20 agosto 2026
Annual Leaf - Sign Of The Bellbird ALBUM REVIEW
16 agosto 2026
Phoebe Bridgers - Lost Weekend ALBUM REVIEW
Fra l'altro è da molto tempo che non scrivo più nulla di cantautorato femminile, per quanto resti una mia vecchia passione (che coltivo purtroppo sempre meno).
Pertanto questa non è precisamente una recensione. E' più che altro un tentativo - a partire dal Lost Weekend - di rispondere alla domanda con cui apre questa (come sempre) arguta review di Pitchfork: "perché Phoebe Bridgers?".
Riformulerei la domanda, così andiamo subito al punto: perché Phoebe Bridgers è in questo momento la singer songwriter più importante sulla scena mondiale?
Partiamo dall'inizio. Ai tempi di Stranger in The Alps Phoebe era una cantautrice di vent'anni che già mostrava un talento fuori dalla norma nel tradurre in una lingua ibrida di pop e folk quell'inquietudine che la caratterizzerà sempre, voleva piacere, un po' stupire e surfare sui generi. Punisher è stato per la musicista californiana in tutti i sensi un manifesto: del potenziale della sua scrittura, della sua unicità, ma anche di Phoebe Bridgers giovane donna uscita a fatica da quella relazione tossica che tutti sappiamo perchè il disco di quello parlava (poeticamente) esattamente come facevano (impoeticamente) i media. Era un disco di rabbia e rivincita, di fantasmi e luce abbagliante. Era anche la ragazza dai capelli biondissimi con addosso la tuta da scheletro che è finita su tutti i palchi più importanti suonando una musica che non era certo catchy nel senso più riconoscibile del termine.
Lost Weekend arriva dopo sei anni in cui la vita di Phoebe ha preso, come è naturale, una piega nuova: il successo galattico del supergruppo Boygenius con Lucy Dacus e Julien Baker, un nuovo amore pare - a giudicare dalle liriche disseminate nel disco - stabile e felice, un lutto familiare rielaborato con fatica, la "maturità" dei trent'anni svoltati con un blasone artistico già definito sulle spalle.
E arriva con l'ambizione di fare qualcosa di riconoscibile e di diverso al tempo stesso, che è un po' il demone di tutti i grandi artisti riconosciuti tali.
The Outside, il lungo e complesso episodio che apre il disco, dichiara già questo a lettere di fuoco: la voce filtrata da vocoder che ci aspetteremmo più da una Billy Eilish che ci accoglie in quella dimensione obliquamente onirica con cui finiva Punisher è già un colpo notevole e spiazza. Poi però tutto intorno c'è questa piccola sinfonia per pianoforte che da solenne ed ermetica si scioglie in una dolcezza infinita, e qui c'è davvero il tocco inimitabile della musicista di Los Angeles, quella capacità di produrre una bellezza quasi inafferrabile.
In Lost Boys ci sono i fiati di Kyoto e il medesimo spirito di ironica leggerezza, che sembra suggerire un vero lieto fine (We are born again, so who cares where we're going...) e pare emergere dallo stesso nucleo ispirativo delle canzoni di Boygenius.
Lo space rock onirico di Kill Me, con il suo ritmo largo e rallentato pieno di riverberi di lap steel, introduce Bobby Burnham (attuale compagno di Phoebe, oggi co-autore e corista di molti di questi pezzi) come personaggio narrativo che ritroveremo ancora ("Bobby, mi hai insegnato che non sapevo nulla" canta Bridgers rievocando il loro primo approccio) e lo intreccia con una riflessione sull'identità che in un suggestivo e corale finale gioca con citazioni labirintiche e simboliche (il Tamam Shud ripetuto allude a un celebre caso di cronaca in cui la vittima mai riconosciuta possedeva un foglietto con queste parole in lingua persiana).
Se The Governor's Waltz riprende a raccontare con la fragile delicatezza di cristallo sottile tipica del songwriting di Phoebe, Bobby esplode come una colorata bomba di gioia vitale e vitalistica: è una canzone d'amore che è prima di tutto una dichiarazione d'amore, che mescola quotidianità con spontanea semplicità ("abbiamo stelle sul soffitto e vestiti sul pavimento") e quel tocco di humor nero che conosciamo ("e se a te non piacesse nessuno dei miei amici, li ucciderei, sì li ucciderei"). Grande forza, grande luce.
L'organo che accompagna Lost Weekend spalanca uno di quegli intimi quadri del passato che Phoebe ci ha abituato ad osservare nella sua galleria, in cui il paesaggio è morbidamente sfumato e il cuore sempre sanguinante. La seconda parte, imprevista, propulsiva ed elettronica, ha un evidente valore catartico ed è uno di quegli espedienti "nuovi" che Bridgers e i suoi produttori hanno disseminato nel disco. Spettacolare, non c'è che dire.
