harriette Pilbeam, i Babaganouj non hanno mai pubblicato un album prima di oggi, limitandosi a ad una serie piuttosto disordinata di singoli ed EP che li hanno resi noti nella scena indie australiana, ma mai quanto sia diventata celebre Harriette da quando ha iniziato la sua carriere solista come Hatchie (la riconoscete, seconda da destra, nella foto qui di fianco, giusto?). 

Jumbo Pets arriva addirittura dopo sei anni dal precedente EP (che aveva curiosamente proprio la Pilbeam in copertina) e porta quindi con sé una forte componente di (graditissima) sorpresa. 

Avvertimento per i fan di Hatchie: non troverete nei Babaganouj lo scintillante (fin troppo) modernariato '80s che è diventato il suo marchio di fabbrica e che l'ha resa una piccola icona. Fin dai suoi esordi la band (in cui Harriette è bassista ma non è assolutamente al centro della scena) è decisamente più basata su stilemi post punk in cui chitarre, melodia e ritmi mid e uptempo dominano, e i tredici pezzi dell'album hanno senz'altro impresso questo dna, con un retrogusto che ci porta direttamente ai Big Star e dalla loro travolgente semplicità. 

Non avrete bisogno di molto però per innamorarvi dei Babaganouj: giusto i 4 spettacolari minuti di What Planet Do You Come From?, che parlano la stessa lingua entusiasticamente elettrica dei The Beths o dei nostri amati "punk gentili" Fresh, Martha o Fight Milk.

Tutto il disco è in verità una formidabile macchina di singoli alternativi, corali e spesso amabilmente sopra le righe e persino un po' ruffiani, che potrebbero ricordare un po' i connazionali Quivers per potenzialità catchy, ma con un eclettismo programmaticamente fondativo e una carica di autoironia e di sorridente sfrontatezza che rende il tutto oggettivamente irresistibile. E con un'ipertrofia onnivora e fragorosa che qua e là (She Wears Velvet) ricorda persino i New Pornographers e vira verso lo shoegaze, impenna su caramellosi stilemi pop punk (Stay Up For Me) e appena rischia di sforare ritorna a parlare il linguaggio classicissimo e quasi cantautorale del pop (Don't Wanna Dream Anymore, per dirne una). 

Alla fine, nell'ampiezza generosa di Jumbo Pets ci si può persino perdere (tante atmosfere diverse, voci che si alternano in continuazione, ecc.), ma l'impressione è che i Babaganouj abbiano voluto dipingere sulla tela tutto quello che sono in grado di fare, e parliamo di musicisti dall'esperienza ormai decennale e dal grande talento di scrittura. E, per essere onesti, non c'è un solo episodio debole nel lotto, con anzi una propulsiva serie di pezzi che fanno saltare sulla sedia. 

Il primo grande album del 2023.

24 marzo 2023

Flyying Colours - You Never Know ALBUM REVIEW

A dispetto da ciò che molti pensano, lo shoegaze non è un reperto archeologico datato sullo scarico fra gli anni '80 e '90: è decisamente vivo e vegeto nello stile di centinaia di band di oggi che amano le melodie circolari e collezionano pedaliere di effetti per le loro chitarre.

Se prendiamo un gruppo come i Flyyng Colours, il discorso si fa più complesso e interessante, perché da quando gli australiani hanno cominciato a pubblicare le loro prime cose (dieci anni fa) fino ad oggi la loro adesione al genere è una sorta di panottico di tutte le possibili declinazioni che lo shoegaze prese già nella sua età d'oro e che tutto sommato sono proseguite lungo filoni che hanno preso nomi diversi: semplificando un po', l'ortodossia di My Bloody Valentine con il suo suono liquido e inafferrabili e le voci sciolte negli strumenti, l'approccio più squadrato e spesso catchy dei Ride, e quello morbidamente sognante e oscuro degli Slowdive. 

