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28 dicembre 2022

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2022



12

Jeanines - Don't Wait For A Sign 

I tredici pezzi del secondo album di Alicia Jeanine e Jed Smith sono altrettante miniature,  perfettamente compiute nei loro due minuti di durata (o meno!), depositarie dello spirito artigianale dell'indie pop delle origini, twee nell'anima e deliberatamente retrò, adorabili in ogni scampanellio di chitarra e in ogni armonia vocale. 


11

Snow Coats - If It Wasn't Me I Would've Called It Funny

Tra tante band di "punk gentile" di oggi, gli Snow Coats sono quella che spinge di più sul pedale pop. Gli olandesi sanno come scrivere una canzone orecchiabile e sono sempre terribilmente efficaci. Il loro secondo disco è un notevole passo in avanti: una infilata di pezzi di energetica piacevolezza, dolci e frizzanti come una bibita ghiacciata nel caldo estivo. 


10

Roller Derby - Singles Collection

Con al centro dei riflettori una cantante, Philine Meyer, che sembra una Nico rinata in veste indie pop, i tedeschi Roller Derby ambiscono ad essere la band più raffinata dell'anno e ci riescono in pieno: grazie ad un afflato pop che parte dall'epoca dorata dei Sixties, attraversa paesaggi post punk ed arriva idealmente alla modernità degli Alvvays, la band piazza - come da titolo - una serie micidiale di singoli di irresistibile piacevolezza. 


9

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens

Non può mancare la quota svedese nella lista dei dischi dell'anno. Quest'anno tocca alla band di Michelle Dzegoeva che, giunta al secondo album, conferma il fascino crepuscolare di un guitar pop che ama le ombre di inquietudine post punk, ma alla fine dà il meglio di sé nelle aperture di sognante gentilezza e di sfrigolante energia catchy. 


8

The Reds Pinks & Purples - Summer At Land's End + They Only Wanted Your Soul

Le colorate row houses di San Francisco, un profluvio di chitarre jangly e una fresca brezza di malinconia. La musica di Glenn Donaldson da sempre si muove su queste strade consuete, e lo fa con il tocco unico, tenero, a tratti disarmante, di un musicista che racconta la vita nelle proprie canzoni. Fra le tante uscite di quest'anno (è nota la inarrestabile prolificità di Glenn), due album che un po' si completano e che meritano di essere ascoltati insieme. 



7

Kindsight - Swedish Punk

L'esordio del quartetto danese è un mix esplosivo di leggerezza e raffinatezza, in nome di un guitar pop che ama tanto i ritmi uptempo quanto la morbidezza melodica e le tessiture jangly. Un po' primi Cardigans, un po' The Sundays, la band di Nina Hyldgaard Rasmussen non disdegna qualche soluzione inusuale nella scrittura dei pezzi e sovrappone delicatezza ed elettricità per ottenere una formula personale di suggestiva immediatezza. 


6

Ex-Vöid - Bigger Than Before 

Rinati come l'araba fenice dalle ceneri dei Joanna Gruesome, i londinesi giocano nello stesso campionato di band come Fresh, Martha ed Happy Accidents, che quest'anno pure hanno pubblicato album validissimi (menzione d'onore per tutte, anche se non sono nella top 12!). Cosa possiedono allora in più le canzoni di Bigger Than Before? Innanzitutto un'urgenza comunicativa fuori dall'ordinario, e poi una capacità di utilizzare stilemi punk con eclettica libertà, una intelligente rilettura della lezione dei Big Star e dei primi Teenage Fanclub e, in definitiva, dieci canzoni di bruciante potenza. 


5

Castlebeat - Half Life

Josh Hwang conosce la formula della perfect pop song: una fresca pioggia di chitarre jangly e synth anni '80, melodie di sognante tenerezza, diffuse memorie dei New Order e dei Cure più melodici, il tutto con un cuore palpitante di essenzialità lo-fi. Le canzoni di Half Life sono il perfetto riassunto di quello che sono da sempre i suoi Castlebeat, talvolta quasi algide e geometriche, ma più spesso illuminate da una sfolgorante leggerezza. 


4

The Beths - Expert In A Dying Field

I Beths, non c'è dubbio, sono una band che si diverte da matti a suonare insieme. E così Elizabeth Stokes e i suoi tre compagni, arrivati al terzo album con la sicurezza nei propri mezzi tipica dei veterani, fanno alla grande (con quel misto di spontaneità e cura dei dettagli che da sempre li contraddistingue) ciò che sanno fare meglio: sfornare canzoni power pop intessute di chitarre energetiche, armonie vocali e una coinvolgente luminosa ironia. Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! 


3

Basement Revolver - Embody


E' sempre notte negli album del gruppo canadese: una notte che è metafora di un profondo disagio in cerca di riscatto, satura dell'elettricità statica di chitarre quasi shoegaze, illuminata dal bagliore caldo della strepitosa voce di Chrisy Hurn e trascinata con forza inarrestabile verso la luce del giorno dai quei poderosi crescendo immersivi che da sempre sono il vero marchio di fabbrica della band. Un disco emotivo ed emozionante, di intensa, vissuta e liberatoria introspezione, etereo e rumoroso insieme, sostenuto dall'ambizione di costruire prima di tutto un'esperienza totalizzante e catartica. 


2

Say Sue Me - The Last Thing Left


Nella loro ormai consolidata carriera, i coreani Say Sue Me hanno dimostrato di poter essere tante cose insieme: ruvidi e raffinati, essenziali ed eclettici, intimi ed elettrici, delicati e concreti, facendo della gentilezza - in tutti i sensi - il tratto distintivo della loro personalità musicale. Sumi Choi e compagni con i dieci pezzi di The Last Thing Left hanno confezionato il loro album più meditato e completo, mescolando con la consueta sorridente intelligenza pezzi di cristallina orecchiabilità, momenti di luminosa leggerezza dream pop e squarci di fragilità acustica. 


1

Alvvays - Blue Rev



L'album forse più atteso degli ultimi anni - anche per il poderoso iato temporale intercorso rispetto al precedente -  ha mostrato in modo impressionante quanto la band di Molly Rankin sia all'apice di un arco creativo iniziato agli esordi e destinato senz'altro a dare frutti ancora a lungo. Al terzo disco di una carriera già consacrata da critica e pubblico fin dai primi singoli, il quintetto di Toronto ha ormai acquisito una maturità tale da rielaborare modelli e suggestioni provenienti da decenni e contesti diversi (con una predilezione per gli '80, vissuti come un'età dell'oro in cui chitarre e synth convivevano in armonia perfetta) in uno stile che sta ripensando l'indie pop stesso, innovandolo dalle radici e lasciando la propria firma riconoscibilissima e indelebile nella storia del rock. 
I 14 episodi di Blue Rev, pescando la propria ispirazione nella memoria condivisa delle due fondatrici della band, Molly Rankin e Kerri MacLellan, sono costruiti con un lavoro di cesello (scrittura-esecuzione-produzione) che lascia senza fiato e fa scoprire ad ogni nuovo ascolto particolari nuovi che non si erano notati prima: una citazione inattesa, un cambio della dinamica, un'intuizione lirica e narrativa. Uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, si succedono capolavori come "Pharmacist", "Easy On Your On", "After The Eartquake", "Tom Verlaine", "Many Mirrors", "Velveteen", "Very Online Guy","Belinda Says", "Lottery Noises", così potenti, travolgenti e immediati nella loro sintesi che risolve tutto in due minuti o poco più, così complicati nella loro anodina e a tratti vertiginosa stratificazione sonora. Un album epocale per il genere che rappresenta, talmente ricco che è  facile (e terribilmente piacevole) perdersi tra le sue spire, ma in cui in definitiva ci si ritrova sempre, aggrappati alle sfavillanti scie melodiche di ogni pezzo. 

