C'è qualcosa di realmente miracoloso nell'esistenza stessa dei The Blue Herons. Miracoloso il fatto che due musicisti riescano a trovare una convergenza artistica così perfetta vivendo e lavorando a 10000 chilometri di distanza: Andy Jossi in Svizzera e Gretchen DeVault in California. Miracolosa l'energia vitale che ogni singola canzone nella carriera del duo contiene e sprigiona dalle origini de progetto ad oggi.
Non c'è dubbio che quella di Andy e Gretchen sia un'idea di indie pop programmatica e coerente. Un'idea che si incarna in modo naturale nella grazia jangly e melodica di ogni pezzo dei Blue Herons, nella pienezza corrusca del suono (Andy è un produttore finissimo e meticoloso), nell'impasto dinamico delle chitarre, nella luminosa chiarezza vocale di Gretchen, nella totale catchyness frizzante e zuccherina impressa nel dna di tutte le strofe, i bridge e i ritornelli.
La via dei Blue Herons al dream pop è da sempre questa: dritta, larga, in piena luce. E' musica fatta per trascinare, per staccare l'ascoltatore dalla realtà e portarlo letteralmente in un'altra dimensione, per trasferire l'energia e lasciare un senso di benessere.
Da Take a Break in avanti non ci sono ombre lungo il cammino: and if you change your mind - canta Gretchen - i'll be waiting here for you. Non c'è ragione di preoccuparsi: tutto andrà bene. Running from a future never quite made / but you keep on moving / keep on dreaming of a day / even if you're fooling and running into the shade / you gotta get up get up get up dichiarano immediatamente dopo le liriche di Demon Slayer: i nostri demoni si possono (si devono) combattere; la musica sta qui apposta.
La musica, certo. Andy Jossi la pensa e la crea così: chitarre che squillano, si inseguono, si gonfiano di elettricità, melodie semplici e circolari, chorus che si ripetono quasi senza sosta, finali scenografici. Dentro, una scia di memorie dream pop che percorrono una traiettoria ideale dai Flock of Seagulls ai Lush, dai Cure più leggiadri alle band dell'ultimo decennio (cito giusto i Night Flowers perché, finché sono esistiti, erano i migliori).
I Blue Herons amano lo shoegazing, non c'è dubbio, ma alla fine hanno un'anima talmente pop che nell'atmosfera liquida e fragorosa di molti pezzi (è il caso di Silent, per esempio) risalta comunque sempre l'immediatezza emozionale della melodia.
On the cold blue skies, the sun still shines inizia Gretchen in Fight or Flight, che è il primo momento di riflessiva morbidezza dell'album dove synth e acustica sono un tappeto elastico sul quale spiccare verso l'alto. Il crescendo nella seconda metà del pezzo è uno di quelli che Andy sa come costruire e riempie davvero l'anima.
La successiva ballata Promises ha qualcosa dei Mojave 3: quella stessa dolcezza sfumata folk pop, quel respiro che si fa largo e leggero a poco a poco.
Decay, con il suo passo variegato, con la sua trina jangly così colorata, fa pensare all'orecchiabilità assoluta dei Fleetwood Mac degli anni '80.
Willow è il singolo più forte del disco ed è in sé un piccolo irruento, quasi sfacciato, trattato dream pop. Il basso è propulsivo e le chitarre sono al massimo del loro scampanellante potere catartico, una culla, un abbraccio, un portale magico verso "un altro mondo, persi dentro la notte". Il vero marchio stilistico dei Blue Herons: l'assenza di gravità che fa fluttuare tutto in aria.
Ormai i piedi da terra li abbiamo definitivamente staccati. E così Lost in a Chateau e My Way ci portano in giro senza fatica con i loro giri facili. I passi li conosciamo: tutto si dilata e si distorce nei finali, ma non c'è traccia di inquietudine, solo eterea suggestione.
Non c'è inverno che possa durare a lungo nelle canzoni dei Blue Herons, e non c'è notte che possa fare paura. E anche se "il vento si fa così forte che tutto sembra soffiare via" noi siamo qui che aspettiamo il sole. Il racconto romantico di Turned to Stone, altro momento di sferzante gloria pop, prima dei sette solenni, sognanti, quasi estenuati minuti di Empty Spaces, che sembra più appartenere al repertorio dei Churchhill Garden (l'altra band di Andy) che ai Blue Herons, ma è una coda perfetta per un album che ha spinto sul pedale della spettacolarità dal primo all'ultimo istante.
In definitiva c'è, nelle canzoni del duo svizzero-californiano, una sorta di inarrestabile forza utopica: il mondo fuori non è mai stato così buio, ma i Blue Herons resistono immutabili con la loro onda di energia positiva, come se la loro musica fosse prima di tutto un fondamentale di genere di conforto per l'anima.









