20 maggio 2022

Nectar - No Shadow ALBUM REVIEW

E' curiosa la copertina del nuovo (secondo) album dei Nectar. Kamila Glowacki, che della band di Champaign, Illinois è cantante, chitarrista, autrice di tutte le canzoni e pure produttrice, ha dipinto una natura morta in luce diretta (No Shadow, quindi) con un limone e uno specchio in cui il limone non si riflette ma solo uno sfondo vuoto che si presume alle spalle di chi guarda. 

Curiosa anche perché, a dispetto della natura un po' concettuale del dipinto, la musica dei Nectar possiede invece una programmatica immediatezza, con i piedi ben piantati in quel genere ibrido di punk, garage pop e Ninetees indie in cui si muovono gruppi che da queste parti amiamo molto, dai Beths ai Fresh, dai Beach Bunny ai Martha.

La ricetta è semplice: tante chitarre, tanta energia positiva, ritmi uptempo, melodie sempre cantabili, armonie vocali. In questo senso, pezzi come Routine o Unusual You (ma ne potremmo citare altri) fanno quello che devono fare con spietata efficacia. Quello che fa il vero passo oltre una riuscita ma un po' scontata piacevolezza sono canzoni come la splendida, toccante Ponytail - siamo dalle parti della Waxahatchee delle origini -  una divertente e divertita Unlucky Buddy con i suoi coretti sixtees, la cantautorale Lucky, dove le capacità vocali e di scrittura di Kamila emergono con grande forza emozionale e la conclusiva elettroacustica e un po' post-adolescenziale Cold Walk

14 maggio 2022

Say Sue Me - The Last Thing Left ALBUM REVIEW

Nel 2018 Where We Were Together (che era il loro secondo album) aveva messo i razzi alla carriera dei Say Sue Me, sparandoli dritti nella stratosfera delle "grandi band indie" e lanciandoli in un tour mondiale che ha consolidato senz'altro la loro fama.

Tutto più che meritato, specialmente per una band che non viene certo da Brooklyn o Glasgow, ma da quella bizzarra, vivace e lontana periferia orientale innamorata di tutto quello che è occidentale che è la Corea del Sud. 

All'epoca quello che ci colpì del gruppo di Busan era la sua attitudine al contempo onnivora, formalmente elegante e pure terribilmente concreta nello sfornare gemme indie pop che all'indie pop, quello originario, sembravano essersi abbeverate fino all'ultima goccia. 

Nei quattro anni successivi i Say Sue Me non si sono certo fermati, nonostante il dolore per la morte del primo batterista Kang Semin e la lunga interruzione pandemica: hanno anzi preparato con la consueta cura autarchica il loro ritorno, che ovviamente è uno dei più attesi del 2022. 

Che cosa c'è di nuovo allora nella musica della band coreana? Iniziamo prima da ciò che rimane immutato più o meno dagli esordi, cioè quella capacità di creare leggerezza a partire da trame di chitarre jangly, luminosi riverberi elettrici e melodie che sono freschissime e retro al tempo stesso: Around You e No Real Place sono in questo senso l'esempio perfetto dello stile Say Sue Me, che per molti versi ricorda l'intelligenza catchy degli Alvvays e la forza gentile dei The Pains Of Beeing Pure At Heart, e spiega bene quanto si possa essere efficaci restando essenziali. E c'è, come sempre, molto altro: soprattutto quell'"essere pop" che in pezzi come We Look Alike davvero esprime un'eleganza atemporale e trova nel lavoro alle chitarre e nella scrittura di Byungkyu Kim un moltiplicatore formidabile. 

La vera differenza rispetto al passato sta in pezzi come l'iniziale The Memory Of The Time (strumentale e cinematografico, intriso di una morbida malinconia) e la straordinaria To Dream, cuore pulsante dell'intero album, un caldo abbraccio di chitarre dream pop che si stratificano l'una sull'altra e si sfaldano a poco a poco, dove la voce di Sumi Choi si abbandona ad una fragile delicatezza e le liriche sono - caso unico per i Say Sue Me - in coreano. 

Ma qualcosa di nuovo c'è anche nella placida e sinuosa Photo Of You, sfavillante nel ritornello di un'aura sixties da girl group che non ti aspettavi, elettricità e lustrini, e una Sumi Choi mai così determinata. 

