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20 aprile 2026

Prism Shores - Softest Attack ALBUM REVIEW

A brevissima distanza da quel Out Of Underneath che nel dicembre 2025 è finito dritto nelle prime posizioni della nostra classifica dei dischi dell'anno, i Prism Shores ritornano con un nuovo album (il loro terzo) che ribadisce con forza la loro capacità di tenere insieme con estrema naturalezza tanti modelli diversi.

La band canadese si presenta sempre volentieri come gruppo jangle pop, ma in realtà, fin dagli esordi, i quattro di Montreal sono più di così, finendo per essere una sorta di caleidoscopio guitar pop che collega idealmente i Jesus & Mary Chain all'indie americano degli anni '90, il C86 all'Australia dei Go-Betweens (sentite Guidebook), lo shoegaze potabile dei Ride alla catchyness diagonale dei Vaselines.

Ascoltando le dodici canzoni del nuovo lavoro, che sono tutte energetiche, intelligenti, piacevolissime, l'impressione non può che essere la stessa ma - se proprio dobbiamo individuare una direzione particolare - appare evidente una convergenza stilistica verso i Teenage Fanclub dell'era Banwagonesque (I Didn't Mean To Change My Mind ma anche Precarity) e l'indie melodicamente obliquo, veloce e sfrigolante dei Dinosaur Jr. e dei Lemonheads (Gossamer è puro J Mascis; in Idle Again e A Faster Gun sembra di sentire davvero Evan Dando dei tempi d'oro). 

Rispetto ai due dischi precedenti, in Softest Attack traspare un desiderio di suonare in modo più sporco spingendo sui pedali dei distorsori per dare un'idea di forte spontaneità indie (prediamo le tendenze centrifughe alla Pavement di Magical Thinking), ma la condivisione degli oneri di scrittura (e canto) fra tutti i quattro membri ha al contempo allargato la palette espressiva del gruppo e c'è sempre una rotonda immediatezza. 

Se la sensazione dominante è quella di trovarsi davanti ad un grande disco del 1996, c'è però da dire che i Prism Shores non manifestano nessun intento nostalgico, non hanno una attitudine citazionista, nè vogliono ricostruire (anche a livello produttivo) i dischi dell'epoca. Hanno senz'altro introiettato lo spirito di quell'epoca (e in un modo quasi impressionante) e questa è molto semplicemente la loro identità. 

22 gennaio 2025

Prism Shores - Out From Underneath ALBUM REVIEW


Ci sono delle band che sono talmente innamorate della galassia indie pop da riuscire a far proprie molte sfaccettature del genere e trasformarle in uno stile che sia personale. Spesso sono le migliori e i nomi sicuramente li conoscete già.

Forse però non conoscete i Prism Shores, che sono di stanza a Montreal ma hanno origine a Charlottetown (nell'Isola Prince Edward, quella di Anne with an E, ma è anche la culla dove hanno mosso i primi vagiti gli Alvvays!). 

Out From Underneath è il loro secondo album (il primo, Inside My Diving Bell, è del '22) e, come anticipavamo poc'anzi, è un piccolo caleidoscopio - non a caso il loro nome cita il prisma - dentro il quale, se guardate con attenzione, appaiono in trasparenza le tracce di centro altre cose, dal mondo Sarah Records al jangly pop di oggi (un po' Quivers, un po' Kindsight), dalla Flying Nun ai J&MC, dai Cure allo shoegaze, dall'indie americano dei '90 a un certo cantautorato americano obliquo ed elettrico, e l'elenco potrebbe continuare.

La fitta e scampanellante trina di chitarra che apre Overplayed My Hand già dovrebbe bastare a legarvi mani e piedi e trascinarvi dentro il mondo dei Prism Shores. Il ritmo è delicatamente uptempo, la voce spontanea e molto lo-fi di Jack MacKenzie è sempre leggermente sovrastata dallo scintillante e morbido muro elettrico che la band erige a poco poco, la linea melodica è di efficace semplicità.

La ricetta della band canadese è sostanzialmente questa, e trova la sua quadratura nelle sottili variazioni fra un episodio e l'altro e in soluzioni sonore peculiari che di volta in volta catturano l'attenzione. Facciamo qualche esempio: l'onda di distorsione che sottende la deliziosa Southpaw (così come i bellissimi cori di KT Laine); e poi l'elettrica e puntiforme rotondità di quella piccola perfect indie pop song à la Lemonheads che è Tourniquet; e ancora la voce di Jack che sembra trasformarsi a poco in quella di Robert Smith nella meravigliosa, emozionante, romanticissima Killing Frost; o le irrequiete dissonanze di una Weightless, che pur essendo il pezzo più ruvido del lotto (dalle parti dei Guided By Voices per intenderci) conserva una sua tenerezza twee. 

I dieci pezzi dell'album scorrono via fluidi con la loro perfetta commistione di graffi e carezze, tanto che quando si arriva alla soffice superficie jangly e sognante di Drawing Conlusions e alla lunga coda sfrigolante di Unravel quasi quasi si rimane delusi perchè il disco è già finito. 

