(just another) pop song
20 aprile 2026
Prism Shores - Softest Attack ALBUM REVIEW
15 aprile 2026
Sea of Days - Traces ALBUM REVIEW
A solo un anno dall'uscita di Wound, Shane Speed ritorna con un un nuovo album che prosegue il racconto emotivo, introspettivo e scenografico al tempo stesso, del precedente.
E' lo stesso Shane a delineare un'ideale mappa dei suoi modelli, che tracciano una linea dream pop in grado di attraversare band molto diverse come Cure, Slowdive, Ride e The National. Niente da aggiungere: il panorama musicale di Sea of Days è esattamente questo, abilmente sospeso fra le suggestioni morbidamente dark di Robert Smith, lo shoegaze gentile di Neil Halstead, il dinamismo avvolgente di Andy Bell e il fascino in bianco e nero (e la vocalità) di Matt Berninger.
L'esperienza di Shane, che scrive, canta, suona, produce in pressochè totale solitudine (c'è giusto la consueta apparizione di Maud Anyways nella sognante conclusiva Pride), è il vero marchio di garanzia di Sea of Days: tutto - dal suono denso e rotondo alla crepuscolare immediatezza melodica - è curato con mano sicura e grandissimo equilibrio.
Un plauso anche per la splendida copertina!
08 aprile 2026
The Blue Herons - Demon Slayer ALBUM REVIEW
C'è qualcosa di realmente miracoloso nell'esistenza stessa dei The Blue Herons. Miracoloso il fatto che due musicisti riescano a trovare una convergenza artistica così perfetta vivendo e lavorando a 10000 chilometri di distanza: Andy Jossi in Svizzera e Gretchen DeVault in California. Miracolosa l'energia vitale che ogni singola canzone nella carriera del duo contiene e sprigiona dalle origini de progetto ad oggi.
Non c'è dubbio che quella di Andy e Gretchen sia un'idea di indie pop programmatica e coerente. Un'idea che si incarna in modo naturale nella grazia jangly e melodica di ogni pezzo dei Blue Herons, nella pienezza corrusca del suono (Andy è un produttore finissimo e meticoloso), nell'impasto dinamico delle chitarre, nella luminosa chiarezza vocale di Gretchen, nella totale catchyness frizzante e zuccherina impressa nel dna di tutte le strofe, i bridge e i ritornelli.
La via dei Blue Herons al dream pop è da sempre questa: dritta, larga, in piena luce. E' musica fatta per trascinare, per staccare l'ascoltatore dalla realtà e portarlo letteralmente in un'altra dimensione, per trasferire l'energia e lasciare un senso di benessere.
Da Take a Break in avanti non ci sono ombre lungo il cammino: and if you change your mind - canta Gretchen - i'll be waiting here for you. Non c'è ragione di preoccuparsi: tutto andrà bene. Running from a future never quite made / but you keep on moving / keep on dreaming of a day / even if you're fooling and running into the shade / you gotta get up get up get up dichiarano immediatamente dopo le liriche di Demon Slayer: i nostri demoni si possono (si devono) combattere; la musica sta qui apposta.
La musica, certo. Andy Jossi la pensa e la crea così: chitarre che squillano, si inseguono, si gonfiano di elettricità, melodie semplici e circolari, chorus che si ripetono quasi senza sosta, finali scenografici. Dentro, una scia di memorie dream pop che percorrono una traiettoria ideale dai Flock of Seagulls ai Lush, dai Cure più leggiadri alle band dell'ultimo decennio (cito giusto i Night Flowers perché, finché sono esistiti, erano i migliori).
I Blue Herons amano lo shoegazing, non c'è dubbio, ma alla fine hanno un'anima talmente pop che nell'atmosfera liquida e fragorosa di molti pezzi (è il caso di Silent, per esempio) risalta comunque sempre l'immediatezza emozionale della melodia.