Ecco, la band di Melbourne da sempre percorre tutte queste strade insieme, cercando una sorta di pietra filosofale di genere, che negli anni ha generato alcuni pezzi memorabili come Waygravy o Running Late, che definiscono bene lo stile peculiare dei Flyying Colours sempre più verso un dream pop dinamico, vigoroso e melodico al tempo stesso.

Non fa eccezione l'ultimo (terzo) album di Brodie J Brummer e compagni, che fin dall'iniziale Lost Then Found setta da subito il distorsore delle chitarre e mette in mostra, episodio dopo episodio, la grande bravura della band nel mescolare elettricità e melodia con una suggestiva immediatezza, alternando e mescolando efficacemente sognante delicatezza e fragorosi muri sonori. 

Canzoni come I Live In A Small Town, Do You Feel The Same, Bright Lights e Never Forget sono forse le produzioni migliori dei Flyyng Colours dagli esordi e testimoniano quanto la band abbia creduto nel suo progetto fino a diventare oggi forse la più credibile erede dei mostri sacri citati sopra. 

28 aprile 2022

Hatchie - Giving The World Away ALBUM REVIEW

Fin dagli esordi, la musica di Harriette Pilbeam ha scelto gli anni '80 come dimensione stilistica ed estetica. La ragazza australiana bionda e dolcemente timida con le Doc Martens ai piedi che cantava impalata liriche un po' ingenue davanti a vecchi televisori a tubo catodico nel video di Sure è senz'altro la stessa che ritroviamo oggi, sensuale e sicura di sé, nelle dodici canzoni del suo secondo album. Ma si stenta a riconoscerla.
Negli eightees del suo ep di debutto Sugar & Spice e anche in Keepsake, pur già in evoluzione, c'era un'idea di dream pop rotondo e luminoso, semplice nell'approccio e immediato nel risultato, assolutamente analogico nei mezzi. 
Negli eightiees/ninetiees di Giving The World Away c'è decisamente molto molto di più: le radici shoegaze / Lush / Cocteau Twins sono ancora presenti e talora emergono nell'uso della voce e nei riverberi delle chitarre (The Key ad esempio, o la scintillante This Enchanted), ma diventano assolutamente secondarie rispetto ad un apparato produttivo (Jorge Egelbrecht l'abile manovratore) che sembra parlare un linguaggio diverso e imbastisce un discorso che vuole essere "pop" uscendo dalle nicchie di genere e puntando ad essere radiofonico, spotifybile e abbastanza raffinato / patinato per finire anche nelle playlist easy listening di YouTube. 
Intendiamoci, quella di Hatchie non è una metamorfosi radicale: le canzoni sono le sue e si sente - hanno quel tocco di "zucchero e spezie" degli esordi, per l'appunto, quello che abbiamo amato sin da subito - ma nell'intera architettura di Giving The World Away c'è un'ambizione evidente di portare le influenze di cui Harriette non può giustamente fare a meno dentro la dimensione tecnologica delle grandi produzioni pop contemporanee. Un passo che la Pilbeam non è certo la prima a compiere, e che può conquistarle una platea davvero planetaria, se almeno uno dei dodici episodi del disco (io tifo per Quicksand, che ha quel tocco Lana del Rey che non guasta, unito ad un ritornello di furba potenza) riuscisse a imboccare la strada giusta (uno spot, una serie tv di successo, ecc.). 
E i pezzi, non è necessario dirlo, sono tutti di grande qualità e a tratti lasciano quasi a bocca aperta per la bellezza formale di tutto l'insieme, la cura maniacale di ogni particolare, la levigata pienezza del suono. Una forma che, bisogna sottolinearlo, è comunque sempre al servizio della canzone, e mai viceversa. Poi si può discutere se sia meglio la Hatchie degli inizi o questa, ma forse non è un esercizio così utile davanti ad una evoluzione così complessa. 