L'osservazione che mi viene da fare in conclusione è che sembra davvero strano come una band così talentuosa, così capace di costruire la propria personalità giocando sui contrasti e i rimandi, sia rimasta finora tutto sommato nel sottobosco dell'indie pop, quando meriterebbe di avere tutti i riflettori addosso. 

Il primo grande album del 2025. 


13 febbraio 2024

Ducks Ltd. - Harm's Way ALBUM REVIEW

Jangly e uptempo, più neozelandesi che californiani nello stile, i canadesi Ducks Ltd. avevano esordito un paio d'anni fa con un album che ne aveva messo in luce un notevolissimo talento in bilico tra freschezza e nostalgia.

Tom McGreevy e Evan Lewis sono arrivati al "difficile secondo album" senza perdere la brillantezza del debutto, con nove canzoni che ancora una volta evidenziano lo stile peculiare della band che, un po' come i Bats - giusto per giustificare il riferimento neozelandese - è catchy ma mai fino in fondo, apparentemente leggero e al contempo sempre inquieto e sottilmente ombroso. 

Un'inquietudine che non si nasconde nel suono scampanellante delle chitarre - come accade per altre band - ma sembra proprio tradursi in esso, in particolare nelle sue trine torrenziali, rapidissime,  incalzanti (prendete The Main Thing ad esempio) e tutt'altro che leggiadre, con le uniche eccezioni della più luminosa Deleted Scenes e dell'acustica conclusiva Heavy Bag

07 ottobre 2022

Alvvays - Blue Rev ALBUM REVIEW


Per chi non lo sapesse, il Blue Rev è una bevanda alcolica - un po' vodka, un po' energy drink, un po' cola, insolitamente azzurra e, dicono, piuttosto dolciastra - che era molto popolare tra i teenager quando Molly Rankin e la sua tastierista Kerri MacLellan erano liceali nella sperduta Nuova Scozia. 

Se il titolo del terzo disco degli Alvvays va a pescare nella memoria della leader della band canadese (così come la buffa copertina, almeno credo), la suggestione per il (vasto) pubblico dei fans dovrebbe coincidere più o meno con un "ritorno alle origini", che è una strada che tutti i gruppi prima o poi imboccano quando finiscono le idee.

Niente paura: non è affatto così. 

Ma partiamo dall'inizio. Gli Alvvays non sono più "una band indie pop" già dalla loro apparizione sulle scene nel 2014: sono "una istituzione dell'indie pop", uno dei pochi gruppi di questi tempi che può vantarsi di essere una pietra angolare del genere, quelli a cui tutto viene, spesso banalmente, paragonato ("simile agli Alvvays", "cercano di assomigliare agli Alvvays", "ecco il tipico suono Alvvays", etc.). L'omonimo album di debutto è stata una bomba atomica deflagrata quasi all'improvviso, innescata da quel singolo che tutti sappiamo a memoria e che non ho bisogno di citare. Il seguito, Antisocialites,  allargava il campo e li consacrava definitivamente, lanciandoli in tour mondiali e mettendoli fra gli headliner di molti festival indie. Era il 2017 - un'era fa, se ci pensate, con tutto quello che è intercorso - e Molly Rankin e compagni già cominciavano a pensare alle canzoni per l'album numero tre.

Poi sono successe cose: un poderoso cambio di formazione alla sezione ritmica (dentro Sheridan Riley e Abbey Blackwell: bisognerebbe dire LE Alvvays ormai!), e poi la pandemia, un furto in casa Rankin che ha sottratto i demo dei pezzi nuovi, un allagamento della sala prove, il lockdown e una separazione fisica dei membri della band bloccati fra Canada e USA. Un anno fa il produttore Shawn Everett porta il quintetto a Los Angeles e lo spinge a suonare le canzoni nuove con uno spirito da live, mantenendone l'energia spuria. Canzoni che non sono più monopolio di Molly ma coinvolgono oggi anche il chitarrista Alec O'Hanley e Kerri. 


L'album quindi. Quello che aspettavamo con il batticuore da tanto tanto tempo.

Il numero iniziale, Pharmacist, è insieme una carezza e un cazzotto nello stomaco: la carezza ce la elargisce la melodia rotonda e cantabile a cui Molly Rankin ci ha abituato da sempre, il cazzotto ce lo assesta lo sfrigolante muro di chitarre che ci precipita addosso fin dai primi secondi e che i nostri ci fanno scalare con destrezza fino ad un finale in cui l'elettricità scappa da tutte le parti. Un piccolo perfetto diorama shoegaze in appena due minuti. 

Easy On Your Own continua il discorso del pezzo precedente e si innesta all'idea di dream pop di irrequieta delicatezza che gli Alvvays avevano abbozzato con quel capolavoro che era In Undertow. Le liriche cominciano a parlare con una rabbia misurata e tuttavia tagliente di una relazione finita male (ne risentiremo parlare). Le chitarre sferzano e grattugiano come non mai, ma non fanno male.

After The Earthquake potrebbe essere la Plimsoll Punks di Blue Rev: tessuto jangly sfavillate che si fa più spesso piega dopo piega e la prima melodia apertamente catchy, molto 80's flavoured, del lotto. Potrebbe sì, perché in realtà a metà c'è un cambio di ritmo che spoglia la canzone ad un sussurro, ed è uno di quei colpi di genio che - come altri nel disco - puntano a togliere il terreno sotto l'ascoltatore per poi rimetterlo a posto appena prima che ritocchi terra, in un finale esplosivo. Le liriche riflettono una storia del romanziere Murakami, ma probabilmente raccontano semplicemente del nostro complicatissimo oggi. 

