Come spesso accade, mi sono imbattuto in questo EP appena pubblicato dai Sun June totalmente per caso: non li avevo mai sentiti nominare, nè mi sembravano inquadrabili sulle prime nel genere di musica cui di solito mi dedico. Terminato l'ascolto delle quattro canzoni di Younger ho fermato tutto quello che stavo facendo nel frattempo, mi sono procurato Years - l'album di debutto uscito l'anno passato - e ho cominciato a fustigarmi chiedendomi come avessi fatto a ignorare fino ad oggi la band di Austin, Texas.
Circa quindici anni fa un po' allo stesso modo avevo scoperto una band chiamata Hem, che suonava un personalissimo e difficilmente etichettabile mix di folk, pop, gospel e classica con una grazia quasi sovrannaturale. Sono scomparsi nel giro di poco, purtroppo.
Ecco, i Sun June un po' assomigliano agli Hem. Possiamo, se volete, chiamare dream pop anche quello che suonano Laura Colwell e compagni, a patto di svuotare la definizione dai cliché stilistici del genere: insomma, non ci sono muri di chitarre e synth qui, ma l'effetto emozionale ottenuto attraverso atmosfera e melodia è in fondo lo stesso. I cinque texani hanno battezzato la loro musica "regret pop", riassumendone (con autoironia) l'aspetto introspettivo e crepuscolare, ma bisogna davvero entrarci, nei pezzi dei Sun June, per capire davvero con cosa abbiamo a che fare. Tutto, nei 4 episodi dell'EP così come nell'album, gira intorno alla voce magnifica della Colwell: le chitarre accarezzate in punta di plettro, le dinamiche quiete, rotonde e avvolgenti, l'elegantissimo gioco dei particolari, la gentile forza atemporale di ogni chorus, l'impressionante quanto essenziale pulizia formale.
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01 aprile 2019
24 febbraio 2019
Rose Ette - Ignore The Feeling ALBUM
Sarà senz'altro un pregiudizio, ma Houston, Texas non mi dà precisamente l'idea di una città indie-pop oriented. Eppure è proprio dalla metropoli texana che vengono le Rose Ette di Teresa Vicinanza.
Ignore The Feeling, che è il debutto di lunga durata del quartetto a trazione femminile, è uscito alla fine dell'anno scorso e, per quanto mi riguarda, sarebbe passato del tutto inosservato se non l'avessi scoperto per caso, rimanendo piacevolmente invischiato nel soffice zucchero filato guitar pop dei suoi nove pezzi.
Non c'è dubbio che Teresa e gli altri abbiano alle spalle degli ottimi ascolti indie pop europei e americani, dagli Heavenly ai Tiger Trap (dove suonava un'altra Rose, Melberg), dai primi Cardigans ai Camera Obscura, filtrati da un'ottica garage pop che bada al sodo e rifugge ogni complicazione.
Tutto è illuminato da una luce brillante e delicata nelle canzoni dei Rose Ette: la voce, le chitarre, le melodie, i ritmi appena uptempo, convergono verso un'unica idea di gentilezza che potremmo tranquillamente chiamare "twee" e che ha un suo personale fascino atemporale.
25 dicembre 2018
Best Indie Pop Albums Of The Year 2018
12
Basement Revolver Heavy Eyes
Il dream pop
più scenografico sulla piazza è quello dei Basement Revolver, da Hamilton,
Ontario. La voce di Chrisy Hunt guida i crescendo sfrigolanti di chitarre che
sono il marchio di fabbrica della band, con una strana e affascinante
commistione di timida introversione e antemica energia.
11
Avind Evig Blenda
Dalla
Norvegia una delle sorprese dell'anno. La misconosciuta band di Tonje Tafjord
confeziona un album che sfiora la perfezione, suonando un guitar pop in salsa folk che
alterna equilibrata leggerezza, crescendo emozionali e intimismo acustico.
Liriche rigorosamente in norvegese, ma non è certo un limite.
10
Dead Bedroooms Bummer
Semi
sconosciuti e quasi impossibili da rintracciare nella sconfinata mappa dell'indie americano
(vengono dalla Virginia), i Dead Bedrooms (o meglio "le", vista la
netta maggioranza femminile) hanno esordito con un disco dal fascino magnetico,
intimo e dinamico insieme, pieno di (ottime) idee e di grande
sensibilità.
