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29 novembre 2025

SINGOLI NOVEMBRE 2025


24 luglio 2025

Jeanines - How Long Can It Last ALBUM REVIEW


Si potrebbe scrivere un piccolo trattato su quello che l'indie pop delle origini: quali sono i must stilistici? quali i modelli? quale l'attitudine produttiva e melodica? quale l'etica? 

Poi però, davanti a un qualsiasi album dei Jeanines, sarebbe in fondo sufficiente dire "ecco, questo è l'indie pop originario", e tante parole suonerebbero inutili. Semplicemente il trio americano è il punto di congiunzione ideale fra l'epoca d'oro della Sarah e della K (ma anche dei primi Belle & Sebastian e Camera Obscura) e l'oggi. Come tante altre band, certo, ma con una purezza di spirito talmente limpida da far immediatamente scomparire ogni tentazione di nostalgia. 

Quanto siano fondamentali Alicia, Jed e Maggie per il genere di cui ci occupiamo è ormai scontato ribadirlo: arrivati al terzo album dopo Jeanines e Don't Wait For A Sign, i tre musicisti del Massachusetts danno prova di possedere a tal punto il genio dell'indie pop da sfiorare la perfezione in ogni singola nota suonino.

Tredici pezzi, poco più di venti minuti la durata complessiva del disco, come canone comanda. Da sempre la prerogativa numero uno dei Jeanines è concentrare bellezza in un minuto e mezzo o poco più di canzone: giusto il tempo di un paio di strofe e di un ritornello che ti si appiccica addosso al primo ascolto. Intorno il corredo necessario e nulla più: chitarre magnificamente jangly che si intrecciano rincorrendosi, un basso che punteggia il ritmo con deliberata semplicità, una batteria essenziale, la voce di splendida fragilità di Alicia Jeanine, le belle armonie vocali.

Da The Fall in giù è tutto un fiorire di melodie profumate di leggerezza, che vivono della stessa propulsiva freschezza che avevano quelle band di 30/40 anni fa che amiamo (Heavenly, Talulah Gosh, Pastels.......) e sembrano attraversare il tempo intatte come una cometa di Halley che torna con serena regolarità a illuminare il cielo. 

E' difficile anche scegliere un episodio più bello dell'altro (dirò solo le mie preferite, What's Done It's Done e Satisfied, che canticchio da giorni tra me e me senza manco accorgermene), tanto l'intero album è un flusso compatto di piccoli tesori mid tempo che brillano di luce propria. Tesori che non hanno avuto bisogno di essere abbelliti con una particolare produzione ma, come sempre fanno i Jeanines, esibiscono la loro dimensione completamente artigianale, perfettamente imperfetta. 

28 dicembre 2022

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2022



12

Jeanines - Don't Wait For A Sign 

I tredici pezzi del secondo album di Alicia Jeanine e Jed Smith sono altrettante miniature,  perfettamente compiute nei loro due minuti di durata (o meno!), depositarie dello spirito artigianale dell'indie pop delle origini, twee nell'anima e deliberatamente retrò, adorabili in ogni scampanellio di chitarra e in ogni armonia vocale. 


11

Snow Coats - If It Wasn't Me I Would've Called It Funny

Tra tante band di "punk gentile" di oggi, gli Snow Coats sono quella che spinge di più sul pedale pop. Gli olandesi sanno come scrivere una canzone orecchiabile e sono sempre terribilmente efficaci. Il loro secondo disco è un notevole passo in avanti: una infilata di pezzi di energetica piacevolezza, dolci e frizzanti come una bibita ghiacciata nel caldo estivo. 


10

Roller Derby - Singles Collection

Con al centro dei riflettori una cantante, Philine Meyer, che sembra una Nico rinata in veste indie pop, i tedeschi Roller Derby ambiscono ad essere la band più raffinata dell'anno e ci riescono in pieno: grazie ad un afflato pop che parte dall'epoca dorata dei Sixties, attraversa paesaggi post punk ed arriva idealmente alla modernità degli Alvvays, la band piazza - come da titolo - una serie micidiale di singoli di irresistibile piacevolezza. 


