13 luglio 2026

Las Robertas - All We Need Is Now ALBUM REVIEW


Parto subito con un mea culpa: non conoscevo Las Robertas praticamente fino ad ora. E non so nemmeno spiegare perchè, visto che parliamo di una band che ha una carriera lunghissima e che, dal natio Costa Rica, si è spostata spesso e volentieri anche per suonare in Europa. 

A volte però capita di inciampare in un tesoro sepolto, ed è esattamente questo il caso: è da una settimana che sto recuporando con grande piacere l'intera discografia dei nostri.

Descrivere con un'etichetta la musica dei Las Robertas sarebbe davvero difficile: il gruppo, che si sviluppa intorno alla cantante Mercedes Oller e al marito, il chitarrista Russell Davis, è un frullatore di stili e modelli anche diversi, che hanno però hanno trovato la loro quadratura intorno ad un'idea psych-indie-pop che potrebbe assomigliare a quella di band all'incrocio fra '80 e '90 come Primal Scream, Ride, Hurricane #1, Spacemen 3, Charlatans...

All We Need Is Now, che è il quinto album dei costaricani, è un'ottima cartina di tornasole della proposta artistica della band, perfettamente in equilibrio fra una freschezza pop che è tutta di oggi e un'elegante e vitalissima aria retrò che ad ogni passo indica proprio a quell'era irripetibile dell'indie inglese che ha costituito la premessa ideale all'ondata brit pop. 

In Everything I Wanted To Be e It's Allright, i due pezzi più catchy del lotto (il secondo è veramente un gioiello), è racchiusa tutta la forza dei Las Robertas: grande morbidezza melodica, chitarre e synth in avvolgente crescendo che quasi si fanno dream pop, un'enorme cura degli aspetti formali, e quell'aura sottesa di psichedelia leggera che dicevamo sopra. 

Ma davvero il disco funziona nella sua interezza, sia nei momenti più immediati che in quelli dove emerge un retrogusto più acido e inquieto. 

08 luglio 2026

Attic Ocean - I Promise I'll Try Everyday EP REVIEW


Se mi chiudeste di farvi un nome su chi può essere in questo momento il gruppo più forte del dream pop europeo, la risposta ce l'ho in serbo già da un po' di tempo: gli Attic Ocean da Düsseldorf, Germania. 

I Promise I'll Try Everyday è il terzo ep della band guidata da Hannin Nasirat e idealmente porta a piena maturazione un percorso stilistico iniziato con i due precedenti Retriever e The Heavy Blue And Then After. 

Il mondo in cui i cinque giovani musicisti tedeschi hanno cominciato a muoversi è quello dello shoegaze, ed è ancora evidente nel denso tessuto di chitarre e nelle costruzioni emozionali in crescendo che spesso e volentieri caratterizzano i loro pezzi (qui l'ampia e scenografica Sun può essere un buon esempio). 

La delicatezza intrinseca e l'aerea leggerezza di ogni canzone è però saldamente di marca dream pop, e bastano episodi come Aurora o Coastal per farci rendere conto che gli Attic Ocean giocano nello stesso campionato di gruppi di primo piano come Bleach Lab, Swim School, The Blue Herons o i connazionali Roller Derby, ma anche che possiedono quella attitudine gioiosamente catchy di tante band orientali (Softsurf, Monn In June...). 

Tre cose mi colpiscono profondamente negli Attic Ocean, tutte in qualche modo collegate. La prima è la perfetta e corrusca eleganza del loro suono, ovunque rotondo, soffice e dinamicamente coerente. La seconda è la voce di seta di Hannin, che di quel suono sembra essere il vero motore. La terza è la vitale, energica ed energetica luminosità che ogni pezzo riesce ad emanare, dall'opening Could It Be You (che a me ricorda tantissimo i miei adorati Night Flowers) in avanti. 

Una delle cose più belle uscite nel 2026 senza dubbio alcuno. 

04 luglio 2026

Castlebeat - Castlebeat II ALBUM REVIEW


Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.

A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta. 

Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.

Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità. 

Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.

Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica. 

Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!