9
Camp Cope How To
Socialise And Make Friends
Tra i dischi
garage-pop dell'anno, le australiane Camp Cope vincono a mani basse: essenziali
ma non lo-fi, chitarra basso batteria come stile e sostanza, Georgia Maq e le sue due compagne
infilano nove pezzi di impressionante urgenza comunicativa, che suonano
semplici senza in realtà esserlo.
8
Free Cake For Every Creature The Bluest Star
Katie
Bennett e la sua band hanno fatto una rapida transizione: da un passato
assolutamente a bassa fedeltà ad un presente ambizioso in cui le loro canzoni
apparentemente svagate assumono una dimensione più ampia, complessa e levigata,
senza perdere un grammo della leggerezza degli esordi.
7
Massage Oh Boy
Nati quasi
per gioco dall'incontro di due veterani del genere come Alex Naidus (ex The
Pains Of Beeing Pure At Heart) e Michael Felix, i Massage ci insegnano con il
sorriso sul volto che cosa è e dovrebbe essere l'indie-pop: leggerezza, amore
per la melodia, la semplicità al potere. Come dei The Bats trapiantati negli
States, la band macina con sorniona nonchalance luminose trame jangly di
smagliante e quieta freschezza.
6
Say Sue Me Where We Were
Together
Pochi gruppi
quest'anno sono riusciti a farsi amare praticamente da tutti gli appassionati
del genere come i coreani Say Sue Me. Merito senz'altro della disinvoltura con
la quale i quattro di Busan si muovono tra velluto twee ed elettricità C86,
nutrendo il loro guitar pop onnivoro di modelli distanti nel tempo e nello
spazio. Catchy con educata sfrontatezza, gli asiatici sono quest'anno "la
band indie pop di cui tutti parlano". E a ragione.
5
Hater Siesta
I quattro di
Malmo hanno deciso di puntare in alto: un album dalla dimensione ambiziosa (14
pezzi, un'ora di musica), una produzione ricca e attenta ai particolari e
sopratutto un'idea di indie che sfonda i confini basso-bateria-chitarra jangly
da cui venivano, esplorando i territori di un pop imprevedibilmente raffinato e - penso che ci
intendiamo sulla definizione - molto "scandinavo". Che rischio, ma
che risultato! Un po' Camera Obscura, un po' Alvvays, un po' cento altre cose
belle, Caroline Landahl e i suoi si muovono con altera e sensuale sicurezza
entro i confini ampi del genere, senza sbagliare una mossa.
4
Holy Now Think I Need The Light
Quanto a
personalità, Julia Olander e i suoi Holy Now ne hanno da vendere a pacchi. Nel
giro di un paio d'anni gli svedesi hanno perfezionato il loro guitar pop
costruendo uno stile subito riconoscibile e decisamente magnetico, tutto fatto di contrasti, rallentamenti ripartenze e crescendo: levigatissimo in superficie, ma con un cuore di ombre e
bagliori notturni, melodico ma sottilmente obliquo, ruvido dentro e morbido
fuori, restìo a farsi incaselare nella struttura canonica della three-minute-song e al
contempo assolutamente immediato.
3
Night Flowers Wild Notion
L'album
d'esordio della band londinese arriva dopo almeno una decina di singoli sparsi
nella loro (in verità recente) carriera, alcuni formidabili. Wild Notion però
non sceglie la via facile (una compilation di cose bellissime ma già sentite)
ed anzi osa con dieci pezzi nuovi che sembrano fatti apposta per essere
scoperti a poco a poco e, alla fine, restare indelebilmente impressi nel cuore.
Nella capacità di mischiare carezze dream pop ed elettricità shoegaze, la band
di Sophia Pettit è al momento priva di veri rivali, senza debiti d'ispirazione
con nessuno: non c'è episodio nel disco che non riesca alla fine a staccarsi da
terra e a far librare le sue chitarre e la sua melodia nell'aria.
2
Neleonard Un Lugar Imaginado
Sarebbe
facile riassumere i Neleonard come i Belle and Sebastian spagnoli. In
realtà la band catalana è molto di più di questo e vive una sua dimensione
timidamente eroica. Con un grado di celebrità che è inversamente proporzionale
rispetto al pazzesco livello di talento, Nele, Laura e compagni tengono botta e
confezionano un secondo album che - possibile? sì! - è persino più
entusiasmante del loro impagabile esordio, che qui è stato disco dell'anno nel
2016. Dodici episodi uno più bello dell'altro, solari e trascinanti,
raffinatissimi nella loro gentile umiltà, pop nell'anima e nelle ossa, talmente
pieni di vita da portarti via con loro ad ogni ascolto, in un mondo migliore.