In definitiva sembra che i vari episodi del disco siano stati disposti in una sorta di climax a tracciare  un'evoluzione stilistica della band, e The Last Thing Left, con la sua dinamica e sognante rotondità in grado di attraversare con una falcata d'entusiasmo Jesus & Mary Chain, lo shoegaze e il dream pop più immediato, appare sia come il vertice dell'album, che come una possibile strada da percorrere nel futuro (strada in fondo già aperta cinque anni fa da quel capolavoro che è Good For Some Reason).

Si può parlare, credo, di perfezione. La stessa che ritroviamo nei due numeri conclusivi: il quadretto acustico strappacuore Now I Say (ehi, un'altra cosa nuova!) - romanticismo puro, ma con l'equilibrio che solo una semplicità twee può dare, e infine la marcetta George & Janice, scritta apposta per celebrare il matrimonio di un amico, gioia pura e ottimismo a manate, che è esattamente quello di cui abbiamo tutti bisogno di questi tempi e che chiude il disco mettendo in chiaro che l'umore generale dei Say Sue Me di oggi è questo. Una scelta che pare promanare anche e soprattutto da una chimica di gruppo che i quattro di Busan, nel loro quasi decennio di unione artistica, hanno reso così solida e naturale da offrire costantemente a chi li ascolta l'idea della felicità che viene dal fare canzoni indie pop insieme, come antidoto alle mille routine di ogni giorno (guardate il video di No Real Place qui sotto per capire meglio cosa intendo). Un'idea che Sumi Choi e compagni trasmettono davvero da ogni singola nota che suonano, pur con la loro educata e sorridente timidezza.

Un grandissimo album da - ora lo possiamo dire con certezza assoluta - una delle migliori band indie pop che ci siano mondo oggi. 

 

10 maggio 2022

Hater - Sincere ALBUM REVIEW

Quando, cinque anni or sono, uscì l'album d'esordio degli svedesi Hater, You Tried, tutti si meravigliarono di quanta maturità ci fosse nella scrittura e nel suono di una band che in realtà non aveva pubblicato quasi nulla in precedenza. Il secondo disco Siesta, uscito esattamente un anno dopo, aveva reso evidente l'ambizione della band di Caroline Landahl di non farsi inquadrare tout court come dream pop, complicando la trama post punk dei propri riferimenti stilistici e producendo un album non immediato come al debutto, ma senz'altro impressionante. 

Da allora il quartetto di Malmo ha rallentato in modo brusco, riaffiorando in sostanza solo nel '21 con lo splendido, liquido, denso, ipnotico, avvolgente singolo Bad Luck, che è sicuramente il pezzo forte di questo Sincere. A che punto sono gli Hater oggi? L'impressione, ascoltando con attenzione i nove episodi dell'album, è quello di una band che conserva intatto quel talento bruciante che avevamo amato fin da subito, e che al contempo lavora sempre di più sulle sfumature e sulla qualità di quella scrittura che, come dicevamo prima, è il grande plus degli svedesi, senza inseguire alcuna idea di immediatezza.

Non c'è infatti un pezzo realmente catchy in Sincere: l'atmosfera è notturna ovunque, a tratti capace di qualche timida e vagamente algida carezza (il ritornello inaspettato di I'm Yours Baby, l'invernale catartica malinconia di Proven Wrong), quasi sempre gentilmente ruvida (Something). Gli inserti strumentali più eclettici che costellavano il disco precedente, qui scompaiono in favore di chitarre spesso taglienti, acide e sature (Brave Blood), che sembrano davvero risalire alla fonte primaria dei Joy Division (Far From A Mind, per dire) e che finiscono per essere la vera intelaiatura, talvolta centrifuga, di ogni canzone (Summers Turn To Heartburns). La voce di Caroline, al centro, cuce il tutto con la consueta dose di personalità, in grado di essere accorata senza bisogno di alzare un solo tono. I tempi spesso si allungano. Stilemi dream / shoegaze affiorano di rado, giusto nella conclusiva Slowdiveiana Hopes High. E, pezzo dopo pezzo, emerge con forza la bravura degli Hater di tirare fuori da un rigore quasi geometrico degli squarci di luce e scintille (Renew, Reject), un po' come i Fear Of Men o, per restare in Svezia, i più impetuosi Makthaverskan. 

