28 dicembre 2022

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2022



12

Jeanines - Don't Wait For A Sign 

I tredici pezzi del secondo album di Alicia Jeanine e Jed Smith sono altrettante miniature,  perfettamente compiute nei loro due minuti di durata (o meno!), depositarie dello spirito artigianale dell'indie pop delle origini, twee nell'anima e deliberatamente retrò, adorabili in ogni scampanellio di chitarra e in ogni armonia vocale. 


11

Snow Coats - If It Wasn't Me I Would've Called It Funny

Tra tante band di "punk gentile" di oggi, gli Snow Coats sono quella che spinge di più sul pedale pop. Gli olandesi sanno come scrivere una canzone orecchiabile e sono sempre terribilmente efficaci. Il loro secondo disco è un notevole passo in avanti: una infilata di pezzi di energetica piacevolezza, dolci e frizzanti come una bibita ghiacciata nel caldo estivo. 


10

Roller Derby - Singles Collection

Con al centro dei riflettori una cantante, Philine Meyer, che sembra una Nico rinata in veste indie pop, i tedeschi Roller Derby ambiscono ad essere la band più raffinata dell'anno e ci riescono in pieno: grazie ad un afflato pop che parte dall'epoca dorata dei Sixties, attraversa paesaggi post punk ed arriva idealmente alla modernità degli Alvvays, la band piazza - come da titolo - una serie micidiale di singoli di irresistibile piacevolezza. 


9

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens

Non può mancare la quota svedese nella lista dei dischi dell'anno. Quest'anno tocca alla band di Michelle Dzegoeva che, giunta al secondo album, conferma il fascino crepuscolare di un guitar pop che ama le ombre di inquietudine post punk, ma alla fine dà il meglio di sé nelle aperture di sognante gentilezza e di sfrigolante energia catchy. 


8

The Reds Pinks & Purples - Summer At Land's End + They Only Wanted Your Soul

Le colorate row houses di San Francisco, un profluvio di chitarre jangly e una fresca brezza di malinconia. La musica di Glenn Donaldson da sempre si muove su queste strade consuete, e lo fa con il tocco unico, tenero, a tratti disarmante, di un musicista che racconta la vita nelle proprie canzoni. Fra le tante uscite di quest'anno (è nota la inarrestabile prolificità di Glenn), due album che un po' si completano e che meritano di essere ascoltati insieme. 



7

Kindsight - Swedish Punk

L'esordio del quartetto danese è un mix esplosivo di leggerezza e raffinatezza, in nome di un guitar pop che ama tanto i ritmi uptempo quanto la morbidezza melodica e le tessiture jangly. Un po' primi Cardigans, un po' The Sundays, la band di Nina Hyldgaard Rasmussen non disdegna qualche soluzione inusuale nella scrittura dei pezzi e sovrappone delicatezza ed elettricità per ottenere una formula personale di suggestiva immediatezza. 


6

Ex-Vöid - Bigger Than Before 

Rinati come l'araba fenice dalle ceneri dei Joanna Gruesome, i londinesi giocano nello stesso campionato di band come Fresh, Martha ed Happy Accidents, che quest'anno pure hanno pubblicato album validissimi (menzione d'onore per tutte, anche se non sono nella top 12!). Cosa possiedono allora in più le canzoni di Bigger Than Before? Innanzitutto un'urgenza comunicativa fuori dall'ordinario, e poi una capacità di utilizzare stilemi punk con eclettica libertà, una intelligente rilettura della lezione dei Big Star e dei primi Teenage Fanclub e, in definitiva, dieci canzoni di bruciante potenza. 


5

Castlebeat - Half Life

Josh Hwang conosce la formula della perfect pop song: una fresca pioggia di chitarre jangly e synth anni '80, melodie di sognante tenerezza, diffuse memorie dei New Order e dei Cure più melodici, il tutto con un cuore palpitante di essenzialità lo-fi. Le canzoni di Half Life sono il perfetto riassunto di quello che sono da sempre i suoi Castlebeat, talvolta quasi algide e geometriche, ma più spesso illuminate da una sfolgorante leggerezza. 