Tom Verlaine incede su onde increspate di chitarre alla Jesus & Mary Chain che germogliano l'una sull'altra in elettrici layers di malinconia. Le liriche raccontano ancora una relazione sentimentale complicata. E' un pezzo di passaggio.

Pressed, densa, serrata, uptempo, funziona come se un pezzo degli Smiths fosse suonato dalle Lush. Il manuale del bravo critico musicale appiccicherebbe l'etichetta "post punk" ma è veramente qualcosa di inedito. E' un pezzo straniante e bellissimo. 

Many Mirrors è l'episodio più sognante del disco e forse uno dei più immediati: la struttura circolare si sviluppa, come in.molte canzoni degli Alvvays, intorno al chorus, e ci fa crescere intorno rampicanti di chitarre jangly e riverberi elettrici in un giardino quasi barocco. "Adesso che siamo passati attraverso così tanti specchi, non posso credere che siamo rimasti gli stessi" canta Molly: uno dei versi più belli dell'album, a mio parere. Prossimo singolo? 

Very Online Guy - terzo singolo estratto - ha di nuovo qualcosa di inusuale per lo standard Alvvays: la cadenza melodica è quella consueta, ma tutto sembra continuamente deviare in uno spazio franto fatto di echi e riflessi, tutto imbastito sui synth miracolosi e davvero impavidi di Kerri. Un capolavoro produttivo che affascina e un po' disturba, con una metafora perfetta fra i filtri dei social di cui il protagonista è dipendente e il filtro elettronico che stiracchia il suono di qua e di là e lo infarcisce di pattern incollati l'uno all'altro.

Velveteen pure è sorretta da un'anima synth-pop che testimonia di una ricerca sonora di nuovo rivolta al modernariato anni '80. Molly si porta in giro il pezzo con un afflato quasi scenografico nella seconda parte che a ma ricorda gli A Ah (non scherzo). Ed anche qui gli Alvvays giocano a montare e smontare la canzone da dentro, facendola comunque scorrere su binari veloci dall'inizio alla fine.

Tile By Tile parte obliquamente raffinata. Molly spinge la voce in alto e sembra Kate Bush. Il resto è piacevolmente esotico, con poderosi apporti di synth e un assolo avvolgente di chitarra.

Pomeranian Spinster è un divertito omaggio ai Ramones: punk che si prende in giro. Nulla di più. Una pausa per sciogliere la tensione accumulata sinora e prepararci per il capolavoro.

Belinda Says è - bisogna proclamarlo davvero - una canzone di bellezza quasi trascendentale. Uno di quei pezzi che capitano rari in una vita di ascolti, di cui percepisci l'energia già dalle prime tenui note di synth. Una "all chorus song" che - lo dicevamo poco fa - è nelle corde di Molly Rankin fin dagli esordi: sintetica e travolgente con il suo incipit in medias res, ma poi per nulla semplice nella costruzione. La Belinda del titolo è Belinda Carlisle, che nella nota hit radiofonica degli anni '80 cinguettava che "Heaven is a place on Earth"; la voce narrante del pezzo, che è incinta e deve prendere una decisione che le cambierà la vita, non è così ottimista, e tuttavia trova la forza per andarsene incontro ad un futuro incerto senza abbassare la testa, ingenua e testarda. Questa la narrativa del pezzo. Musicalmente è come se Rankin e soci avessero costruito una scatola magica che contiene, in due minuti e quarantacinque, tutto lo shoegaze e il dream pop mai suonato, e ce la spalancassero davanti all'improvviso come un vaso di Pandora che ci investe di elettricità, poesia, forza primordiale, miele, riverberi, armonia delle sfere, rumore, tenerezza e violenza, luci baluginanti, quiete e grida, chitarre, voci, synth che entrano l'uno nell'altro, crescono a spirale, entrano in un'iperspazio di mistica quiete e riprendono forza in uno spannung emotivo che fa venire voglia di piangere di gioia. Musica e poesia insieme, poesia e musica, in un unico virtuosistico gesto vitale.  

Bored In Bristol è un altro racconto di provincia, che si concretizza in un sogno di fuga, un po' come nell'episodio precedente. La cadenza è bizzarra e spinge verso un finale corale.

Lottery Noises è una piccola sinfonia power pop distillata in 3 minuti: un inizio di quieto diaristico autoironico intimismo (si parla ancora di un abbandono, pare di capire, e del desiderio di ricominciare) è seguito da un'architettura in crescendo che spinge sul pedale della catarsi e sembra infine riappropriarsi di quel suono guitar pop anni '90 da cui gli Alvvays erano partiti e che in Blue Rev è rimasto in sottotraccia. Pezzo magnifico. Lo immaginiamo già live... 

Fourth Figure chiude con un finale aperto il racconto che giace sul fondo di quasi tutti i pezzi: "ora che la sala si sta svuotando, sei ancora una parte di me, e lo so, giorni dopo, è il motivo per cui tu ancora esiti, ed io andrò". La voce, bellissima, di Molly. Archi sintetici. Una melodia da canzone teatrale di inizio Novecento. 