1
The Beths Future Me Hates Me
Potenti e
terribilmente orecchiabili, i neozelandesi The Beths hanno mostrato con il loro
album d'esordio di essere già dei veri fuoriclasse. Poco influenzati dalla
celebrata scena autoctona e molto di più dall'indie americano dei '90 (dai
Weezer in giù), Elizabeth Stokes e compagni suonano un guitar pop energico e
intelligente,
ironico e sbarazzino, tecnicamente ineccepibile, sorprendente e travolgente
sotto tutti i punti di vista, pieno di cori, coretti, chitarre muscolari, ritornelli killer e cambi di ritmo, in 38 minuti di prodigiosa e liberatoria corsa a perdifiato.
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indie pop,
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Neleonard,
Night Flowers,
Say Sue Me,
The Beths
22 dicembre 2018
12/2018 DICEMBRE [Sharesprings, Io e La Tigre, Bed., Just Like Honey]
ALBUM DEL MESE
Sharesprings - Paraparlor
Non sono riuscito a scoprire molto degli Sharesprings, se non che sono originari dell'Indonesia (è l'anno dell'Oriente, quante volte l'abbiamo ripetuto!) e che Paraparlor sembra essere il loro primo album.
Non avessi letto le poche note che in rete accompagnano il disco, avrei scommesso che il guitar pop spigliato ed elegante di questi 8 pezzi (solo 20 minuti in totale, peccato) venisse da una nuova band scandinava: una sorta di Alpaca Sport con meno colori pastello ed una simili attitudine twee, ma leggermente più ruvida e uptempo. E invece siamo davanti all'ennesimo piccolo grande miracolo dell'indie pop asiatico di quest'anno, forse quello che mi ha colpito di più, oltre ai celebratissimi Say Sue Me. Disco imprescindibile.
Io e la Tigre - Grrr Power
Aurora Ricci e Barbara Suzzi, chitarra/voce e batteria, suonano insieme da diversi anni nel sottobosco indie italiano e hanno già pubblicato alcuni album ed ep, votati ad un pop punk di intelligente ed elettrica spontaneità. Grrr Power, uscito da poco per Garrincha Dischi, è l'unico disco italiano che quest'anno ho davvero amato.
Senza allontanarsi dalla ruggente essenzialità del loro stile, le ragazze hanno trovato la quadratura del cerchio mettendo insieme una dimensione quasi cantautorale (le liriche testimoniano una scrittura di notevole livello) e una vigorosa esigenza comunicativa, in grado di caricare ogni pezzo di un'immediata e coinvolgente freschezza. Se entrambi i nostri aerei cadessero è un gioiellino pop impagabile.
GLI ALTRI ALBUM
Bed. - Replay
Un paio di anni fa l'esordio dei coniugi Haager, da Portland, Oregon, si era sicuramente fatto notare. Arrivati al primo album, i Bed. mettono ancora più a fuoco il loro stile fatto di luci ed ombre: chitarre jangly inusualmente notturne, melodie orecchiabili ma inquiete, elettricità statica trattenuta ed un'interessante sovrapporsi delle voci di Alex e Sierra.
Just Like Honey - The Weight Of The Stars
Secondo disco in un anno per la band newyorchese. Il dream pop di Bianca Yang, Darlene Jonasson e compagni è sempre morbido e raffinatissimo, vellutato e sognante.
Sharesprings - Paraparlor
Non sono riuscito a scoprire molto degli Sharesprings, se non che sono originari dell'Indonesia (è l'anno dell'Oriente, quante volte l'abbiamo ripetuto!) e che Paraparlor sembra essere il loro primo album.
Non avessi letto le poche note che in rete accompagnano il disco, avrei scommesso che il guitar pop spigliato ed elegante di questi 8 pezzi (solo 20 minuti in totale, peccato) venisse da una nuova band scandinava: una sorta di Alpaca Sport con meno colori pastello ed una simili attitudine twee, ma leggermente più ruvida e uptempo. E invece siamo davanti all'ennesimo piccolo grande miracolo dell'indie pop asiatico di quest'anno, forse quello che mi ha colpito di più, oltre ai celebratissimi Say Sue Me. Disco imprescindibile.