07 aprile 2022

Camp Cope - Running With The Hurricane ALBUM REVIEW

Dopo l'uscita di How To Socialize & Make Friends, che risale al 2018, sono successe parecchie cose nella vita di tutti. In quella di una band arrivata già all'apice del successo di critica e pubblico come le Camp Cope, la pandemia è arrivata a imporre uno iato poderoso e forse salutare. Georgia Maq è tornata per un paio d'anni a fare il suo mestiere "vero" oltre la musica, ovvero l'infermiera, e quando ha ripreso gli strumenti in mano insieme a Kelly e Sarah, ha scoperto che le Camp Cope erano più vive che mai, ma che al contempo dovevano evolvere.

Dagli esordi - giocati decisamente in un campo indie venato di emo-punk, essenziale, melodico e aggressivo al tempo stesso, incazzato contro la diffusa e ahimè troppo tollerata misoginia - fino ad oggi, la band non sembra la stessa, eppure lo è. E allora appare chiaro come il meraviglioso secondo album che dicevamo, fosse davvero uno snodo di passaggio per le tre ragazze australiane, un ponte verso un mondo che oggi ruota ancora attorno alla triade basso chitarra batteria ma lo fa allargando quasi sempre lo sguardo, rallentando i tempi, dilatando le canzoni, studiando strutture in crescendo, rivestendole di eleganza misurata e virando verso uno stile in cui si intravede, nel fondo, un solido retroterra folk rock "classico". E' la medesima strada percorsa da Waxahatchee, se ci pensate, e sicuramente - pur sacrificando in parte quella rabbia comunicativa di immediata forza - è una strada che potremmo anche chiamare semplicemente "maturazione". Ed è un po' l'area d'azione di un'altra band a trazione femminile che ha ormai schiere di adoratori ovunque come i Big Thief. 

Le canzoni ci sono, in Running With The Hurricane: potentemente rotonde, delicate e penetranti come sempre, oggi più lavorate che in passato, come è giusto che sia. E c'è, sempre più dirompente, trascinante, spettacolare, la voce di Georgia Maq, che delle Camp Cope è davvero il motore attorno a cui tutto gira come un ingranaggio perfetto. In pezzi come Blue, o The Mountain, o The Screaming Planet (giusto per citare tre numeri fra loro piuttosto diversi) è contenuta una tonnellata di storia di cantautorato presente e passato, che si mescola e scalpita ed esce dalla gola miracolosa di Georgia con una naturalezza ed un'onestà che pochi possono vantare. 

Un album che forse non piacerà a tutti quelli che si erano innamorati delle tre di Melbourne già al loro debutto, ma che è indubbiamente un'opera importante, formalmente ineccepibile, di grande fascino e scabra raffinatezza. 

22 luglio 2021

The Goon Sax - Mirror II ALBUM REVIEW

Sono passati cinque anni da quando Louis Forster, Riley Jones e James Harrison esordirono, diciottenni o giù di lì, con un album che sembrava gridare con sornione orgoglio che la lezione dei Go-Betweens e dei The Bats non era dimenticata nemmeno dalle nuove generazioni. E ne sono passati da tre dal "difficile secondo album" We're Not Talking, che poco aggiungeva alle cose buone e a quelle più acerbe del debutto.

Il trio di Brisbane è arrivato oggi al terzo disco, ma davvero molte cose sono cambiate. Forse loro stessi, i tre ragazzini talentuosi e sbarazzini di Up To Anything, sono cambiati non poco.

Li lasciamo come indie pop band imparentata con quella tradizione di essenziale e obliqua immediatezza che Louis Forster portava avanti quasi geneticamente (lo sapete, è il figlio di Robert). Li ritroviamo oggi prima di tutto cittadini del mondo, e poi soprattutto talmente cresciuti come musicisti da suddividersi il songwriting e le parti vocali fra tutti e tre, con Forster a rappresentare una sottile linea di continuità con il passato e Jones e Harrison a sperimentare cose diverse (Riley il versante più morbido e teatrale, no wave e catchy insieme; James, con la sua vocalità sghemba, uno psich-folk-surf straniante e piacevole).  In più, un monumento vivente come John Parish nel ruolo di produttore deve avere ulteriormente aperto occhi e orecchie ai ragazzi australiani, sollevandoli di peso dai territori di genere in cui si muovevano per offrire loro una tavolozza molto più ampia dai toni (decisamente scuri) post-punk.

