11 giugno 2026

Widowspeak - Roses ALBUM REVIEW

Da almeno quindici anni i Widowspeak portano avanti in modo perfettamente coerente la loro personale visione del dream pop, che forse non ha mai corrisposto del tutto ai canoni del genere, ma - questo è indubbio - ha fatto rivivere meglio di chiunque altro lo stile dei Mazzy Star (un'altra band seminale ed imprescindibile che è stata volentieri accostata all'etichetta dream pop). 

Ascoltando questo (settimo) nuovo album del duo newyorkese, riflettevo appunto su quali siano i contorni di uno dei generi di cui qui si parla da sempre. Molly Hamilton e Robert Earl Thomas non usano quasi mai la distorsione delle chitarre, non si servono dell'elettricità statica come strumento, non imbastiscono complesse architetture di layers nè pezzi di lunga durata. Tuttavia - esattamente come facevano Hope Sandoval e David Roback - costruiscono canzoni soffuse e sognanti che servono a sollevare l'ascoltatore dal terreno su cui poggia i piedi, ad abbracciarlo e proteggerlo. Cioè quello che fa, che deve fare il dream pop. 

Certo, i Widowspeak, da quando li abbiamo scoperti ai tempi di All Yours (l'album del 2015 che era e resta il loro capolavoro), non si rifanno certo ai modelli inglesi (Lush, Ride, Slowdive), ma hanno le radici ben piantate nel folk americano, e questa è la loro fondamentale caratteristica. 

Da lì i due musicisti, che fra parentesi sono marito e moglie, si muovono per disegnare i loro paesaggi soffusi e "romantici" (le virgolette come enfasi sulla parola), lavorando in modo certosino sui dettagli, e non a caso per Roses si sono presi il loro tempo e si sono trasferiti in un'isoletta greca per lasciare che le canzoni fluissero in modo naturale nel disco. 

Dove l'"aura Mazzy Star" è lasciata più libera di brillare con un'attitudine apertamente (folk) pop - If You Change e Actor: due gioelli - i Widowspeak dimostrano tutto il loro enorme talento. Ma davvero tutto l'album è una carezza a cui sarebbe stupido rinunciare. 

07 giugno 2026

Stay Lunar - The Middle Of The End EP REVIEW

Tre anni fa ricordo di essermi davvero innamorato del dream pop catchy e scenografico degli Stay Lunar: l'ep When The Sun Sets era ed è uno scrigno di pezzi potentissimi e magnificamente orecchiabili. 

Da allora la band di Bristol ha pubblicato alcuni singoli ed arriva oggi ad un nuovo ep (ci saremmo aspettati un album a questo punto, ma pazienza...) che riparte esattamente dal punto dove eravamo rimasti.

Harry Leigh e compagni hanno pienamente in mano il loro stile peculiare e ormai facilmente riconoscibile: grande enfasi sui synth, layers di chitarre che si sovrappongono con intelligente dinamismo, basso e batteria che creano densità sullo sfondo, melodie di accesso immediato veicolate dalla voce sempre leggermente filtrata di Harry e dalla coralità angelica di Holly De Salis. 

Se il pezzo-signature del precedente ep era senz'altro I Like It Whene You're Not Around (riascoltatelo!), qui ce ne sono almeno due che da soli valgono il viaggio: la soffusa ballata con spettacolare crescendo finale Metro Song, e la muscolare, quadrata, synth-driven e perfettamente emozionale Here With You, che può rappresentare bene quello che i cinque di Bristol stanno facendo. 

Ovviamente, una grande conferma!

01 giugno 2026

Fragile Animals - Dead Stop EP REVIEW

Come già notavamo a proposito dell'ep uscito l'anno scorso, i Fragile Animals hanno imboccato una strada sempre più ruvida e notturna per il loro dream pop denso e scenografico.

Victoria Jenkins e Daniel Parkinson sono ormai due veterani della scena e da anni lavorano alla costruzione di uno stile peculiare per la propria band. Stile che sempre di più si concentra su una forte carica di emotività elettrica e che potremmo riassumere come una versione meno levigata e più carica dei Bleach Lab - gruppo a cui spesso li accostiamo, ma per pura comodità.

