30 gennaio 2026

LISASINSON - Desdse Cuàndo Todo ALBUM REVIEW

Un paio d'anni fa, all'uscita del secondo ottimo album delle LISASINSON, che si intitolava significativamente Un Año de Cambios, sottolineavamo come la band, un quartetto pop punk alle origini, si fosse trasformata in un duo abbandonando quasi del tutto il primigenio versante riot-girls.

Nell'aftermath di quel disco, il gruppo si è ulteriormente dimezzato con l'allontanamento spontaneo di Paola Barberan, pertanto Desde Cuàndo Todo è in realtà il terzo album con il nome LISASINSON ed il primo solista di Miriam Ferrero. 

Da sempre siamo grandi fan della band di Valencia, che agli inizi sembrava davvero una reincarnazione dei mitici Juniper Moon (o una versione più morbida delle Hinds) ma è poi riuscita a costruirsi una forte identità personale lavorando in modo caparbio e intelligente soprattutto sulla scrittura.

Desde Cuàndo Todo fotografa una nuova fase del progetto LISASINSON che potremmo facilmente definire "maturità artistica", etichetta senz'altro corretta ma che non rende giustizia all'enorme talento che Miriam ha dispiegato in questi dodici pezzi (più due remix molto divertenti). 

Musicalmente l'album si piazza a metà fra l'urgenza uptempo degli esordi ed una dimensione profonda e cantautorale che, a livello di liriche, affronta tematiche fortemente legate alla crescita e al disagio. 

Salgo A La Calle, la canzone che apre il disco, rappresenta bene il mondo LISASINSON allo stato attuale: grandissima finezza produttiva, chitarre sfavillanti che esplodono al momento giusto, una linea melodica che parte narrativa e a poco a poco attraverso un lungo bridge liberatorio si arrampica verso un ritornello catartico e micidiale ("no me escuchaba respirar") che ti si incolla in testa. Un po' la stessa cosa che accadrà anche nella sintetica e potente Desde Cuàndo

Discorso simile vale per un pezzo avvolgente come Lanzarote, che si appoggia su un groove di raffinata morbidezza e centra un altro chorus splendido. 

Se in Deberìamos Vernos Mas ritroviamo la forza spregiudicata delle prime LISASINSON, Quiero Que Perdamos La Cabeza (Otra Vez) è una prova incontestabile della capacità di Míriam Ferrero di scrivere canzoni pop. L'influenza pop punk è dichiarata, ma è trattata con una carica giocosa che smonta certi stilemi che si trovano in tante band di genere e li spacchetta in due metà, una acustica da cameretta ed una antemica che fa l'occhiolino all'ascoltatore mentre gli chiede esplicitamente di partecipare al coro. 

La bravura della musicista valenciana risiede nella capacità di partire da un nucleo ispirativo intimo, introspettivo e spesso doloroso e di costruire su di esso con un intento che è apertamente liberatorio. In Me Acostumbré, che è probabilmente l'episodio più complesso (ed emozionante) dell'album, Miriam macina traumi infantili e li trasforma in materia indie pop con un'attitudine ed una scrittura libera e coraggiosa che ricorda da vicino quello che fa Elizabeth Stokes con i sui Beths. 

Racconta volentieri la propria vita Miriam, e sia che lo faccia alzando ritmo ed elettricità e riducendo il minutaggio ai due minuti (Decidì Desaparecer, No Quiero Envejer), sia che si affidi ad una superficie più pop e patinata (Si Me Pierdo), la sua coerenza stilistica non cede nemmeno per un centimetro e il motore gira sempre a mille, fino al gran finale Si Todo Se Tuerce, dove la pensosa malinconia diffusa in tutto l'album trova la sua chiave di volta in quella paradossale leggerezza che dicevamo. 

Desde Cuàndo Todo è in fondo un grande album proprio grazie alla sua vigorosa forza comunicativa ed alla perfetta convivenza di riflessività crepuscolare e luminosa catchyness.  