On the cold blue skies, the sun still shines inizia Gretchen in Fight or Flight, che è il primo momento di riflessiva morbidezza dell'album dove synth e acustica sono un tappeto elastico sul quale spiccare verso l'alto. Il crescendo nella seconda metà del pezzo è uno di quelli che Andy sa come costruire e riempie davvero l'anima.
La successiva ballata Promises ha qualcosa dei Mojave 3: quella stessa dolcezza sfumata folk pop, quel respiro che si fa largo e leggero a poco a poco.
Decay, con il suo passo variegato, con la sua trina jangly così colorata, fa pensare all'orecchiabilità assoluta dei Fleetwood Mac degli anni '80.
Willow è il singolo più forte del disco ed è in sé un piccolo irruento, quasi sfacciato, trattato dream pop. Il basso è propulsivo e le chitarre sono al massimo del loro scampanellante potere catartico, una culla, un abbraccio, un portale magico verso "un altro mondo, persi dentro la notte". Il vero marchio stilistico dei Blue Herons: l'assenza di gravità che fa fluttuare tutto in aria.
Ormai i piedi da terra li abbiamo definitivamente staccati. E così Lost in a Chateau e My Way ci portano in giro senza fatica con i loro giri facili. I passi li conosciamo: tutto si dilata e si distorce nei finali, ma non c'è traccia di inquietudine, solo eterea suggestione.
Non c'è inverno che possa durare a lungo nelle canzoni dei Blue Herons, e non c'è notte che possa fare paura. E anche se "il vento si fa così forte che tutto sembra soffiare via" noi siamo qui che aspettiamo il sole. Il racconto romantico di Turned to Stone, altro momento di sferzante gloria pop, prima dei sette solenni, sognanti, quasi estenuati minuti di Empty Spaces, che sembra più appartenere al repertorio dei Churchhill Garden (l'altra band di Andy) che ai Blue Herons, ma è una coda perfetta per un album che ha spinto sul pedale della spettacolarità dal primo all'ultimo istante.
In definitiva c'è, nelle canzoni del duo svizzero-californiano, una sorta di inarrestabile forza utopica: il mondo fuori non è mai stato così buio, ma i Blue Herons resistono immutabili con la loro onda di energia positiva, come se la loro musica fosse prima di tutto un fondamentale di genere di conforto per l'anima.
03 aprile 2026
Makthaverskan - Glass and Bones ALBUM REVIEW
Pity Party, il capolavoro che apre il nuovo (quinto) album dei Makthaverskan, da solo dice un po' tutto della band di Göteborg, di come suona e di come vive e utilizza la sua musica. Bene. C'è la voce di Maja Milner, ovviamente, che sfrutta ogni alito di fiato che possiede e si arrampica su e giù per un paio di ottave anche oltre le sue naturali possibilità. C'è Palle che picchia sulla batteria e imbastisce a poco a poco uno di quei crescendo che è uno dei marker stilistici del gruppo. Ci sono le chitarre torrenziali, scampanellanti e appuntite come coltelli di Hugo e Irma che si inseguono, scappano in alto ed esplodono. C'è una melodia rapida e circolare, che ti si imprime in testa dopo un solo ascolto. Ci sono i cori che rendono il tutto assolutamente antemico. Ci sono potenti bordate di rabbia nelle liriche che raccontano di una relazione d'amore che si trasforma in una guerra quotidiana (and what happened to us honey / now it's a pity party / building up an army / winning all the time). E c'è un grido catartico nel finale (get up, don't cry / wantend to let you know why) che accende (forse) la luce nella stanza. Eccolo. Il post punk dei Makthaverskan alla ennesima potenza: arrabbiato e liberatorio, affilato e dolcissimo.
Intendiamoci subito: i Makthaverskan non sono più soltanto "una band", sono un caposaldo, un punto cardinale del genere che amiamo. Hanno una carriera ormai talmente lunga, consolidata, coerente, di livello sempre altissimo che davanti alla loro musica siamo sempre a bocca aperta.
