08 luglio 2026

Attic Ocean - I Promise I'll Try Everyday EP REVIEW


Se mi chiudeste di farvi un nome su chi può essere in questo momento il gruppo più forte del dream pop europeo, la risposta ce l'ho in serbo già da un po' di tempo: gli Attic Ocean da Düsseldorf, Germania. 

I Promise I'll Try Everyday è il terzo ep della band guidata da Hannin Nasirat e idealmente porta a piena maturazione un percorso stilistico iniziato con i due precedenti Retriever e The Heavy Blue And Then After. 

Il mondo in cui i cinque giovani musicisti tedeschi hanno cominciato a muoversi è quello dello shoegaze, ed è ancora evidente nel denso tessuto di chitarre e nelle costruzioni emozionali in crescendo che spesso e volentieri caratterizzano i loro pezzi (qui l'ampia e scenografica Sun può essere un buon esempio). 

La delicatezza intrinseca e l'aerea leggerezza di ogni canzone è però saldamente di marca dream pop, e bastano episodi come Aurora o Coastal per farci rendere conto che gli Attic Ocean giocano nello stesso campionato di gruppi di primo piano come Bleach Lab, Swim School, The Blue Herons o i connazionali Roller Derby, ma anche che possiedono quella attitudine gioiosamente catchy di tante band orientali (Softsurf, Monn In June...). 

Tre cose mi colpiscono profondamente negli Attic Ocean, tutte in qualche modo collegate. La prima è la perfetta e corrusca eleganza del loro suono, ovunque rotondo, soffice e dinamicamente coerente. La seconda è la voce di seta di Hannin, che di quel suono sembra essere il vero motore. La terza è la vitale, energica ed energetica luminosità che ogni pezzo riesce ad emanare, dall'opening Could It Be You (che a me ricorda tantissimo i miei adorati Night Flowers) in avanti. 

Una delle cose più belle uscite nel 2026 senza dubbio alcuno. 

04 luglio 2026

Castlebeat - Castlebeat II ALBUM REVIEW


Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.

A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta. 

Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.

Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità. 

Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.

Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica. 

Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!

30 giugno 2026

SINGOLI & EP GIUGNO 2026

 L'apertura nella nostra collezione di questo caldissimo inizio estate è per forza l'ep degli straordinari she's green, che mette insieme i singoli usciti nei mesi scorsi ed è una grande prova di maturità. ma c'è anche lo split ep con il quale ritornano dopo una vita i Cat's Meaow e gli Autocollants

A seguire tante belle canzoni, dai tedeschi Attic Ocean (sempre più in rampa di lancio) agli Apartamentos Acapulco che rifanno Scarlett dopo 10 anni (l'album nuovo uscirà a settembre). E sì, c'è anche un pezzo nuovo della regina Hazel English...

Titoli di coda con una cosa che con l'indie pop c'entra poco, ma ogni volta che la riascolto mi fa commuovere: il folk pop in purezza di Babehoven

   


 

 












 






25 giugno 2026

Anyone Else Isn't You But The Field Mice COMPILATION REVIEW

Spesso da questi parti parliamo di Indonesia e di quanto stia vivendo un'ondata di indie pop super interessante. Volete la prova definitiva? Procuratevi questa raccolta uscita fresca fresca da quei folli entusiasti indie-nerds della Shiny Happy Records di Tangerang e resterete a bocca aperta. 

L'idea è tanto semplice quanto geniale: prendere sedici band indonesiane e sedici canzoni dal vasto repertorio dei The Field Mice, e vedere che cosa succede. 

Perchè proprio il gruppo di Bobby Wratten? Spiegano dalla label: perchè possiedono quella fragile e inspiegabile grazia e sincerità che in qualche modo rappresenta tutto lo spirito twee originario della Sarah Records. Uno spirito che, dicevamo poco fa, da quelle parti è davvero più vivo che mai, nelle voci un po' sghembe, nelle chitarre ovunque scampanellanti e nelle registrazioni a bassa fedeltà di una miriade di band giovani e meno giovani.