24 gennaio 2026

Rocket Rules - Dearden's Number ALBUM REVIEW

Giusto pochi mesi fa avevamo parlato con entusiasmo di un album che raccoglieva insieme i due ep fino a quel momento pubblicati dai Rocket Rules. E sull'onda del medesimo entusiasmo parliamo oggi del primo vero disco del duo australiano, che idealmente è anche il primo lavoro pienamente dream pop del 2026.

Baxter Barnham (che suona tutto, scrive e produce) e Rachael Lam (che canta) hanno fin dagli esordi un'idea molto chiara e lineare del proprio stile: melodie di raffinata dolcezza che si depositano morbidamente su una vigorosa e curatissima stratificazione di chitarre e synth, dove il primo layer è sempre jangly e l'ultimo sfrigolante e distorto. 

Non c'è un momento, dalla splendida Tiptoe in avanti, che non possieda una scenografica e a suo modo romantica e luminosa immediatezza, sia nei pezzi più lunghi (Quicken) che in quelli più compatti e dal respiro apertamente pop (Chapel St e In my Room hanno un tiro formidabile), con la voce di miele di Rachael come vero tratto distintivo della band. 

Solo otto pezzi nel complesso - ne avremmo davvero desiderati di più - ma abbastanza per convincerci che i due di Melbourne possono sedere comodamente allo stesso tavolo con i grandi del dream pop di questi anni. 

17 gennaio 2026

Waving Blue - The Infinite Sea ALBUM REVIEW

A un anno quasi esatto dal precedente, che avevamo ampiamente lodato su queste pagine e che consisteva in una poderosa raccolta di pezzi pubblicati in 15 anni di carriera, arriva il nuovo album di Waving Blue, intitolato The Infinite Sea.

Da lungo tempo Michele Cingolani produce la sua musica vantando una purezza DIY pressoché totale: "giusto un laptop e dei pedali a buon mercato in una cantina maledettamente umida" riferisce lui stesso nella presentazione del suo progetto.

In verità nell'ampio e ambizioso pezzo che apre il disco, All The Lost Years, alla voce soffice e filtrata di Cingolani - che conosciamo già bene - si aggiunge anche quella suggestiva di Matilde Talamelli, costituendo una piccola e graditissima novità. 

Per il resto la dimensione paesaggistica di Waving Blue è quella consueta che abbiamo imparato ad amare: morbida e fluttuante, piena di crescendo e di sfumature. I muri di chitarre che troviamo in episodi emozionanti e spettacolari come Waves e The Infinite Sea ritraggono in modo perfetto l'approccio stilistico di Cingolani, che percorre da sempre una strada sospesa a metà fra l'immediatezza melodica del dream pop più etereo e le nebbie elettriche di uno shoegaze che comunque preferisce sempre il dinamismo alla distorsione puramente atmosferica.

Tutto molto bello e molto centrato, con una sensazione di luminosa malinconia che sembra sottendere ogni episodio e che i tanti riferimenti al mare (Cingolani vive sull'Adriatico) valorizzano in modo metaforicamente efficace. 

09 gennaio 2026

Tre band indonesiane: The Fabulous Friends, Candy Kisses, The Interpretation Cultures

In questi primi giorni del 2026 - sarà un caso, ma forse no - tutta la musica nuova (e bella) che mi è capitato di ascoltare viene dall'Indonesia. Abbiamo già avuto modo di dirlo e lo ripetiamo: il fermento indie dopo che c'è da quelle parti è davvero paragonabile alla scena britannica originaria di fine '80, quella della Bristol della Sarah Records e della Glasgow della Postcard, per intenderci. C'è, da quelle parti, tutto un fiorire di piccole etichette che da anni fanno uno splendido lavoro di scouting pubblicando i dischi di band che in sostanza registrano davvero tra la cameretta e la cantina con mezzi a dir poco di fortuna e tengono viva un'idea di post punk essenziale e melodico, che a quella scena che dicevamo si ispira in modo diretto. 