Io e la Tigre - Grrr Power
Aurora Ricci e Barbara Suzzi, chitarra/voce e batteria, suonano insieme da diversi anni nel sottobosco indie italiano e hanno già pubblicato alcuni album ed ep, votati ad un pop punk di intelligente ed elettrica spontaneità. Grrr Power, uscito da poco per Garrincha Dischi, è l'unico disco italiano che quest'anno ho davvero amato.
Senza allontanarsi dalla ruggente essenzialità del loro stile, le ragazze hanno trovato la quadratura del cerchio mettendo insieme una dimensione quasi cantautorale (le liriche testimoniano una scrittura di notevole livello) e una vigorosa esigenza comunicativa, in grado di caricare ogni pezzo di un'immediata e coinvolgente freschezza. Se entrambi i nostri aerei cadessero è un gioiellino pop impagabile.
GLI ALTRI ALBUM
Bed. - Replay
Un paio di anni fa l'esordio dei coniugi Haager, da Portland, Oregon, si era sicuramente fatto notare. Arrivati al primo album, i Bed. mettono ancora più a fuoco il loro stile fatto di luci ed ombre: chitarre jangly inusualmente notturne, melodie orecchiabili ma inquiete, elettricità statica trattenuta ed un'interessante sovrapporsi delle voci di Alex e Sierra.
Just Like Honey - The Weight Of The Stars
Secondo disco in un anno per la band newyorchese. Il dream pop di Bianca Yang, Darlene Jonasson e compagni è sempre morbido e raffinatissimo, vellutato e sognante.
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Sharesprings
30 novembre 2018
11/2018 NOVEMBRE [Free Cake For Every Creature, Ellis, Useless Youth, Bruce Robert, The Strange Creatures]
ALBUM DEL MESE
Free Cake For Every Creature - The Bluest Star
E' davvero la stessa band quella che tempo addietro - con un nome a dir poco bizzarro - riempiva i propri EP di pezzi bedroom pop semi-improvvisati registrati come capita? Sì: Katie Bennett è ancora al timone dei suoi FCFEC, ma l'evoluzione della sua creatura musicale è evidente e ormai inarrestabile.
Se nell'album di due anni fa c'era ancora una forte dose programmatica di lo-fi, The Bluest Star abbraccia una produzione che, pur essenziale, è rotonda e brillante e mette in fila 14 pezzi (decisamente più compiuti nella struttura e nella scrittura) che stavolta sfiorano addirittura i tre minuti di durata.
Lo stile resta quello che conosciamo: un guitar pop dalla dimensione cantautorale, arguto e cantabile, obliquo quanto basta, pensato e fatto in economia di mezzi e al contempo sempre piacevolissimo, introverso e timidamente ironico, quasi sempre disteso su ritmi lenti, non lontano in fondo da quello di Frankie Cosmos.
Ellis - The Fuzz
Forse non è un caso se gli Ellis di Linnea Siggelkow sono basati dalle parti di Toronto, che è la patria di due favoriti di questo blog come Alvvays e Basement Revolver. In effetti la creatura musicale dell'artista canadese pesca un po' da entrambe le band (il nitore melodico dei primi, il gusto per i crescendo scenografici dei secondi), confezionando uno degli esordi dream pop più interessanti dell'anno.
Solo sei pezzi, ma dalla dimensione decisamente generosa, considerando che ogni episodio è incorniciato da un panorama strumentale dove synth e chitarre dilatano volentieri i loro intrecci. Su tutto un'umore sottilmente notturno che disegna sinuose ombre lunghe e accresce il fascino di ogni canzone.
GLI ALTRI ALBUM
Useless Youth - Cities
Originari di Città del Messico, i quattro Useless Youth concorrono con fondata ambizione al titolo di migliore band jangle pop dell'anno. Non ci sono ingredienti segreti nel suono scampanellante di questi ragazzi messicani: tutto suona esattamente come ci si aspetterebbe da un gruppo che aderisce ai canoni del genere. Ciò che incanta nelle 12 canzoni di Cities ha a che fare più che altro con il brillante dinamismo uptempo e l'eccezionale fluidità del loro stile.
