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08 febbraio 2025

The Pains Of Being Pure At Heart - Perfect Right Now ALBUM REVIEW



Tra il 2007 e il 2009, a Brooklyn, Kip Berman, Alex Naidus, Peggy Wang e Kurt Feldman cercavano di far conoscere la band che avevano appena fondato in una scena indie colma di gruppi più o meno bravi che credevano ancora nella musica fatta con chitarra, basso, batteria e una melodia catchy. Non erano bravissimi tecnicamente, ma sicuramente a ciò che facevano ci credevano ciecamente, con un pizzico di incoscienza post-adolescenziale (non erano più dei ragazzini in verità, almeno all'anagrafe). 

Un'etichetta discografica, la Slumberland - storia lunga alle spalle e una certa fama nel mondo indie americano, giusto in un momento di rilancio - venne folgorata dall'urgenza comunicativa di questa band dal nome lunghissimo e improbabile, e diede la stura ad una carriera che di lì a poco avrebbe reso i quattro dei perfetti idoli alternativi per gli hipsters di mezzo globo. 

Una vicenda che, se non la conoscete già, ho raccontato qui. 

Oggi la Slumberland (che, tra parentesi, è la casa di tantissime band che adoriamo da queste parti) ha deciso di farci un regalo stupendo: un album che mette insieme dieci pezzi usciti in quel breve torno d'anni come b-sides o singoli e che non sono presenti nei primi due album dei Pains. La copertina, come potete vedere, è la stessa - meravigliosa, iconica - del disco d'esordio, colorata però stavolta in giallo e blu. 

La collezione ci offre davvero uno splendido excursus dagli esordi nei club semideserti fino alla prima consacrazione. Muove giustamente da cose decisamente "raw" nell'approccio produttivo e arriva ad un pezzo che è probabilmente lo Zenith creativo di Berman e compagni. Ma procediamo con ordine... 

Si comincia con una Kurt Cobain's Cardigan (uscita nel 2008 per la inglese Painbow, siamo davvero agli albori), che risuona a pieno di quel vitale ed entusiastico orgoglio post punk che era la benzina nel motore della band quando muoveva i suoi primi passi: i'll walk the lenght of your town / 'til there's no one around except us punks / The day we are not it's allright / so don't tell me it's the last night of our young lives. 

Ottima premessa per una versione davvero primigenia di un classicone uptempo, sfrigolante e "catchy as fuck" come Come Saturday, che è stata una dei primi pezzi che i newyorchesi suonavano ed era già chiaramente destinata a diventare una delle loro signature songs. 

Ramona invece - b-side del singolo Young Adult Friction, siamo nel 2009 - ci rivela alla perfezione quella capacità narrativa insieme tenera e sferzante che Berman ha sempre posseduto, in un pezzo che suona come un affascinante crossover di Belle & Sebastian e Jesus & Mary Chain: tell me a story i've never heard / with your pristine hand writing dirty words. 

Anche The Pain Of Being Pure At Heart, la canzone che porta il nome della band, è una fotografia del gruppo al suo debutto. Quadrata, a suo modo solenne nel suo romanticismo adolescenziale che sovrappone Ramones e The Manhattan Love Suicides, nella sua antemica semplicità è, fra i tanti anthem scritti dal band, uno dei meno conosciuti e insieme il più spacca-cuore: we are so sure we will never die ripetono all'infinito Kip e Peggy. E come dar loro torto! 

Sappiamo bene, d'altra parte, come l'intera prima parte della discografia della band di Brooklyn sia incentrata sulla tematica della "giovinezza infinita", del trovarsi su una soglia esistenziale che non si vuole attraversare, sul riconoscersi come parte di una minoranza di punk/nerd che trova senso solo nello stare insieme a suonare o ascoltare musica. E infatti Ponytail Forever (era la b-side di Come Saturday), che punk lo è nella dimensione e nell'essenzialità dei tre accordi, racconta esattamente questo, con il consueto spirito naïf: i just wanna hang around, not afraid of anything!