20 dicembre 2022

Galore - Blush EP REVIEW

Se pensiamo a band/artisti come The Red Pinks & Puroples, Jeanines, The Photocopies, Field School, Castlebeat, The Umbrellas, ci renderemo immediatamente conto di come l'anima del jangly pop sia ancora così viva e vivace ai nostri giorni. 
Ai nomi citati, possiamo senz'altro aggiungere anche quello dei Galore, che sono (nemmeno a farlo apposta!) di San Francisco, cioè la patria ideale di tutte le chitarre scampanellanti, e che hanno già all'attivo un paio di dischi screziati di punk pop lo-fi.

Il quartetto, dove tutti partecipano alla parte vocale (è, a mio parere, uno dei loro plus), pubblica oggi un EP che è una vera delizia per gli appassionati dell'indie pop più delicatamente artigianale e che evolve il proprio stile in modo significativo.

Nei cinque episodi prevalgono chitarre che potrebbero ricordare i Velvet (ma anche i primi Belle & Sebastian), melodie di grande piacevolezza twee, un impasto sonoro programmaticamente a bassa fedeltà ma in realtà sempre efficace ed avvolgente. Con in coda un pezzo - Second Moon, splendido davvero - che apre ad un dream pop dolce, disturbante ed ipnotico al tempo stesso. 

15 dicembre 2022

Model Shop - Love Interest ALBUM REVIEW

Non so se sia un caso o ci sia qualcosa di studiato, ma nello stesso mese è accaduto che ben tre membri dei Math & Physics Club abbiano pubblicato album con band parallele. Abbiamo di recente lodato il lavoro di Charles Bert con il progetto Field School, ed ora non possiamo che spendere parole entusiastiche anche per Etahn Jones e Kevin Emerson, che insieme alla bassista Jen Fox hanno fondato i Model Shop. 

Intendiamoci subito, il DNA dei M&PC è ben presente (ed evidente) sia nei Field School che nei Model Shop: si tratta ovviamente di musicisti cresciuti con gli stessi modelli e svezzati alla scuola del grande indie pop americano della K Records.

Tuttavia, se Bert sembra avere cercato di cogliere l'anima della band con cui ha suonato per un decennio cercando un'essenzialità quasi artigianale, Jones ed Emerson hanno decisamente puntato più su una dimensione pop meno legata alle chitarre jangly e più elaborata anche sul versante formale.

In Love Interest si succedono allora pezzi che brillano per la loro esuberanza catchy, che senz'altro hanno un occhio retrospettivo sul mondo Sarah / Creation, ma abbracciano tutta un'estetica che tocca cose anche disparate (gli XTC, i REM, il brit pop più raffinato, un po' di classicismo adult rock, il power pop dei New Pornographers e l'indie dei '90 più morbido, diciamo alla Nada Surf), pieni di chitarre croccanti e armonie vocali. Tra tutti, il piacevolissimo uptempo di Lucky, il crescendo spettacolare e quasi sopra le righe di Letters To Melissa, il formidabile riff che apre Millionaires, il piglio sbarazzino di Compilation Tape. 

Parlavamo del disco dei Field School un tesoretto di cose belle. La definizione calza perfettamente anche per questo Love Interest, reso senz'altro prezioso dal tocco pop di tre musicisti di grande esperienza. 

10 dicembre 2022

My Raining Stars - The Life We Planned EP REVIEW

Abbiamo citato Thierry Haliniak giusto un anno fa a proposito dell'interessante disco di debutto dei Meyverlin, band spartita a metà con Philippe Lavergne. Ritroviamo volentieri oggi il musicista francese  impegnato con il suo progetto solista, My Raining Star, che esiste da più di vent'anni - con pause più o meno lunghe - e che quest'anno ci ha regalato un album che abbiamo molto apprezzato, 89 Memories, e ora un EP veramente imperdibile.

I cinque pezzi di questo The Life We Planned escono dalle stesse sessioni di registrazione dell'album e quindi in teoria sarebbero dei classici lati B, ma la qualità è talmente alta che non ci meravigliamo che Thierry abbia voluto dare seguito immediato a 89 Memories.

Abbiamo già avuto modo di parlare dell'amore di Haliniak per l'indie pop originario, quello fiorito tra fine '80 e inizio '90, e di lodare la sua capacità di introiettarne il linguaggio facendolo proprio e trasformandolo in uno stile personale. Non ritroverete quindi una definita traccia di una particolare band degli anni d'oro nelle canzoni di My Raining Star, ma un piccolo universo guitar pop in bottiglia, dove potrete sentire echi di Ride, Primal Scream, Field Mice, Cure, i primi Teenage Fanclub, Jesus & Mary Chain, e così via. 

Ovvio che per noi vecchi maniaci di chitarre scampanellanti e sfrigolanti è un po' come andare a nozze, e in pezzi di cristallino dinamismo come Mirror 2 (è in verità una riedizione di Mirror, che apriva un EP del 2020), Summer's Gone, What Can We Do e The Life We Planned, c'è davvero il piacere  non solo di ascoltare qualcosa di bello, ma di condividere con chi l'ha concepito la stessa idea di "perfect pop song". 

04 dicembre 2022

fine. - Love, Death, Dreams And The Sleep Between ALBUM REVIEW

All'inizio dell'anno i fine. hanno pubblicato un doppio album che conteneva in realtà tutta la loro produzione precedente, EP e singoli, sin da quando nel 2017 Alice Cat e Liam James Marsh hanno cominciato a collaborare mantenendo comunque l'impegno solista (Alice) e con la band (i Kid Chamaleon di Liam). Se non avete mai sentito la musica del duo è un'ottima occasione per farlo senza doversi muovere fra una mezza dozzina di pubblicazioni sparse. 

Non fa in tempo a terminare il 2022 che i due musicisti sono già pronti con del materiale completamente nuovo e, sorpresa, siamo di nuovo davanti ad un album dalla dimensione poderosa: 19 pezzi ed un titolo, Love Death Dreams And The Sleep Between, che sembra parimenti ambizioso. 

Lo stile dei fine. è ormai consolidato e pienamente riconoscibile: la matrice è senz'altro folk e cantautorale, la realizzazione - come abbiamo già avuto modo di scrivere - abbraccia un'idea indie nutrita tanto di Neutral Milk Hotel quanto di Death Cab For Cutie, che da una matrice acustica va sempre alla ricerca di un crescendo catartico, mantenendo una essenzialità artigianale. 