Ecco allora che da un lato le canzoni si allargano e si complicano (prendiamo Bathwater come esempio), con cambi di ritmo e d'umore, gli stili si alternano e si affastellano quasi in voluto disordine, la basilare triade chitarra-basso-batteria resta come fondamenta di architetture stratificate e a tratti imprevedibili dove si succedono sassofoni, synth che trasudano anni '80 da ogni nota, pianoforte, altre chitarre ed armonie vocali, a creare un wall of sound lussureggiante e notturno in praticamente ogni episodio. In alcuni momenti sembra di ascoltare una versione indie pop di Nick Cave (lo stile vocale di Forster è eloquente), senza forse il carisma del grande maestro australiano, ma con una poderosa, in fondo positiva e un po' folle dose di ambizione creativa. 

Personalmente non ho ancora deciso se è una pietra miliare o un buco nell'acqua (l'iniziale formidabile In The Stone chiama pollici in su; i pezzi di Harrison... tutto l'opposto; l'apporto ampio della Jones quasi ovunque fa di nuovo propendere per il sì, tanto che alla fine sembra lei l'unico collante stilistico della band), ma senz'altro non è un disco che può lasciare indifferenti. 

26 giugno 2021

Gap Year - Flat Out ALBUM REVIEW

L'Australia ha una lunga e generosa tradizione jangle pop, dai Go Betweens e da The Church, attraverso i Lucksmiths e giù fino ad artisti di oggi come The Moon Sax, Hatchie o Quivers. Alla lunga lista di band dalle chitarre scampanellanti si aggiungono anche i Gap Year, che vengono da Perth e sono attivi dal 2019. 

Flat Out, il loro album di debutto,  mette davanti nove pezzi di notevole classe, briosi e di sicura immediatezza. Proprio come i Go Betweens, i Gap Year hanno alla testa del gruppo due songwriters, Daniel Harrison e Lee Napper, che si spartiscono a metà sia la firma che la voce giocando sulle sfumature di uno stile perfettamente condiviso. Il guitar pop della band di Perth ha poi una serie di plus nella voce femminile a supporto di Maddy Blue, nell'utilizzo decisamente eighties-flavoured dei synth e in un sostrato folk-rock che a tratti affiora con una certa evidenza. 

Di fronte alla notevole perizia e pulizia formale con cui tutte le canzoni sono strutturate e confezionate e all'intelligente dinamismo interno di ogni pezzo, si stenta quasi a credere che si tratti di un gruppo di esordienti. 

15 giugno 2021

Quivers - Golden Doubt ALBUM REVIEW

C'è, nella musica dei Quivers - e non so di preciso dire perché, ma è così - un qualcosa di assolutamente indiscutibilmente onesto. Non che tante altre band non lo siano, anzi, ma ascoltare (e riascoltare) ogni loro pezzo è un po' come ritrovarsi con quei pochi vecchi amici che sai che ti capiscono e a cui puoi dire tutto.

Personalmente ho scoperto la band australiana non con il suo disco d'esordio, We'll Go Riding On The Hearses, che è del 2018, ma con una originale, coraggiosa e un po' pazza riproposizione di Out Of Time dei REM: l'intero album, nota su nota, coverizzato con un formidabile mix di rispetto e personalità (recuperatelo anche se non siete dei fan della band di Athens!). In quella circostanza mi sono accorto dell'esistenza di questi quattro ragazzi originari di Hobart, Tasmania, e in breve ho finito per innamorarmi di tutto quello che avevano prodotto fino a quel punto. Tanto che questo nuovo disco, Golden Doubt, l'ho aspettato per mesi con la data di uscita scritta in bella evidenza nella mia rubrica. 

