28 settembre 2023

Subsonic Eye - All Around You ALBUM REVIEW

Quanta strada hanno fatto artisticamente i Subsonic Eye! Già con l'album di due anni fa, la band di Singapore aveva mostrato quanto sapesse maneggiare con l'intelligenza la materia indie pop, facendo passi da gigante rispetto alla dimensione ancora acerba e lo-fi degli esordi.

All Around You alza ancora il livello e ci propone dieci pezzi di guitar pop tagliente e insieme catchy, raffinato nelle strutture e suonato con grande perizia (i due chitarristi sono indubbiamente capaci e mescolano con garbo scampanellii e distorsioni), dotato quasi ovunque di un perfetto dinamismo uptempo propulsivo e per nulla scontato nella scrittura (Bug In Spring mi pare che rappresenti bene l'idea). 

Nel complesso, il quarto disco dei Subsonic Eye è stilisticamente compatto, ricco di personalità - inutile ormai paragonarli ai Say Sue Me, la strada è ormai del tutto personale e riconoscibile - e infila una serie di canzoni di grande forza e piacevolezza (J-O-B e Yearning su tutte) impreziosite da liriche di sicura qualità e dalla voce appassionata di Nur Wahidah. 

25 settembre 2023

EP E SINGOLI [END OF SEPTEMBER EDITION]

EP

Per questa selezione di inizio autunno non possiamo che aprire con il nuovo dei Field School: la band di Olympia, Washington ci delizia con un'altra eccellente (e tenerissima) prova di twee pop a bassa fedeltà ed alta qualità.


Vi piace il dream pop più rotondo e melodico? Allora i Dreamcoaster fanno al caso vostro. L'ep di Jane e Andrew Craig pesca davvero nella tradizione indie pop inglese ed è orecchiabile fino all'ultima nota. 


Non so nulla di Pash, se non che viene (vengono?) dall'Australia. So però che i tre delicati e bizzarri pezzi di questo ep sono totalmente adorabili (e la copertina pure!). 


Lo so, non ne potete più, ma Glenn Donaldson ha un altro ep fuori ed è - nemmeno dirlo - molto bello. Volete continuare a fare collezione di row houses color pastello? 


The bv's continuano a sperimentare vie nuove tra jangly ed elettronica. 


I Blanco Tranco vengono da Melbourne, dicono di fare "surf malinconico" ma non è vero: suonano un guitar pop raffinato e dinamico, con una cantante che sa il fatto suo. Sei pezzi notevoli nel loro ep.


I Laughing Chimes sono di Athens, Ohio, ma assomigliano tanto a quella famosa band di Athens, Georgia. Chitarre jangly, spirito lo-fi. Tre pezzi amabili. 


Il post punk che ci piace, quello con le chitarre liquide, i synth atmosferici e la traccia vocale sommersa dal resto. Tutto nell'ep del tedesco Phantom Youth, che esce per la Spirit Goth di Josh Hwang. 


SINGOLI

Posto d'onore scontato: è dei miei amati The Blue Herons. Andy Jossi e Gretchen DeVault ci regalano un altro piccolo capolavoro di dream pop stellare. 


Quanto mi piace questo pezzo dei giapponesi Stomp Talk Modstone! Muri di chitarre e miele. 



E quanto mi piace anche questo dei Mica Flakes. Ancora dal Giappone, con uno spirito brit pop nostalgico ed entusiasmante. 

Posso non segnalare un pezzo che si intitola "My Life Is Better With Indiepop"? E' degli indonesiani Anselmus ed è un omaggio divertito alla Sarah. 


Gli Atmos Bloom e la loro morbidezza elettrica.


L'estremo Oriente è la nuova frontiera del dream pop. I Death Of Heather sono tailandesi. 


Una canzone pop che ho adorato: è di Chris Charlton, in arte St Cyrus. 


L'anima dei nordirlandesi Bobsled Team è un po' antifolk, ma in una versione spontanea, colorata ed elettrica.


Cantautrici. La prima che segnalo è la norvegese Bo Milli. C'è del talento. 


La seconda è Catherine Moan, direttamente dagli anni Ottanta (e da Los Angeles).


Un po' di Spagna non manca mai. Ecco il pop punk delle Pipiolas (questa la canticchio da una settimana!).


Da Bandung, Indonesia - e non dal catalogo Sarah Records, come sembra - il pop da cameretta di Lawrence & Kim. 