Album davvero non facile, ma da non perdere.

06 maggio 2022

Yawners - Duplo ALBUM REVIEW

Intitoli un tuo pezzo Rivers Cuomo, lo pubblichi come singolo su YouTube e capita che sua maestà Rivers Cuomo in persona lo commenti scrivendo che gli piace un sacco. E' quello che è successo a Elena Nieto, la musicista che sta dietro il progetto Yawners, arrivato oggi al suo secondo album.

L'amore della cantante e chitarrista spagnola per i Weezer è evidente oltre il pezzo citato: siamo dalle parti di un power pop con un 'anima punk gentile e i piedi ben piantati dentro l'indie degli anni Novanta, non lontano dall'immediatezza muscolare di band come Fresh, Martha e ME REX (questi ultimi compagni di etichetta di Yawners). 

L'idea generale è di un catartico e salutare disimpegno: i dieci episodi scorrono via come un sorso di freschezza e bollicine, alternando liriche in spagnolo (più efficaci) e in inglese e spingendo spesso e volentieri sul pedale di un'elettricità spumeggiante, sincera, diretta e uptempo. Niente di trascendentale, per carità, ma una carrettata di energia positiva che mi ricorda da vicino un altra band iberica straordinaria e dimenticata come i Juniper Moon.

Uno di quegli album che, senza averlo minimamente previsto, sono capaci di farti svoltare una giornata cominciata male. 

01 maggio 2022

Crystal Eyes - The Sweetness Restored ALBUM REVIEW

Più un collettivo che una vera e propria band, i canadesi Crystal Eyes sono una delle nuove band della scena indie pop più strane e affascinanti del momento. 

The Sweetness Restored - il titolo viene da una canzone del connazionale Leonard Cohen - è il secondo album del gruppo guidato da Erin Jenkins ed è in verità un'eclettica antologia di cose piuttosto disparate che, da un lato, ha il merito di uscire con decisione dai canoni del genere (l'etichetta dream pop viene usata in verità dalla stampa con troppa nonchalance: non è dream pop questo) e dall'altro ha un effetto piacevolmente straniante e disorientante (i sei psichedelici minuti di I Still Believe In Love rappresentano bene il versante bizzarro dei Crystal Eyes). 

Nei nove episodi dell'album c'è un variopinto frullato multivitaminico e leggermente alcolico dove memorie diverse si alternano e sovrappongono con uno spirito leggero e disincantato che a me ricorda molto quello dei B52s: un po' di New Order, un po' di Jesus & Mary Chain, un po' di profumi sixties, un po' di Bangles, un po' di Liz Phair e un po' Lana del Rey, e poi profusioni di synth anni ottanta e organo Hammond, chitarre post punk e qualche brezza di riverberi, archi, salti di tempo e ritmi dispari. Cose difficilmente abbinabili in genere, ma che qui non so perchè funzionano sempre. 

L'impressione con i Crystal Eyes è spesso di avere davanti una creatura inafferrabile da cui non sai mai cosa aspettarti, e poi però c'è - quasi sempre e in alcuni pezzi in modo super efficace (Wishes e A Dream I Had i miei favoriti) - uno spirito che è più catchy e trascinante che freddo e sperimentale, come ci si potrebbe attendere da dei musicisti che scelgono programmaticamente di percorrere strade fuori dagli schemi. 