Premesso il fatto che sì, troverete fra le altre anche la monumentale Emma's House - la canzone da cui idealmente tutto l'indie pop di tutti i tempi germina - affidata però alla gentile voce femminile e al jangly essenziale dei Mountain Moves di Bandung, vi immergerete in un piacevolissimo flusso di cover che hanno un doppio pregio: quello ovviamente di farvi riascoltare canzoni immortali, e quello di farvele interpretare da una serie di gruppi che le trattano con l'amore e il rispetto che si deve ai veri classici del nostro genere preferito, senza aggiungere nulla che non fosse necessario. 

Cover tutte davvero riuscite, ma segnalo che mi sono sciolto soprattutto ascoltando Sensitive dai Poplar Tree, If You Need Someone dai The Silent Love, Fabolous Friend dai The Lousy Pop Group, September Not So Far Away (altro monumento pazzesco!) dai Vanishing Muffins, una spettacolare e travolgente Below The Stars dai Tossing Seed (che, diciamolo, sono forse i più bravi di tutti in Indonesia, come abbiamo spesso sottolineato, e qui suonano in modo incredibile!), una elegantissima e morbidissima Between Hello & Goodbye dai Pastel Badge. 

Cercate il disco di questa estate 2026? L'avete trovato: è questo! 

20 giugno 2026

Nuovos Mundos - Este Invierno EP REVIEW


A volte due buoni dischi capitano esattamente nello stesso momento ed uno dei due finisce inaspettatamente per mettere in ombra. In questo caso fra l'altro due dischi pubblicati dalla stessa label, quella piccola multinazionale indie che è la iberica Meritorio Rcords. 

Ad avere la peggio è stato Don't Give Up degli olandesi Maureens, un album di jangle pop un po' retro, raffinato e piacevolissimo, ma che in definitiva non mi ha lasciato molto. 

Dall'altro la travolgente ruvidezza lo-fi dei madrileni Nuevos Mundos, che mi ha letteralmente fatto innamorare del suo spirito obliquo a metà fra l'indie americano dei '90 (quello dei Pavement e dei Dinosaur Jr. per intenderci), la libertà melodicamente elettrica dei Jesus & Mary Chain e la neopsichedelia degli Spiritualized, citati spesso dalla band insieme ai Galaxy 500 come principale modello di riferimento.

Este Invierno, che è in realtà un ep lungo e fa seguito ad un interessante album di debutto omonimo uscito nel 2025, è il classico disco che parte sornione e a poco a poco ti salta addosso con una serie di pezzi che ti fanno letteralmente alzare sulla sedia. 

La raccolta funziona come una macchina del tempo rovesciata, mettendo insieme quattro pezzi nuovi nel lato A e la riedizione delle tre canzoni contenute nell'ep di debutto uscito ben 4 anni fa nel lato B, e può servire come ideale vetrina per chi vuole approcciarsi per la prima volta ai Nuevos Mundos.

Se quindi i primi tre episodi - principalmente la esplosiva Burofax - preparano il campo con una generosa messe di chitarre distorte e con al centro la voce fragile ma molto espressiva di John Galilea, vero motore del gruppo, a partire da Ya Està Bien - vero omaggio allo stile dei fratelli Reid - i madrileni mettono la quinta e piazzano una serie di piccoli anthem alternativi che mi fanno riflettere ancora una volta su quanto sia ancora avanti l'indie pop spagnolo rispetto alle scene di buona parte dei paesi europei. 

Domingos En Casa è un pezzo di debordante vitalità post punk: semplice e dritto come una spada nel suo procedere squadrato alla Ramones, perfettamente entropico nella coda di distorsioni quasi shoegaze. Una meraviglia! 

Invitada parte come una canzone degli Alvvays ma poi prende una strada che ha sfumature cantautorali e si muove con una grazia bizzarra verso un altro splendido crescendo elettrico. 

Mis Plantas è infine una larga, emnozionante ballata di non-amore di commovente delicatezza, che mostra in modo definitivo il grandissimo valore del songwriting di Galilea. 