Da sempre Alice e Liam brillano soprattutto in pezzi mossi e corali come New Skin / Good Life o Keep My Head Up o ancora Saints In The Morning, che trovano la loro quadratura in ritornelli programmaticamente catchy in cui le voci si alternano e sovrappongono con un festoso dinamismo (provare a togliervi dalla testa quello killer di Forgive Me). Ma anche negli episodi intrisi di una  delicatezza decisamente twee (il jingle jangle di Lens ad esempio) c'è sempre una quasi febbrile tendenza a spingere scenograficamente, con un effetto che potrebbe idealmente ricostruire la colonna sonora (e la narrativa tenera e umanistica) di un qualsiasi film di Wes Anderson. 

Nei quasi venti pezzi dell'album non c'è davvero un momento morto, a testimoniare quanto Alice e Liam - tra Boston e Sheffield - abbiano trovato evidentemente un filone d'oro creativo nella loro collaborazione, tanto che la sequenza senza soluzione di continuità di piccoli anthem alternativi che hanno messo insieme (Tired Eyes, Same Floor, 9 Years - quest'ultima forse la più esplosivamente pop del disco) riflette in modo perfetto l'entusiasmo contagioso che i due musicisti stanno mettendo in questo progetto. 

29 novembre 2022

Holy Now - Dream Of Me ALBUM REVIEW


Ascoltando il nuovo disco degli Holy Now, mi chiedevo a quanto tempo fa risalisse quell'album di debutto,  Think I Need The Light, che li ha fatti conoscere consacrandoli immediatamente come indie band di culto. L'impressione - vista l'impronta indelebile che mi aveva lasciato il gruppo svedese con il suo esordio - è che fosse uscito uno o al massimo due anni fa. E invece, controllando meglio, di anni ne sono passati quasi cinque. Tanti.

Non ho idea di cosa sia successo da allora ad oggi e se ci sia un motivo per tanta attesa, tuttavia Julia Olander e compagni sono sbucati nuovamente fuori dalla notte in cui erano entrati, e questo Dream Of Me è davvero - per restare nella metafora - un faro luminosissimo. 

Nell'iniziale Ballad, nuda e un po' spettrale, riconosciamo quel "cuore di ombre" che batteva sotto la levigata superficie di Think I Need The Light: la voce apparentemente così fragile e al contempo così emozionante di Julia, il disegno semplice ma sottilmente impenetrabile delle melodie senza tempo e genere degli Holy Now. 

Le chitarre, quelle che dagli esordi rendono così peculiare lo stile della band di Malmoe, arrivano solo con il secondo episodio, Places, dove ritroviamo in pieno gli Holy Now che avevamo lasciato tanto tempo fa: un'eleganza in crescendo che fiorisce come un albero in primavera su uno scheletro di essenzialità post punk, con cori e strumenti che germogliano l'uno dall'altro in un paesaggio sottilmente inquietante.

Hold Me / Know Me, primo singolo già scoperto con piacere sei mesi fa, sviluppa con perfetta cura formale la poetica sonora degli Holy Now: quasi algida e schematica al primo impatto, di eterea spiraliforme morbidezza nel magistrale sviluppo del pezzo. Una meraviglia che si sfalda all'improvviso dopo tre minuti, quasi come un fiocco di neve che si scioglie al primo calore. 

Dream Of Me porta avanti l'idea di invernale delicatezza del jangle pop della band, la stessa che troviamo in sostanza anche nel resto del disco, dove spesso i ritmi rallentano e la narrazione di Julia - quella voce che spinge naturalmente in alto e sembra sempre sul punto di rompersi - si eleva sopra un contorno di tremula raffinatezza (Never Fall In Love Again) e risplende a tratti di luce propria facendo ruotare tutto intorno a sé (Silk) in un'atmosfera di tensione trattenuta, che si scarica in istanti di bellezza sognante (Alright).

Don't You Understand, perfetto spannung dell'album, con il suo piglio a metà tra girl group degli anni '60 e micidiale semplicità elettrica alla Jesus & Mary Chain, è il gioiello incastonato nel punto più alto del disco e mostra in modo definitivo, da un lato, quanta personalità emani la band di Malmoe, e dall'altro un coraggio non indifferente nel creare piccole architetture pop che si spengono appena prima di diventare pienamente catchy (è una scelta programmatica nella scrittura del gruppo, da sempre). 

Every Time The Morning Comes, ballad crepuscolare fatta di armonie vocali e uno strum di chitarra, basilare e ripetuto, chiude Dream Of Me con il lato opposto di come era iniziato: una sorta di catarsi raggiunta che sembra promettere serenità nel primo bagliore di un alba nordica. La dimensione è totalmente cantautorale, e questo in definitiva è la firma con cui Julia e i suoi tre compagni sembrano siglare il proprio stile, tenendosi sempre a distanza dalla tentazione di un ritornello troppo cantabile o di una ritmica troppo dinamica. Con gli Holy Now siamo in un'affascinante notte boreale, dove le luci sono abbaglianti ma in un modo mai convenzionale.

25 novembre 2022

Gladie - Don't Know What You're In Until You're Out ALBUM REVIEW

Augusta Koch è stata per quasi un decennio la cantante delle Cayetana, una piccola istituzione dell'indie della East Coast. Sciolta la band, ne ha prontamente riformata un'altra, più ambiziosa e numerosa, che ha chiamato Gladie (o gladie con la g minuscola, sembra di capire). 

L'album di debutto di Augusta e compagni va a infilarsi sicuramente nell'affollata strada dei gruppi nostalgici dell'età d'oro dell'indie americano (i primi Novanta) e innamorati di un'etica pop punk che, pur con declinazioni piuttosto diverse, vede viaggiare sulla stessa carreggiata i Beths o i Martha. 

Non è un caso se Purple Year, Born Yesterday e Mud i due pezzi che aprono il disco di debutto dei Gladie, abbiano ritmiche uptempo, chitarre piuttosto spigolose ed un'attitudine piuttosto lo-fi, che in fondo ricordano molto da vicino gruppi di garage pop che amiamo come i Reemember Sports (For A Friend sembra veramente uscire da un lavoro dei loro concittadini). 

Poi però arriva una canzone davvero memorabile, corale e travolgente come Hit The Ground Running che sembra cambiare un po' le carte in tavola e sposta il focus su un cantautorato appena sporco e apertamente melodico che non può non far venire subito in mente le cose migliori di Waxahatchee. 

L'album prosegue su questa falsariga, alternando numeri più veloci (e terribilmente catchy) come Nothing o Heaven Someday ed altri dai contorni più ampi e morbidi.

19 novembre 2022

Field School - When Summer Comes ALBUM REVIEW

Tutto cominciò nel 1982, quando il frontman dei Beat Happening Calvin Johnson fondò la K Records a Olympia, Washington, diventando il più fervido hub di creazione e distribuzione del primo indie americano (ed europeo, che era selezionato qui e prodotto in cassette) della West Coast. 

A Olympia - siamo nei dintorni della piovosa Seattle - nasceva più o meno in quel torno di anni anche Charles Bert, che all'inizio degli anni '00 si mise insieme ad alcuni amici appassionati proprio dei dischi della K e battezzò la sua nuova band Math & Physics Club, iniziando la piccola grande storia (per nulla terminata) di uno dei gruppi fondamentali del jangle pop americano. 