Bruce Robert - Together Singles
Dichiara Bruce Robert, da Boise, Idaho, che talvolta la sua testa funziona come un ricettore di melodie che fluttuano nel'etere e che queste si trasformano naturalmente in canzoni. Strano, certo, ma il nostro le canzoni le sa scrivere davvero e non a caso i benemeriti della Jigsaw Records hanno raccolto insieme otto singoli pubblicati in modo piuttosto randomico nell'ultimo anno, in genere affidati a voci di artisti amici. La somiglianza con lo stile degli Smittens (ed anche con molte cose dei Magnetic Fields) è notevole: piccolo irresistibile artigianato pop dai colori sgargianti, stralunato e curatissimo al tempo stesso.
The Strange Creatures - Phantasms
Ultimi protetti della sempre più influente Boring Productions, di Shenzen, Cina, i filippini The Strange Creatures confermano alla grande che questo 2018 è stato l'anno dell'indie-pop orientale. Non diversamente dai coreani Say Sue Me, i sei ragazzi di Manila si muovono con grande agio in un guitar pop mosso, piacevole e raffinato al tempo stesso, incentrato sull'efficace alternarsi delle voci di Jon Tamayo e Megumi Acorda, twee quasi ovunque, ruvido dove serve, arrichito da molteplici apporti strumentali.
Free Cake For Every Creature - The Bluest Star
E' davvero la stessa band quella che tempo addietro - con un nome a dir poco bizzarro - riempiva i propri EP di pezzi bedroom pop semi-improvvisati registrati come capita? Sì: Katie Bennett è ancora al timone dei suoi FCFEC, ma l'evoluzione della sua creatura musicale è evidente e ormai inarrestabile.
Se nell'album di due anni fa c'era ancora una forte dose programmatica di lo-fi, The Bluest Star abbraccia una produzione che, pur essenziale, è rotonda e brillante e mette in fila 14 pezzi (decisamente più compiuti nella struttura e nella scrittura) che stavolta sfiorano addirittura i tre minuti di durata.
Lo stile resta quello che conosciamo: un guitar pop dalla dimensione cantautorale, arguto e cantabile, obliquo quanto basta, pensato e fatto in economia di mezzi e al contempo sempre piacevolissimo, introverso e timidamente ironico, quasi sempre disteso su ritmi lenti, non lontano in fondo da quello di Frankie Cosmos.
Ellis - The Fuzz
Forse non è un caso se gli Ellis di Linnea Siggelkow sono basati dalle parti di Toronto, che è la patria di due favoriti di questo blog come Alvvays e Basement Revolver. In effetti la creatura musicale dell'artista canadese pesca un po' da entrambe le band (il nitore melodico dei primi, il gusto per i crescendo scenografici dei secondi), confezionando uno degli esordi dream pop più interessanti dell'anno.
Solo sei pezzi, ma dalla dimensione decisamente generosa, considerando che ogni episodio è incorniciato da un panorama strumentale dove synth e chitarre dilatano volentieri i loro intrecci. Su tutto un'umore sottilmente notturno che disegna sinuose ombre lunghe e accresce il fascino di ogni canzone.
GLI ALTRI ALBUM
Useless Youth - Cities
Originari di Città del Messico, i quattro Useless Youth concorrono con fondata ambizione al titolo di migliore band jangle pop dell'anno. Non ci sono ingredienti segreti nel suono scampanellante di questi ragazzi messicani: tutto suona esattamente come ci si aspetterebbe da un gruppo che aderisce ai canoni del genere. Ciò che incanta nelle 12 canzoni di Cities ha a che fare più che altro con il brillante dinamismo uptempo e l'eccezionale fluidità del loro stile.
Bruce Robert - Together Singles
Dichiara Bruce Robert, da Boise, Idaho, che talvolta la sua testa funziona come un ricettore di melodie che fluttuano nel'etere e che queste si trasformano naturalmente in canzoni. Strano, certo, ma il nostro le canzoni le sa scrivere davvero e non a caso i benemeriti della Jigsaw Records hanno raccolto insieme otto singoli pubblicati in modo piuttosto randomico nell'ultimo anno, in genere affidati a voci di artisti amici. La somiglianza con lo stile degli Smittens (ed anche con molte cose dei Magnetic Fields) è notevole: piccolo irresistibile artigianato pop dai colori sgargianti, stralunato e curatissimo al tempo stesso.