Dice Molly Rankin che Blue Rev non nasce da uno sforzo di "fare per forza qualcosa di diverso", ma anzi di continuare sulla strada tracciata, mescolando bellezza e ruvidezza nel modo più equilibrato possibile. E' senz'altro un buon riassunto del disco: la firma stilistica della band di Toronto è incisa a fondo in ognuno dei pezzi, però è indubbio che ci sia una poderosa percentuale di novità in quasi tutto ciò che hanno suonato. E di coraggio, perché - diciamocelo con franchezza - da loro tutti sotto sotto si aspettano una nuova Archie, una nuova Next Of Kin. E invece in Blue Rev c'è dannatamente di più: nessun indie anthem, forse, ma una tonnellata di idee che le tredici canzoni sembrano quasi contenere a stento, come se l'album catturasse in una foto perfetta e al contempo leggermente mossa un magmatico flusso di coscienza che attraversa sia le musiche che le parole. 

Riassumendo: in Blue Rev non troverete il guitar pop spigliato del disco di debutto, piuttosto lo sviluppo naturale dell'evoluzione cominciata con Antisocialites. Nella prospettiva generale è proprio il secondo album che, a questo punto, appare un punto di passaggio verso questo terzo lavoro, che ne completa le suggestioni con un lavoro di produzione che rasenta la perfezione. Ci sono senz'altro più citazioni anni '80, più shoegaze, più chitarre sfrigolanti, costruzioni inusuali e castelli sonori che si innalzano verso il cielo. Ma anche tanto tanto ardore melodico, qua e là una sottile tentazione di virtuosismo stemperata sempre da una forte dose di leggerezza, una temperie più eclettica che si aggrappa al solido perno centrale di quell'Alvvays touch che tutti cercano di imitare. Quella capacità di essere luminosamente catchy qualsiasi sia il contesto: sulle nuvole come dentro la tempesta. Un'attitudine che forse viene - mi piace pensare - dal fatto che la Rankin si è svezzata letteralmente con i primi tre dischi degli Oasis, altro modello inconscio che non viene mai citato ma è radicatissimo nel suono dei canadesi. 

Resta la sensazione profonda di avere davanti una band straordinaria nel senso letterale del termine, capace appunto di fare veramente solo cose fuori dall'ordinario. Un gruppo che ha già impresso il proprio nome in maiuscolo sia sugli anni '10 (Alvvays) che sugli anni '20 (Blue Rev, e sicuramente i dischi a seguire) e con il quale - come dicevamo all'inizio - l'intero movimento indie pop si dovrà per forza confrontare per sempre. 

01 maggio 2022

Crystal Eyes - The Sweetness Restored ALBUM REVIEW

Più un collettivo che una vera e propria band, i canadesi Crystal Eyes sono una delle nuove band della scena indie pop più strane e affascinanti del momento. 

The Sweetness Restored - il titolo viene da una canzone del connazionale Leonard Cohen - è il secondo album del gruppo guidato da Erin Jenkins ed è in verità un'eclettica antologia di cose piuttosto disparate che, da un lato, ha il merito di uscire con decisione dai canoni del genere (l'etichetta dream pop viene usata in verità dalla stampa con troppa nonchalance: non è dream pop questo) e dall'altro ha un effetto piacevolmente straniante e disorientante (i sei psichedelici minuti di I Still Believe In Love rappresentano bene il versante bizzarro dei Crystal Eyes). 

Nei nove episodi dell'album c'è un variopinto frullato multivitaminico e leggermente alcolico dove memorie diverse si alternano e sovrappongono con uno spirito leggero e disincantato che a me ricorda molto quello dei B52s: un po' di New Order, un po' di Jesus & Mary Chain, un po' di profumi sixties, un po' di Bangles, un po' di Liz Phair e un po' Lana del Rey, e poi profusioni di synth anni ottanta e organo Hammond, chitarre post punk e qualche brezza di riverberi, archi, salti di tempo e ritmi dispari. Cose difficilmente abbinabili in genere, ma che qui non so perchè funzionano sempre. 

L'impressione con i Crystal Eyes è spesso di avere davanti una creatura inafferrabile da cui non sai mai cosa aspettarti, e poi però c'è - quasi sempre e in alcuni pezzi in modo super efficace (Wishes e A Dream I Had i miei favoriti) - uno spirito che è più catchy e trascinante che freddo e sperimentale, come ci si potrebbe attendere da dei musicisti che scelgono programmaticamente di percorrere strade fuori dagli schemi. 

22 febbraio 2022

Basement Revolver - Embody ALBUM REVIEW

Embody è il secondo album per la band di Hamilton, Ontario: un nuovo poderoso passo in avanti per un gruppo che seguiamo davvero dalle sue primissime mosse e che da allora non ci ha mai deluso.

Chrisy Hurn e i suoi compagni hanno ritagliato con forza e personalità la forma ormai molto definita e riconoscibile del proprio dream pop, mettendo insieme infinita dolcezza e profonda oscurità in architetture di scenografica emozionalità. 