Bloccato nella solitudine casalinga dalle restrizioni pandemiche, Bert ha cominciato quasi per gioco a registrare pezzi nuovi suonando ogni strumento di cui aveva bisogno. E' la genesi di questo progetto sostanzialmente solista chiamato Field School, che ha fruttato diversi EP nei mesi passati e che è arrivato finalmente all'album - bizzarra la definizione, vista la ventennale carriera di Charles - di debutto. 

I dodici pezzi raccolti in questo When Summer Comes sembrano raccogliere in un guscio di noce l'anima profonda dell'indie pop dei M&PC: la placida malinconia delle melodie, la gentilezza twee mescolata in modo perfettamente equilibrato al suono leggermente sporco e sempre scampanellante delle chitarre, una studiata essenzialità artigianale che è la stessa del nostro amato Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples) ed un'attitudine sempre luminosa che ricorda i primissimi Belle & Sebastian e certe perle dei Magnetic Fields. 

Canzoni quasi nude nella loro ricercata semplicità, che riescono con pochi mezzi ad emozionare (ne cito solo una tra tante, If You See Me Around Just Act Like You Didn't, che è un gioiellino senza tempo).

Un disco che è un tesoretto prezioso di cose belle, depositarie di un'intera tradizione di indie pop.


15 novembre 2022

Smut - How The Light Felt ALBUM REVIEW

Ascoltando Soft Engine, il pezzo che apre l'album  degli Smut, ho avuto l'impressione (piacevolissima) di trovarmi davanti a una di quelle canzoni pop dinoccolate, avvolgenti e torrenziali di cui erano capaci trent'anni fa i Ride. Tanto è bastato per inoltrarmi nel resto del disco e innamorarmi di questa band basata a Chicago che non avevo mai sentito nominare, nonostante abbia già pubblicato diverse cose e sia attiva da diversi anni.

Quasi tutti gli episodi possiedono un luminoso dinamismo midtempo, che scorre fluido su chitarre jangly, elettricità di misurato equilibrio e melodie di delicata immediatezza, che delineano un'idea decisamente accessibile di dream pop non dissimile da quella di band come i Night Flowers o - per rimanere alla stretta attualità - i Bleach Lab, i Tallies, i Say Sue Me. 

Pezzi di grande apertura come After Silver Leaves, Let Me Hate, Believe You Me, Janeway, Person Of Interest, possiedono una brillante e rotonda morbidezza in grado di sovrapporre istanze indie decisamente figlie dei '90 (soprattutto britannici) ad un'attitudine che è pianamente pop e a tratti quasi twee,  che la graziosa voce di Tay Roebuck valorizza a pieno. 

11 novembre 2022

Bleach Lab - If You Only Feel It Once EP REVIEW

Dicono sa sempre i Bleach Lab di prendere ispirazione dai Mazzy Star e dagli Smiths, due band che a parte una sensibile propensione melodica che può accomunarli sono due ingredienti che difficilmente starebbero insieme nello stesso piatto. Però, a ben vedere, fin dagli esordi le chitarre del gruppo londinese hanno un impasto un po' smithsiano, così come la splendida voce di Jenna Kyle possiede un riflesso dell'eleganza di seta e notte di quella, unica e inimitabile, di Hope Sandoval.

Paragoni a parte, i Bleach Lab in brevissimo tempo sono già arrivati a dare un seguito al disco precedente, che abbiamo lodato sinceramente un anno fa esatto. La scelta di Jenna e compagni è evidentemente quella di prediligere la forma dell'ep, ed eccoci allora davanti a cinque pezzi che riprendono il discorso dove era stato interrotto e lo declinano con quella raffinatezza formale che è il vero marchio di fabbrica della band e che - parere personale - li fa assomigliare molto ai texani Sun June, che pure hanno i Mazzy Star tra i loro modelli.

Episodio dopo episodio troviamo synth liquidi, chitarre ora baluginanti (Pale Shade Of Blue) ora più scintillanti (Obviously), una sezione ritmica sempre avvolgente, ed una serie di melodie di carezzevole ampiezza, che spesso e volentieri amano dilatarsi in paesaggi emozionali (If You Only Feel It Once). Con la carismatica personalità di Jenna Kyle sempre ben al centro di tutto. 

Nella pur breve carriera dei Bleach Lab, senza dubbio alcuno la loro produzione migliore, perfettamente a fuoco e immensamente piacevole. 

29 ottobre 2022

Polly Paulusma - The Pivot On Which The World Turns ALBUM REVIEW


Sembra passata una vita da quando Polly Paulusma esordì con un album, Scissors In My Pocket, che è tuttora una pietra miliare del cantautorato femminile di tutti i tempi, per quanto pochi se ne siano accorti. Personalmente conservo un ricordo molto nitido dello stupore provato davanti a questa timida ma risoluta ragazza inglese sbucata fuori dal nulla con una dozzina di canzoni che sembravano intrise di una forza poetica senza tempo, suonate con una chitarra folk, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria jazz e spesso e volentieri un quartetto d'archi, a cuore aperto, con una grazia appena appena ruvida proprio come la sua voce. 

Ci fu, all'epoca - era il 2004 più o meno - una piccola hype nel mondo indie per Polly, in Italia soprattutto, grazie anche a una copertina conquistata sul Mucchio Selvaggio, che all'epoca contava qualcosa, e a numerosi live in giro per la penisola che ne consolidarono una piccola fan base. Il secondo disco, Fingers & Thumbs, uscito nel 2007, non godette dello stesso successo di critica, pur essendo un album onestamente bello, leggermente più orientato al pop rock. Da quel momento la musicista inglese si è presa i suoi tempi, si è dedicata alla famiglia, trasferendosi da Londra a Cambridge, ed ha fatto passare anni tra un'apparizione e l'altra: l'elegante e delicato Leaves From The Family Tree nel 2012, Small Feat Of My Reverie nel 2014 (quasi un ampio lato B del precedente: i due dischi andrebbero davvero ascoltati in sequenza), e poi l'episodio di filologia tra folk e poesia Invisible Music nel 2021. 

A quasi un ventennio di distanza dal debutto, The Pivot On Which The World Turns arriva, tanto inatteso quanto gradito, a fotografare la Polly di oggi. E nella foto, in modo sorprendente (ma forse nemmeno tanto), vediamo esattamente quella ragazza dallo sguardo onesto ed entusiasta che ammiravamo sui palchi di qualche club di provincia, con la chitarra a tracolla e quella voce così matura e versatile, con quel pugno di canzoni che travalicavano i generi, raccontavano storie anche drammatiche con la leggerezza naturale dei grandi narratori. Un po' invecchiata, certo, esattamente come noi, ma questo poco importa. 

Ecco, se vogliamo misurare subito i momenti di una carriera ormai lunga, possiamo dire subito che le canzoni di The Pivot non hanno nulla di meno di quelle, ormai mitiche, di Scissors, e ne riprendono in parte l'equilibrata sequenza di nudità acustiche ed eleganza quasi orchestrale, di gioia ed introspezione. Ma, lo diremo, con un risultato che pare davvero nuovo. 

C'è allora l'intimismo malinconico in punta di plettro di Snakeskin, la delicatezza melodica, corale, alcolica e sorridente di Back Of My Hands (quattro minuti che mostrano in modo palese come scrivere una canzone new folk orecchiabile, tutta melodia e hand-clapping, tenendosi a miglia di distanza dalla prevedibilità che ascoltiamo in giro), la gentilezza jazz/soul di Dirty Circus, l'apertura pop quasi sfrontata di Lumineer (il trattamento elettronico della voce è a dir poco coraggioso, e funziona). 