Mentre la sintassi di Haunted è del tutto folk-pop e a suo modo "facile" (di nuovo siamo in area Boygenius), il cinematico strumentale Panorama ci conduce ad un altro momento fortemente emozionale dell'album, una Still Standing in cui Phoebe affronta la scomparsa del padre, con il quale ha avuto un rapporto difficile (lo sappiamo fin dal primo album), con un doloroso misto di sollievo e nostalgia. La capacità della musicista californiana di gettare un seme acustico e farlo germogliare e fiorire in giardino nel tempo dei quattro minuti di una canzone, dilatando suono e tempo in modo quasi magico, è un'altra dote che spiega bene "perché Phoebe Bridgers".
Ancora una canzone d'amore - la dinamica e vagamente centrifuga Liberty Tree - che è un respiro a pieni polmoni prima di riprendere la lotta con il passato in Never Going Back!, dove l'apparente e ipnotica allegria del chorus che intesse l'intera canzone fa a cazzotti con la voce del padre che riemerge dal passato in un messaggio lasciato alla segreteria telefonica, dove sottilmente rimprovera la figlia "diventata rockstar" di non avere più tempo per chiamarlo.
In qualche modo tutta la seconda metà dell'album è più costituita di frammenti: lo erano i numeri precedenti, lo è la dolce e a suo modo ottimista Other Plans, nella sua acustica spontaneità, così come l'interludio Lost Parade.
I Can't Wait, direi, ha l'etichetta country pop cucita addosso (e la presenza di Cameron Winter contribuisce), ma è esattamente uno di quei meccanismi che Phoebe è così brava a costruire, con un sapiente crescendo emozionale che va in direzione elettronica, anima dinamicamente l'intero pezzo e si interrompe all'improvviso.
As Above è uno dei capolavori dell'album. Lo è filosoficamente e narrativamente, cucendo insieme tutte le tematiche del disco - la riscoperta dell'amore, la fiducia ritrovata nel futuro, ma anche il senso di colpa, i ricordi dolorosi che si aggrappano al presente - in un'ampia piano driven song che sembra sempre sul punto di saltare per aria e invece rimane ancorata al terreno ("as above, so below", per l'appunto). Non è un pezzo immediato come altri del disco, ma ti stringe sicuramente lo stomaco.
Esattamente quello che succede con la reprise di Lost Weekend che riprende il dialogo con il passato ma lo fa con una conquistata serenità che chiude idealmente il cerchio della vita con (forse) le liriche più belle che Phoebe abbia mai scritto ("ora non riesco più a vedere alcuna stella in cielo, quando un desiderio diventa realtà una fantasia muore, ma staremo bene io e te, tu mi vuoi bene e io non lascerò che dimentichi, non acora").
Finisce qui l'album, dopo ben 16 pezzi, quasi un'ora di musica e poesia intrecciate in modo inestricabile l'una all'altra. Un unico grande respiro, in verità, dove ogni episodio è inanellato al precedente e genera il successivo.
Perché Phoebe Bridgers allora?
Tanti i motivi, molti già evidenti in questa piccola disamina di Lost Weekend. Ne aggiungo giusto uno, che prescinde dal talento enorme che abbiamo ampiamente raccontato. Una cantautrice con il pedigree che ha Phoebe potrebbe avere molte possibilità artistiche davanti: sfornare un disco all'anno che riprende lo schema che i fan desiderano è la via più semplice. Molti la percorrono, e non c'è nulla di male, ma Phoebe non l'ha fatto. L'altra via è sperimentare coi generi, cercare di mutare maschera e solleticare la critica (un po' alla Cat Power, diciamo, ma pure qui la lista è lunga). Ma per farlo spesso si tradisce un po' sè stessi, e questo Phoebe, che è terribilmente onesta, fino all'eccesso, non ha mai nemmeno pensato di farlo. L'ultima strada, quella in fondo più coraggiosa, consiste nell'aspettare e lavorare in silenzio, migliorando ciò che si sa già fare senza snaturarne i contorni, arrivando a distillare l'anima dell'ispirazione e facendosi aiutare da persone fidate che sanno cosa è meglio per te e la tua musica. Lost Weekend testimonia esattamente questo, ed è la risposta definitiva alla domanda di partenza.
12 agosto 2026
SINGOLI LUGLIO - AGOSTO 2026
Nella collezione più calda dell'anno non possiamo non cominciare con July di Beach Bunny (giusto per ricordarci quanto è brava Lily Trifilio).