Al centro, sempre di più, la voce angelica di Chrisy, catalizzatore non solo dell'elettrica eleganza di ogni paesaggio sonoro, ma anche e soprattutto di liriche che esprimono una notturna antologia di disagio ed inquietudine ("vorrei essere a mio agio dentro la mia pelle" dichiara il ritornello di Skin; "sono sempre in guerra con la mia mente" quello di Circles; "ho perso il controllo, sono diventata un buco nero" quello di Black Hole...) che però anziché sprofondare va costantemente in cerca della luce. 

Ecco allora che i momenti in cui l'intimismo dolente delle parole si scioglie nei muri sfrigolanti delle chitarre (lo shoegaze quasi canonico di Tunnel Vision)  si alternano a quelli in cui ombre e bagliori si muovono in un'oscurità liquida di apparente serenità, il tutto tra un pezzo e l'altro o dentro la stessa canzone (Storm ad esempio, o l'ancora più complessa Dissolve). Fino ad esplodere in quella dimensione vasta e melodicamente scenica che è il vero marchio di fabbrica del gruppo canadese: Transatlantic in questo senso sono i Basement Revolver in purezza. 

Tra tante band di genere, quella di Chrisy Hurn non ha puntato né sull'immediatezza catchy, né sulla potenza muscolare, né sull'espressionismo emotivo: tutto il percorso dei Basement Revolver è davvero un equilibrismo fra questi tre poli, che li mescola e li sovrappone continuamente e che muove da una sincera esigenza di trasformare in bellezza ciò che sanguina dentro. E un pezzo magnifico come la conclusiva lunga e ambiziosa Long Way, con le sue chitarre country che si fanno distorsione, il suo crescendo da pelle d'oca, la sua coralità liberatoria e la voce della Hurn che sale tra le stelle, sembra allora la fotografia perfetta di cosa i quattro di Hamilton vogliono essere. 

Un album fondamentale da una delle band fondamentali di oggi. 

17 febbraio 2022

Lizzy - Deux Soleils EP REVIEW

Mi è capitato, nelle ultime settimane, di sentire almeno una dozzina di album o ep appena usciti: diverse cose carine, ma niente che mi abbia spinto a ritornare indietro e riascoltare. Poi mi sono imbattuto per caso nell'EP di questa ragazza di Montreal che canta in francese, e una sua canzone intitolata East Angus 1998 mi ha letteralmente svoltato la giornata. 

Lizzy Picard dichiara che la sua musica è "dream pop in pieno sole" (provo a tradurre così l'aggettivo ensoleillée), e non c'è definizione più calzante di questa: in tutti i quattro pezzi dell'EP (cinque, se contiamo che in coda c'è anche una emozionante versione alternativa di Deux Soleils) ci sono cieli azzurri, soli che sembrano arance e orizzonti di ricordi illuminati da un riverbero dorato e brillante. 

Le calde spirali di chitarre jangly e synth collocano senza dubbio i modelli sonori di Lizzy dalle parti dei Cocteau Twins e delle Lush, in quello stesso mondo così retrò e così di moda oggi a cui si abbeverano in tanti nella scena indie pop odierna, da Hatchie ai Blue Herons. 

Il tutto confezionato con una produzione che fa modernariato ma in modo intelligente ed equilibrato e soprattutto con una pura, semplice, sincera, un po' adolescenziale dolcezza di fondo che rende ogni canzone splendidamente atemporale e la fa librare a mezz'aria in una dimensione di crepuscolare bellezza.

30 ottobre 2020

Peach Kelli Pop - Stupid Girl EP

Allie Hanlon non è certo una debuttante sulla scena indie pop. Ha all'attivo almeno 4 album e diversi singoli ed EP con il nome Peach Kelli Pop. Da almeno un decennio la musicista di Ottawa si dedica ad un guitar pop artigianale e colorato, venato da una primigenia energia punk e sempre delicatamente ironico.

Quando era adolescente - dice la Hanlon - non andava per nulla bene a scuola, e Stupid Girl, il pezzo che dà il titolo al suo nuovo EP, è in fondo un modo per esorcizzare la sensazione di essere stata la classica loser del liceo, interessata più a quelle che gli altri definivano "stupide canzoni" che alla moda e al "successo". 

Rispetto anche all'ultimo album, uscito due anni fa - che era comunque pieno di pezzi spigliati e piacevoli - la qualità della scrittura e della produzione di Peach Kelli Pop sembra sensibilmente migliorata. Tutti i 4 episodi dell'EP sono super orecchiabili nel modo più intelligente, solare e sincero possibile e ti rimangono incollati addosso dopo un paio di ascolti. 

18 agosto 2020

Dog Day - Present ALBUM


E' passato talmente tanto tempo dall'ultimo album a nome Dog Day che, personalmente, non ricordavo nemmeno di avere già incontrato la band di Halifax in passato. E invece Seth Smith e Nancy Urich, motore del gruppo fin dagli esordi, sono in giro da 15 anni buoni e hanno in curriculum diversi album inspirati ad un post punk umorale e melodico al tempo stesso.
Chitarre dinamiche, synth onnipresenti e voci piacevolmente alternate sono senza dubbio la formula magica dei Dog Day: è quello che i canadesi sanno fare bene da sempre, ed è di per sè un'ottima notizia che le tredici canzoni di Present li vedano ancora in piena forma alle prese con il loro indie pop di timida raffinatezza, sospeso tra una dimensione artigianale ed una risoluta cura dei perticolari. 
Smith e Urich credono nel canone della three minute song, e qui ce ne sono diverse davvero belle, spartite più o meno a metà tra una sottile bruma dark e una preziosa e scintilante leggerezza indie (Trouble è un gioiello).