Cominciamo allora con The Fabulous Friends, band di cui non so assolutamente nulla ma che nel suo album A Little Spring Of Gentile Pop interpreta alla perfezione quella che potrebbe essere la definizione da dizionario della musica del termine "twee pop". Nove pezzi di una delicatezza jangly quasi naïf, voci maschile e femminile come canone vuole, tamburines e glockenspiel come piovesse, un senso della melodia totalmente fuori dal tempo ma assolutamente adorabile.


L'ep Truth We Avoided è invece il disco di debutto dei Candy Kisses, che sono un quartetto ed hanno un'anima più rock, decisamente tangente allo stile catchy spontaneo e arrembante dei gruppi C86. Sei pezzi di guitar pop ruvido nei mezzi ma dal cuore morbidissimo.


La band più interessante del terzetto di oggi è però The Interpretation Cultures, un collettivo nato molti anni fa intorno a Fadhli Rafq Al-Fath che ha già in verità pubblicato diverse cose. Fra le tante band indonesiane che mi è capitato di sentire, mi sembra quella con la cultura di base più vasta e la personalità più forte. Lo stile della band parte senz'altro da Jesus & Mary Chain e Ride, ma si allarga di volta in volta saccheggiando l'intero canone indie pop degli '80-'90 ed arrivando volentieri a citare la scena di oggi.

Se volete scoprirli, consiglio di partire da questo ep intitolato The Interpretation Of Indiepop Cultures, che contiene un pezzo formidabile come The Molly Pop Song (sì, il riferimento è a Molly Rankin, chi altri!) ma anche altre gemme come Distraction e My Life Is Better With Indiepop (cover di Anselmus, altro artista artista locale, e titolo a dir poco programmatico a cui ci sentiamo di aderire).


L'album di debutto di The Interpretation Cultures, uscito fresco fresco, si intitola invece There's A Light That I Will Never Have, con citazione evidentissima ed ironica degli Smiths (che ritroviamo poi nelle chitarre alla Marr di Walzing Out In Blue, più che citazione in questo caso). Fadhli e compagni sono potenzialmente la band indie pop perfetta: hanno un senso melodico immediato e obliquo (e vagamente stonato), le chitarre sempre croccanti e sapientemente intrecciate, un misto di energia pura ed umore crepuscolare, un'attitudine super artigianale ma al contempo una cura produttiva non esibita ma evidente. Ben 14 pezzi nell'album, senza un momento debole. 

23 dicembre 2025

(just another) pop song ALBUM OF THE YEAR 2025

 




16
Softsurf - Gazing at a Mind
Il quintetto di Nagoya rappresenta bene la passione nipponica per il dream pop, mescolando la distorsione dello shoegaze ad un gusto melodico che cerca sempre la suggestione e mescola delicatezza e romanticosmo. Ma Gazing at a Mind è in verità un album complesso, ambizioso e sfaccettato che testimonia il grande talento di una band dalla notevole esperienza. 


15
Lightheaded - Thinking Dreaming Scheming!
Pochi gruppi come il quintetto del New Jersey riesce a catapultare l'ascoltatore in un mondo musicale parallelo e atemporale dove Belle & Sebastian, Camera Obscura, Talulah Gosh e Phil Spector sono i punti cardinali, ci si veste ancora con gli anorak e si leggono fanzine ciclostilate. Retrò certo, ma per nulla nostalgico, il secondo album dei Lightheaded è un cesto traboccante di delizie jangly pop. 


14
Ex Vöid - In Love Again
Lan McArdle e Owen Williams, veterani della scena britannica, hanno trovato con gli Ex Voïd una sorta di pietra filosofale del power pop. Il secondo lavoro della band mantiene intatta l'entusiastica freschezza del primo: chitarre sfavillanti, grande melodia, il canonico intreccio delle voci maschile e femminile ed una tonnellata di energia positiva. 