Potevano mancare gli indonesiani Sullen Eyes?
C'è un magico pezzo nuovo di Hazel English / Jackson Phillips, una canzone meravigliosamente jangly degli australiani GRAZER, il ritorno degli Shapes Like People.
Le mie preferite? Here It Comes dei SENNEN, che è una ballatona quasi dream pop, e il debutto dei Not Yet Old Dog, che mi ricordano tantissimo la mia vecchia passione per Waxahatchee.
E che delizia è bluebook di BUBBLE TEA AND CIGARETTES.
In chiusura una cover coraggiosa dei Massive Attack proposta dai Deep Sea Diver.
08 agosto 2026
Lovejoy - Under The Weather ALBUM REVIEW
Da quando, un paio d'anni fa, Dick Preece ha deciso di ritornare sulle scene rimettendo in vita i suoi Lovejoy, il musicista inglese sembra avere ritrovato una vena d'oro di ispirazione.
All'uscita di And It's Love! non avevamo potuto che lodare la raffinatezza senza tempo del songwriting di Preece, un veterano della scena indie pop britannica che suona da quasi trent'anni e che ha raccolto nei primi 2000 l'eredità di band come Blueboy, Brighter e Trembling Blue Stars (e non a caso Keris Howard, che nei Lovejoy si occupa degli onnipresenti e suoper eterei synth, è stato membro degli ultimi due).
Se già conoscete i Lovejoy sapete già cosa aspettarvi: un adult indie pop elegante e piacevolmente malinconico, dove spicca sempre la voce calda e confidenziale di Dick, supportata da quella si seta e zucchero filato di Ally Board.
La musica dei Lovejoy ha da sempre una spigliata cadenza guitar pop perfettamente declinata in una dimensione cantautorale (un po' come i Pulp di Jarvis Cocker, per intenderci, o come i Divine Comedy di Neil Hannon), ed ovviamente gli undici rilassati ed ariosi episodi di Under The Weather parlano questa lingua: canzoni ampie, risplendenti di una amabile tenerezza, curatissime nella forma, che si prendono i loro tempi, nascono acustiche e fioriscono di timida elettricità ed armonie vocali. Canzoni che, con una dichiarata programmaticità, hanno in qualche modo uno scopo terapeutico nei confronti di chi le ascolta.
04 agosto 2026
Atmos Bloom - Everythingness ALBUM REVIEW
Gli Atmos Blue sono una di quelle band che qui seguiamo davvero dal debutto e che abbiamo amato incondizionatamente fin da subito. A ben quattro anni di distanza dal mini album di debutto Flora che all'epoca abbiamo definito "un piccolo scrigno di meraviglie", Tilda Gratton e Curtis Paterson tornano con un seguito che si è fatto aspettare parecchio ma che ripaga l'attesa alla grande.
Da sempre i due londinesi fanno un jangle pop dalle note peculiari, che mette insieme una eterea e decisamente cinematica delicatezza ed una propensione melodica programmaticamente catchy: due anime che si intersecano in modo del tutto naturale e che danno ad ogni pezzo una dimensione "dream pop da cameretta" che però non ha nulla di twee e che oggi si è sviluppata in qualcosa di più complesso e multi sfaccettato.
Più che nelle uscite precedenti infatti Everythingness parte dall'approccio soffice tipico del duo e lo declina di volta in volta in soluzioni sempre leggermente diverse.
La splendida e morbida voce di Tilda è sempre il centro. Attorno però non ci sono solo chitarre scampanellanti, ma un'elettricità che è più libera di fluire e creare densità e dinamismo (Feel e Waiting ad esempio sono due numeri inquieti nella forma e nella sostanza), mentre i ritmi si alzano spesso e volentieri a creare carillon indie pop virati verso la distorsione che potremmo trovare in un disco di Castlebeat o dei compianti Night Flowers (Everything in questo senso è davvero una piccola bomba, ma Closer non è da meno!), ma addirittura degli ultimi Alvvays (It's Enough).
La presenza di synth atmosferici (come quelli che reggono la ipnotica trama jangly di Island) è un altro fattore stilistico che gli Atmos Bloom usano con sapienza ed equilibrio, insieme a quella leggermente obliqua punteggiatura di matrice post punk che sta alla base di pezzi di sicuro effetto come l'iniziale Thorns o la trascinante Plain Sailing.