Sino a qui tutto quello che fu pubblicato prima del mitico album d'esordio. 

Higher Than The Stars uscì invece nel settembre del 2009, quasi a completare idealmente un disco che aveva improvvisamente lanciato i TPOBPAH nell'olimpo dell'indie pop, facendoli diventare un piccolo fenomeno delle classifiche alternative di mezzo mondo. Il pezzo che dava il titolo all'epoca è uno dei capolavori della band e segna, nel suono, nella costruzione e nelle liriche, l'ingresso nella seconda era dei Pains: il paesaggio sonoro è di sfavillante e sognante morbidezza, i synth di Peggy Wang avanzano in prima fila, la dimensione è assolutamente quella del dream pop. La storia raccontata da Kip è ermeticamente malinconica, allude forse a un amore adolescenziale, e quando canta now you can't think straight, because you're not straight, in the back of her's mother car scatta qualcosa che ti fa venire voglia di piangere e di ridere di felicità allo stesso tempo. 

103, Falling Over e Twins, i pezzi che ascotiamo di seguito (e che erano inseriti nell'ep accennato sopra), sono in modo evidente estratti dalle sessions dell'album, ma all'epoca furono lasciati fuori dal lotto (peccato soprattutto per Twins, che ha quel mood soffice e sfrigolante che domina il disco e tutto sommato ci sarebbe stata alla perfezione). Falling Over è forse la canzone più interessante, perchè esce dallo schema guitar pop consueto del gruppo e tenta una strada diversa, con il basso di Alex Naidus super protagonista a dare struttura a un pezzo quasi funkeggiante. E' un anticipo di cose che Berman farà (da solo) negli ultimi album. 

Ok. Facciamo un bel respiro largo perchè adesso c'è da saltare sulle sedia. 

Say No To Love uscì l'8 giugno 2010 come singolo che anticipava di qualche mese la pubblicazione dell'album Belong. A sorpresa non finì dentro quell'album, restando a in qualche modo intrappolata nello iato creativo fra il primo disco e il secondo. Fu però accompagnata da un video fatto con un budget di pochi dollari destinato a diventare iconico per i fan dei Pains: i tre maschi del gruppo che sprizzavano energia dai loro strumenti in un fienile in una campagna assolata, Peggy che da sola faceva una passeggiata a New York portando a spasso i suoi vent'anni e alla fine arrivava magicamente al luogo dove gli altri Pains avevano suonato, provava tutti gli strumenti come per gioco, e poi trovava il suo posto perfetto dietro le tastiere. Say No To Love è probabilmente il pezzo più sfrontato, rotondo, energetico e comunicativo che i quattro di Brooklyn abbiano mai scritto: l'anello elettrico e ideale in grado di tenere insieme i Jesus & Mary Chain, i Cure più scampanellanti e mezzo catalogo della Sarah Records, tirandoli giù da scaffali pronti a prendere polvere e frullandoli insieme in una gioiosa e post-adolescenziale giostra indie. Something's coming, but nothing ever does canta Kip, facendo un ritratto incredibile di come ci siamo sentiti tutti quando ci sembra che i nostri sogni si possano/debbano realizzare di lì a poco e invece ci tocca ricominciare da capo. Uno dei testi più pensosi che Berman abbia scritto, che però esplode in un fuoco d'artificio catartico con un antemico ritornello - "è meglio se dici no all'amore" - attorno al quale tutto (lo scampanellio delle chitarre, l'elettricità libera e distorta, la dinamica dritta del basso e della batteria) accende la luce ed illumina l'intero orizzonte. 

Poche canzoni come queste ci costringono - direi fisiologicamente - a mollare tutto quello che stavamo facendo, alzare il sedere e spalancare tutte le finestre. I Pains volevano essere questa cosa qui: twee dentro, nell'anima, una bomba atomica melodica fuori. 