11 giugno 2026

Widowspeak - Roses ALBUM REVIEW

Da almeno quindici anni i Widowspeak portano avanti in modo perfettamente coerente la loro personale visione del dream pop, che forse non ha mai corrisposto del tutto ai canoni del genere, ma - questo è indubbio - ha fatto rivivere meglio di chiunque altro lo stile dei Mazzy Star (un'altra band seminale ed imprescindibile che è stata volentieri accostata all'etichetta dream pop). 

Ascoltando questo (settimo) nuovo album del duo newyorkese, riflettevo appunto su quali siano i contorni di uno dei generi di cui qui si parla da sempre. Molly Hamilton e Robert Earl Thomas non usano quasi mai la distorsione delle chitarre, non si servono dell'elettricità statica come strumento, non imbastiscono complesse architetture di layers nè pezzi di lunga durata. Tuttavia - esattamente come facevano Hope Sandoval e David Roback - costruiscono canzoni soffuse e sognanti che servono a sollevare l'ascoltatore dal terreno su cui poggia i piedi, ad abbracciarlo e proteggerlo. Cioè quello che fa, che deve fare il dream pop. 

Certo, i Widowspeak, da quando li abbiamo scoperti ai tempi di All Yours (l'album del 2015 che era e resta il loro capolavoro), non si rifanno certo ai modelli inglesi (Lush, Ride, Slowdive), ma hanno le radici ben piantate nel folk americano, e questa è la loro fondamentale caratteristica. 

Da lì i due musicisti, che fra parentesi sono marito e moglie, si muovono per disegnare i loro paesaggi soffusi e "romantici" (le virgolette come enfasi sulla parola), lavorando in modo certosino sui dettagli, e non a caso per Roses si sono presi il loro tempo e si sono trasferiti in un'isoletta greca per lasciare che le canzoni fluissero in modo naturale nel disco. 

Dove l'"aura Mazzy Star" è lasciata più libera di brillare con un'attitudine apertamente (folk) pop - If You Change e Actor: due gioelli - i Widowspeak dimostrano tutto il loro enorme talento. Ma davvero tutto l'album è una carezza a cui sarebbe stupido rinunciare. 

07 giugno 2026

Stay Lunar - The Middle Of The End EP REVIEW

Tre anni fa ricordo di essermi davvero innamorato del dream pop catchy e scenografico degli Stay Lunar: l'ep When The Sun Sets era ed è uno scrigno di pezzi potentissimi e magnificamente orecchiabili. 

Da allora la band di Bristol ha pubblicato alcuni singoli ed arriva oggi ad un nuovo ep (ci saremmo aspettati un album a questo punto, ma pazienza...) che riparte esattamente dal punto dove eravamo rimasti.

Harry Leigh e compagni hanno pienamente in mano il loro stile peculiare e ormai facilmente riconoscibile: grande enfasi sui synth, layers di chitarre che si sovrappongono con intelligente dinamismo, basso e batteria che creano densità sullo sfondo, melodie di accesso immediato veicolate dalla voce sempre leggermente filtrata di Harry e dalla coralità angelica di Holly De Salis. 

Se il pezzo-signature del precedente ep era senz'altro I Like It Whene You're Not Around (riascoltatelo!), qui ce ne sono almeno due che da soli valgono il viaggio: la soffusa ballata con spettacolare crescendo finale Metro Song, e la muscolare, quadrata, synth-driven e perfettamente emozionale Here With You, che può rappresentare bene quello che i cinque di Bristol stanno facendo. 

Ovviamente, una grande conferma!

01 giugno 2026

Fragile Animals - Dead Stop EP REVIEW

Come già notavamo a proposito dell'ep uscito l'anno scorso, i Fragile Animals hanno imboccato una strada sempre più ruvida e notturna per il loro dream pop denso e scenografico.

Victoria Jenkins e Daniel Parkinson sono ormai due veterani della scena e da anni lavorano alla costruzione di uno stile peculiare per la propria band. Stile che sempre di più si concentra su una forte carica di emotività elettrica e che potremmo riassumere come una versione meno levigata e più carica dei Bleach Lab - gruppo a cui spesso li accostiamo, ma per pura comodità.