4

The Beths - Expert In A Dying Field

I Beths, non c'è dubbio, sono una band che si diverte da matti a suonare insieme. E così Elizabeth Stokes e i suoi tre compagni, arrivati al terzo album con la sicurezza nei propri mezzi tipica dei veterani, fanno alla grande (con quel misto di spontaneità e cura dei dettagli che da sempre li contraddistingue) ciò che sanno fare meglio: sfornare canzoni power pop intessute di chitarre energetiche, armonie vocali e una coinvolgente luminosa ironia. Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! 


3

Basement Revolver - Embody


E' sempre notte negli album del gruppo canadese: una notte che è metafora di un profondo disagio in cerca di riscatto, satura dell'elettricità statica di chitarre quasi shoegaze, illuminata dal bagliore caldo della strepitosa voce di Chrisy Hurn e trascinata con forza inarrestabile verso la luce del giorno dai quei poderosi crescendo immersivi che da sempre sono il vero marchio di fabbrica della band. Un disco emotivo ed emozionante, di intensa, vissuta e liberatoria introspezione, etereo e rumoroso insieme, sostenuto dall'ambizione di costruire prima di tutto un'esperienza totalizzante e catartica. 


2

Say Sue Me - The Last Thing Left


Nella loro ormai consolidata carriera, i coreani Say Sue Me hanno dimostrato di poter essere tante cose insieme: ruvidi e raffinati, essenziali ed eclettici, intimi ed elettrici, delicati e concreti, facendo della gentilezza - in tutti i sensi - il tratto distintivo della loro personalità musicale. Sumi Choi e compagni con i dieci pezzi di The Last Thing Left hanno confezionato il loro album più meditato e completo, mescolando con la consueta sorridente intelligenza pezzi di cristallina orecchiabilità, momenti di luminosa leggerezza dream pop e squarci di fragilità acustica. 


1

Alvvays - Blue Rev



L'album forse più atteso degli ultimi anni - anche per il poderoso iato temporale intercorso rispetto al precedente -  ha mostrato in modo impressionante quanto la band di Molly Rankin sia all'apice di un arco creativo iniziato agli esordi e destinato senz'altro a dare frutti ancora a lungo. Al terzo disco di una carriera già consacrata da critica e pubblico fin dai primi singoli, il quintetto di Toronto ha ormai acquisito una maturità tale da rielaborare modelli e suggestioni provenienti da decenni e contesti diversi (con una predilezione per gli '80, vissuti come un'età dell'oro in cui chitarre e synth convivevano in armonia perfetta) in uno stile che sta ripensando l'indie pop stesso, innovandolo dalle radici e lasciando la propria firma riconoscibilissima e indelebile nella storia del rock. 
I 14 episodi di Blue Rev, pescando la propria ispirazione nella memoria condivisa delle due fondatrici della band, Molly Rankin e Kerri MacLellan, sono costruiti con un lavoro di cesello (scrittura-esecuzione-produzione) che lascia senza fiato e fa scoprire ad ogni nuovo ascolto particolari nuovi che non si erano notati prima: una citazione inattesa, un cambio della dinamica, un'intuizione lirica e narrativa. Uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, si succedono capolavori come "Pharmacist", "Easy On Your On", "After The Eartquake", "Tom Verlaine", "Many Mirrors", "Velveteen", "Very Online Guy","Belinda Says", "Lottery Noises", così potenti, travolgenti e immediati nella loro sintesi che risolve tutto in due minuti o poco più, così complicati nella loro anodina e a tratti vertiginosa stratificazione sonora. Un album epocale per il genere che rappresenta, talmente ricco che è  facile (e terribilmente piacevole) perdersi tra le sue spire, ma in cui in definitiva ci si ritrova sempre, aggrappati alle sfavillanti scie melodiche di ogni pezzo. 

20 dicembre 2022

Galore - Blush EP REVIEW

Se pensiamo a band/artisti come The Red Pinks & Puroples, Jeanines, The Photocopies, Field School, Castlebeat, The Umbrellas, ci renderemo immediatamente conto di come l'anima del jangly pop sia ancora così viva e vivace ai nostri giorni. 
Ai nomi citati, possiamo senz'altro aggiungere anche quello dei Galore, che sono (nemmeno a farlo apposta!) di San Francisco, cioè la patria ideale di tutte le chitarre scampanellanti, e che hanno già all'attivo un paio di dischi screziati di punk pop lo-fi.

Il quartetto, dove tutti partecipano alla parte vocale (è, a mio parere, uno dei loro plus), pubblica oggi un EP che è una vera delizia per gli appassionati dell'indie pop più delicatamente artigianale e che evolve il proprio stile in modo significativo.