Nel loro quinto lavoro, arrivato dopo una lunghissima pausa, non troviamo alcun indizio di una qualche stanchezza creativa. Anzi, l'energia inarrestabile e muscolare che gli svedesi avevano nel 2009 sembra restare immutata nel 2026, e questa è davvero una dote che solo i grandissimi possono esibire.
I dieci episodi di Glass and Bones disegnano come sempre il paesaggio notturno e pieno di luci baluginanti a cui la band ci ha abituato, un paesaggio urbano periferico e inquieto, una bufera in cui si finisce (metaforicamente e no) sempre a correre per trovare rifugio.
La tempesta perfetta inizia con l'impetuosa Shatter (you paint the skies with a light / and it all keeps falling down on me) e con le sue chitarre che ibridano i Joy Division con The Jesus & Mary Chain. E continua con la versione pop di Siouxie di Glass and Bones: le liriche sono la season 2 di Pity Party, ma non c'è un happy ending nel potente intrico di chitarre e basso della conclusione.
In Black Waters troneggia la voce strepitosa di Maja, nuda, straziante, accompagnata da un emozionante arpeggio elettrico. Una liquida tristezza che avvolge tutto e ci immerge, appunto, in acque oscure.
Ne emergiamo con le lame elettriche, la ritmica uptempo e la furia di Won't Wait, ma soprattutto con il travolgente fittissimo florilegio jangly di Gambo: who are you, and what is my mind urla Maja, correndo a perdifiato sul limite sottile fra follia e lucidità, senza fermarsi mai.
Con Anytime è di nuovo Maja Milner al centro. Il pezzo è un'altra atipica ballata di scheletrica essenzialità, ma la voce spinge verso un ancora più evidente virtuosismo björkiano e le parole finalmente comunicano una morbidezza che finora era rimasta nascosta: go on, if you want you can call on me anytime...
Il carillon di Louie caratrizza un pezzo fuori dagli schemi dell'album e testimonia l'approccio tutto sghembo dei Makthaverskan al pop.
Sui titoli di coda Öken riannoda tutte le tensioni del disco in tre minuti di post punk in purezza, con un finale di basso e batteria da brividi.
Gli album dei Makthaversan da sempre hanno la caratteristica di scorrere con un inesorabile e inarrestabile dinamismo. Glass and Bones non fa eccezione.
Rispetto al passato - a För Allting soprattutto - da un lato, come abbiamo già suggerito, appare evidente come sia più forte il ruolo di protagonista di Maja Milner, e dall'altro c'è una radicale ricerca dell'essenzialità che riporta alla ruvidezza di I e II.
In definitiva un disco che ci mostra una band che sa aspettare l'ispirazione e quando è il momento la dispiega con mezzi che conosce alla perfezione, mescolando con abilità delicatezza e sferzante irruenza.
28 marzo 2026
Meraung - Change EP REVIEW
I Meraung, che sono basati a Bogor (nei dintorni della gigantesca Giacarta), hanno - rispetto a tanti altri connazionali che ho sentito - una marcia in più. Pur venendo, come è giusto, da esordi del tutto DIY e lo-fi (il primo acerbo ma promettente ep Merah Di Tiga lo testimoniava in pieno), la band di Nadya Roshalina suona oggi con un livello di forza, qualità e confidenza per nulla lontano dai grandi del dream pop di oggi come i Bleach Lab, i Rocket Rules, gli Swim School, gli Apartamentos Acapulco o i Say Sue Me più elettrici.
I cinque pezzi di Change sono davvero una compatta e liberante sferzata di energia intrisa di dolcezza shoegazer, e sembrano quasi generarsi l'uno dall'altro in un flusso unico di luminosità cosmica. Every Little Light, non a caso l'episodio centrale del disco, può essere un ottimo esempio del dream pop dei cinque indonesiani: chitarre sature, morbido dinamismo, la delicatezza vocale di Nadya che mette al centro una melodia di studiata e cantilenante semplicità, una struttura perfettamente circolare in cui strofa, bridge e chorus si invorticano l'uno dentro dentro senza soluzione di continuità. L'effetto è una luminosa immediatezza che riverbera in ogni singola nota dell'ep, dall'incalzante inizio Moment With You fino allo scenografico, esaltante e quasi sopra le righe finale di Together We Thrive.