13
Autocamper - What Do You Do All Day?
Nel combattuto campionato parallelo delle band che si ispirano all'indie pop originario e suonano come fossero nel 1992, gli Autocamper di Manchester quest'anno mostrano di avere qualcosa in più rispetto a tutti, innovando la tradizione in modo eclettico e freschissimo: due voci, una maschile e una femminile, e un guitar pop dall'anima irresistibilmente twee. 



12
Shapes Like People - Ticking Haze
Carl Mann ha fatto nascere il progetto Shapes Like People per raccogliere canzoni non adatte ai suoi Shop Window senza particolari ambizioni, ed invece l'unione artistica con la moglie Kat le ha trasformate in vere e proprie gemme jangle pop che risplendono della luce abbagliante della propria eterea delicatezza. Un album di straordinaria e catartica gentilezza. 



11
Silk Cuts - Tell Me It's Not True
Il trio di Exeter con il suo disco d'esordio dimostra con onestà disarmante come si possano fare grandi cose con dei mezzi assolutamente artigianali. Il guitar pop dei Silk Cuts, brit fino al midollo, si esalta in una collezione di canzoni che infallibilmente ti migliorano l'umore appena le ascolti, di una raffinata semplicità e impreziosite spesso da archi avvolgenti. 



10
Dreamcoaster - Imaginary Reflections
Tenendo fede al nome della propria band, Jane e Andrew Craig disegnano nel loro secondo album un indie pop dai contorni ampi, dinamico e suggestivo, raffinato nella confezione pure in un'economia di grande essenzialità, allo stesso tempo programmaticamente immediato e catchy, tra Lush e Luxembourg Signal. "End of The Rainbow" è già nel novero dei classici del genere. 




9
Blueboy - A Life In Numbers
Il ritorno della mitica band che ha fatto la storia della Sarah Records dopo quasi trent'anni è di una bellezza e di una forza sorprendenti. Gemma e Paul - i due superstiti del nucleo originario - ripartono dall'inconfondibile stile Blueboy, elegantissimo e levigato nella forma, impreziosito da un'anima folk di eterea morbidezza, ma elettrico e vigoroso in più di un episodio. 



8
Jeanines - How Long Can It Last
La coerenza stilisticra del trio americano ha reso i Jeanines una delle band più riconoscibili dell'indie pop mondiale: canzoni mid tempo che raramente superano i due minuti, chitarra basso batteria all'essenza, la voce sottile di Alicia e quella baritonale di Jed, zero abbellimenti produttivi, melodie di cristallina semplicità che hanno le radici nel jangle pop degli anni '60 e nel twee della Sarah Records. Il terzo album della band non può che essere una conferma assoluta. 



7
Roller Derby - When The Night Comes
Il duo di Amburgo ribadisce con il suo secondo album la propria capacità di tracciare una via personalissima all'indie pop contemporaneo, puntando tutto sull'eleganza levigatissima della confezione (la voce di velluto di Philine Mayer è il plus), una emotività scenografica di baluginante morbidezza ed un corrusco e avvolgente dinamismo. 



6
Jetstream Pony - Bowerbirds and Blue Things
Il supergruppo di Beth Arzy e Shaun Charman - due musicisti con due carriere nella scena indie pop britannica che parlano per loro - arriva al secondo album è piazza un'altra bomba. Il power pop dei Jetstream Pony, perfetto nella sua rotonda essenzialità, fa rivivere lo spirito C86 quarant'anni dopo con una forza deflagrante ed un'energia travolgente e inarrestabile. 