Nei cinque episodi prevalgono chitarre che potrebbero ricordare i Velvet (ma anche i primi Belle & Sebastian), melodie di grande piacevolezza twee, un impasto sonoro programmaticamente a bassa fedeltà ma in realtà sempre efficace ed avvolgente. Con in coda un pezzo - Second Moon, splendido davvero - che apre ad un dream pop dolce, disturbante ed ipnotico al tempo stesso. 

15 dicembre 2022

Model Shop - Love Interest ALBUM REVIEW

Non so se sia un caso o ci sia qualcosa di studiato, ma nello stesso mese è accaduto che ben tre membri dei Math & Physics Club abbiano pubblicato album con band parallele. Abbiamo di recente lodato il lavoro di Charles Bert con il progetto Field School, ed ora non possiamo che spendere parole entusiastiche anche per Etahn Jones e Kevin Emerson, che insieme alla bassista Jen Fox hanno fondato i Model Shop. 

Intendiamoci subito, il DNA dei M&PC è ben presente (ed evidente) sia nei Field School che nei Model Shop: si tratta ovviamente di musicisti cresciuti con gli stessi modelli e svezzati alla scuola del grande indie pop americano della K Records.

Tuttavia, se Bert sembra avere cercato di cogliere l'anima della band con cui ha suonato per un decennio cercando un'essenzialità quasi artigianale, Jones ed Emerson hanno decisamente puntato più su una dimensione pop meno legata alle chitarre jangly e più elaborata anche sul versante formale.

In Love Interest si succedono allora pezzi che brillano per la loro esuberanza catchy, che senz'altro hanno un occhio retrospettivo sul mondo Sarah / Creation, ma abbracciano tutta un'estetica che tocca cose anche disparate (gli XTC, i REM, il brit pop più raffinato, un po' di classicismo adult rock, il power pop dei New Pornographers e l'indie dei '90 più morbido, diciamo alla Nada Surf), pieni di chitarre croccanti e armonie vocali. Tra tutti, il piacevolissimo uptempo di Lucky, il crescendo spettacolare e quasi sopra le righe di Letters To Melissa, il formidabile riff che apre Millionaires, il piglio sbarazzino di Compilation Tape

Parlavamo del disco dei Field School un tesoretto di cose belle. La definizione calza perfettamente anche per questo Love Interest, reso senz'altro prezioso dal tocco pop di tre musicisti di grande esperienza. 

10 dicembre 2022

My Raining Stars - The Life We Planned EP REVIEW

Abbiamo citato Thierry Haliniak giusto un anno fa a proposito dell'interessante disco di debutto dei Meyverlin, band spartita a metà con Philippe Lavergne. Ritroviamo volentieri oggi il musicista francese  impegnato con il suo progetto solista, My Raining Star, che esiste da più di vent'anni - con pause più o meno lunghe - e che quest'anno ci ha regalato un album che abbiamo molto apprezzato, 89 Memories, e ora un EP veramente imperdibile.

I cinque pezzi di questo The Life We Planned escono dalle stesse sessioni di registrazione dell'album e quindi in teoria sarebbero dei classici lati B, ma la qualità è talmente alta che non ci meravigliamo che Thierry abbia voluto dare seguito immediato a 89 Memories.

Abbiamo già avuto modo di parlare dell'amore di Haliniak per l'indie pop originario, quello fiorito tra fine '80 e inizio '90, e di lodare la sua capacità di introiettarne il linguaggio facendolo proprio e trasformandolo in uno stile personale. Non ritroverete quindi una definita traccia di una particolare band degli anni d'oro nelle canzoni di My Raining Star, ma un piccolo universo guitar pop in bottiglia, dove potrete sentire echi di Ride, Primal Scream, Field Mice, Cure, i primi Teenage Fanclub, Jesus & Mary Chain, e così via. 

Ovvio che per noi vecchi maniaci di chitarre scampanellanti e sfrigolanti è un po' come andare a nozze, e in pezzi di cristallino dinamismo come Mirror 2 (è in verità una riedizione di Mirror, che apriva un EP del 2020), Summer's Gone, What Can We Do e The Life We Planned, c'è davvero il piacere  non solo di ascoltare qualcosa di bello, ma di condividere con chi l'ha concepito la stessa idea di "perfect pop song". 