E poi parole e ricordi ed onde che si infrangono sulla spiaggia in quella magnifica costruzione narrativa che è Bracklesham Bay, uno di quei brani (come poteva essere Perfect 4/4 in Scissors) dove l'incedere della musica porta con sé il ritmo della storia e dove da un piccolo oggetto di nessun valore - un sasso raccolto sulla spiaggia, dimenticato in una tasca e ritrovato per caso - fiorisce un prezioso giardino di memorie. Il calmo crescendo dal racconto al canto, dal fingerpicking alle morbide spirali ascendenti degli archi, è uno dei marchi di fabbrica del songwriting di Polly, e qui è alla sua massima espressione. 

Con l'allegra Any Other Way risulta ormai chiara la tematica portante dell'intero disco: una quieta, sorridente, vitale contemplazione delle (piccole) cose che contano, potentemente immersa in una natura quotidiana e metaforica, la stessa che ritroviamo in Brumbles And Briars ("siamo rovi e cespugli cresciuti insieme, seminati dal vento e dalla pioggia"). 

L'adesione alla poetica (lirica e musicale) di Nick Drake è sempre stata una sottotraccia delle canzoni di Polly, ma nei solchi di The Pivot sembra emergere in modo più che evidente: nel fascino avvolgente di The Big Sky con i suoi archi alla Joe Boyd (ricordiamo, è il caso di farlo, che è la stessa Paulusma che li arrangia), nel pulsare rassicurante del contrabbasso, nelle screziature di piano e nel cuore acustico e antico di Tired Old Eyes.

In Sullen Volcano ritroviamo di nuovo quella capacità di Polly di giocare sulla tensione fra spoken words, silenzi ed esplosioni vocali. Una dimostrazione di virtuosismo, senza in realtà volerlo esibire. 

E, infine, ecco la primaverile freschezza folk di Robin ( se vogliamo continuare con i parallelismi, è una Something To Remember Me By che ha abbandonato inquietudine e ironia e ha trovato nella leggerezza una luminosa pace interiore) che ci consegna il messaggio sotteso all'intero album, insomma "il perno attorno al quale attorno tutto gira": quel "love like there's no tomorrow" che, lontanissimo da ogni tentazione di retorica, è posto tra le mani dell'ascoltatore come una carezza di una madre, o una stretta di mano di un'amica. Il punto di arrivo di una poetica della semplicità (che non è "facilità", anzi) che Polly ha portato avanti con caparbia lungo tutta la sua carriera.

The Pivot on Which The World Turns è in definitiva un album "umanistico": totalmente centrato sull'umanità come condivisione, formalmente privo di abbellimenti e al contempo perfettamente bello, non un cerchio che si chiude (siamo sicuri che Paulusma abbia ancora tanto da scrivere) ma sicuramente un anello che tiene insieme magicamente passato e presente. Un raggio di luce diurna che sembra spalancare le nuvole e riscaldare l'inverno, per usare ancora una immagine cara alla poetica di Drake, con la capacità di curare ogni tipo di ferita. Forse, un piccolo miracolo. 

23 ottobre 2022

The Red Pinks & Purples - They Only Wanted Your Soul ALBUM REVIEW

Tutti sappiamo bene quanto sia prolifico Glenn Donaldson, tanto che negli ultimi mesi credo di avere mancato di parlare di almeno un album, un EP e qualche collezione di registrazioni dal vivo. Resto ovviamente un fan della prima ora, e quando ho ascoltato le dieci canzoni raccolte in questo They Only Wanted Your Soul, ho riconosciuto i segni dell'antica fiamma.

L'idea alla base dell'album era tirare fuori dal dimenticatoio un EP seminale dei TRP&P, I Should Have Helped You, pubblicato da una misconosciuta label svedese e mai più rintracciabile. Ai quattro pezzi originari, il buon Glenn non si è fatto alcun problema a tirarne fuori dal cappello altri sei, considerando che il suo canzoniere è simile alla scacchiera magica in cui i chicchi di riso raddoppiano, come nella nota favola.

Non c'è molto da aggiungere rispetto a quanto abbiamo già detto mille volte della musica di Glenn: è quanto di più arioso, delicato e timidamente catchy il jangle pop possa offrire oggi. Le canzoni di TRP&P raccontano, anche qui come sempre, le piccole cose della quotidianità: pagine di un diario che Donaldson scrive direttamente sotto forma di melodie leggere come le nuvole, liriche accorate e chitarre scampanellanti. 

Il fatto forse davvero sorprendente è che questo - ovvero un disco che sembra un po' un assemblaggio pensato più che altro per i fan - contenga forse la sequenza di canzoni migliore della carriera della band di San Francisco, perfettamente bilanciata fra gioie e malinconie. Imperdibile!

15 ottobre 2022

Say Sue Me - 10 ALBUM REVIEW

Quale modo migliore di celebrare i dieci anni di carriera insieme ai fan, se non regalare loro un nuovo inatteso mini album pieno di cover e versioni alternative. 

Il 2022 per i coreani Say Sue Me è stato senz'altro un anno importante: prima The Last Thing Left ha colmato un'attesa di quattro anni per il loro disco nuovo, ed oggi - a pochi mesi di distanza - esce questo gioiellino che va davvero a mettere la ciliegina sulla torta (di compleanno). 

Si parte con una Season Of The Shark, prestata dagli Yo La Tengo, che Sumi Choi e compagni trasformano in un saggio del loro dream pop morbidamente dinamico: una meraviglia che già da sola vale tutto l'album! 

Segue una versione più punkeggiante dell'ormai classico Bad Habit, per poi passare ad una Elevate Me Later che riesce, in modo buffo e straniante, a trovare il lato esotico dei Pavement. La toccante True Love Will Find You In The End conserva la tenera purezza lo-fi di Daniel Johnston, mentre Old Town, che dei Say Sue Me è forse il pezzo più celebre, è rallentata e dilatata una dimensione semi acustica.

Honk If You're Lonely ci fa riscoprire una band quasi dimenticata dei '90 americani come i Silver Jews.  AM 180 dei Grandaddy invece perde la sua stralunata e mesta carica di psichedelia indie e diventa una raffinata ballata crepuscolare intessuta di chitarre jangly.

Chicca finale una Smothered In Hugs dei Guided By Voices riletta nella chiave acustica intimista che i Say Sue Me riservano sempre ai loro numeri più emozionanti.

07 ottobre 2022

Alvvays - Blue Rev ALBUM REVIEW


Per chi non lo sapesse, il Blue Rev è una bevanda alcolica - un po' vodka, un po' energy drink, un po' cola, insolitamente azzurra e, dicono, piuttosto dolciastra - che era molto popolare tra i teenager quando Molly Rankin e la sua tastierista Kerri MacLellan erano liceali nella sperduta Nuova Scozia. 

Se il titolo del terzo disco degli Alvvays va a pescare nella memoria della leader della band canadese (così come la buffa copertina, almeno credo), la suggestione per il (vasto) pubblico dei fans dovrebbe coincidere più o meno con un "ritorno alle origini", che è una strada che tutti i gruppi prima o poi imboccano quando finiscono le idee.