Il quartetto di Brisbane ha sempre prediletto le chitarre sature e ha fatto girare i propri pezzi intorno alla forte personalità vocale di Victoria. I sei episodi di Dead Stop, dalla fascinosa History (che assomiglia davvero tantissimo ai primissimi Garbage) in giù, funzionano esattamente come siamo abituati a vedere funzionare le canzoni dei Fragile Animals: graffi e carezze in egual misura, melodie di obliqua e avvolgente immediatezza (Dead Stop la più riuscita), energia statica che sfrigola nell'aria come shoegaze comanda, e quei crescendo che nell'architettura della band sono da sempre la chiave di volta. 

22 maggio 2026

Sungaze - I'm No Longer Afraid Of Heights ALBUM REVIEW

La band di Ian Hilvert e Ivory Snow è attiva già da molti anni in quel di Cincinnati, Ohio e questo I'm No Longer Afraid Of Heights è il loro quarto album, ulteriore testimonianza di un ruolo giustamente consolidato nella scena dream pop americana.

Notavamo un paio d'anni fa, in occasione dell'uscita dello splendido album omonimo, quanto i Sungaze avessero trovato a poco a poco il loro spazio fortemente personale in un genere (tutto quello che finisce per -gaze, diciamo) dai contorni vasti e incerti. 

Morbidi, scenografici ed eterei, i Sungaze fanno da sempre girare la loro musica intorno alla voce di miele e velluto di Ivory e riescono a domare l'elettrcità statica insita in ogni loro pezzo mettendola al servizio di una suggestione emozionale crepuscolare e ricca di sfumature in cui è davvero belo perdersi.

Pezzi come House On The Hill (che è un piccolo capolavoro e bisogna dirlo) o Always Looking Behind definiscono bene la prospettiva stilistica della band: uno slowcore che per delicatezza potrebbe assomigliare ai Mazzy Star ma in realtà trova sempre un punto di elevazione verso una dimensione più ampia e luminosa, in una psichedelia di taglio dream pop che deriva forse dagli Slowdive (evidentissima in 180) ed è il vero marchio di fabbrica del gruppo di Cincinnati.

Se già il terzo lavoro era più che convincente, I'm No Longer Afraid Of Heights lo supera per qualità di scrittura e produzione: dalla poderosa e inquieta Another Life al disteso, complesso e spettacolare pezzo conclusivo che dà il nome il disco (molto Great Grandpa, per altro), non c'è un solo momento in cui all'ascoltatore sia permesso di riemergere dall'abbraccio liquido ed introspettivo della band.  

15 maggio 2026

Touch Girl Apple Blossom - Graceful ALBUM REVIEW

A volte basta un nome per definire una band, e non c'è dubbio che i Touch Girl Apple Blossom abbiano scelto di chiamarsi come un versao di una canzone dei Beat Happening per dichiarare il loro senso di appartenenza a una scena - l'indie pop americano della K Records - a cui si ispirano in tutto e per tutto.

Il quartetto viene da un miracoloso microcosmo - quella Austin, Texas, che oltre ad essere una fervida città universitaria è sede di uno dei festival indie più importanti del mondo - in cui suonare con le chitarre, registrare a bassa fedeltà, ispirarsi ad artisti e label degli anni '80, scrivere e stampare fanzine come ai tempi d'oro, è la quotidiana normalità.

Graceful, che è l'album di debutto dei texani, è un disco intriso di una frizzante, onesta, entusiastica, energetica filosofia twee. Olivia Garner e compagni suonano le loro canzoni dirette, rotonde, mid tempo, immediate di un'immediatezza guitar pop solo leggermente spigolosa, come se spuntassero fuori dalla compilation C86 o dal roster della Sarah o (meglio) della K Records. 

Pezzi come The Summer Reminds Me Of..., Vacation, You Made Me Do It o I'm Lucky I Found You traboccano di quella obliqua, fragorosa e contagiosa gioia indie pop che ha fatto grandi band come gli Heavenly, gli Shop Assistants o i Pastels, ma non hanno nulla di filologico o nostalgico, fremono anzi di un'energia creativa che viene da un oggi in cui (per fortuna) la musica brutta non ha avuto alcuna nefasta influenza. 