Cosa c'è di così speciale nei Quivers? Niente, in definitiva. Tutto, in realtà. Loro si auto-presentano così: "una band che fa del guitar pop catartico che scampanella e scintilla da qualche parte fra l'Australia degli '80 e l'America dei '90 e in qualche modo suona come il presente". Una definizione che, a parte la totale efficacia, va a smuovere una tonnellata di musica che adoro da decenni. E a cui aggiungerei, per completezza, la Scozia dei Teenage Fanclub e persino la Londra dei primissimi Coldplay (Gutters Of Love e You're Not Always On My Mind, diciamolo onestamente, sono il genere di canzoni che tutti vorremmo sentire ancora da Chris Martin ma che evidentemente non è più in grado di produrre).

Bene. Ecco il punto: i Quivers sono il classico gruppo hitmaker alternativo che, non si capisce la ragione, sfugge ai radar e rimane un patrimonio di pochi (in un'epoca in cui ahimè questo genere è roba da nostalgici). Quando ascolto When It Breaks, con le sue chitarre jangly, le sue armonie vocali, il suo gioioso dinamismo, da un lato mi viene da ringraziare perché c'è ancora qualcuno che suona così in giro, e dall'altro ho davvero la sensazione - per tornare a quello che dicevo prima - di avere fatto un salto all'indietro nel tempo, quando c'erano ancora negozi di dischi in cui passare le giornate e la musica indie era la regina delle trasmissioni notturne della radio nazionale. Nostalgia. Possiamo chiamarla così, senza vergogna, senza paura che ci faccia del male come cantano ironicamente i Nostri in Nostalgia Will Kill You. 

Sam, Bella, Michael e Holly sono ottimi musicisti: possiedono uno stile personale, una grande sicurezza di songwriting consolidata in anni, e soprattutto quella serena compattezza di chi suona insieme da tanti anni e lo fa divertendosi. I dieci pezzi dell'album funzionano tutti, uno dietro l'altro, come altrettanti saggi di come si confeziona una canzone pop: catchy e leggeri, sognanti e sorridenti, risplendenti di chitarre e cori floreali, lucidi e tirati a cera da una produzione che ha lavorato duro su ogni particolare. Almeno una mezza dozzina di episodi sono già dei piccoli classici: tutti quelli già citati, ma anche Videostores e Chinese Medicine. 

Una band da amare. Un album eccezionale. 

09 aprile 2021

Grids and Dots - What Happens To Friendships? ALBUM

Gli australiani Grids and Dots rivendicano in modo diretto le loro radici shoegazer, e non c'è dubbio che l'amore per le melodie circolari, le strutture ampie, l'alternanza delle voci maschile e femminile, i suoni fluidi e i riverberi di elettricità sia evidente nelle loro canzoni. Tuttavia Daniel Handaru, Carmen Minkus e compagni sono molto più di così. 

I sette pezzi di What Happens To Friendship - che in verità non è un EP e non è un album - vanno con decisione in direzione di un dream pop di programmatica delicatezza, dove le chitarre jangly vanno a tessere trame che si adattano ora a momenti più catchy e dinamici (City Skies), ora a episodi di ricercata eleganza (il pezzo che dà il titolo al disco) che sembrano pescare in un mondo più cantautorale e mi ricordano un'altra band australiana che ho perso di vista come i Totally Mild ma anche il perfezionismo dei Middle Kids. 

Nel complesso il vero marchio di fabbrica dei Grids and Dots è da una parte il loro romanticismo gentile e atemporale (un po' alla Blueboy, per tornare a memorie Sarah Records), e dall'altra una leggerezza di tocco che impreziosisce ogni istante dei loro pezzi.