5
Massage - Coaster


Alex Naidus (ex The Pains Of Being Pure At Heart) e Andrew Romano l'hanno detto fin da subito: volevano fare un "gruppo pop". Negli album che la band losangelina ha pubblicato (Coaster è il terzo) lo hanno dimostrato in modo evidente, mantenendo altissimo il livello e dirigendo il loro stile jangly verso una orecchiabilità sempre più rotonda e luminosa che non può non ricordare i Teenage Fanclub. 




4
Pálida Tez - Un Extraño Estado de Ánimo


Esiste una sottile ma solida tradizione dream pop in Spagna e i Pálida Tez ne sono in questo momento i portabandiera insieme agli Apartmentos Acapulco. La band di Albacete ama alla follia i muri irti di chitarre e synth, ma esibisce al contempo una dimensione delicatamente melodica e riesce a fare convivere un'anima quasi cantautorale con stilemi shoegaze. Il suo album di debutto è potente e gentile, trascinante e ricco di sfumature, una torrenziale infilata di pezzi che ti si incollano irrimediabilmente addosso.



Prism Shores - Out From Underneath


Originari dell'Isola Principe Edoardo e basati a Montreal, i Prism Shores sono un piccolo e prodigioso caleidoscopio indie pop, in grado di tenere insieme modelli, ere, generi e sottogeneri dentro un unico pacchetto stilistico elegantissimo, coerente e di una piacevolezza estrema. Il loro secondo album è morbido quasi ovunque e graffiante dove serve, folk, jangly e sfrigolante, immediato e ricco di sfumature, ora accelera, ora si fa obliquo e subito dopo rallenta e diventa catchy e atmosferico.




2
Bridge Dog - Auto Fictions


L'album degli australiani Bridge Dog è senza dubbio alcuno il debutto dell'anno. Il quartetto guidato da Grace Ha e Brian Park si muove con una grazia eccezionale in un territorio tangente al dream pop che potrebbe richiamare alla mente Alvvays o Say Sue Me: chitarre che sfrigolano e scampanellano alla grande, melodie soffici e circolari, la capacità di essere obliqui e catchy al tempo stesso, romantici di un romanticismo shoegazer. 



1
The Beths - Straight Line Was A Lie


La band neozelandese corona dieci anni di onoratissima carriera con il suo album più ispirato, complesso ed articolato. Il songwriting di Elizabeth Stokes - ora denso ed emozionale, ora ironicamente leggero - raggiunge la sua maturità piena anche grazie alla totale dedizione dei suoi tre compagni di viaggio Jonathan Pearce, Benjamin Sinclair e Tristan Deck: amici, complici e musicisti straordinari. Sono i Beths di sempre - energici, melodici, luminosi, corali, dannatamente intelligenti e perfezionisti in ogni soluzione produttiva - ma sono al contempo dei Beths diversi, al servizio di un nucleo d'ispirazione dai contorni decisamente oscuri. E' il miracolo di Straight Line Way A Lie: un album che sa essere durissimo e piacevolissimo, inquieto e colorato, esaltante e commovente. 



11 dicembre 2025

Gap Year - In Light ALBUM REVIEW

Originari di Perth e fronteggiati da due cantanti/autori (Daniel Harrison e Lee Napper) esattamente come i Go-Betweens, che stilisticamente potrebbero essere i loro padrini spirituali, i Gap Year sono arrivati al loro secondo album, che segue ad un esordio che nel 2021 avevamo trovato più che piacevole. 

Le radici ben fonde e ramificate dentro il fertile suolo dell'indie pop australiano (e neozelandese) sono molto evidenti nei pezzi del quintetto, che per molti versi può assomigliare da vicino a una band come i Quivers o un'artista come Hatchie, che sostanzialmente partono dalla stessa base e costruiscono in modo non così differente: melodie dinoccolate e un po' sornione, chitarre sempre squillanti, ampio uso dei synth di marca Eighties, peculiare propensione alle armonie vocali (la voce della bassista Maddy Blue è davvero un plus), una grande cura produttiva che non teme di puntare la rotta verso il pop e riesce sempre a strutturare superfici sonore morbidamente corrusche. 