18 aprile 2020

Ellis - Born Again ALBUM

Già due anni fa, con un EP di sei pezzi ricco di una luminosa eleganza, Linnea Siggelkow aveva indicato la sua personale via al dream pop più soffice e dolcemente malinconico, che all'epoca mi era sembrato un ponte ideale fra i concittadini (di Hamilton, Ontario) Alvvays e Basement Revolver, tra il gusto melodico dei primi e la scenograficità dei secondi.
Ritroviamo Ellis oggi con il suo vero album di debutto, intitolato Born Again, un lavoro di per sè ambizioso, prodotto con una evidente preoccupazione per la forma oltre che per il contenuto. 
Le canzoni di Linnea, costruite attorno alla sua voce delicata, vanno costantemente alla ricerca di un effetto quasi catartico nei crescendo di chitarre, riverberi e synth, dando una dimensione più ampia ad un impianto che, nel suo profondo, resta cantautorale, introverso e "da cameretta". 
Il risultato è ovunque piacevole, mai del tutto coinvolgente forse, ma sempre forte di una fragile raffinatezza che a tatti (Fall Apart soprattutto) brilla di una leggerezza pop davvero pregevole. 

15 dicembre 2019

Brunch Club - Another Wasted Summer ALBUM

Ho ascoltato almeno una ventina tra album ed EP nelle ultime settimane e davvero non ne ho trovati molti di cui valesse la pena parlare. Fa eccezione solo l'album dei canadesi Brunch Club, che già dalla copertina - che ricorda una fanzine indie pop dei tempi d'oro dell'indie pop (e delle fanzine) - sembra alludere a tutto un mondo twee che ovviamente ci strappa subito un sorriso preventivo.
Il terzetto di Edmonton, guidato da Ellen Reade, sfodera qui otto pezzi di piacevole freschezza uptempo, spontanei e sintetici, rotondi e cantilenanti, frizzanti di chitarre jangly e qua e là leggermente più ruvidi, nostalgici dell'artigianato punk pop dell'era C86. 

23 ottobre 2019

Basement Revolver - Wax and Digital EP

Da diversi anni i canadesi Basement Revolver sono uno dei punti inamovibili della scena dream pop e si sono costruiti la fama di essere una versione più scenografica ed emozionale degli Alvvays (che, per altro, sono loro concittadini). 
Al di là dei paragoni, che sono sempre un po' impietosi, Chrisy Hurn e compagni mostrano nei sei pezzi del nuovissimo EP la consueta maestria nel mescolare momenti di sfrigolante climax elettrico ed altri di sognante morbidezza (Have I Been Deceived What Are You Waiting For testimoniano la crescita evidente della band), senza perdere per un solo secondo quell'immediatezza melodica e quella rotondità sonora che sono i loro veri marchi di fabbrica. 


30 novembre 2018

11/2018 NOVEMBRE [Free Cake For Every Creature, Ellis, Useless Youth, Bruce Robert, The Strange Creatures]

ALBUM DEL MESE

Free Cake For Every Creature - The Bluest Star
E' davvero la stessa band quella che tempo addietro - con un nome a dir poco bizzarro - riempiva i propri EP di pezzi bedroom pop semi-improvvisati registrati come capita? Sì: Katie Bennett è ancora al timone dei suoi FCFEC, ma l'evoluzione della sua creatura musicale è evidente e ormai inarrestabile.
Se nell'album di due anni fa c'era ancora una forte dose programmatica di lo-fi, The Bluest Star abbraccia una produzione che, pur essenziale, è rotonda e brillante e mette in fila 14 pezzi (decisamente più compiuti nella struttura e nella scrittura) che stavolta sfiorano addirittura i tre minuti di durata.
Lo stile resta quello che conosciamo: un guitar pop dalla dimensione cantautorale, arguto e cantabile, obliquo quanto basta, pensato e fatto in economia di mezzi e al contempo sempre piacevolissimo, introverso e timidamente ironico, quasi sempre disteso su ritmi lenti, non lontano in fondo da quello di Frankie Cosmos.


Ellis - The Fuzz
Forse non è un caso se gli Ellis di Linnea Siggelkow sono basati dalle parti di Toronto, che è la patria di due favoriti di questo blog come Alvvays e Basement Revolver. In effetti la creatura musicale dell'artista canadese pesca un po' da entrambe le band (il nitore melodico dei primi, il gusto per i crescendo scenografici dei secondi), confezionando uno degli esordi dream pop più interessanti dell'anno.
Solo sei pezzi, ma dalla dimensione decisamente generosa, considerando che ogni episodio è incorniciato da un panorama strumentale dove synth e chitarre dilatano volentieri i loro intrecci. Su tutto un'umore sottilmente notturno che disegna sinuose ombre lunghe e accresce il fascino di ogni canzone.