Prima di scrivere l'album Tilda e Curtis hanno fatto un viaggio a Seoul e Tokyo, e non è difficile immaginare quanto il paesaggio urbano e umano delle due mega metropoli abbia influenzato lo sguardo musicale contemplativo e malinconico dei due. L'eccezionale outro In Its Place sembra raccontare esattamente questo, e lo fa con quel tocco cinematico e raffinatissimo che dicevamo all'inizio.
A ben vedere, potremmo tranquillamente definire Everythingness il disco della piena maturità di Tilda e Curtis: immediato e introverso, colorato e notturno allo stesso tempo.
Un altro dei must have del 2026.
30 luglio 2026
The Chutes - The Chutes ALBUM REVIEW
Vi è mai capitato di innamorarvi di una canzone dopo i primi dieci secondi? Colpo di fulmine. Tac. A me succede di continuo, ma senz'altro anche a voi, altrimenti non sareste qui a leggere un sito che non a caso è sempre alla ricerca della nuova perfect indie pop song.
Bene. L'ultimo mio colpo di fulmine è dedicato a Scraping The Last Bits Of Light dei The Chutes, che è davvero un piccolo prodigio jangle pop che ha tutto per fare innamorare chiunque sia appassionato del genere: una trina di chitarre cristalline e scampanellanti, un dialogo dinamico e sornione fra una voce maschile e una femminile, cembali a profusione, un ritornello che ti ritrovi subito a canticchiare ed in definitiva una intelligente struttura canzone, fatta di accelerazioni, pause e ripartenze, che sembra la più lineare del mondo e invece non lo è affatto.
Ed il bello è che dopo tanta luminosità twee ci sono altri sei pezzi di pari estiva coloratissima piacevolezza - cito giusto la deliziosa Nowhere In Particular e la sognante Twin Lens - che sembrano avere iniettato nel proprio dna i geni del C86 e di band Sarah come Field Mice, Aberdeen o Sea Urchins, oltre a raccogliere con convinzione la tradizione west coast del genere (quella dei gruppi della Matinée Records, per dire).
Kenneth Turner e sua moglie Erika Calderon sono basati nella capitale morale mondiale del jangly, ovvero San Francisco, e questo (mini) album omonimo è il loro debutto sulla scena. Un debutto che testimonia comunque una certa esperienza nella scena locale e, come dicevamo, un grande talento nel songwriting che è capace con estrema naturalezza e in una totale economia di mezzi (non c'è nulla più di voci, chitarra, basso e batteria) di mettere insieme tanti modelli (ci aggiungerei anche l'indie dei '90 più morbido, almeno nell'attitudine melodica) con sorridente entusiasmo.
Uno dei dischi essenziali del 2026 e al contempo una vitale ventata di freschezza nei giorni più caldi dell'anno: imperdibile.
23 luglio 2026
My Raining Stars - Toy Club AMBUM REVIEW
C'è una serie di musicisti che seguo da tempo immemore e che, nel momento in cui pubblicano qualcosa di nuovo, ho già la sicurezza che troverò cose belle. E' senz'altro il caso del francese Thierry Haliniak, che porta avanti il suo progetto My Raining Stars da almeno due decenni, in collaborazione con il danese Casper Iskov alla sezione ritomica e oggi nuovamente con il connazionale produttore E-grand (Didier Frahier), co-fondatore dei My Raining Stars.
Toy Club in effetti nasce sia per celebrare il nome del locale di Lione in cui i due musicisti mossero insieme i primi passi come Nothing To Be Done, ma soprattutto per ritrovare lo spirito originario che li ha spinti a tradurre nel proprio stile personale i tanti modelli di indie pop che in quel luogo avevano scoperto e fatti propri.
I nove pezzi che compongono l'album girano esattamente come devono girare: Haliniak da sempre maneggia la materia guitar pop con delicatezza e intelligenza e le sue canzoni possiedono intatto il sapore dell'indie pop canonico, quello della Creation, della Sarah, del C86, con in più un tocco dinamico e melodicamente rotondo che ricorda da vicino le cose più immediate dei Ride (e non è un caso che del master si sia occupato Mark Gardener, che della mitica band era seconda voce e chitarra).
Rispetto ai lavori precedenti dei My Raining Stars, qui c'è però una cura produttiva più profonda e tridimensionale, che ha lavorato in modo raffinatissimo sulla nostalgica e morbida piacevolezza del songwriting di Thierry e ne ha estratto l'eleganza senza tempo attraverso una serie di arrangiamenti ricchi di piccoli inserti (un coro, un wurlitzer...) di vivida bellezza.
Come sempre quando parliamo del musicista originario della Borgogna, ogni canzone ha una definita anima catchy ed è un potenziale singolo alternativo. Su tutte, la splendida Fine, la cui scrittura rimonta ai primi '90, quasi ipnotica nel suo avvolgente tessuto di chitarre e basso.