Tutti i pezzi di In Light - l'infilata iniziale da Old Races a Where I Came From specialmente - scivolano con colorata e appena malinconica leggerezza e possiedono quel dinamismo che ti fa venire voglia di alzarti sulla sedia e, quasi quasi, ballare. Nei momenti più larghi, rallentati e cantautorali - Across The Sea ad esempio - il debito verso Forster e McLennan è veramente scoperto, ma è soprattutto quando i ritmi si alzano, pur con prudenza, verso l'uptempo (la splendida The Bats-iana Slow Here) che i Gap Year danno il meglio.  

Una sicura conferma! 

07 dicembre 2025

Tulpa - Monster of the Week ALBUM REVIEW

C'è stato un periodo irripetibile - era la seconda metà dei '90 - in cui ogni settimana scoprivamo nuove band dalla scena americana o da quella brit pop di cui innamorarci. Sembrava davvero che ovunque ci fossero gruppi che si formavano attorno alla triade chitarra-basso-batteria ed aveva poca importanza produrre, levigare e confezionare: le idee erano quasi sempre registrate così come venivano, mantenendo inalterata una spontaneità entusiastica e splendidamente lo-fi. 

Ritrovare oggi lo stesso spirito in tante band formate da ragazzi e ragazze che nei '90 non erano nemmeno nei pensieri dei loro genitori rende senz'altro meno bruciante la nostalgia per quell'epoca d'oro e forse indica che stiamo andando ancora nella direzione giusta.

I Tulpa, quartetto basato a Leeds, sono un ottimo esempio di questa rinascita dell'indie "classico". Monster of the Week, che è il loro disco d'esordio, ci riporta in un mondo di purezza indie in cui i riferimenti intorno sono band come Dinosaur Jr., Built To Spill, Lemonheads, Breeders o Pavement (il pezzo che dà il titolo all'album è un omaggio scopertissimo e perfettamente riuscito al mitico gruppo di Stephen Malkmus). 

La band guidata da Josie Kirk si muove perfettamente a proprio agio fra equilibrata ruvidezza elettrica e obliqua e leggera catchyness, piazzando una serie di pezzi di ironica e trascinante immediatezza come PYOPs, Let's Make A Tulpa! e You're Living A Reverie, e mostrando fra l'altro notevolissime capacità tecniche e di scrittura. La ballata sghemba Whose Side Are You On? - anche qui la memoria non può che andare subito a Range Life dei Pavement - è un piccolo capolavoro. 

03 dicembre 2025

Shapes Like People - Ticking Haze ALBUM REVIEW

Dicembre è arrivato e come tutti gli anni è tempo di recuperare qualche album che, per un motivo o per l’altro, nel momento in cui è uscito mi era sfuggito di mano. Nel caso di questo Ticking Haze degli Shape Like People, fra l'altro parliamo di un disco di grandissimo valore e non posso che scusarmi se, da marzo fino ad oggi, non ne ho scritto nemmeno una riga. 

Carl Mann, lo straordinario autore, produttore e polistrumentista che sta dietro alla band, è in realtà il titolare di un gruppo ben noto agli appassionati di indie pop, quegli Shop Window che l'anno scorso hanno pubblicato un album veramente molto interessante. 

Scrivendo nuove canzoni nel suo consueto processo creativo, Carl si è ritrovato con numerosi pezzi che non gli sembravano adatti per questo suo progetto e pensava di regalarli ad altri artisti, tuttavia ha deciso di registrarli ugualmente chiedendo alla moglie Kat di prestare la sua voce. 

I demo che ne sono derivati devono essere stati talmente convincenti - e non stentiamo a crederci - che i due hanno deciso di utilizzare tutte queste idee per un progetto parallelo, chiamato per l’appunto Shapes Like People, sul quale hanno lavorato con grande attenzione, entusiasmo e caparbia produttiva. 