Niente paura: non è affatto così. 

Ma partiamo dall'inizio. Gli Alvvays non sono più "una band indie pop" già dalla loro apparizione sulle scene nel 2014: sono "una istituzione dell'indie pop", uno dei pochi gruppi di questi tempi che può vantarsi di essere una pietra angolare del genere, quelli a cui tutto viene, spesso banalmente, paragonato ("simile agli Alvvays", "cercano di assomigliare agli Alvvays", "ecco il tipico suono Alvvays", etc.). L'omonimo album di debutto è stata una bomba atomica deflagrata quasi all'improvviso, innescata da quel singolo che tutti sappiamo a memoria e che non ho bisogno di citare. Il seguito, Antisocialites,  allargava il campo e li consacrava definitivamente, lanciandoli in tour mondiali e mettendoli fra gli headliner di molti festival indie. Era il 2017 - un'era fa, se ci pensate, con tutto quello che è intercorso - e Molly Rankin e compagni già cominciavano a pensare alle canzoni per l'album numero tre.

Poi sono successe cose: un poderoso cambio di formazione alla sezione ritmica (dentro Sheridan Riley e Abbey Blackwell: bisognerebbe dire LE Alvvays ormai!), e poi la pandemia, un furto in casa Rankin che ha sottratto i demo dei pezzi nuovi, un allagamento della sala prove, il lockdown e una separazione fisica dei membri della band bloccati fra Canada e USA. Un anno fa il produttore Shawn Everett porta il quintetto a Los Angeles e lo spinge a suonare le canzoni nuove con uno spirito da live, mantenendone l'energia spuria. Canzoni che non sono più monopolio di Molly ma coinvolgono oggi anche il chitarrista Alec O'Hanley e Kerri. 


L'album quindi. Quello che aspettavamo con il batticuore da tanto tanto tempo.

Il numero iniziale, Pharmacist, è insieme una carezza e un cazzotto nello stomaco: la carezza ce la elargisce la melodia rotonda e cantabile a cui Molly Rankin ci ha abituato da sempre, il cazzotto ce lo assesta lo sfrigolante muro di chitarre che ci precipita addosso fin dai primi secondi e che i nostri ci fanno scalare con destrezza fino ad un finale in cui l'elettricità scappa da tutte le parti. Un piccolo perfetto diorama shoegaze in appena due minuti. 

Easy On Your Own continua il discorso del pezzo precedente e si innesta all'idea di dream pop di irrequieta delicatezza che gli Alvvays avevano abbozzato con quel capolavoro che era In Undertow. Le liriche cominciano a parlare con una rabbia misurata e tuttavia tagliente di una relazione finita male (ne risentiremo parlare). Le chitarre sferzano e grattugiano come non mai, ma non fanno male.

After The Earthquake potrebbe essere la Plimsoll Punks di Blue Rev: tessuto jangly sfavillate che si fa più spesso piega dopo piega e la prima melodia apertamente catchy, molto 80's flavoured, del lotto. Potrebbe sì, perché in realtà a metà c'è un cambio di ritmo che spoglia la canzone ad un sussurro, ed è uno di quei colpi di genio che - come altri nel disco - puntano a togliere il terreno sotto l'ascoltatore per poi rimetterlo a posto appena prima che ritocchi terra, in un finale esplosivo. Le liriche riflettono una storia del romanziere Murakami, ma probabilmente raccontano semplicemente del nostro complicatissimo oggi. 

Tom Verlaine incede su onde increspate di chitarre alla Jesus & Mary Chain che germogliano l'una sull'altra in elettrici layers di malinconia. Le liriche raccontano ancora una relazione sentimentale complicata. E' un pezzo di passaggio.

Pressed, densa, serrata, uptempo, funziona come se un pezzo degli Smiths fosse suonato dalle Lush. Il manuale del bravo critico musicale appiccicherebbe l'etichetta "post punk" ma è veramente qualcosa di inedito. E' un pezzo straniante e bellissimo. 

Many Mirrors è l'episodio più sognante del disco e forse uno dei più immediati: la struttura circolare si sviluppa, come in.molte canzoni degli Alvvays, intorno al chorus, e ci fa crescere intorno rampicanti di chitarre jangly e riverberi elettrici in un giardino quasi barocco. "Adesso che siamo passati attraverso così tanti specchi, non posso credere che siamo rimasti gli stessi" canta Molly: uno dei versi più belli dell'album, a mio parere. Prossimo singolo? 

Very Online Guy - terzo singolo estratto - ha di nuovo qualcosa di inusuale per lo standard Alvvays: la cadenza melodica è quella consueta, ma tutto sembra continuamente deviare in uno spazio franto fatto di echi e riflessi, tutto imbastito sui synth miracolosi e davvero impavidi di Kerri. Un capolavoro produttivo che affascina e un po' disturba, con una metafora perfetta fra i filtri dei social di cui il protagonista è dipendente e il filtro elettronico che stiracchia il suono di qua e di là e lo infarcisce di pattern incollati l'uno all'altro.

Velveteen pure è sorretta da un'anima synth-pop che testimonia di una ricerca sonora di nuovo rivolta al modernariato anni '80. Molly si porta in giro il pezzo con un afflato quasi scenografico nella seconda parte che a ma ricorda gli A Ah (non scherzo). Ed anche qui gli Alvvays giocano a montare e smontare la canzone da dentro, facendola comunque scorrere su binari veloci dall'inizio alla fine.

Tile By Tile parte obliquamente raffinata. Molly spinge la voce in alto e sembra Kate Bush. Il resto è piacevolmente esotico, con poderosi apporti di synth e un assolo avvolgente di chitarra.

Pomeranian Spinster è un divertito omaggio ai Ramones: punk che si prende in giro. Nulla di più. Una pausa per sciogliere la tensione accumulata sinora e prepararci per il capolavoro.

Belinda Says è - bisogna proclamarlo davvero - una canzone di bellezza quasi trascendentale. Uno di quei pezzi che capitano rari in una vita di ascolti, di cui percepisci l'energia già dalle prime tenui note di synth. Una "all chorus song" che - lo dicevamo poco fa - è nelle corde di Molly Rankin fin dagli esordi: sintetica e travolgente con il suo incipit in medias res, ma poi per nulla semplice nella costruzione. La Belinda del titolo è Belinda Carlisle, che nella nota hit radiofonica degli anni '80 cinguettava che "Heaven is a place on Earth"; la voce narrante del pezzo, che è incinta e deve prendere una decisione che le cambierà la vita, non è così ottimista, e tuttavia trova la forza per andarsene incontro ad un futuro incerto senza abbassare la testa, ingenua e testarda. Questa la narrativa del pezzo. Musicalmente è come se Rankin e soci avessero costruito una scatola magica che contiene, in due minuti e quarantacinque, tutto lo shoegaze e il dream pop mai suonato, e ce la spalancassero davanti all'improvviso come un vaso di Pandora che ci investe di elettricità, poesia, forza primordiale, miele, riverberi, armonia delle sfere, rumore, tenerezza e violenza, luci baluginanti, quiete e grida, chitarre, voci, synth che entrano l'uno nell'altro, crescono a spirale, entrano in un'iperspazio di mistica quiete e riprendono forza in uno spannung emotivo che fa venire voglia di piangere di gioia. Musica e poesia insieme, poesia e musica, in un unico virtuosistico gesto vitale.  