28 aprile 2022

Hatchie - Giving The World Away ALBUM REVIEW

Fin dagli esordi, la musica di Harriette Pilbeam ha scelto gli anni '80 come dimensione stilistica ed estetica. La ragazza australiana bionda e dolcemente timida con le Doc Martens ai piedi che cantava impalata liriche un po' ingenue davanti a vecchi televisori a tubo catodico nel video di Sure è senz'altro la stessa che ritroviamo oggi, sensuale e sicura di sé, nelle dodici canzoni del suo secondo album. Ma si stenta a riconoscerla.
Negli eightees del suo ep di debutto Sugar & Spice e anche in Keepsake, pur già in evoluzione, c'era un'idea di dream pop rotondo e luminoso, semplice nell'approccio e immediato nel risultato, assolutamente analogico nei mezzi. 
Negli eightiees/ninetiees di Giving The World Away c'è decisamente molto molto di più: le radici shoegaze / Lush / Cocteau Twins sono ancora presenti e talora emergono nell'uso della voce e nei riverberi delle chitarre (The Key ad esempio, o la scintillante This Enchanted), ma diventano assolutamente secondarie rispetto ad un apparato produttivo (Jorge Egelbrecht l'abile manovratore) che sembra parlare un linguaggio diverso e imbastisce un discorso che vuole essere "pop" uscendo dalle nicchie di genere e puntando ad essere radiofonico, spotifybile e abbastanza raffinato / patinato per finire anche nelle playlist easy listening di YouTube. 
Intendiamoci, quella di Hatchie non è una metamorfosi radicale: le canzoni sono le sue e si sente - hanno quel tocco di "zucchero e spezie" degli esordi, per l'appunto, quello che abbiamo amato sin da subito - ma nell'intera architettura di Giving The World Away c'è un'ambizione evidente di portare le influenze di cui Harriette non può giustamente fare a meno dentro la dimensione tecnologica delle grandi produzioni pop contemporanee. Un passo che la Pilbeam non è certo la prima a compiere, e che può conquistarle una platea davvero planetaria, se almeno uno dei dodici episodi del disco (io tifo per Quicksand, che ha quel tocco Lana del Rey che non guasta, unito ad un ritornello di furba potenza) riuscisse a imboccare la strada giusta (uno spot, una serie tv di successo, ecc.). 
E i pezzi, non è necessario dirlo, sono tutti di grande qualità e a tratti lasciano quasi a bocca aperta per la bellezza formale di tutto l'insieme, la cura maniacale di ogni particolare, la levigata pienezza del suono. Una forma che, bisogna sottolinearlo, è comunque sempre al servizio della canzone, e mai viceversa. Poi si può discutere se sia meglio la Hatchie degli inizi o questa, ma forse non è un esercizio così utile davanti ad una evoluzione così complessa. 

25 aprile 2022

Jeanines - Don't Wait For A Sign ALBUM REVIEW

Non c'è una sola delle 13 canzoni del nuovo album dei Jeanines che superi i due minuti di durata. E' la scelta stilistica e programmatica di due musicisti, Alicia Jeanine e Jed Smith, che da quando hanno iniziato il loro progetto comune nel 2019 hanno fatto capire chiaramente che ogni perfect pop song deve essere un piccolo gioiello di modernariato.

Già nel loro brillante debutto di tre anni fa, i Jeanines avevano circoscritto in modo chiaro il recinto ideale dei loro modelli: le band del C86, il microcosmo Sarah / K Records, la tradizione jangly pop che partendo dai Sessanta si incarna un po' in tutte le band di Amelia Fletcher e scende scampanellando fino agli Allo Darlin e agli Alvvays. Insomma, l'Eldorado stesso dell'indie pop: artigianato a bassa fedeltà, melodie rotonde e immediate, liriche vagamente situazioniste e quell'etica twee che sa essere seria e ironica al tempo stesso. 

In Don't Wait For A Sign - disco che arriva dopo la pandemia e la separazione della band in città diverse, e nonostante tutto è migliore del precedente - c'è, in fondo, l'essenza stessa dell'indie pop delle origini, un po' a tutti i livelli: potremmo usare tranquillamente ogni singola canzone di Alicia Jeanine come l'esempio "vedi alla voce indie pop" sull'enciclopedia del rock. Se non sapessimo che è un disco del 2022 e ci dicessero che è un misterioso vinile emerso miracolosamente da un vecchio scaffale, infilato tra fanzines ciclostilate e sette pollici dei Pastels, ci faremmo convincere senza fatica e brinderemmo al ritrovamento. 

Le canzoni? Tutte coerenti con la dimensione atemporale nella quale sono immerse: miniature meravigliosamente fuori dalle mode, fresche e luminose, deliziose e sempre cantabili, piene di chitarre croccanti e timide armonie vocali (un po' lo stesso discorso che facciamo sempre per la musica di The Reds Pinks & Purples): non un momento fiacco, non un passo fuori dal seminato, nemmeno una lontana tentazione di aggiungere ciò che non è indispensabile. Canzoni piccole (Any Day NowDead Not DeadThrough The Vines, Wishing Well...), l'abbiamo detto, ma che canzoni!  