Intendiamoci, non c'è nulla qui che un fan dei panie non abbia già ascoltato cento volte, ma la comodità di ritrovare tutto insieme, in un'infilata di canzoni tutte di grandissimo impatto, è un'esperienza impagabile. E noi non possiamo che ringraziare ancora con il cuore in  mano la Slumberland non solo per questo regalo che ci fa, ma soprattutto per avere creduto in quei quattro ragazzi che nel 2008 suonavano musica rumorosa e romantica in club semideserti. 

17 febbraio 2024

PIETRE MILIARI: The Pains Of Being Pure At Heart - The Pains Of Being Pure At Heart [2009]

Brooklyn. E' il 2007. Kip Berman è da poco approdato a New York ed è assolutamente il tipo del "giovane, carino e disoccupato" che si aggira nel folto sottobosco indie alla ricerca forse più di amici che di ispirazione. Ha ventisei anni, forse sa suonare un po' la chitarra elettrica, ma "a modo suo" - come dice lui - e sicuramente non ha idea che scrivere canzoni e suonare davanti a un pubblico diventerà presto il suo mestiere. 

Kip è un tipo sveglio e ha girato un po' di America prima di allora: il Wisconsin da bambino, poi Philadelphia da adolescente e infine Portland, Oregon negli anni di università, passati tra le aule blasonate del Reed College e i locali dove si agitava la vivace scena indie rock locale, quella che aveva laureato come star internazionali i Dandy Warhols, ma aveva anche visto nascere e morire (in un incidente d'auto) dopo un solo disco trionfale gli Exploding Hearts e aveva coccolato - giusto in quegli anni - gli inizi di una band eccezionale e sottovalutata come The Thermals. Una volta preso il diploma, Berman in effetti aveva scelto di non lasciare la West Coast e, mentre lavorava per un call center, si era dato pigramente da fare per fondare un paio di band più che amatoriali, che erano puntualmente implose prima che qualcuno si accorgesse della loro esistenza. E' a Portland che i suoi gusti si sono affinati, nutrendo una passione sconfinata per tutto il mondo indie dei due decenni precedenti, in un'era in cui le label indipendenti, di qua e di là dall'Atlantico, sfornavano band nuove una dietro l'altra, i negozi di dischi erano un luogo di ritrovo per tutti i nerd malati di rock e chitarre, e i magazine musicali facevano a gara a scovare i "nuovi Sonic Youth", i "nuovi Pavement", e così via. 

Quando Kip decide infine di licenziarsi dal suo poco entusiasmante impiego e cercare fortuna a Est, non è proprio un ragazzino, ma un po' lo sembra (lo sembrerà sempre con il suo viso efebico) e si porta dietro un misto di passioni e di curiosità che diventeranno lì a poco il carburante per le sue canzoni. Fare amicizia per un indie nerd come lui non è in fondo così difficile: basta frequentare i luoghi giusti, dove la musica si vende e dove la musica si suona. A Brooklyn non c'è una band che non trovi una venue, piccola grande che sia: si può letteralmente tastare il polso della musica rock della contemporaneità, ci si imbatte nelle mode prima che vengano lanciate, un po' si sperimenta e molto si vive di nostalgie post punk e il twee è uno stile di vita da esibire, roba da intellettuali che sembrano sfigati, o da sfigati che sembrano intellettuali. 

In questa temperie fervente e stimolante, Kip conosce per caso Alex Naidus, che è originario del New Jersey e sbarca il lunario facendo il redattore per un sito che si chiama eMusic e soprattutto ha i suoi stessi gusti musicali: gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream, le cose più accessibili dei Sonic Youth, il twee punk dolceamaro dei Black Tambourine, i Vaselines scoperti (come tutti) grazie alla celebre cover acustica dei Nirvana, e poi tutta la discografia della K Records e un mucchio disparato di band nuove, come i Titus Andronicus e soprattutto gli inglesi The Manhattan Love Suicides (che, in definitiva, sono probabilmente la band a cui i Pains hanno cercato di assomigliare di più nei loro primi vagiti). 