Bored In Bristol è un altro racconto di provincia, che si concretizza in un sogno di fuga, un po' come nell'episodio precedente. La cadenza è bizzarra e spinge verso un finale corale.

Lottery Noises è una piccola sinfonia power pop distillata in 3 minuti: un inizio di quieto diaristico autoironico intimismo (si parla ancora di un abbandono, pare di capire, e del desiderio di ricominciare) è seguito da un'architettura in crescendo che spinge sul pedale della catarsi e sembra infine riappropriarsi di quel suono guitar pop anni '90 da cui gli Alvvays erano partiti e che in Blue Rev è rimasto in sottotraccia. Pezzo magnifico. Lo immaginiamo già live... 

Fourth Figure chiude con un finale aperto il racconto che giace sul fondo di quasi tutti i pezzi: "ora che la sala si sta svuotando, sei ancora una parte di me, e lo so, giorni dopo, è il motivo per cui tu ancora esiti, ed io andrò". La voce, bellissima, di Molly. Archi sintetici. Una melodia da canzone teatrale di inizio Novecento. 

Dice Molly Rankin che Blue Rev non nasce da uno sforzo di "fare per forza qualcosa di diverso", ma anzi di continuare sulla strada tracciata, mescolando bellezza e ruvidezza nel modo più equilibrato possibile. E' senz'altro un buon riassunto del disco: la firma stilistica della band di Toronto è incisa a fondo in ognuno dei pezzi, però è indubbio che ci sia una poderosa percentuale di novità in quasi tutto ciò che hanno suonato. E di coraggio, perché - diciamocelo con franchezza - da loro tutti sotto sotto si aspettano una nuova Archie, una nuova Next Of Kin. E invece in Blue Rev c'è dannatamente di più: nessun indie anthem, forse, ma una tonnellata di idee che le tredici canzoni sembrano quasi contenere a stento, come se l'album catturasse in una foto perfetta e al contempo leggermente mossa un magmatico flusso di coscienza che attraversa sia le musiche che le parole. 

Riassumendo: in Blue Rev non troverete il guitar pop spigliato del disco di debutto, piuttosto lo sviluppo naturale dell'evoluzione cominciata con Antisocialites. Nella prospettiva generale è proprio il secondo album che, a questo punto, appare un punto di passaggio verso questo terzo lavoro, che ne completa le suggestioni con un lavoro di produzione che rasenta la perfezione. Ci sono senz'altro più citazioni anni '80, più shoegaze, più chitarre sfrigolanti, costruzioni inusuali e castelli sonori che si innalzano verso il cielo. Ma anche tanto tanto ardore melodico, qua e là una sottile tentazione di virtuosismo stemperata sempre da una forte dose di leggerezza, una temperie più eclettica che si aggrappa al solido perno centrale di quell'Alvvays touch che tutti cercano di imitare. Quella capacità di essere luminosamente catchy qualsiasi sia il contesto: sulle nuvole come dentro la tempesta. Un'attitudine che forse viene - mi piace pensare - dal fatto che la Rankin si è svezzata letteralmente con i primi tre dischi degli Oasis, altro modello inconscio che non viene mai citato ma è radicatissimo nel suono dei canadesi. 

Resta la sensazione profonda di avere davanti una band straordinaria nel senso letterale del termine, capace appunto di fare veramente solo cose fuori dall'ordinario. Un gruppo che ha già impresso il proprio nome in maiuscolo sia sugli anni '10 (Alvvays) che sugli anni '20 (Blue Rev, e sicuramente i dischi a seguire) e con il quale - come dicevamo all'inizio - l'intero movimento indie pop si dovrà per forza confrontare per sempre. 

04 ottobre 2022

The Sundries - Full Of The Joys Of Spring EP REVIEW

Ci sono band - non molte, ma ci sono - che sono capaci di esprimere gioia in ogni cosa che suonano. Cito completamente in disordine: i primi Belle & Sebastian, gli Allo Darlin', gli Heavenly, gli Smittens, i Dexys Midnight Runners... 

E' probabilmente una questione di attitudine che potremmo semplicemente definire "pop": attitudine che travalica il genere e che si incarna in un'idea di entusiasmo condiviso con il pubblico, nelle melodie programmaticamente cantabili, nella luminosa positività di ogni canzone.

Ecco, una band come i londinesi Sundries appartiene di diritto alla lista, e già pubblicare un EP il cui titolo inneggia alle "gioie della primavera" è una dichiarazione di intenti piuttosto chiara. I 4 episodi del disco (che è il secondo del gruppo: consiglio di recuperare l'ottimo esordio Magic Johnson) riflettono in pieno quell'anima pop che dicevamo: chitarre jangly ovunque scintillanti, la forte personalità vocale di Alice Player sempre sotto i riflettori, ed intorno un florilegio di ritornelli catchy, synth, tromba, handclapping e buonumore assortito, con in più quella disarmante sincerità twee che amiamo alla follia ogni volta che ce la troviamo davanti.

Considerando che si tratta di un gruppo che si autoproduce, entrambi gli EP sono dei piccoli prodigi che meriterebbero una platea davvero vasta. 

01 ottobre 2022

SINGOLI OTTOBRE EDITION: April June, Sunbathe, Kindsight, The Photocopies, Stillfilms, The Blue Herons, Chloe Berry, Jeanines, Spirit Ghost, Beach Vacation, The Age Of Colored Lizards, Strawberry Generation



 
 
 






24 settembre 2022

Lande Hekt - House Without A View ALBUM REVIEW

Bassista e cantante in una band pop punk chiamata Muncie Girls, Lande Hekt è una delle singer songwriter inglesi più talentuose e forse al contempo meno conosciute che ci siano in giro. 

Un po' come è successo a Emma Kupa - più ruvida ed elettrica con i Mammoth Penguins, decisamente sopra i generi e rivolta al pop nelle sue uscite personali - anche Lande sembra smussare gli angoli nelle sue canzoni soliste, almeno dal punto di vista stilistico, visto che l'impegno politico-sociale dei testi resta forte.

Gli undici episodi del disco scorrono via veloci, mettendo insieme una persuasiva leggerezza melodica indie pop (Lande cita i Sundays e i Popguns come fonte d'ispirazione, e si sente), chitarre di contagiosa freschezza, avvolgenti ritmi mid tempo ed un senso di immediatezza, dinamismo ed apertura che anima davvero tutti i pezzi. 

Ascoltando canzoni come Half With You, Ground Shaking o What Could I Sell mi viene da pensare che Lande Hekt sia veramente un ponte ideale fra i punk gentili della scena inglese (Fresh, Martha, etc.) e certo cantautorato femminile americano (Soccer Mommy per esempio), all'incrocio fra impegno, intimismo, una sottile inquietudine elettrica e un'attitudine sempre luminosamente positiva, che si incarna nella ricerca della melodia delicatamente catchy. 

In definitiva, un disco di intelligente piacevolezza, essenziale ed efficacissimo in ogni suo passaggio, semplice e insieme curassimo nei dettagli. Una delle più gradite sorprese di quest'anno! 