22 aprile 2022

Bedroom Eyes - Sisyphus Rock ALBUM REVIEW

Nel celebre mito greco, Sisifo venne costretto da Zeus per l'eternità a spingere un enorme masso su per una montagna, per poi ogni volta vederlo rotolare giù e ricominciare da capo. A parte un pezzo vigoroso e velocissimo chiamato Sisifuzz, che riprende pari pari la leggenda, non ho ben capito perché Jones Jonsson abbia scelto una vicenda che simboleggia fatica e sconfitta per intitolare il suo terzo album - al di là dell'arguto gioco di parole "roccia di Sisifo / rock di Sisifo" - quindi evito congetture che si rivelerebbero avventate. 

Il musicista di Föllinge ha fatto intercorrere sette anni tra il formidabile debutto The Long Wait Champion e il seguito Greetings From Northern Sweden, e poi altri cinque per arrivare a questo Sisyphus Rock, come i precedenti concepito e partorito interamente nell'amato nord della Svezia, e come i precedenti pieno di quell'energia power pop che nonostante il passare del tempo sembra non avere affatto abbandonato le canzoni di Bedroom Eyes. 

Fin dall'iniziale Streaming My Consciousness Jonas mette in gioco tutto quello che sa fare da sempre: scrivere canzoni trascinanti e luminose, vigorose e gentili al tempo stesso, elettricamente catartiche. E non è un caso allora se un intero pezzo è dedicato a Paul Westerberg dei Replacements: a Bedroom Eyes piacciono senz'altro i pezzi uptempo e le chitarre fragorose, magari intervallate da momenti più intimisti come una One Of Those Things che sembra uscita dalle mani di Elliott Smith. E gli piacciono le melodie che sanno essere muscolari e catchy al tempo stesso, come quelle di Kim e Store Bla, in definitiva il suo vero e distintivo marchio di fabbrica

18 aprile 2022

Sooner - Days and Nights ALBUM REVIEW

L'anno scorso abbiamo scoperto la voce di Federica Tassano nel disco di debutto del progetto Phantom Handshakes condiviso con Matt Sklar. Oggi la ritroviamo al centro di una band, i Sooner, nata a New York nel 2016, ma giunta soltanto adesso al proprio album d'esordio.

Stilisticamente siamo ancora dalle parti di un dream pop fatto di sole chitarre, scabro, essenziale e diretto (non ci sono synth e la produzione è davvero leggerissima) e al contempo molto raffinato nella scrittura e nella strutturazione di ogni pezzo. 

Se lo statuto stesso del genere consiste nel creare un effetto emotivo utilizzando le atmosfere create dagli strumenti e dal loro impasto con la voce e le liriche, i Sooner lo fanno alla perfezione, sia quando spingono i propri passi su strade più crepuscolari, apertamente malinconiche e sottilmente inquiete (Persona, Kingdoms), sia quando la medesima malinconia si spalanca su paesaggi più catchy e alla fine luminosi e liberatori (Thursday e Pretend), sia quando la delicata sensibilità vocale di Federica emerge come protagonista assoluta (Blue, nella sua narrativa complessità forse il momento più "forte" del disco). I quattro di Brooklyn sono bravissimi a creare una sorta di percorso circolare dentro ogni pezzo, ama anche tra un episodio e l'altro, offrendo all'ascoltatore una suggestiva sensazione di immersione totale (l'eco, lontana, è quella del dream pop seminale dei Cocteau Twins o delle Lush). E non deve essere un caso se in Portrait troviamo addirittura le parole di una delle più celebri e toccanti poesie di Eugenio Montale - Federica Tassano è in fondo ligure come il grande poeta - a sottolineare che i confini artistici disegnati dai Sooner sono senz'altro ampi e ambiziosi.

15 aprile 2022

SINGOLI: Sea Lemon, VEPS, The Haunted Youth, Humdrum, Chloe Berry, EGOISM, The Boys With The Perpetual Nervousness, Drizzly, SALES, Red Sleeping Beauty, Grushenka, Pipiolas, Sungaze, Janelane, Atmos Bloom, Sapphire & Steel

La selezione di questo mese, come è giusto che sia, è davvero la più primaverile dell'anno

Ecco i 16 singoli che, secondo me, vale la pena di ascoltare per iniziare col piede giusto la nuova stagione.