18 luglio 2026
Hurry - Zoned Out ALBUM REVIEW
Se c'è al mondo una band che merita di avere un membro dei Teenage Fanclub come special guest, non c'è dubbio alcuno che siano gli Hurry. Da sempre Matt Scottoline dichiara a gran voce che senza le canzoni del mitico gruppo scozzese la sua musica non esisterebbe nemmeno, ed eccolo qui, Gerard Love (uno che ha scritto Ain't That Enough, per dire...), a cantare nello splendido singolo Moving After You, che è uno di quei classici pezzi degli Hurry di cui all'inizio pensi "mamma mia, sembrano davvero i Teenage Fanclub di Songs Form Northern Britain", ma poi ti dici che no, questa enorme tenerezza catchy è davvero farina del sacco di quella vecchia volpe di Matt.
Zoned Out è il sesto album degli Hurry, ma in verità potrebbe essere il primo, o il terzo, o il decimo, e non lo dico come se fosse un difetto, anzi l'esatto contrario. Quello che ho scritto in passato per Don't Look Back, per Fake Ideas, per Every Little Thought, vale in fondo perfettamente anche per il nuovo disco: Scottoline ha un tocco nella scrittura tanto definito quanto riconoscibile - un po' come Glenn Donaldson, per intenderci - e tutto quello che produce con i suoi Hurry ha quel sapore distinto che ti piace da morire ritrovare ogni volta.
Le canzoni della band di Philadephia sono dei deliziosi oggetti di modernariato pop, che pescano a piene mani dall'estetica della metà dei Novanta, con una programmatica predilezione per l'era brit pop nella sua declinazione più morbida e melodica e, ovviamente, per il songwriting rotondo e sognante della sacra triade Blake-Love-McGinley.
Nei dieci episodi di Zoned Out c'è esattamente quello che ci aspetta da Scottoline e compagni: melodie di delicata immediatezza (tutte, ma davvero tutte!), chitarre jangly e croccanti, soffici armonie vocali ed un piacevole e luminoso dinamismo che fa scorrere tutto con una freschezza totale.
13 luglio 2026
Las Robertas - All We Need Is Now ALBUM REVIEW
Parto subito con un mea culpa: non conoscevo Las Robertas praticamente fino ad ora. E non so nemmeno spiegare perchè, visto che parliamo di una band che ha una carriera lunghissima e che, dal natio Costa Rica, si è spostata spesso e volentieri anche per suonare in Europa.
A volte però capita di inciampare in un tesoro sepolto, ed è esattamente questo il caso: è da una settimana che sto recuporando con grande piacere l'intera discografia dei nostri.
Descrivere con un'etichetta la musica dei Las Robertas sarebbe davvero difficile: il gruppo, che si sviluppa intorno alla cantante Mercedes Oller e al marito, il chitarrista Russell Davis, è un frullatore di stili e modelli anche diversi, che hanno però hanno trovato la loro quadratura intorno ad un'idea psych-indie-pop che potrebbe assomigliare a quella di band all'incrocio fra '80 e '90 come Primal Scream, Ride, Hurricane #1, Spacemen 3, Charlatans...
All We Need Is Now, che è il quinto album dei costaricani, è un'ottima cartina di tornasole della proposta artistica della band, perfettamente in equilibrio fra una freschezza pop che è tutta di oggi e un'elegante e vitalissima aria retrò che ad ogni passo indica proprio a quell'era irripetibile dell'indie inglese che ha costituito la premessa ideale all'ondata brit pop.
In Everything I Wanted To Be e It's Allright, i due pezzi più catchy del lotto (il secondo è veramente un gioiello), è racchiusa tutta la forza dei Las Robertas: grande morbidezza melodica, chitarre e synth in avvolgente crescendo che quasi si fanno dream pop, un'enorme cura degli aspetti formali, e quell'aura sottesa di psichedelia leggera che dicevamo sopra.
Ma davvero il disco funziona nella sua interezza, sia nei momenti più immediati che in quelli dove emerge un retrogusto più acido e inquieto.
08 luglio 2026
Attic Ocean - I Promise I'll Try Everyday EP REVIEW
Se mi chiudeste di farvi un nome su chi può essere in questo momento il gruppo più forte del dream pop europeo, la risposta ce l'ho in serbo già da un po' di tempo: gli Attic Ocean da Düsseldorf, Germania.
04 luglio 2026
Castlebeat - Castlebeat II ALBUM REVIEW
Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.
A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta.
Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.
Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità.
Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.
Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica.
Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!
30 giugno 2026
SINGOLI & EP GIUGNO 2026
L'apertura nella nostra collezione di questo caldissimo inizio estate è per forza l'ep degli straordinari she's green, che mette insieme i singoli usciti nei mesi scorsi ed è una grande prova di maturità. ma c'è anche lo split ep con il quale ritornano dopo una vita i Cat's Meaow e gli Autocollants.
A seguire tante belle canzoni, dai tedeschi Attic Ocean (sempre più in rampa di lancio) agli Apartamentos Acapulco che rifanno Scarlett dopo 10 anni (l'album nuovo uscirà a settembre). E sì, c'è anche un pezzo nuovo della regina Hazel English...
Titoli di coda con una cosa che con l'indie pop c'entra poco, ma ogni volta che la riascolto mi fa commuovere: il folk pop in purezza di Babehoven.
25 giugno 2026
Anyone Else Isn't You But The Field Mice COMPILATION REVIEW
Spesso da questi parti parliamo di Indonesia e di quanto stia vivendo un'ondata di indie pop super interessante. Volete la prova definitiva? Procuratevi questa raccolta uscita fresca fresca da quei folli entusiasti indie-nerds della Shiny Happy Records di Tangerang e resterete a bocca aperta.
L'idea è tanto semplice quanto geniale: prendere sedici band indonesiane e sedici canzoni dal vasto repertorio dei The Field Mice, e vedere che cosa succede.
Perchè proprio il gruppo di Bobby Wratten? Spiegano dalla label: perchè possiedono quella fragile e inspiegabile grazia e sincerità che in qualche modo rappresenta tutto lo spirito twee originario della Sarah Records. Uno spirito che, dicevamo poco fa, da quelle parti è davvero più vivo che mai, nelle voci un po' sghembe, nelle chitarre ovunque scampanellanti e nelle registrazioni a bassa fedeltà di una miriade di band giovani e meno giovani.
Premesso il fatto che sì, troverete fra le altre anche la monumentale Emma's House - la canzone da cui idealmente tutto l'indie pop di tutti i tempi germina - affidata però alla gentile voce femminile e al jangly essenziale dei Mountain Moves di Bandung, vi immergerete in un piacevolissimo flusso di cover che hanno un doppio pregio: quello ovviamente di farvi riascoltare canzoni immortali, e quello di farvele interpretare da una serie di gruppi che le trattano con l'amore e il rispetto che si deve ai veri classici del nostro genere preferito, senza aggiungere nulla che non fosse necessario.
Cover tutte davvero riuscite, ma segnalo che mi sono sciolto soprattutto ascoltando Sensitive dai Poplar Tree, If You Need Someone dai The Silent Love, Fabolous Friend dai The Lousy Pop Group, September Not So Far Away (altro monumento pazzesco!) dai Vanishing Muffins, una spettacolare e travolgente Below The Stars dai Tossing Seed (che, diciamolo, sono forse i più bravi di tutti in Indonesia, come abbiamo spesso sottolineato, e qui suonano in modo incredibile!), una elegantissima e morbidissima Between Hello & Goodbye dai Pastel Badge.
Cercate il disco di questa estate 2026? L'avete trovato: è questo!
20 giugno 2026
Nuovos Mundos - Este Invierno EP REVIEW
Ad avere la peggio è stato Don't Give Up degli olandesi Maureens, un album di jangle pop un po' retro, raffinato e piacevolissimo, ma che in definitiva non mi ha lasciato molto.
Dall'altro la travolgente ruvidezza lo-fi dei madrileni Nuevos Mundos, che mi ha letteralmente fatto innamorare del suo spirito obliquo a metà fra l'indie americano dei '90 (quello dei Pavement e dei Dinosaur Jr. per intenderci), la libertà melodicamente elettrica dei Jesus & Mary Chain e la neopsichedelia degli Spiritualized, citati spesso dalla band insieme ai Galaxy 500 come principale modello di riferimento.
Este Invierno, che è in realtà un ep lungo e fa seguito ad un interessante album di debutto omonimo uscito nel 2025, è il classico disco che parte sornione e a poco a poco ti salta addosso con una serie di pezzi che ti fanno letteralmente alzare sulla sedia.
La raccolta funziona come una macchina del tempo rovesciata, mettendo insieme quattro pezzi nuovi nel lato A e la riedizione delle tre canzoni contenute nell'ep di debutto uscito ben 4 anni fa nel lato B, e può servire come ideale vetrina per chi vuole approcciarsi per la prima volta ai Nuevos Mundos.