04 dicembre 2022

fine. - Love, Death, Dreams And The Sleep Between ALBUM REVIEW

All'inizio dell'anno i fine. hanno pubblicato un doppio album che conteneva in realtà tutta la loro produzione precedente, EP e singoli, sin da quando nel 2017 Alice Cat e Liam James Marsh hanno cominciato a collaborare mantenendo comunque l'impegno solista (Alice) e con la band (i Kid Chamaleon di Liam). Se non avete mai sentito la musica del duo è un'ottima occasione per farlo senza doversi muovere fra una mezza dozzina di pubblicazioni sparse. 

Non fa in tempo a terminare il 2022 che i due musicisti sono già pronti con del materiale completamente nuovo e, sorpresa, siamo di nuovo davanti ad un album dalla dimensione poderosa: 19 pezzi ed un titolo, Love Death Dreams And The Sleep Between, che sembra parimenti ambizioso. 

Lo stile dei fine. è ormai consolidato e pienamente riconoscibile: la matrice è senz'altro folk e cantautorale, la realizzazione - come abbiamo già avuto modo di scrivere - abbraccia un'idea indie nutrita tanto di Neutral Milk Hotel quanto di Death Cab For Cutie, che da una matrice acustica va sempre alla ricerca di un crescendo catartico, mantenendo una essenzialità artigianale. 

Da sempre Alice e Liam brillano soprattutto in pezzi mossi e corali come New Skin / Good Life o Keep My Head Up o ancora Saints In The Morning, che trovano la loro quadratura in ritornelli programmaticamente catchy in cui le voci si alternano e sovrappongono con un festoso dinamismo (provare a togliervi dalla testa quello killer di Forgive Me). Ma anche negli episodi intrisi di una  delicatezza decisamente twee (il jingle jangle di Lens ad esempio) c'è sempre una quasi febbrile tendenza a spingere scenograficamente, con un effetto che potrebbe idealmente ricostruire la colonna sonora (e la narrativa tenera e umanistica) di un qualsiasi film di Wes Anderson. 

Nei quasi venti pezzi dell'album non c'è davvero un momento morto, a testimoniare quanto Alice e Liam - tra Boston e Sheffield - abbiano trovato evidentemente un filone d'oro creativo nella loro collaborazione, tanto che la sequenza senza soluzione di continuità di piccoli anthem alternativi che hanno messo insieme (Tired Eyes, Same Floor, 9 Years - quest'ultima forse la più esplosivamente pop del disco) riflette in modo perfetto l'entusiasmo contagioso che i due musicisti stanno mettendo in questo progetto. 

29 novembre 2022

Holy Now - Dream Of Me ALBUM REVIEW


Ascoltando il nuovo disco degli Holy Now, mi chiedevo a quanto tempo fa risalisse quell'album di debutto,  Think I Need The Light, che li ha fatti conoscere consacrandoli immediatamente come indie band di culto. L'impressione - vista l'impronta indelebile che mi aveva lasciato il gruppo svedese con il suo esordio - è che fosse uscito uno o al massimo due anni fa. E invece, controllando meglio, di anni ne sono passati quasi cinque. Tanti.

Non ho idea di cosa sia successo da allora ad oggi e se ci sia un motivo per tanta attesa, tuttavia Julia Olander e compagni sono sbucati nuovamente fuori dalla notte in cui erano entrati, e questo Dream Of Me è davvero - per restare nella metafora - un faro luminosissimo. 

Nell'iniziale Ballad, nuda e un po' spettrale, riconosciamo quel "cuore di ombre" che batteva sotto la levigata superficie di Think I Need The Light: la voce apparentemente così fragile e al contempo così emozionante di Julia, il disegno semplice ma sottilmente impenetrabile delle melodie senza tempo e genere degli Holy Now. 

Le chitarre, quelle che dagli esordi rendono così peculiare lo stile della band di Malmoe, arrivano solo con il secondo episodio, Places, dove ritroviamo in pieno gli Holy Now che avevamo lasciato tanto tempo fa: un'eleganza in crescendo che fiorisce come un albero in primavera su uno scheletro di essenzialità post punk, con cori e strumenti che germogliano l'uno dall'altro in un paesaggio sottilmente inquietante.