18 settembre 2022

The Beths - Expert In A Dying Field ALBUM REVIEW

I Beths sono una di quelle band che da tempo non ha bisogno di presentazioni. Fin da quando, sei anni fa, mossero i loro primi passi nella vivace scena neozelandese, era chiaro a chiunque che possedevano un "qualcosa" di straordinariamente unico nel loro stesso impasto di gruppo che li faceva letteralmente brillare di luce propria, e che erano destinati ad un futuro di successi.
Successi che sono arrivati puntuali fin dal primo album (Future Me Hates Me, una fucina di singoli, che a risentirlo ora fa ancora impressione) e che hanno giustamente proiettato i quattro di Auckland una una dimensione mondiale. Jump Rope Gazers, due anni dopo, fotografava la band in una fase di transizione in cui il power pop originario stava acquisendo una maturità pop nuova, perdendo forse un po' di forza ma provando qualche sfaccettatura diversa. 
Da allora i Beths sono stati molto in tour, hanno pubblicato un significativo album live (che testimonia bene fra l'altro quanto siano amati in Nuova Zelanda), hanno registrato cose nuove, sono stati separati dall'ennesimo lockdown, sono tornati in tour, hanno registrato ancora (il chitarrista Jonathan Pearce nelle abili vesti di produttore), mixato a Los Angeles... ed eccoci qui davanti a Expert In A Dying Field.
I didici pezzi del disco ci raccontano sempre i Beths per quello che sono, senza artifici e con la consueta sorridente franchezza: una band che non ha perso un grammo dell'entusiasmo del debutto, tecnicamente ineccepibile, baciata dal songwriting brillante di Elizabeth Stokes, che oggi come mai si lancia in riflessioni sui rapporti umani e la loro durata (il titolo del disco a questo allude). 
Pezzi come quello che dà il titolo all'album, e poi Knees Deep e Silence Is Golden - non a caso la tripletta che apre il disco - imprimono subito con decisione il marchio stilistico dei Beths che ben conosciamo: ritmi moderatamente uptempo, chitarre frizzanti, melodie rotonde ed energetiche al tempo stesso, un florilegio di cori, e quell'idea di immediatezza intelligente e luminosa che i quattro maneggiano con tanta naturalezza da sempre. 
Nel resto degli episodi, Stokes e compagni, esattamente come avevano fatto nel secondo album, provano ad allargare con equilibrio la palette dei loro colori, prima di ritornare, nei numeri finali (A Passing Rain, I Told You That I Way Afraid) al punk pop gentile à la Weezer che fa parte del loro dna.  
Fin qui tutte le cose che ci aspettiamo dai Beths e che, inutile dirlo, sono costruite con la consueta bravura ed efficacia: funzionano, mettono di buon umore e fanno scuotere teste e piedi. In mezzo (ed in coda) i pezzi meno catchy e vagamente più ambiziosi: la morbida e distesa Your Side; la quasi beatlesiana I Want To Listen; la super propulsiva Head In The Clouds (con le sue chitarre muscolari e le armonie vocali bethsiane fino al midollo); la più articolata e scenografica Best Left (la mia preferita del lotto senza dubbio, con il suo andamento sognante e inquieto al tempo stesso); la emozionante, lunghissima, lenta e solenne 2AM, su cui scorrono i titoli di coda, in un crescendo di studiata delicatezza in cui chitarre, batteria e voci finiscono a rincorrersi in un girotondo che fa scomparire il paesaggio attorno e punta direttamente ad un cielo stellato australe. 
L'impressione che lascia in definitiva Expert In A Dying Field è quella di un album su cui Stokes, Pearce, Sinclair e Deck hanno speso insieme e con convinzione la consapevolezza del proprio valore, mescolando con misura pezzi che potranno esplodere dal vivo ed altri che riflettono un lavoro produttivo di pregio e resteranno credo confinati nel disco. 

15 settembre 2022

The Boys With The Perpetual Nervousness - The Third Wave Of... ALBUM REVIEW

Il jangle pop, lo sappiamo bene, ha una tradizione lunga e ramificata, da questa e dall'altra parte dell'oceano (e pure in Australia e in Asia in verità), e attraversa ormai sessant'anni di storia del rock e del pop. Molti artisti oggi lo utilizzano come coloritura per il proprio stile personale. Pochi ne fanno una vera scelta di purezza, andando ad abbeverarsi direttamente alla fonte primaria dei Byrds e a quella secondaria dei Teenage Fanclub del periodo più scampanellante. Tra questi senz'altro l'iperattivo Roger Donaldson (The Reds Pinks & Purples) ma anche i forse meno prolifici ma altrettanto innamorati del genere Andrew Taylor e Gonzalo Marcos.

Arrivati al terzo album (il titolo parla chiaro), i due musicisti uniscono di nuovo le forze "a distanza" (Scozia - Spagna) in nome delle didici corde, coinvolgendo anche una figura mitica dell'underground americano come Mary Lou Lord (una che è stata amica, o forse qualcosa in più, del giovanissimo Cobain e che ha lavorato con Elliott Smith). 

I dieci nuovi pezzi dei TBWTPN scorrono via con una fresca dolcezza senza tempo, sempre pienamente luminosi - chitarre che si intrecciano e cori di miele - sempre in nome di una rotondità melodica che non ha alcuna tentazione di fare deviazioni dalla propria canonicissima strada. 

11 settembre 2022

Snow Coats - If It Wasn't Me, I Would've Called It Funny ALBUM REVIEW

Da queste parti seguiamo gli Snow Coats più o meno da quando hanno cominciato a pubblicare singoli. Un paio d'anni fa in particolare ci siamo innamorati di una canzone intitolata Pool Girl e da allora abbiamo segnalato volentieri ogni uscita del gruppo olandese.

Finalmente siamo arrivati al secondo album (il primo, ancora piuttosto seminale, è datato 2018) e - considerando l'affetto che nutriamo per Anouk van der Kemp e compagni - è già di per sé un po' una festa. 

Non diversamente da band che adoriamo come Fightmilk, Beach Bunny, Fresh, Martha, Beths, Remeber Sports, Nectar, Ex-Void (tutta quella schiera di "punk gentili" che si sono fatti le ossa nei garage), gli olandesi mettono insieme dinamismo elettrico e leggerezza melodica con una naturalezza impressionate ed una spontaneità entusiastica che sono il loro vero marchio personale. 

I dieci pezzi dell'album potrebbero essere tranquillamente dieci singoli, tanta è la sorridente forza antemica che si portano addosso: già l'infilata micidiale dei primi tre episodi (For A Moment, Anyway, Dinosaur) fa alzare dalla sedia e canticchiare i ritornelli insieme a loro, ma l'intero disco è pieno di canzoni di luminosa forza, scritte con sicuro talento (menzione necessaria per le liriche di Anouk, sempre argute e intelligenti), prodotte con una cura dei dettagli mirabile e capaci nel loro complesso di toccare corde diverse, soprattutto nella seconda parte del lotto, dove emerge anche un'anima romantica (Since We Met) e acustica (Too Good).

L'album della consacrazione definitiva per uno dei migliori gruppi guitar pop d'Europa.