E chiudiamo con un po' di sana energia sopra le righe. The Covasettes, da Manchester. Non dovrebbero piacermi ma mi piacciono. 

22 settembre 2023

Castlebeat - Nothing EP REVIEW

Cantante, multistrumentista, animatore insieme alla moglie della Spirit Goth Records (giusto qualche giorno fa il matrimonio: auguri!), Josh Hwang è da anni una figura chiave per la scena post punk americana. Con il suo progetto Castlebeat ha sperimentato vie diverse per il genere di cui è innamorato, muovendosi sempre ad alti livelli tra dream pop e un indie più spigoloso, mettendo insieme e alternando di volta in volta chitarre più o meno acide e synth nostalgici degli anni Ottanta.

Con questo nuovo - in verità davvero inatteso - ep, Josh prosegue nel suo lavoro come one man band e sforna un prodotto piuttosto diverso rispetto a quel Half Life che ci aveva fatto sobbalzare sulla sedia per quanto era elegantemente completo e complesso. I sei pezzi di Nothing non possiedono la leggerezza quasi sbarazzina del disco del '22, ma si scavano da subito una traccia profonda in un orizzonte post punk da un lato più scabro, elettrico, oscuro, marziale nelle ritmiche ed essenziale, dall'altro impregnato di un'aria lisergica che dilata i suoni delle chitarre rendendole densamente liquide, in una dimensione che potremmo definire "dreamgaze". 

I sei pezzi in verità possiedono una grande coerenza stilistica e si assomigliano un po': ritmo upbeat gentilmente ansiogeno (Joy Division e New Order sono sempre dentro il quadro nella musica di Hwang, così come i Cure e Jesus & Mary Chain), voce filtrata, chitarre abilmente annodate (è da sempre il marchio di fabbrica di Castlebeat), melodie sognanti e inquiete al tempo stesso. Grow, a mio parere, l'episodio meglio riuscito, insieme alla conclusiva ampia e sottilmente psichedelica Sunlife, che sembra venire direttamente dai primi Primal Scream. 

18 settembre 2023

Soft Science - Lines ALBUM REVIEW

Giusto pochi giorni fa - a proposito dell'atteso disco appena uscito - parlavamo di quanto sia stata seminale una band come gli Slowdive. La conferma mi pare venga naturale ed evidente ascoltando il nuovo album dei californiani Soft Science, un gruppo che potremmo tranquillamente definire come dei veterani, visto che sono in giro da almeno una dozzina d'anni (e più, considerando che hanno suonato anche altrove). 

Non c'è dubbio che un pezzo come Low, che apre il disco con i suoi morbidi cuscini di synth e chitarre, abbia forti radici nello stile peculiare di Halstead e Goswell, così come nel dream pop delle origini, quello dei Cocteau Twins e delle Lush (a questo proposito, sentite Stuck e soprattutto Hands) e persino nello shoegaze dei My Bloody Valentine (Zeros). L'orizzonte sonoro del sestetto di Sacramento d'altra parte da sempre disegna questo tipo di paesaggi, con tutti gli omaggi del caso anche alla lezione dei The Cure più dilatati e sognanti (davvero palesi in Deceiver).

Il quarto lavoro sulla lunga distanza di Katie Haley e compagni arriva dopo un lavoro lunghissimo, che è partito prima della pandemia, l'ha attraversata e deve aver conosciuto un cesello produttivo quasi maniacale negli ultimi anni. Lo percepiamo bene in un pezzo come Sadness, con il suo scintillante florilegio di chitarre jangly, ma anche nella luccicante aura superpop, quasi quasi sopra le righe, di Kerosene, una canzone che potrebbe piacere sia ai fan di Hatchee che a quelli (esageriamo pure) dei Coldplay. E in quella gemma di chitarre e suoni elettronici che è True, che sembra presa a prestito dai Pains Of Beeing Pure At Heart più catchy. 

14 settembre 2023

Helpful People - Brokenblossom Threats ALBUM REVIEW

Qualcuno sicuramente avrà modo di brontolare: ma ancora Glenn Donaldson? Beh, sì, vero, ancora Glenn Donaldson. Ma non è certo colpa mia se il musicista di San Francisco ha una produzione apparentemente inarrestabile e inesorabilmente di alta qualità.

In questo caso il progetto non è il consueto The Reds Pinks & Purples, ma un duo con Carly Putnam dei The Oilies chiamato Helpful People (tutto maiuscolo in verità, ma è una scelta grafica che fatico a sopportare).