9

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens

Non può mancare la quota svedese nella lista dei dischi dell'anno. Quest'anno tocca alla band di Michelle Dzegoeva che, giunta al secondo album, conferma il fascino crepuscolare di un guitar pop che ama le ombre di inquietudine post punk, ma alla fine dà il meglio di sé nelle aperture di sognante gentilezza e di sfrigolante energia catchy. 


8

The Reds Pinks & Purples - Summer At Land's End + They Only Wanted Your Soul

Le colorate row houses di San Francisco, un profluvio di chitarre jangly e una fresca brezza di malinconia. La musica di Glenn Donaldson da sempre si muove su queste strade consuete, e lo fa con il tocco unico, tenero, a tratti disarmante, di un musicista che racconta la vita nelle proprie canzoni. Fra le tante uscite di quest'anno (è nota la inarrestabile prolificità di Glenn), due album che un po' si completano e che meritano di essere ascoltati insieme. 



7

Kindsight - Swedish Punk

L'esordio del quartetto danese è un mix esplosivo di leggerezza e raffinatezza, in nome di un guitar pop che ama tanto i ritmi uptempo quanto la morbidezza melodica e le tessiture jangly. Un po' primi Cardigans, un po' The Sundays, la band di Nina Hyldgaard Rasmussen non disdegna qualche soluzione inusuale nella scrittura dei pezzi e sovrappone delicatezza ed elettricità per ottenere una formula personale di suggestiva immediatezza. 


6

Ex-Vöid - Bigger Than Before 

Rinati come l'araba fenice dalle ceneri dei Joanna Gruesome, i londinesi giocano nello stesso campionato di band come Fresh, Martha ed Happy Accidents, che quest'anno pure hanno pubblicato album validissimi (menzione d'onore per tutte, anche se non sono nella top 12!). Cosa possiedono allora in più le canzoni di Bigger Than Before? Innanzitutto un'urgenza comunicativa fuori dall'ordinario, e poi una capacità di utilizzare stilemi punk con eclettica libertà, una intelligente rilettura della lezione dei Big Star e dei primi Teenage Fanclub e, in definitiva, dieci canzoni di bruciante potenza. 


5

Castlebeat - Half Life

Josh Hwang conosce la formula della perfect pop song: una fresca pioggia di chitarre jangly e synth anni '80, melodie di sognante tenerezza, diffuse memorie dei New Order e dei Cure più melodici, il tutto con un cuore palpitante di essenzialità lo-fi. Le canzoni di Half Life sono il perfetto riassunto di quello che sono da sempre i suoi Castlebeat, talvolta quasi algide e geometriche, ma più spesso illuminate da una sfolgorante leggerezza. 


4

The Beths - Expert In A Dying Field

I Beths, non c'è dubbio, sono una band che si diverte da matti a suonare insieme. E così Elizabeth Stokes e i suoi tre compagni, arrivati al terzo album con la sicurezza nei propri mezzi tipica dei veterani, fanno alla grande (con quel misto di spontaneità e cura dei dettagli che da sempre li contraddistingue) ciò che sanno fare meglio: sfornare canzoni power pop intessute di chitarre energetiche, armonie vocali e una coinvolgente luminosa ironia. Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! 


3

Basement Revolver - Embody


E' sempre notte negli album del gruppo canadese: una notte che è metafora di un profondo disagio in cerca di riscatto, satura dell'elettricità statica di chitarre quasi shoegaze, illuminata dal bagliore caldo della strepitosa voce di Chrisy Hurn e trascinata con forza inarrestabile verso la luce del giorno dai quei poderosi crescendo immersivi che da sempre sono il vero marchio di fabbrica della band. Un disco emotivo ed emozionante, di intensa, vissuta e liberatoria introspezione, etereo e rumoroso insieme, sostenuto dall'ambizione di costruire prima di tutto un'esperienza totalizzante e catartica. 