Una delle più belle scoperte di quest'anno! 
 

08 maggio 2026

The Reds Pinks & Purples - Acknowledge Kindness ALBUM REVIEW

La notizia non è che è uscito un nuovo album di Glenn Donaldson: la notizia è il fatto che sono passati ben 9 mesi tra l'ultimo The Past Is A Garden I Never Fed e questo Acknowledge Kindness, un periodo talmente ampio nella produzione del musicista di San Francisco da farci pensare ad una qualche svolta nel suo percorso artistico.

Svolta che, purtroppo o (meglio) per fortuna, non c'è, perchè gli undici pezzi dell'album non si staccano affatto stilisticamente dal fortissimo e riconoscibilissimo bastione indie pop che Donaldson ha edificato in anni di carriera. L'architettura quindi è quella che abbiamo imparato ad amare da sempre, un po' la stessa (caratterizzata dalla delicatezza quotidiana e dai color pastello delle row houses di San Francisco) che, fuor di metafora, Glenn ha disseminato in quasi tutte le sue copertine. 

Le canzoni di The Reds Pinks & Purples hanno davvero una sorta di statuto speciale: stanno lì, sostanzialmente fuori dal tempo ma in uno spazio ben determinato, quello del diario intimo intriso di dolcezza tanto quanto di dolente sincerità che Donaldson ci permette di leggere da quando ha fondato il suo progetto musicale. 

Quelle del disco odierno sembrano in particolare percorrere una sorta di tragitto ideale che dall'alba luminosa di Is It You Or Is It Them?, attraverso le piacevoli brezze donaldsoniane di Emo Band e Houses (quanti al mondo possiedono questa incredibile leggerezza nel songwriting, che sembra quasi non toccare mai terra, appesa ad un aquilone jangle pop che fluttua tra synth e chitarre appena distorte?), ci porta per mano verso strade pienamente crepuscolari dove i contorni del tramonto si sfaldano a poco a poco come riflessi nella baia (Build Love). Non a caso larghi tratti del percorso è costituito da atmosferici strumentali, che fanno da cornice perfetta alle commoventi Worthy Of Love e Doubt In Vain (dove, questa sì una novità, c'è tanto pianoforte e nessuna chitarra) e alla rotonda e sognante ballata Where Did I Go Last Night?.

Lo diciamo da tempo immemore: la musica di Glenn Donaldson - così profondamente umana, così formalmente unica pur dentro un genere così canonico, dovrebbe essere patrimonio immateriale dell'Unesco. Le canzoni di Acknowledge Kindness ("riconosci la gentilezza", sì, proprio così!) lo ribadiscono da sole, senza bisogno che aggiungiamo altro. Lunga vita, Glenn! 

30 aprile 2026

SINGOLI APRILE 2026

 


25 aprile 2026

Shapes Like People - Under The Rainbow ALBUM REVIEW

E' noto che Carl Mann aveva iniziato il progetto Shapes Like People come esperienza parallela e un po' improvvisata rispetto ai suoi Shop Window. Poi è successo, giusto l'anno scorso, che l'album di debutto Ticking Haze fosse così riuscito (e così adorato da chiunque l'abbia avuto tra le mani) che il musicista inglese ha giustamente deciso di dedicarsi ad esso in modo più esteso.

Ed eccoci infatti subito davanti al secondo album di Shapes Like People, che prosegue esattamente dove, solo pochi mesi fa, ci eravamo lasciati. 

Come abbiamo già avuto modo di dire, Carl è da sempre un autore di canzoni raffinato ed un produttore dal tocco equilibratissimo, erede di una tradizione del cantautorato e dell'indie pop inglese che attraversa i decenni e che, volente o nolente, non invecchia mai. E sua moglie Kat è una voce perfetta per interpretare la luminosa e aerea morbidezza twee del suo songwriting programmaticamente senza tempo. 