Hold Me / Know Me, primo singolo già scoperto con piacere sei mesi fa, sviluppa con perfetta cura formale la poetica sonora degli Holy Now: quasi algida e schematica al primo impatto, di eterea spiraliforme morbidezza nel magistrale sviluppo del pezzo. Una meraviglia che si sfalda all'improvviso dopo tre minuti, quasi come un fiocco di neve che si scioglie al primo calore. 

Dream Of Me porta avanti l'idea di invernale delicatezza del jangle pop della band, la stessa che troviamo in sostanza anche nel resto del disco, dove spesso i ritmi rallentano e la narrazione di Julia - quella voce che spinge naturalmente in alto e sembra sempre sul punto di rompersi - si eleva sopra un contorno di tremula raffinatezza (Never Fall In Love Again) e risplende a tratti di luce propria facendo ruotare tutto intorno a sé (Silk) in un'atmosfera di tensione trattenuta, che si scarica in istanti di bellezza sognante (Alright).

Don't You Understand, perfetto spannung dell'album, con il suo piglio a metà tra girl group degli anni '60 e micidiale semplicità elettrica alla Jesus & Mary Chain, è il gioiello incastonato nel punto più alto del disco e mostra in modo definitivo, da un lato, quanta personalità emani la band di Malmoe, e dall'altro un coraggio non indifferente nel creare piccole architetture pop che si spengono appena prima di diventare pienamente catchy (è una scelta programmatica nella scrittura del gruppo, da sempre). 

Every Time The Morning Comes, ballad crepuscolare fatta di armonie vocali e uno strum di chitarra, basilare e ripetuto, chiude Dream Of Me con il lato opposto di come era iniziato: una sorta di catarsi raggiunta che sembra promettere serenità nel primo bagliore di un alba nordica. La dimensione è totalmente cantautorale, e questo in definitiva è la firma con cui Julia e i suoi tre compagni sembrano siglare il proprio stile, tenendosi sempre a distanza dalla tentazione di un ritornello troppo cantabile o di una ritmica troppo dinamica. Con gli Holy Now siamo in un'affascinante notte boreale, dove le luci sono abbaglianti ma in un modo mai convenzionale.

25 novembre 2022

Gladie - Don't Know What You're In Until You're Out ALBUM REVIEW

Augusta Koch è stata per quasi un decennio la cantante delle Cayetana, una piccola istituzione dell'indie della East Coast. Sciolta la band, ne ha prontamente riformata un'altra, più ambiziosa e numerosa, che ha chiamato Gladie (o gladie con la g minuscola, sembra di capire). 

L'album di debutto di Augusta e compagni va a infilarsi sicuramente nell'affollata strada dei gruppi nostalgici dell'età d'oro dell'indie americano (i primi Novanta) e innamorati di un'etica pop punk che, pur con declinazioni piuttosto diverse, vede viaggiare sulla stessa carreggiata i Beths o i Martha. 

Non è un caso se Purple Year, Born Yesterday e Mud i due pezzi che aprono il disco di debutto dei Gladie, abbiano ritmiche uptempo, chitarre piuttosto spigolose ed un'attitudine piuttosto lo-fi, che in fondo ricordano molto da vicino gruppi di garage pop che amiamo come i Reemember Sports (For A Friend sembra veramente uscire da un lavoro dei loro concittadini). 

Poi però arriva una canzone davvero memorabile, corale e travolgente come Hit The Ground Running che sembra cambiare un po' le carte in tavola e sposta il focus su un cantautorato appena sporco e apertamente melodico che non può non far venire subito in mente le cose migliori di Waxahatchee. 

L'album prosegue su questa falsariga, alternando numeri più veloci (e terribilmente catchy) come Nothing o Heaven Someday ed altri dai contorni più ampi e morbidi.

19 novembre 2022

Field School - When Summer Comes ALBUM REVIEW

Tutto cominciò nel 1982, quando il frontman dei Beat Happening Calvin Johnson fondò la K Records a Olympia, Washington, diventando il più fervido hub di creazione e distribuzione del primo indie americano (ed europeo, che era selezionato qui e prodotto in cassette) della West Coast. 

A Olympia - siamo nei dintorni della piovosa Seattle - nasceva più o meno in quel torno di anni anche Charles Bert, che all'inizio degli anni '00 si mise insieme ad alcuni amici appassionati proprio dei dischi della K e battezzò la sua nuova band Math & Physics Club, iniziando la piccola grande storia (per nulla terminata) di uno dei gruppi fondamentali del jangle pop americano. 