2

Say Sue Me - The Last Thing Left


Nella loro ormai consolidata carriera, i coreani Say Sue Me hanno dimostrato di poter essere tante cose insieme: ruvidi e raffinati, essenziali ed eclettici, intimi ed elettrici, delicati e concreti, facendo della gentilezza - in tutti i sensi - il tratto distintivo della loro personalità musicale. Sumi Choi e compagni con i dieci pezzi di The Last Thing Left hanno confezionato il loro album più meditato e completo, mescolando con la consueta sorridente intelligenza pezzi di cristallina orecchiabilità, momenti di luminosa leggerezza dream pop e squarci di fragilità acustica. 


1

Alvvays - Blue Rev



L'album forse più atteso degli ultimi anni - anche per il poderoso iato temporale intercorso rispetto al precedente -  ha mostrato in modo impressionante quanto la band di Molly Rankin sia all'apice di un arco creativo iniziato agli esordi e destinato senz'altro a dare frutti ancora a lungo. Al terzo disco di una carriera già consacrata da critica e pubblico fin dai primi singoli, il quintetto di Toronto ha ormai acquisito una maturità tale da rielaborare modelli e suggestioni provenienti da decenni e contesti diversi (con una predilezione per gli '80, vissuti come un'età dell'oro in cui chitarre e synth convivevano in armonia perfetta) in uno stile che sta ripensando l'indie pop stesso, innovandolo dalle radici e lasciando la propria firma riconoscibilissima e indelebile nella storia del rock. 
I 14 episodi di Blue Rev, pescando la propria ispirazione nella memoria condivisa delle due fondatrici della band, Molly Rankin e Kerri MacLellan, sono costruiti con un lavoro di cesello (scrittura-esecuzione-produzione) che lascia senza fiato e fa scoprire ad ogni nuovo ascolto particolari nuovi che non si erano notati prima: una citazione inattesa, un cambio della dinamica, un'intuizione lirica e narrativa. Uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, si succedono capolavori come "Pharmacist", "Easy On Your On", "After The Eartquake", "Tom Verlaine", "Many Mirrors", "Velveteen", "Very Online Guy","Belinda Says", "Lottery Noises", così potenti, travolgenti e immediati nella loro sintesi che risolve tutto in due minuti o poco più, così complicati nella loro anodina e a tratti vertiginosa stratificazione sonora. Un album epocale per il genere che rappresenta, talmente ricco che è  facile (e terribilmente piacevole) perdersi tra le sue spire, ma in cui in definitiva ci si ritrova sempre, aggrappati alle sfavillanti scie melodiche di ogni pezzo. 

01 ottobre 2022

SINGOLI OTTOBRE EDITION: April June, Sunbathe, Kindsight, The Photocopies, Stillfilms, The Blue Herons, Chloe Berry, Jeanines, Spirit Ghost, Beach Vacation, The Age Of Colored Lizards, Strawberry Generation



 
 
 






25 aprile 2022

Jeanines - Don't Wait For A Sign ALBUM REVIEW

Non c'è una sola delle 13 canzoni del nuovo album dei Jeanines che superi i due minuti di durata. E' la scelta stilistica e programmatica di due musicisti, Alicia Jeanine e Jed Smith, che da quando hanno iniziato il loro progetto comune nel 2019 hanno fatto capire chiaramente che ogni perfect pop song deve essere un piccolo gioiello di modernariato.

Già nel loro brillante debutto di tre anni fa, i Jeanines avevano circoscritto in modo chiaro il recinto ideale dei loro modelli: le band del C86, il microcosmo Sarah / K Records, la tradizione jangly pop che partendo dai Sessanta si incarna un po' in tutte le band di Amelia Fletcher e scende scampanellando fino agli Allo Darlin e agli Alvvays. Insomma, l'Eldorado stesso dell'indie pop: artigianato a bassa fedeltà, melodie rotonde e immediate, liriche vagamente situazioniste e quell'etica twee che sa essere seria e ironica al tempo stesso. 