Se quindi i primi tre episodi - principalmente la esplosiva Burofax - preparano il campo con una generosa messe di chitarre distorte e con al centro la voce fragile ma molto espressiva di John Galilea, vero motore del gruppo, a partire da Ya Està Bien - vero omaggio allo stile dei fratelli Reid - i madrileni mettono la quinta e piazzano una serie di piccoli anthem alternativi che mi fanno riflettere ancora una volta su quanto sia ancora avanti l'indie pop spagnolo rispetto alle scene di buona parte dei paesi europei.
Domingos En Casa è un pezzo di debordante vitalità post punk: semplice e dritto come una spada nel suo procedere squadrato alla Ramones, perfettamente entropico nella coda di distorsioni quasi shoegaze. Una meraviglia!
Invitada parte come una canzone degli Alvvays ma poi prende una strada che ha sfumature cantautorali e si muove con una grazia bizzarra verso un altro splendido crescendo elettrico.
Mis Plantas è infine una larga, emnozionante ballata di non-amore di commovente delicatezza, che mostra in modo definitivo il grandissimo valore del songwriting di Galilea.
11 giugno 2026
Widowspeak - Roses ALBUM REVIEW
Da almeno quindici anni i Widowspeak portano avanti in modo perfettamente coerente la loro personale visione del dream pop, che forse non ha mai corrisposto del tutto ai canoni del genere, ma - questo è indubbio - ha fatto rivivere meglio di chiunque altro lo stile dei Mazzy Star (un'altra band seminale ed imprescindibile che è stata volentieri accostata all'etichetta dream pop).
Ascoltando questo (settimo) nuovo album del duo newyorkese, riflettevo appunto su quali siano i contorni di uno dei generi di cui qui si parla da sempre. Molly Hamilton e Robert Earl Thomas non usano quasi mai la distorsione delle chitarre, non si servono dell'elettricità statica come strumento, non imbastiscono complesse architetture di layers nè pezzi di lunga durata. Tuttavia - esattamente come facevano Hope Sandoval e David Roback - costruiscono canzoni soffuse e sognanti che servono a sollevare l'ascoltatore dal terreno su cui poggia i piedi, ad abbracciarlo e proteggerlo. Cioè quello che fa, che deve fare il dream pop.
Certo, i Widowspeak, da quando li abbiamo scoperti ai tempi di All Yours (l'album del 2015 che era e resta il loro capolavoro), non si rifanno certo ai modelli inglesi (Lush, Ride, Slowdive), ma hanno le radici ben piantate nel folk americano, e questa è la loro fondamentale caratteristica.
Da lì i due musicisti, che fra parentesi sono marito e moglie, si muovono per disegnare i loro paesaggi soffusi e "romantici" (le virgolette come enfasi sulla parola), lavorando in modo certosino sui dettagli, e non a caso per Roses si sono presi il loro tempo e si sono trasferiti in un'isoletta greca per lasciare che le canzoni fluissero in modo naturale nel disco.
Dove l'"aura Mazzy Star" è lasciata più libera di brillare con un'attitudine apertamente (folk) pop - If You Change e Actor: due gioelli - i Widowspeak dimostrano tutto il loro enorme talento. Ma davvero tutto l'album è una carezza a cui sarebbe stupido rinunciare.
07 giugno 2026
Stay Lunar - The Middle Of The End EP REVIEW
Tre anni fa ricordo di essermi davvero innamorato del dream pop catchy e scenografico degli Stay Lunar: l'ep When The Sun Sets era ed è uno scrigno di pezzi potentissimi e magnificamente orecchiabili.
Da allora la band di Bristol ha pubblicato alcuni singoli ed arriva oggi ad un nuovo ep (ci saremmo aspettati un album a questo punto, ma pazienza...) che riparte esattamente dal punto dove eravamo rimasti.
Harry Leigh e compagni hanno pienamente in mano il loro stile peculiare e ormai facilmente riconoscibile: grande enfasi sui synth, layers di chitarre che si sovrappongono con intelligente dinamismo, basso e batteria che creano densità sullo sfondo, melodie di accesso immediato veicolate dalla voce sempre leggermente filtrata di Harry e dalla coralità angelica di Holly De Salis.
Se il pezzo-signature del precedente ep era senz'altro I Like It Whene You're Not Around (riascoltatelo!), qui ce ne sono almeno due che da soli valgono il viaggio: la soffusa ballata con spettacolare crescendo finale Metro Song, e la muscolare, quadrata, synth-driven e perfettamente emozionale Here With You, che può rappresentare bene quello che i cinque di Bristol stanno facendo.
Ovviamente, una grande conferma!