Bloccato nella solitudine casalinga dalle restrizioni pandemiche, Bert ha cominciato quasi per gioco a registrare pezzi nuovi suonando ogni strumento di cui aveva bisogno. E' la genesi di questo progetto sostanzialmente solista chiamato Field School, che ha fruttato diversi EP nei mesi passati e che è arrivato finalmente all'album - bizzarra la definizione, vista la ventennale carriera di Charles - di debutto. 

I dodici pezzi raccolti in questo When Summer Comes sembrano raccogliere in un guscio di noce l'anima profonda dell'indie pop dei M&PC: la placida malinconia delle melodie, la gentilezza twee mescolata in modo perfettamente equilibrato al suono leggermente sporco e sempre scampanellante delle chitarre, una studiata essenzialità artigianale che è la stessa del nostro amato Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples) ed un'attitudine sempre luminosa che ricorda i primissimi Belle & Sebastian e certe perle dei Magnetic Fields. 

Canzoni quasi nude nella loro ricercata semplicità, che riescono con pochi mezzi ad emozionare (ne cito solo una tra tante, If You See Me Around Just Act Like You Didn't, che è un gioiellino senza tempo).

Un disco che è un tesoretto prezioso di cose belle, depositarie di un'intera tradizione di indie pop.


15 novembre 2022

Smut - How The Light Felt ALBUM REVIEW

Ascoltando Soft Engine, il pezzo che apre l'album  degli Smut, ho avuto l'impressione (piacevolissima) di trovarmi davanti a una di quelle canzoni pop dinoccolate, avvolgenti e torrenziali di cui erano capaci trent'anni fa i Ride. Tanto è bastato per inoltrarmi nel resto del disco e innamorarmi di questa band basata a Chicago che non avevo mai sentito nominare, nonostante abbia già pubblicato diverse cose e sia attiva da diversi anni.

Quasi tutti gli episodi possiedono un luminoso dinamismo midtempo, che scorre fluido su chitarre jangly, elettricità di misurato equilibrio e melodie di delicata immediatezza, che delineano un'idea decisamente accessibile di dream pop non dissimile da quella di band come i Night Flowers o - per rimanere alla stretta attualità - i Bleach Lab, i Tallies, i Say Sue Me. 

Pezzi di grande apertura come After Silver Leaves, Let Me Hate, Believe You Me, Janeway, Person Of Interest, possiedono una brillante e rotonda morbidezza in grado di sovrapporre istanze indie decisamente figlie dei '90 (soprattutto britannici) ad un'attitudine che è pianamente pop e a tratti quasi twee,  che la graziosa voce di Tay Roebuck valorizza a pieno. 

11 novembre 2022

Bleach Lab - If You Only Feel It Once EP REVIEW

Dicono sa sempre i Bleach Lab di prendere ispirazione dai Mazzy Star e dagli Smiths, due band che a parte una sensibile propensione melodica che può accomunarli sono due ingredienti che difficilmente starebbero insieme nello stesso piatto. Però, a ben vedere, fin dagli esordi le chitarre del gruppo londinese hanno un impasto un po' smithsiano, così come la splendida voce di Jenna Kyle possiede un riflesso dell'eleganza di seta e notte di quella, unica e inimitabile, di Hope Sandoval.

Paragoni a parte, i Bleach Lab in brevissimo tempo sono già arrivati a dare un seguito al disco precedente, che abbiamo lodato sinceramente un anno fa esatto. La scelta di Jenna e compagni è evidentemente quella di prediligere la forma dell'ep, ed eccoci allora davanti a cinque pezzi che riprendono il discorso dove era stato interrotto e lo declinano con quella raffinatezza formale che è il vero marchio di fabbrica della band e che - parere personale - li fa assomigliare molto ai texani Sun June, che pure hanno i Mazzy Star tra i loro modelli.

Episodio dopo episodio troviamo synth liquidi, chitarre ora baluginanti (Pale Shade Of Blue) ora più scintillanti (Obviously), una sezione ritmica sempre avvolgente, ed una serie di melodie di carezzevole ampiezza, che spesso e volentieri amano dilatarsi in paesaggi emozionali (If You Only Feel It Once). Con la carismatica personalità di Jenna Kyle sempre ben al centro di tutto. 

Nella pur breve carriera dei Bleach Lab, senza dubbio alcuno la loro produzione migliore, perfettamente a fuoco e immensamente piacevole.