In Don't Wait For A Sign - disco che arriva dopo la pandemia e la separazione della band in città diverse, e nonostante tutto è migliore del precedente - c'è, in fondo, l'essenza stessa dell'indie pop delle origini, un po' a tutti i livelli: potremmo usare tranquillamente ogni singola canzone di Alicia Jeanine come l'esempio "vedi alla voce indie pop" sull'enciclopedia del rock. Se non sapessimo che è un disco del 2022 e ci dicessero che è un misterioso vinile emerso miracolosamente da un vecchio scaffale, infilato tra fanzines ciclostilate e sette pollici dei Pastels, ci faremmo convincere senza fatica e brinderemmo al ritrovamento. 

Le canzoni? Tutte coerenti con la dimensione atemporale nella quale sono immerse: miniature meravigliosamente fuori dalle mode, fresche e luminose, deliziose e sempre cantabili, piene di chitarre croccanti e timide armonie vocali (un po' lo stesso discorso che facciamo sempre per la musica di The Reds Pinks & Purples): non un momento fiacco, non un passo fuori dal seminato, nemmeno una lontana tentazione di aggiungere ciò che non è indispensabile. Canzoni piccole (Any Day Now, Dead Not Dead, Through The Vines, Wishing Well...), l'abbiamo detto, ma che canzoni!  


10 marzo 2020

Jeanines / The Francine Odysseys / Seablite

Questa volta mettiamo insieme tre EP appena usciti, tutti meritevoli di attenzione.

Cominciamo con i Jeanines, che con Things Change danno seguito all'incantevole album uscito nemmeno un anno fa. Alicia e Jed sono maestri nel confezionare canzoni di minuta artigianale perfezione e i quattro episodi dell'EP sono davvero dei deliziosi mignon che sembrano usciti da una magica scatola del tempo sotterrata a fine anni '80: melodie veloci, catchy e zuccherose il giusto, chitarre scampanellanti e un'irresistibile aura di modernariato. 



Fra i tre EP che segnalo oggi, il mio preferito è senza dubbio What If We Were Wrong, esordio di The Francine Odysseys. La band, sorta a Los Angeles attorno ad una veterana della scena indie pop come Gretchen DeVault, ha confezionato quattro pezzi di affascinante raffinatezza, tracciando uno stile che sta esattamente a metà fra il jangle pop classico e un dream pop dai contorni più ampi ed ambiziosi, con in più un delicato retroterra folk (Silver Lake) ed una straordinaria immediatezza. 



Non hanno bisogno di presentazione i californiani Seablite, che l'anno passato abbiamo adeguatamente celebrato fra i dischi migliori del 2019. High-Rise Mannequins, il nuovo EP, ritorna ai fasti di un noise pop a trazione femminile pieno di chitarre che friggono e melodie di sfrontata ed obliqua dolcezza. 




03 luglio 2019

Jeanines - Jeanines ALBUM

Alicia Jeanine e Jed Smith suonano insieme da un paio d'anni dalle parti di Brooklyn, che è senz'altro la capitale twee pop della East Coast e dove indubbiamente  nel campo musicale che ci interessa "succedono cose". 
I Jeanines sono senz'altro una creatura di Alicia (che scrive, canta e suona un po' di tutto), ma è scontato che un veterano come Jed (che è l'anima dei My Teenage Stride) sia il punto di equilibrio del progetto.
Le 16 canzoni dell'album - durata programmatica fra uno e due minuti, senza eccezioni - fanno pensare ad una band dell'era C86, un po' The Pastels e tanto Talulah Gosh, con un taglio però maggiormente cantautorale: si succedono rapide e leggere con le loro chitarre essenziali, i loro quattro quarti e le loro linee di basso evidenti. La voce di Alicia è sempre graziosa e raddoppiata in produzione a creare luminose armonie da girl group anni '60. Le melodie arrivano subito, gentili, rotonde e rinfrescanti. 
Un album nostalgico e insieme rigenerante.