Poco più di un anno fa era uscito (chi se n'è accorto?) un ep digitale che portava lo stesso bizzarro titolo di quest'album. Poi, nel frattempo, Glenn e Carly hanno aggiunto sette nuovi pezzi a quelli originari, ed eccoci davanti a quello che dovrebbero essere un disco di debutto in comune per i due veterani della scena californiana. E che disco!

Cosa troverete di diverso negli Helpful People rispetto ai TRP&P? Innanzitutto una bella, elegante, vagamente algida voce femminile. E poi una quota di chitarre sfrigolanti che qui sono dominanti e che nella prima band di Donaldson sono un optional occasionale al placido e malinconico jangly pop per cui lo adoriamo. 

Per il resto l'anima musicale di Helpful People è quella a cui Glenn ci ha abituato (bene) da anni: le canzoni hanno uno schema melodico di fondo che riconosceremmo sempre alle prime due note e l'artigianato lo-fi della produzione ha sempre quella tenera raffinatezza che sappiamo e che amiamo.

Si succedono quindi una dozzina di pezzi di inquieta delicatezza, molto elettrici, quasi sempre terribilmente catchy, che in definitiva assomigliano più alla proposta retrò fuzzy dei Jeanines (con una notevole ruvidezza in più) che a quella più sfumata e colorata a pastello delle altre produzioni di Donaldson, a momenti una versione californiana dei Velvet Underground con Nico, più spesso una versione twee dei Jesus & Mary Chain, ma anche un po' i Fear Of Men (per lo stile del cantato, ma anche per il mood un po' psichedelico del tutto). 

Insomma, tanta tanta roba! Una chicca da non perdere!

10 settembre 2023

Hurry - Don't Look Back ALBUM REVIEW

Matt Scottoline ha raccontato di essere cresciuto nella natia Philadelphia nei primi '90 letteralmente immerso nella musica di Teenage Fanclub, Oasis, Lemonheads, Guided By Voices e di tutte quelle band che mettevano gioiosamente insieme chitarre, melodia ed elettricità. Ovvio che nel codice genetico dei suoi Hurry ci siano ben impressi tutti i caratteri di quella scena, tanto che in tutti gli album (cinque con questo) del gruppo è evidentissima l'adesione piena consapevole ed entusiastica a tutti i modelli citati.

Uscito a pezzi da una lunga relazione, Matt ha confessato di avere riscoperto Songs From Northern Britain dei Teenage Fanclub - il disco più apertamente pop del terzetto scozzese - e di avere trovato dentro quel capolavoro assoluto non solo conforto umano, ma soprattutto l'ispirazione per le sue nuove canzoni. 

E non è un caso già dall'iniziale spumeggiante Didn't Have To Try l'aria che si respira a pieni polmoni è quella leggera, frizzante e profumata di primavera dei Teenage più melodici. 

Il tocco magico di Scottoline, ovvero quella capacità innata di inserire una delicatezza quasi twee dentro pezzi di onesto e robusto power pop, è alla sua massima espressione in ciascuno dei dieci episodi di questo Don't Look Back (titolo che è ovviamente un omaggio ai TF, ma a me piace pensare anche a Noel Gallagher): chitarre squillanti a profusione, armonie vocali, ritmiche amabilmente midtempo e una immediatezza catchy mai così micidiale come oggi. 

Si succedono quindi senza soluzione di continuità perfette pop love songs di luccicante rotondità, impreziosite spesso e volentieri da una sezione di fiati che le rende ancora più limpide e solari. Beggin' For You è la canzone degli Hurry più bella di sempre. Parallel Haunting la segue a ruota. Little Brain potrebbe essere tranquillamente una outtake di Morning Glory degli Oasis...

Ascoltando la musica degli Hurry personalmente provo sempre un misto di benessere e di nostalgia. Il benessere viene dalla piena intelligente e sorridente orecchiabilità di ogni pezzo. La nostalgia - ma è una dolce nostalgia - dai ricordi dei magnifici Ninetees - l'indie dei college americani, l'ondata travolgente del brit pop - che Scottoline riesce a suscitare in ogni nota. 

Un disco necessario, per chi ha vissuto quegli anni e per chi non ha potuto farlo. 