22 maggio 2026
Sungaze - I'm No Longer Afraid Of Heights ALBUM REVIEW
La band di Ian Hilvert e Ivory Snow è attiva già da molti anni in quel di Cincinnati, Ohio e questo I'm No Longer Afraid Of Heights è il loro quarto album, ulteriore testimonianza di un ruolo giustamente consolidato nella scena dream pop americana.
Notavamo un paio d'anni fa, in occasione dell'uscita dello splendido album omonimo, quanto i Sungaze avessero trovato a poco a poco il loro spazio fortemente personale in un genere (tutto quello che finisce per -gaze, diciamo) dai contorni vasti e incerti.
Morbidi, scenografici ed eterei, i Sungaze fanno da sempre girare la loro musica intorno alla voce di miele e velluto di Ivory e riescono a domare l'elettrcità statica insita in ogni loro pezzo mettendola al servizio di una suggestione emozionale crepuscolare e ricca di sfumature in cui è davvero belo perdersi.
Pezzi come House On The Hill (che è un piccolo capolavoro e bisogna dirlo) o Always Looking Behind definiscono bene la prospettiva stilistica della band: uno slowcore che per delicatezza potrebbe assomigliare ai Mazzy Star ma in realtà trova sempre un punto di elevazione verso una dimensione più ampia e luminosa, in una psichedelia di taglio dream pop che deriva forse dagli Slowdive (evidentissima in 180) ed è il vero marchio di fabbrica del gruppo di Cincinnati.
Se già il terzo lavoro era più che convincente, I'm No Longer Afraid Of Heights lo supera per qualità di scrittura e produzione: dalla poderosa e inquieta Another Life al disteso, complesso e spettacolare pezzo conclusivo che dà il nome il disco (molto Great Grandpa, per altro), non c'è un solo momento in cui all'ascoltatore sia permesso di riemergere dall'abbraccio liquido ed introspettivo della band.
15 maggio 2026
Touch Girl Apple Blossom - Graceful ALBUM REVIEW
08 maggio 2026
The Reds Pinks & Purples - Acknowledge Kindness ALBUM REVIEW
La notizia non è che è uscito un nuovo album di Glenn Donaldson: la notizia è il fatto che sono passati ben 9 mesi tra l'ultimo The Past Is A Garden I Never Fed e questo Acknowledge Kindness, un periodo talmente ampio nella produzione del musicista di San Francisco da farci pensare ad una qualche svolta nel suo percorso artistico.
Svolta che, purtroppo o (meglio) per fortuna, non c'è, perchè gli undici pezzi dell'album non si staccano affatto stilisticamente dal fortissimo e riconoscibilissimo bastione indie pop che Donaldson ha edificato in anni di carriera. L'architettura quindi è quella che abbiamo imparato ad amare da sempre, un po' la stessa (caratterizzata dalla delicatezza quotidiana e dai color pastello delle row houses di San Francisco) che, fuor di metafora, Glenn ha disseminato in quasi tutte le sue copertine.
Le canzoni di The Reds Pinks & Purples hanno davvero una sorta di statuto speciale: stanno lì, sostanzialmente fuori dal tempo ma in uno spazio ben determinato, quello del diario intimo intriso di dolcezza tanto quanto di dolente sincerità che Donaldson ci permette di leggere da quando ha fondato il suo progetto musicale.
Quelle del disco odierno sembrano in particolare percorrere una sorta di tragitto ideale che dall'alba luminosa di Is It You Or Is It Them?, attraverso le piacevoli brezze donaldsoniane di Emo Band e Houses (quanti al mondo possiedono questa incredibile leggerezza nel songwriting, che sembra quasi non toccare mai terra, appesa ad un aquilone jangle pop che fluttua tra synth e chitarre appena distorte?), ci porta per mano verso strade pienamente crepuscolari dove i contorni del tramonto si sfaldano a poco a poco come riflessi nella baia (Build Love). Non a caso larghi tratti del percorso è costituito da atmosferici strumentali, che fanno da cornice perfetta alle commoventi Worthy Of Love e Doubt In Vain (dove, questa sì una novità, c'è tanto pianoforte e nessuna chitarra) e alla rotonda e sognante ballata Where Did I Go Last Night?.
Lo diciamo da tempo immemore: la musica di Glenn Donaldson - così profondamente umana, così formalmente unica pur dentro un genere così canonico, dovrebbe essere patrimonio immateriale dell'Unesco. Le canzoni di Acknowledge Kindness ("riconosci la gentilezza", sì, proprio così!) lo ribadiscono da sole, senza bisogno che aggiungiamo altro. Lunga vita, Glenn!