Il risultato finale infatti è una ininterrotta serie di piccole grandi gemme jangle pop che brillano letteralmente di luce propria. Fino dall’iniziale Ambition Is Your Friend, con la sua floreale esplosione di dolcezza, è evidente non solo quanto Carl sia un autore di raffinatissima levatura nel genere che amiamo, ma anche come la fusione artistica e vocale fra marito e moglie sia stata in grado di offrire a tutte queste canzoni un fascino indiscutibile e pure non facilissimo da definire. C'è in effetti dentro ogni pezzo una grazia, una malinconica freschezza, una bellezza sfumata e al contempo prepotente, una eleganza retrò che in fondo è la stessa che ritroviamo in band come i Jeanines. 

Il tocco delicato di Carl e Kat si esplica davvero in ogni istante della loro produzione: le chitarre quiete e scampanellanti, le avvolgenti armonie vocali che si trovano davvero ovunque, i paesaggi sfumati color pastello che si stagliano sempre all'orizzonte.

Si legge bene l'intera storia del jangle pop nelle trame di Ticking Haze, specialmente di quello anglo-scozzese degli anni '80-'90, una storia che va dai Blueboy in giù fino ai Sambassadeur (che hanno tantissimo in comune stilisticamente con il duo), ma l'attitudine di Shapes Like People (così come di The Shop Window) è davvero personale e parla una lingua che è da un lato cantautorale e dall'altra fortemente atmosferica e di matrice folk: pezzi come A New Crown, Server of The Mind o Fireworks hanno la capacità di dilatare gli orizzonti a partire dalle loro linee melodiche di cristallina circolarità, mentre momenti di rarefatta bellezza come Weathering fanno pensare alla magia in punta di plettro degli The Innocence Mission. Un pezzo che profuma di primavera come Head Spun poi non può che riportarci idealmente agli Aberdeen e ai Teenage Fanclub. Mentre il romanticismo di Cry è puro chamber pop alla Divine Comedy di classe infinita (con un tocco di Annie Lennox, o lo sento solo io?). 

Tutto bello di una bellezza evidente e rarefatta al tempo stesso. Valido doppiamente perchè nel dna dell'album - che ha comunque una dimensione talmente artigianale da compenetrare le vite dei coniugi che l'hanno creato passo dopo passo - è inscritta un'idea di etica ed estetica indie pop altissima e veramente nobile. 

29 novembre 2025

SINGOLI NOVEMBRE 2025


22 novembre 2025

CIEL - Call Me Silent ALBUM REVIEW

Riguardando indietro nella carriera dei CIEL, una band che seguiamo veramente da tanti anni, sembra impossibile che Call Me Silent sia il loro disco di debutto, ma in verità è proprio così. 

Michelle Hindriks e Tim Spencer da sempre hanno abbracciato l'idea di un post punk a cassa dritta, un po' dark wave e un po' ballabile, che sta a metà strada fra i Garbage, i Blonde Redhead, le Breeders e persino i Cardigans del loro periodo hype: muri di synth e chitarre, energia statica sempre al massimo ma imbrigliata da un basso pulsante e dalla batteria squadrata, la voce delicata ma graffiante di Michelle, una produzione che cura il suono in modo certosino e soprattutto un tiro che è potentissimo e trascinante quasi ovunque. 

La torrenziale infilata iniziale Call me Silent, Won't Obey, Thinking Of You, Hear Me Out, Will I Ever Feel Again mette subito in chiaro l'ambizione della band di Brighton di muoversi in un territorio che sta fra goth, shoegaze e pop, senza fare concessioni ad una superficiale immediatezza ma al contempo centrando uno dopo l'altro dei chorus di grande catchyness. 

Hold Onto You, che è l'unico momento di rallentamento introspettivo, notturno e sinuoso con il suo contorno di archi e la sua ritmica quasi trip hop, è un tocco di grandissima scrittura.