05 settembre 2023

Slowdive - Everything Is Alive ALBUM REVIEW


Everything Is Alive è il secondo album della seconda vita degli Slowdive. Sappiamo bene come il terzetto di dischi che in un breve torno di anni aveva consegnato alla storia la band di Reading non aveva fatto presagire un ritorno "stabile", considerando il ventennio di iato fra scioglimento e reunion. L'album omonimo, uscito nel '17, era stato poi interpretato da molti come una questione tanto nostalgica quanto momentanea, nonostante il gruppo apparisse in grandissima forma.
Nel periodo successivo Neil Halstead ha continuato a comporre, sperimentando con i synth modulari e progettando un prossimo album che adottasse uno stile sostanzialmente elettronico. I pezzi nuovi però, approdati nelle mani dei suoi vecchi e fedeli compagni di viaggio - Rachel Goswell, Nick Chaplin, Christian Savill, Simon Scott - hanno preso vita in una forma che è quella a cui gli Slowdive ci hanno abituati da sempre, dimostrando che il risultato finale è sicuramente più della somma delle singole personalità.
Shanty, la canzone che apre l'album, è sorretta in effetti da pattern elettronici algidi e ipnotici, ma si costruisce poi attraverso la marea riverberante delle chitarre e l'immersione delle voci nel paesaggio sonoro, soluzioni che sono pienamente proprie del genere che il gruppo inglese ha contribuito a fondare. Lo stesso schema che ritroveremo più avanti nella lunghissima Chained To A Cloud, dove pure è evidente il lavoro preliminare di Halstead con i suoni sintetici, ma l'insieme è puro Slowdive-sound. 
Prayer Remembered - strumentale dai contorni ampi - possiede un'atmosfera di sfumata suggestione che può ricordare un po' i Sigur Ros (altra band che agli Slowdive deve una percentuale di ispirazione). 
Alife è il primo pezzo veramente forte del lotto e ci riporta con i piedi ben piantati dentro la peculiare declinazione sognante e aerea che ha sempre contraddistinto lo shoegaze della band: le chitarre scampanellano tenui intrecciandosi ai synth, le voci di Neil e Rachel si alternano e si mescolano con una grazia soprannaturale, tutto è dinamica armonia e scorre verso un gentile crescendo finale. 
Andalucia Plays rallenta in modo netto i ritmi e ci avvolge in un cinematografico abbraccio di luce diafana: suoni elettronici emergono tra le onde e giocano tra i riflessi delle chitarre, Neil quasi sussurra anziché cantare versi legati a ricordi che illuminano la memoria. E' una ninna nanna per le nostre parure, per le nostre frustrazioni. Meraviglia, anche grazie al missaggio di un asso come Shawn Everett, che qui ha fatto un lavoro di fino pazzesco. 
Kisses è senza dubbio la testa di ponte melodica dell'intero album: la melodia è immediata e la sezione ritmica di Chaplin e Scott la porta sulle spalle con ballabile leggerezza. Le parole riecheggiano ancora l'idea, diffusa nel disco, di una fuga ideale, e dipingono paesaggi che ricordano l'incarnazione folk della band, quei Mojave 3 che degli Slowdive erano un ispiratissimo distillato di narrazioni acustiche.
Skin In The Game riapre la porta sulla storia antica del gruppo: oscurità e bagliori, strati di chitarre e parole che si ripetono come una ossessiva cantilena. 
The Slab, l'episodio scelto per i titoli di coda, ha nel dna i The Cure più dilatati, morbidi e scenografici, a ricordarci che giustamente anche lo shoegaze ha avuto padri nobili. Tutto - ritmica, chitarre, il bordone di synth - è solenne e incalzante, liquido e baluginante, sottilmente mesmerico. Un'altra perla di scrittura, talento, misura e produzione nella carriera dei Nostri.
Cosa dire in definitiva di questo Everything Is Alive? Che è un disco di equilibrata densità, che sfugge ad ogni tentazione di magniloquenza e si concentra sui propri otto pezzi alternando con saggezza momenti più pop ed altri più sperimentali, canzoni brevi e lunghe, qualche suggestione di idee "nuove" e una solida base di consuetudine stilistica. Sono gli Slowdive e sono riconoscibili dalla prima all'ultima nota, piacciano o meno. Il fatto che l'estate scorsa Halstead e compagni abbiano suonato con successo nei festival davanti ad un pubblico che in gran parte non era nemmeno nato quando il gruppo era già in auge è forse la più concreta attestazione di quanto la band inglese abbia un valore ed un fascino che trascendono ormai i decenni.