Vi è mai capitato di innamorarvi di una canzone dopo i primi dieci secondi? Colpo di fulmine. Tac. A me succede di continuo, ma senz'altro anche a voi, altrimenti non sareste qui a leggere un sito che non a caso è sempre alla ricerca della nuova perfect indie pop song.
Bene. L'ultimo mio colpo di fulmine è dedicato a Scraping The Last Bits Of Light dei The Chutes, che è davvero un piccolo prodigio jangle pop che ha tutto per fare innamorare chiunque sia appassionato del genere: una trina di chitarre cristalline e scampanellanti, un dialogo dinamico e sornione fra una voce maschile e una femminile, cembali a profusione, un ritornello che ti ritrovi subito a canticchiare ed in definitiva una intelligente struttura canzone, fatta di accelerazioni, pause e ripartenze, che sembra la più lineare del mondo e invece non lo è affatto.
Ed il bello è che dopo tanta luminosità twee ci sono altri sei pezzi di pari estiva coloratissima piacevolezza - cito giusto la deliziosa Nowhere In Particular e la sognante Twin Lens - che sembrano avere iniettato nel proprio dna i geni del C86 e di band Sarah come Field Mice, Aberdeen o Sea Urchins, oltre a raccogliere con convinzione la tradizione west coast del genere (quella dei gruppi della Matinée Records, per dire).
Kenneth Turner e sua moglie Erika Calderon sono basati nella capitale morale mondiale del jangly, ovvero San Francisco, e questo (mini) album omonimo è il loro debutto sulla scena. Un debutto che testimonia comunque una certa esperienza nella scena locale e, come dicevamo, un grande talento nel songwriting che è capace con estrema naturalezza e in una totale economia di mezzi (non c'è nulla più di voci, chitarra, basso e batteria) di mettere insieme tanti modelli (ci aggiungerei anche l'indie dei '90 più morbido, almeno nell'attitudine melodica) con sorridente entusiasmo.
Uno dei dischi essenziali del 2026 e al contempo una vitale ventata di freschezza nei giorni più caldi dell'anno: imperdibile.

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