The Strange Creatures - Phantasms
Ultimi protetti della sempre più influente Boring Productions, di Shenzen, Cina, i filippini The Strange Creatures confermano alla grande che questo 2018 è stato l'anno dell'indie-pop orientale. Non diversamente dai coreani Say Sue Me, i sei ragazzi di Manila si muovono con grande agio in un guitar pop mosso, piacevole e raffinato al tempo stesso, incentrato sull'efficace alternarsi delle voci di Jon Tamayo e Megumi Acorda, twee quasi ovunque, ruvido dove serve, arrichito da molteplici apporti strumentali.
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21 ottobre 2018
10/2018 OTTOBRE [Neleonard, Hater, The Beths, Amber Arcades, Cosmo K]
ALBUM DEL MESE
Neleonard - Un Lugar Imaginado
I catalani Neleonard sono sicuramente uno dei tesori nascosti della scena indie-pop. Forse il più prezioso. E sono anche un po' un mistero. Il loro primo disco, Las Causa Perdidas, del 2016, era - non ho paura di dirlo - un capolavoro: un piccolo miracolo senza tempo che non aveva niente di meno dei primi Belle & Sebastian (e molto di più degli attuali, per inciso). Come possa essere passato quiasi inosservato a livello internazionale, al di là del "limite" delle liriche in spagnolo, resta davvero inspiegabile.
Con Un Lugar Imaginado ritroviamo Nele, Laura e gli altri in forma smagliante, ancora in grado di conservare intatta la corona di migliore band indie pop spagnola e di portare avanti la lezione dei mitici La Buena Vida.
Al di là della sorridente naturale raffinatezza che pervade ogni singola nota suonata dai catalani, ciò che colpisce sempre delle loro canzoni (tutte le loro canzoni) è la capacità di essere "leggeri", di trovare sempre la soluzione sonora per non fare mai toccare terra alle loro melodie: può essere il dinamismo stesso del pezzo, un arrangiamento di essenziale semplicità chitarristica o di elaborata ricchezza strumentale, la meravigliosa spontaneità delle voci che si alternano e sovrappongono, l'immediatezza gentile di ogni ritornello, la dimensione cantautorale che trasforma l'intimismo in timidi fuochi d'artificio.
Tutto nelle canzoni dei Neleonard funziona come uno straordinario caleidoscopio di genere, dove un'intera tradizione di indie pop trova nella bravura (e nell'umiltà) di questi musicisti catalani un eccezionale e attualissmo moltiplicatore di bellezza. I dodici episodi del disco sono, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, di livello altissimo, per scrittura e arrangiamenti, per equilibrio e piacevolezza. Un altro album perfetto da parte di una band semplicemente straordinaria.
Hater - Siesta
L'anno scorso il quartetto di Malmo è finito con merito tra i dischi dell'anno del nostro blog. Evidentemente gli svedesi hanno deciso di battere il ferro finchè è caldo, ed eccoci già alla loro opera seconda. Bene, rispetto ai già rispettabili esordi, Caroline Landahl e compagni hanno operato un sensibile upgrade al loro stile: hanno limato qualche spigolo e lavorato sodo sui particolari, costruendo un album massiccio (14 episodi) che ne rivela l'ambizione e il talento. L'essenzialità un po' sognante del primo disco è diventata oggi qualcosa di più complesso e affascinante: su uno scheletro che è ancora in sostanza un guitar pop spigliato e melodico, i quattro hanno cucito abiti musicali raffinati, usando un'ampia gamma di strumenti (molti synth, ma ci sono anche fiati) e cercando di mantenere una vellutata morbidezza sonora che tutto abbraccia in un confortevole tepore. Il risultato, pezzo dopo pezzo, non può che impressionare: quella che fino a pochi mesi fa era una band dotata ma acerba, è sbocciata all'improvviso ed ha messo a fuoco uno stile che oggi è indubitabilmente "suo" e riconoscibile. Uno degli album imprescindibili del 2018.
The Beths - Future Me Hates Me
Difficile credere che i quattro neozelandesi The Beths abbiano un background da jazzisti, ma tant'è. Per fortuna Elizabeth Stokes e i suoi compagni hanno fatto tesoro delle loro eccellenti doti di musicisti e hanno virato subito su un guitar rock molto nineties-oriented, pubblicando un paio d'anni fa un EP che non è passato inosservato e adesso l'album di esordio.
