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08 luglio 2026

Attic Ocean - I Promise I'll Try Everyday EP REVIEW


Se mi chiudeste di farvi un nome su chi può essere in questo momento il gruppo più forte del dream pop europeo, la risposta ce l'ho in serbo già da un po' di tempo: gli Attic Ocean da Düsseldorf, Germania. 

I Promise I'll Try Everyday è il terzo ep della band guidata da Hannin Nasirat e idealmente porta a piena maturazione un percorso stilistico iniziato con i due precedenti Retriever e The Heavy Blue And Then After. 

Il mondo in cui i cinque giovani musicisti tedeschi hanno cominciato a muoversi è quello dello shoegaze, ed è ancora evidente nel denso tessuto di chitarre e nelle costruzioni emozionali in crescendo che spesso e volentieri caratterizzano i loro pezzi (qui l'ampia e scenografica Sun può essere un buon esempio). 

La delicatezza intrinseca e l'aerea leggerezza di ogni canzone è però saldamente di marca dream pop, e bastano episodi come Aurora o Coastal per farci rendere conto che gli Attic Ocean giocano nello stesso campionato di gruppi di primo piano come Bleach Lab, Swim School, The Blue Herons o i connazionali Roller Derby, ma anche che possiedono quella attitudine gioiosamente catchy di tante band orientali (Softsurf, Monn In June...). 

Tre cose mi colpiscono profondamente negli Attic Ocean, tutte in qualche modo collegate. La prima è la perfetta e corrusca eleganza del loro suono, ovunque rotondo, soffice e dinamicamente coerente. La seconda è la voce di seta di Hannin, che di quel suono sembra essere il vero motore. La terza è la vitale, energica ed energetica luminosità che ogni pezzo riesce ad emanare, dall'opening Could It Be You (che a me ricorda tantissimo i miei adorati Night Flowers) in avanti. 

Una delle cose più belle uscite nel 2026 senza dubbio alcuno. 

27 ottobre 2024

Attic Ocean - Retriever EP REVIEW

Quando dei giovani musicisti si mettono insieme per fare una band, è normale che si portino con sé influenze diverse con un denominatore comune. Nel caso degli Attic Ocean, è indubbio che alla base ci sia una sconfinata passione per l'indie dei '90, con in particolare un amore dichiarato per gli Slowdive. 

E non è un caso allora se il master di questo secondo ep della band di Düsseldorf sia stato affidato niente meno che a Simon Scott, che degli Slowdive è il batterista e il responsabile di tutti i suoni elettronici. Una presenza che garantisce senz'altro il fatto che i cinque tedeschi possiedono innanzitutto una salutare ambizione, e poi che, rispetto al loro ep d'esordio, hanno fatto davvero dei notevoli passi avanti sia nella scrittura che nella produzione.

Hannin Nasirat e compagni sanno muoversi con sicurezza in un territorio di confine che sta a metà tra dream pop e power pop, dove le linee melodiche sono sempre morbidamente immediate ma l'impianto sonoro si regge sempre sulla poderosa e sferzante energia delle chitarre, con un retroterra che è evidentemente shoegaze (in Weeks Into Tears soprattutto) ma non solo. 

I cinque pezzi di Retriever funzionano alla perfezione e mostrano piacevoli somiglianze con i Say Sue Me più vigorosi o i Beths (Young Again), con i Wolf Alice (Lilies and Sea, l'episodio più memorabile del lotto, a mio parere), con i Bleach Lab (Glow, splendida e avvolgente), con i Basement Revolver (Sleepless, la più aggressiva e oscura dell'ep). Tutte band, quelle citate, che hanno una forte propensione scenografica, possiedono un cuore catchy ma dentro un involucro di elettricità statica dai contorni inquieti. Esattamente ciò che gli Attic Ocean riescono ad essere con pregevole maturità. 

Una band da tenere d'occhio per il futuro.