Fino a questo momento, la cosa più bella uscita nel 2026.
24 marzo 2026
Daydream - Trace EP REVIEW
20 marzo 2026
Hater - Mosquito ALBUM REVIEW
15 marzo 2026
Heavenly - Highway To Heavenly ALBUM REVIEW
Gli Heavenly, nell'annunciare il ritorno sulle scene esattamente dopo 30 anni di fermo, hanno promesso che Highway To Heavenly (titolo meravigliosamente spassoso, come sempre) sarebbe stata una raccolta di canzoni "di rabbia, dolore, empatia, amore, messe insieme in opposizione al ritorno del maschilismo che sta rendendo il mondo un posto miserabile e aggressivo". Cioè, come ben sappiamo noi fedeli del culto di Amelia Fletcher, un perfetto disco degli Heavenly.
10 marzo 2026
Salt Lake Alley - Always Out Of Time ALBUM REVIEW
Diventati da duo un quartetto, il gruppo di Stoccolma prosegue lungo la sua strada di filologica riscoperta di un certo guitar pop che ha avuto la sua epoca d'oro tra '80 e '90 e che ha tra i suoi epigoni - li indicano gli stessi SLA come modelli - i Teenage Fanclub, gli Orange Juice, i Felt, i Popsicle, i McCarthy e ovviamente - basta sentire un pezzo come I Miss You - gli Smiths.
Le trine jangly elettro-acustiche delle chitarre sono ovviamente sempre il motore della band, come già in passato. In molti pezzi è evidente l'ambizione di costruire strutture e melodie non completamente convenzionali - e i SLA lo fanno bene perchè hanno sicure capacità tecniche e di scrittura - ma le cose migliori le troviamo comunque dove la leggerezza prende il sopravvento: l'ariosa All The Things You Are, con la sua dimensione byrdsiana e corale, su tutte.
03 marzo 2026
Lucid Express - Instant Comfort ALBUM REVIEW
Fare passare ben cinque anni fra il disco d'esordio (peraltro lodato da critica e pubblico) ed il suo seguito è una scelta sicuramente originale e coraggiosa. Tuttavia i Lucid Express, da buoni maniaci della forma e dei dettagli, hanno evidentemente preferito aspettare pazientemente e limare con cura i loro pezzi prima di pubblicarli, ed hanno anzi scritturato Kurt Feldman - già storico batterista dei Pains Of Being Pure At Heart, fra le tante cose che ha fatto e fa - per mixarli e masterizzarli.
E non c'è dubbio che, oltre al grande talento del quintetto di Hong Kong, ci sia anche lo zampino del produttore americano nella creazione di questo suono così tridimensionale, rotondo e avvolgente che davvero caratterizza ogni singolo istante di Instant Confort.
La ricetta della band è perfettamente aderente a un gusto molto orientale del dream pop: melodie eteree (affidate alla voce di zucchero filato di Kim Ho), paesaggi sonori quasi sempre dilatati, chitarre che virano spesso o volentieri su stilemi canonici dello shoegaze (Faux Sweetness per dire è un esercizio di Mybloodyvalentine-izzazione riuscito al 100%), synth atmosferici sempre baluginanti sullo sfondo, ritmiche che si fanno volentieri torrenziali, e un'idea sottesa a tutto che ogni momento, anche quello più sfumato o carico elettricamente, deve risultare morbido e piacevole. Il che spiega in fondo anche il titolo del disco...
Ne scaturiscono alcuni pezzi di raffinata e sfrigolante bellezza - Aster su tutti - che dimostrano quanto il gruppo sia maturato e quanto comunque voglia restare immune da tentazioni eccessivamente catchy o apertamente pop.