La forza esplosiva delle canzoni dei Beths è il loro marchio di fabbrica. I neozelandesi suonano un pop punk che definirei "adulto", sono catchy in modo inesorabilmente intelligente, sanno quando accelerare e quando staccare il piede dalla pedaliera del distorsore, fanno cose non semplici sembrando semplici, il che di per sè è una dote non indifferente. Il risultato è un album che è al contempo compatto stilisticamente e vario, di formidabile accessibilità e ricco di una scrittura di alto livello.
Amber Arcades - European Heartbreak
Fading Lines, primo album di Amber Arcades, aveva fatto pensare che la creatura musicale di Annelotte De Graaf fosse una versione onesta ma decisamente "in minore" dell'indie pop in stile Alvvays.
Due anni dopo la musicista olandese torna con un disco ambizioso, che è in sostanza un concept sul "sogno infranto" di un'Europa dove le frontiere si stanno chiudendo sempre di più, metafora per altro dei rapporti sentimentali fra le persone.
Gli undici episodi di European Heartbreak testimoniano un lavoro di scrittura e produzione da applausi: il guitar pop degli esordi è oggi quasi interamente rimpiazzato da una dimensione di luminosa raffinatezza cantautorale sixties, molto nelle corde dei primi Camera Obscura, pieno di lussureggianti inserti di archi e pianoforte e dove la voce sensuale di Annelotte emerge in tutta la sua forza. Una sorpresa, senza dubbio.
Cosmo K - Ultimo Disco
Non c'è nulla di più essenziale delle canzoni dei madrileni Cosmo K.: un paio di chitarre acustiche, una melodica, tre voci, un impianto di registrazione programmaticamente lo-fi.
Ciò che rende irresistibile la proposta musicale di Alvaro, Angela e Maria sono le canzoni: brevissime (mai sopra i due minuti), dannatamente catchy, intelligenti e ironiche nella struttura e nelle liriche immaginifiche e vagamente stralunate, twee nell'origanario senso del termine. Non c'è nessun filtro nei sette episodi di Ultimo Disco: l'impressione è di essere ospiti nella cameretta dei tre spagnoli e di ascoltare dei piccoli perfetti sketches quasi improvvisati. Ed è un'impressione vincente, perchè senza volerlo, dopo un paio di ascolti ci si ritrova inevitabilmente a canticchiare il ritornello di Ryanair o di Paloma. Da recuperare anche il loro primo omonimo album, uscito l'anno scorso.
Neleonard - Un Lugar Imaginado
I catalani Neleonard sono sicuramente uno dei tesori nascosti della scena indie-pop. Forse il più prezioso. E sono anche un po' un mistero. Il loro primo disco, Las Causa Perdidas, del 2016, era - non ho paura di dirlo - un capolavoro: un piccolo miracolo senza tempo che non aveva niente di meno dei primi Belle & Sebastian (e molto di più degli attuali, per inciso). Come possa essere passato quiasi inosservato a livello internazionale, al di là del "limite" delle liriche in spagnolo, resta davvero inspiegabile.
Con Un Lugar Imaginado ritroviamo Nele, Laura e gli altri in forma smagliante, ancora in grado di conservare intatta la corona di migliore band indie pop spagnola e di portare avanti la lezione dei mitici La Buena Vida.
Al di là della sorridente naturale raffinatezza che pervade ogni singola nota suonata dai catalani, ciò che colpisce sempre delle loro canzoni (tutte le loro canzoni) è la capacità di essere "leggeri", di trovare sempre la soluzione sonora per non fare mai toccare terra alle loro melodie: può essere il dinamismo stesso del pezzo, un arrangiamento di essenziale semplicità chitarristica o di elaborata ricchezza strumentale, la meravigliosa spontaneità delle voci che si alternano e sovrappongono, l'immediatezza gentile di ogni ritornello, la dimensione cantautorale che trasforma l'intimismo in timidi fuochi d'artificio.
Tutto nelle canzoni dei Neleonard funziona come uno straordinario caleidoscopio di genere, dove un'intera tradizione di indie pop trova nella bravura (e nell'umiltà) di questi musicisti catalani un eccezionale e attualissmo moltiplicatore di bellezza. I dodici episodi del disco sono, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, di livello altissimo, per scrittura e arrangiamenti, per equilibrio e piacevolezza. Un altro album perfetto da parte di una band semplicemente straordinaria.