I dodici pezzi dell'album - non c'è quasi bisogno di dirlo - si succedono rapidi e piacevoli come una brezza estiva, pieni di chitarre jangly che scintillano al sole, dinamiche semplici e coinvolgenti, melodie sempre cantabili e armonie vocali di floreale bellezza. Find Me There, con il suo romanticismo sognante, è già un piccolo classico alternativo. E che bello che è farsi cullare dai cinque avvolgenti ed elettrici minuti di Crushing Silence... Ma non c'è davvero un momento debole in un disco che è un unico ampio e cordiale sorriso. 

20 aprile 2026

Prism Shores - Softest Attack ALBUM REVIEW

A brevissima distanza da quel Out Of Underneath che nel dicembre 2025 è finito dritto nelle prime posizioni della nostra classifica dei dischi dell'anno, i Prism Shores ritornano con un nuovo album (il loro terzo) che ribadisce con forza la loro capacità di tenere insieme con estrema naturalezza tanti modelli diversi.

La band canadese si presenta sempre volentieri come gruppo jangle pop, ma in realtà, fin dagli esordi, i quattro di Montreal sono più di così, finendo per essere una sorta di caleidoscopio guitar pop che collega idealmente i Jesus & Mary Chain all'indie americano degli anni '90, il C86 all'Australia dei Go-Betweens (sentite Guidebook), lo shoegaze potabile dei Ride alla catchyness diagonale dei Vaselines.

Ascoltando le dodici canzoni del nuovo lavoro, che sono tutte energetiche, intelligenti, piacevolissime, l'impressione non può che essere la stessa ma - se proprio dobbiamo individuare una direzione particolare - appare evidente una convergenza stilistica verso i Teenage Fanclub dell'era Banwagonesque (I Didn't Mean To Change My Mind ma anche Precarity) e l'indie melodicamente obliquo, veloce e sfrigolante dei Dinosaur Jr. e dei Lemonheads (Gossamer è puro J Mascis; in Idle Again e A Faster Gun sembra di sentire davvero Evan Dando dei tempi d'oro). 

Rispetto ai due dischi precedenti, in Softest Attack traspare un desiderio di suonare in modo più sporco spingendo sui pedali dei distorsori per dare un'idea di forte spontaneità indie (prediamo le tendenze centrifughe alla Pavement di Magical Thinking), ma la condivisione degli oneri di scrittura (e canto) fra tutti i quattro membri ha al contempo allargato la palette espressiva del gruppo e c'è sempre una rotonda immediatezza. 

Se la sensazione dominante è quella di trovarsi davanti ad un grande disco del 1996, c'è però da dire che i Prism Shores non manifestano nessun intento nostalgico, non hanno una attitudine citazionista, nè vogliono ricostruire (anche a livello produttivo) i dischi dell'epoca. Hanno senz'altro introiettato lo spirito di quell'epoca (e in un modo quasi impressionante) e questa è molto semplicemente la loro identità. 

15 aprile 2026

Sea of Days - Traces ALBUM REVIEW

A solo un anno dall'uscita di Wound, Shane Speed ritorna con un un nuovo album che prosegue il racconto emotivo, introspettivo e scenografico al tempo stesso, del precedente.

E' lo stesso Shane a delineare un'ideale mappa dei suoi modelli, che tracciano una linea dream pop in grado di attraversare band molto diverse come Cure, Slowdive, Ride e The National. Niente da aggiungere: il panorama musicale di Sea of Days è esattamente questo, abilmente sospeso fra le suggestioni morbidamente dark di Robert Smith, lo shoegaze gentile di Neil Halstead, il dinamismo avvolgente di Andy Bell e il fascino in bianco e nero (e la vocalità) di Matt Berninger. 

L'esperienza di Shane, che scrive, canta, suona, produce in pressochè totale solitudine (c'è giusto la consueta apparizione di Maud Anyways nella sognante conclusiva Pride), è il vero marchio di garanzia di Sea of Days: tutto - dal suono denso e rotondo alla crepuscolare immediatezza melodica - è curato con mano sicura e grandissimo equilibrio. 

Un plauso anche per la splendida copertina!