GLI ALTRI ALBUM

Useless Youth - Cities
Originari di Città del Messico, i quattro Useless Youth concorrono con fondata ambizione al titolo di migliore band jangle pop dell'anno. Non ci sono ingredienti segreti nel suono scampanellante di questi ragazzi messicani: tutto suona esattamente come ci si aspetterebbe da un gruppo che aderisce ai canoni del genere. Ciò che incanta nelle 12 canzoni di Cities ha a che fare più che altro con il brillante dinamismo uptempo e l'eccezionale fluidità del loro stile.



Bruce Robert - Together Singles
Dichiara Bruce Robert, da Boise, Idaho, che talvolta la sua testa funziona come un ricettore di melodie che fluttuano nel'etere e che queste si trasformano naturalmente in canzoni. Strano, certo, ma il nostro le canzoni le sa scrivere davvero e non a caso i benemeriti della Jigsaw Records hanno raccolto insieme otto singoli pubblicati in modo piuttosto randomico nell'ultimo anno, in genere affidati a voci di artisti amici. La somiglianza con lo stile degli Smittens (ed anche con molte cose dei Magnetic Fields) è notevole: piccolo irresistibile artigianato pop dai colori sgargianti, stralunato e curatissimo al tempo stesso.


The Strange Creatures - Phantasms
Ultimi protetti della sempre più influente Boring Productions, di Shenzen, Cina, i filippini The Strange Creatures confermano alla grande che questo 2018 è stato l'anno dell'indie-pop orientale. Non diversamente dai coreani Say Sue Me, i sei ragazzi di Manila si muovono con grande agio in un guitar pop mosso, piacevole e raffinato al tempo stesso, incentrato sull'efficace alternarsi delle voci  di Jon Tamayo e Megumi Acorda, twee quasi ovunque, ruvido dove serve, arrichito da molteplici apporti strumentali.


24 settembre 2018

09/2108 SETTEMBRE [Alpaca Sports, Basement Revolver, Waxahatchee, Subsonic Eye, The Goon Sax, Rådjuret, Ghost Thoughts, Canadians]

ALBUM DEL MESE

Alpaca Sports - From Paris With Love

Andreas Johnson, Amanda Åkerman e Lisle Mitnik sono delle colonne del twee pop dell'ultimo decennio. Gli svedesi hanno pubblicato numerosi singoli ed EP ma, strano a dirsi, From Paris With Love è solo il loro secondo album. Lo stile Alpaca Sports è comunque ormai un marchio di fabbrica: canzoni dolci e variopinte come caramelle - una tira l'altra - che sono tangibili dichiarazioni d'amore verso un'idea di pop gentile e nostalgica. Oltre alla formidabile piacevolezza di ogni episodio, è la produzione (di Ian Catt) che qui fa davvero la magia, rivestendo ogni singolo momento di una scintillante patina di luce, dalle immancabili chitarre jangly alle armonie vocali, ed evocando la raffinata leggerezza di un pop sixties che per la band di Goteborg è una vera ragione di vita. 


Basement Revolver - Heavy Eyes 

Più di due anni sono passati da Johnny, primo esplosivo singolo della band canadese. All'epoca ci aveva lasciato a bocca aperta per la spettacolare e poderosa declinazione del dream pop che avevano mostrato di dominare Chrisy Hurn e compagni. In Heavy Eyes, album di debutto attesissimo, ritroviamo giustamante quel pezzo memorabile, contornato da altri undici episodi, alcuni già editi, alcuni completamente nuovi. Lo stile della band di Hamilton, Ontario punta tutto sull'effetto emozionale di ogni pezzo, mettendo insieme morbidezza melodica e potenza strumentale: chitarre di sfrigolante densità shoegazer e una sezione ritmica che picchia con torrenziale dovizia, con qualche saggia pausa di dilatazione quasi folk. Sono davvero bravi i Basement Revolver, e l'album non poteva che essere uno dei must dream pop di quest'anno. 


Waxahatchee - Great Thunder

Sarò subito sincero: faccio parte di quella schiera di fans che amerebbe Katie Crutchfield anche se si mettesse a incidere sigle di cartoni animati. Quindi, vi avverto, tendo ad essere poco lucido ad ogni sua produzione.
 Great Thunder doveva essere il nome di un side project di Waxahatchee, subito messo nel cassetto e lasciato lì per molti anni. Nell'aftermath del suo disco più prodotto ed elettrico, Katie ha ripreso in mano quelle canzoni dimenticate (sei, poche purtroppo), si è chiusa in uno studio con Brad Cook e le ha letteralmente rimesse in vita, rivestendole  giusto con un pianoforte, una chitarra acustica e poco altro. In tanta nuda essenzialità, emergono in modo potente (e a tratti davvero commovente) la struggente bellezza di ogni pezzo e soprattutto l'unicità graffiante e dolceamara della sua voce. Brividi garantiti dall'inizio alla fine.
 