Hater - Siesta
L'anno scorso il quartetto di Malmo è finito con merito tra i dischi dell'anno del nostro blog. Evidentemente gli svedesi hanno deciso di battere il ferro finchè è caldo, ed eccoci già alla loro opera seconda. Bene, rispetto ai già rispettabili esordi, Caroline Landahl e compagni hanno operato un sensibile upgrade al loro stile: hanno limato qualche spigolo e lavorato sodo sui particolari, costruendo un album massiccio (14 episodi) che ne rivela l'ambizione e il talento. L'essenzialità un po' sognante del primo disco è diventata oggi qualcosa di più complesso e affascinante: su uno scheletro che è ancora in sostanza un guitar pop spigliato e melodico, i quattro hanno cucito abiti musicali raffinati, usando un'ampia gamma di strumenti (molti synth, ma ci sono anche fiati) e cercando di mantenere una vellutata morbidezza sonora che tutto abbraccia in un confortevole tepore. Il risultato, pezzo dopo pezzo, non può che impressionare: quella che fino a pochi mesi fa era una band dotata ma acerba, è sbocciata all'improvviso ed ha messo a fuoco uno stile che oggi è indubitabilmente "suo" e riconoscibile. Uno degli album imprescindibili del 2018.
The Beths - Future Me Hates Me
Difficile credere che i quattro neozelandesi The Beths abbiano un background da jazzisti, ma tant'è. Per fortuna Elizabeth Stokes e i suoi compagni hanno fatto tesoro delle loro eccellenti doti di musicisti e hanno virato subito su un guitar rock molto nineties-oriented, pubblicando un paio d'anni fa un EP che non è passato inosservato e adesso l'album di esordio.
La forza esplosiva delle canzoni dei Beths è il loro marchio di fabbrica. I neozelandesi suonano un pop punk che definirei "adulto", sono catchy in modo inesorabilmente intelligente, sanno quando accelerare e quando staccare il piede dalla pedaliera del distorsore, fanno cose non semplici sembrando semplici, il che di per sè è una dote non indifferente. Il risultato è un album che è al contempo compatto stilisticamente e vario, di formidabile accessibilità e ricco di una scrittura di alto livello.
Amber Arcades - European Heartbreak
Fading Lines, primo album di Amber Arcades, aveva fatto pensare che la creatura musicale di Annelotte De Graaf fosse una versione onesta ma decisamente "in minore" dell'indie pop in stile Alvvays.
Due anni dopo la musicista olandese torna con un disco ambizioso, che è in sostanza un concept sul "sogno infranto" di un'Europa dove le frontiere si stanno chiudendo sempre di più, metafora per altro dei rapporti sentimentali fra le persone.
Gli undici episodi di European Heartbreak testimoniano un lavoro di scrittura e produzione da applausi: il guitar pop degli esordi è oggi quasi interamente rimpiazzato da una dimensione di luminosa raffinatezza cantautorale sixties, molto nelle corde dei primi Camera Obscura, pieno di lussureggianti inserti di archi e pianoforte e dove la voce sensuale di Annelotte emerge in tutta la sua forza. Una sorpresa, senza dubbio.
Cosmo K - Ultimo Disco
Non c'è nulla di più essenziale delle canzoni dei madrileni Cosmo K.: un paio di chitarre acustiche, una melodica, tre voci, un impianto di registrazione programmaticamente lo-fi.
Ciò che rende irresistibile la proposta musicale di Alvaro, Angela e Maria sono le canzoni: brevissime (mai sopra i due minuti), dannatamente catchy, intelligenti e ironiche nella struttura e nelle liriche immaginifiche e vagamente stralunate, twee nell'origanario senso del termine. Non c'è nessun filtro nei sette episodi di Ultimo Disco: l'impressione è di essere ospiti nella cameretta dei tre spagnoli e di ascoltare dei piccoli perfetti sketches quasi improvvisati. Ed è un'impressione vincente, perchè senza volerlo, dopo un paio di ascolti ci si ritrova inevitabilmente a canticchiare il ritornello di Ryanair o di Paloma. Da recuperare anche il loro primo omonimo album, uscito l'anno scorso.
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