Il quartetto di Brisbane ha sempre prediletto le chitarre sature e ha fatto girare i propri pezzi intorno alla forte personalità vocale di Victoria. I sei episodi di Dead Stop, dalla fascinosa History (che assomiglia davvero tantissimo ai primissimi Garbage) in giù, funzionano esattamente come siamo abituati a vedere funzionare le canzoni dei Fragile Animals: graffi e carezze in egual misura, melodie di obliqua e avvolgente immediatezza (Dead Stop la più riuscita), energia statica che sfrigola nell'aria come shoegaze comanda, e quei crescendo che nell'architettura della band sono da sempre la chiave di volta. 

22 maggio 2026

Sungaze - I'm No Longer Afraid Of Heights ALBUM REVIEW

La band di Ian Hilvert e Ivory Snow è attiva già da molti anni in quel di Cincinnati, Ohio e questo I'm No Longer Afraid Of Heights è il loro quarto album, ulteriore testimonianza di un ruolo giustamente consolidato nella scena dream pop americana.

Notavamo un paio d'anni fa, in occasione dell'uscita dello splendido album omonimo, quanto i Sungaze avessero trovato a poco a poco il loro spazio fortemente personale in un genere (tutto quello che finisce per -gaze, diciamo) dai contorni vasti e incerti. 

Morbidi, scenografici ed eterei, i Sungaze fanno da sempre girare la loro musica intorno alla voce di miele e velluto di Ivory e riescono a domare l'elettrcità statica insita in ogni loro pezzo mettendola al servizio di una suggestione emozionale crepuscolare e ricca di sfumature in cui è davvero belo perdersi.

Pezzi come House On The Hill (che è un piccolo capolavoro e bisogna dirlo) o Always Looking Behind definiscono bene la prospettiva stilistica della band: uno slowcore che per delicatezza potrebbe assomigliare ai Mazzy Star ma in realtà trova sempre un punto di elevazione verso una dimensione più ampia e luminosa, in una psichedelia di taglio dream pop che deriva forse dagli Slowdive (evidentissima in 180) ed è il vero marchio di fabbrica del gruppo di Cincinnati.

Se già il terzo lavoro era più che convincente, I'm No Longer Afraid Of Heights lo supera per qualità di scrittura e produzione: dalla poderosa e inquieta Another Life al disteso, complesso e spettacolare pezzo conclusivo che dà il nome il disco (molto Great Grandpa, per altro), non c'è un solo momento in cui all'ascoltatore sia permesso di riemergere dall'abbraccio liquido ed introspettivo della band.  

15 maggio 2026

Touch Girl Apple Blossom - Graceful ALBUM REVIEW

A volte basta un nome per definire una band, e non c'è dubbio che i Touch Girl Apple Blossom abbiano scelto di chiamarsi come un versao di una canzone dei Beat Happening per dichiarare il loro senso di appartenenza a una scena - l'indie pop americano della K Records - a cui si ispirano in tutto e per tutto.

Il quartetto viene da un miracoloso microcosmo - quella Austin, Texas, che oltre ad essere una fervida città universitaria è sede di uno dei festival indie più importanti del mondo - in cui suonare con le chitarre, registrare a bassa fedeltà, ispirarsi ad artisti e label degli anni '80, scrivere e stampare fanzine come ai tempi d'oro, è la quotidiana normalità.

Graceful, che è l'album di debutto dei texani, è un disco intriso di una frizzante, onesta, entusiastica, energetica filosofia twee. Olivia Garner e compagni suonano le loro canzoni dirette, rotonde, mid tempo, immediate di un'immediatezza guitar pop solo leggermente spigolosa, come se spuntassero fuori dalla compilation C86 o dal roster della Sarah o (meglio) della K Records. 

Pezzi come The Summer Reminds Me Of..., Vacation, You Made Me Do It o I'm Lucky I Found You traboccano di quella obliqua, fragorosa e contagiosa gioia indie pop che ha fatto grandi band come gli Heavenly, gli Shop Assistants o i Pastels, ma non hanno nulla di filologico o nostalgico, fremono anzi di un'energia creativa che viene da un oggi in cui (per fortuna) la musica brutta non ha avuto alcuna nefasta influenza. 

Una delle più belle scoperte di quest'anno!