GLI ALTRI ALBUM

Subsonic Eye - Dive Into

E' l'anno dell'estremo oriente nella scena indie-pop? Sembra di sì: Say Sue Me, Sobs, e ora questi Subsonic Eye, che vengono da Singapore e rispetto alle band citate sono quelli che puntano più sull'elettricità. Il passato da shoegazer è evidente nella propensione alle chitarre sature e a qualche coda strumentale, ma Wahidah e i suoi quattro compagni hanno lavorato molto per asciugare le loro canzoni e renderle dinamiche e frizzanti. 


The Goon Sax - We're Not Talking

Al suo esordio, il giovanissimo trio di Brisbane aveva giustamente stupito tutti e suscitato legittimi paragoni con i Go-Betweens (beh, in effetti Louis Forster è il figlio di Robert, e i geni non mentono). Al secondo album, gli australiani mostrano eclettismo, capacità di scrittura e una solidità strumentale molto cresciuta. Tante canzoni di intelligente freschezza, con una obliqua e sorridente leggerezza. 


Rådjuret - Rådjuret

Scelta bizzarra quella della svedese Veronika Nilsson: chiamare il proprio progetto musicale "Cervo". C'è in effetti un'atmosfera da foresta incantata in ogni pezzo dell'artista di Stoccolma, che canta e suona la cetra. Ed è proprio quest'atmosfera a rendere magico il suo disco d'esordio, che evoca un'avvolgente intimità nordica, morbida e colorata come una vecchia ma comodissima sciarpa di lana. Il disco migliore per accogliere l'autunno.


Ghost Thoughts - No Chill

Chi ha amato Purple Period, il debutto di Davina Shell con il progetto Ghost Thoughts, non può assolutamente perdersi la sua seconda fatica. Se l'anno scorso l'artista di Vancouver affidava a voci amiche i suoi pezzi, quasi nascondendosi per timidezza, ora ha preso interamente in mano la situazione. Ed è un bene. La base è puro cantautorato folk, di ottimo livello,ma sempre in cerca di uno stralunato quanto efficace dinamismo indie pop. 


Canadians - Mitch

In ritardo di un paio di mesi scopro che l'unica band indie pop italiana che abbia amato si è rimessa insieme (almeno per tre quinti) e ha pubblicato un album nuovo dopo tanto (troppo) tempo. Graditissima sorpresa! Il suono oggi è più scabro e diretto, ma restano le melodie cantabili e i muri di chitarre alla Ash. Muscoli e leggerezza, come un tempo.

21 febbraio 2017

Ghost Thoughts - Purple Period [EP Review]

Purple Period, lavoro d'esordio dei Ghost Thoughts, è un oggetto decisamente particolare: a metà fra EP e mini allbum (ci sono 6 pezzi), nasce come side project di Davina Shell dei Thee AHs, band di Vancouver dedita ad un pop punk spigliato e variopinto, ma percorre una strada decisamente più morbida e nostalgica. Inoltre - caso piuttosto originale - ospita una cantante diversa in ognuno dei pezzi, in genere provenienti da band canadesi. 
Ciò che colpisce subito dei sei episodi di Purple Period è comunque la qualità molto alta della scrittura e un tocco delicato e raffinatissimo che ricorda da vicino i primi Camera Obscura. 
Davina alterna con mano tanto gentile quanto efficace momenti di eterea introspezione, impreziosita da sottili trine jangly (l'iniziale deliziosa David) e pezzi appena più veloci, melodicamente immediati e inclini ai cambi di ritmo (la splendida Everyone Dies Alone, l'entusiasmante e dinamica Unicorn, che chiude il lotto con il fascino vocale di Elisha Rembold), senza perdere quella gentilezza di approccio che sembra il vero marchio di fabbrica del progetto. I pezzi scorrono uno dopo l'altro con grande piacevolezza e fluidità, crescendo e rivelandosi nella loro elegante confezione artigianale ascolto dopo ascolto. 


 

21 ottobre 2016

Kinley - Letters Never Sent [ALBUM Review]

Le prime note di Wild Horse, il pezzo che apre il primo album solista di Kinley Dowling, hanno un approccio cantautorale: la voce filtrata, lo strumming appena inquieto di chitarra elettrica. Poi all'improvviso una sezione ritmica energica e un carosello di sinth portano decisamente la faccenda in ambito pop. 
La Dowling ha già una carriera ampiamente avviata dalle parti di Newfoundland, Canada, ed è una musicista completa e di buona sensibilità, che si è finora espressa soprattutto sulle corde del folk. 
Letters Never Sent, debutto con il nome Kinley, di folk mantiene solo le radici (le delicate trame acustiche di Golden Days e quelle più oscure di Sharpshooter, oltre ad un certo gusto melodico di fondo evidente anche in Blackbird e nei riverberi ipnotici della conclusiva Kathleen), ed è invece un'ottima prova di dream pop adulto e piacevole, che in realtà scavalca i clichés di genere e alla fine produce uno stile piuttosto personale, incentrato su un misto di immediatezza e di ricerca di perfezione formale. Tanto che, su tutto, alla fine spicca l'episodio più marcatamente costruito e ritmato, una Microphone perfettamente chiusa in un involucro di suoni elettronici.
Solo 7 canzoni forse sono poche per esprimere un giudizio completo, ma dai 23 minuti del mini album resta l'impressione di un (nuovo) inizio molto molto interessante.