In breve Berman e Naidus imbracciano rispettivamente chitarra elettrica e basso e buttano lì l'idea di mettere insieme una band. Siccome nello stesso torno di mesi i due hanno iniziato a frequentare anche una ragazza che si chiama Peggy Wang, che lavora per una promettente (!!!) start-up appena aperta che si chiama BuzzFeeed, suona le tastiere, ha qualche sparuta esperienza in gruppi da high school e pure ha una cotta per i Manhattan Love Suicides, i due la coinvolgono nel loro progetto e cominciano a provare qualche pezzo (alcune cover degli artisti sopra citati, qualche abbozzo di canzoni che poi diventeranno dei classici dei Pains). Niente batteria per il momento, ci si arrangia con un Sony Discman preso a prestito dalla mamma di Kip, con un un cd-r che contiene alcune basi ritmiche che ha registrato (e sarà per questo che il tempo dei primissimi pezzi è casualmente sempre il medesimo). Naidus suona con l'efficace essenzialità di cui è capace. Berman gratta i suoi accordi in maggiore e li fa sfrigolare mentre canta con voce ancora timida. Wang fa i cori e alterna la sua voce a quella di Kip ,un po' nello stile canonico degli Heavenly, ma è ancora più timida di lui. Insomma, cercano di essere pop e rumorosi al tempo stesso, che è - riassunta in poche parole - la summa di quello che diventerà la signature sonora del gruppo. Gruppo a cui - siamo ancora nel 2007 - manca giusto un nome. Mancanza a cui sopperisce Berman ricordandosi del chilometrico e suggestivo titolo di un racconto scritto da un suo compagno college, The Pains Of Beeing Pure At Heart appunto.

La nascita ufficiale della band coincide con la sua prima esibizione live, in un vecchio magazzino abbandonato dove si tiene la festa di compleanno di Peggy: giusto un pugno di canzoni, tra le quali gli embrioni di Contender, This Love Is Fucking Right! e Doing All The Things That Would'nt Make Your Parents Proud (è noto che Berman ha dichiarato più volte che i titoli erano più lunghi dei pezzi stessi). Canzoni pop e rumorose, appunto, accompagnate da una batteria campionata. 

Non sappiamo di preciso come i Pains vennero accolti da un pubblico composto prevalentemente da amici, tuttavia di lì a poco la neonata band comincerà a rimpinguare il repertorio e suonare in giro, imbarcandosi in un improbabile tour in club minuscoli a bordo della malandata Toyota Camry del padre di Alex, seguito da alcune date in UK dove Kip e compagni dormivano - se andava bene - dentro una vasca da bagno. Non per niente sul sito Myspace della band (c'era Myspace, all'epoca) i Nostri avevano orgogliosamente scritto "vogliamo essere la rock band più importante del mondo per 18 persone". Il che corrispondeva in effetti al numero medio di spettatori presenti ai loro concerti. Un numero direttamente proporzionale alle ridotte abilità tecniche dei tre, nascoste in genere dietro al muro sfrigolante degli strumenti. 

Molti avrebbero mollato lì, con ogni probabilità. E invece i tre Pains decidono di cercarsi un vero batterista. Lo trovano letteralmente "in casa": è Kurt Feldman, all'epoca coinquilino di Berman e - a differenza degli altri - davvero in grado di maneggiare il proprio strumento. Il che risulta particolarmente utile quando i Nostri riescono a registrare cinque pezzi e a pubblicarli in un EP sostanzialmente autoprodotto che porta il nome della band e conta pure una canzone che si chiama The Pains Of Being Pure At Heart, in cui Kip e Peggy ripetono ossessivamente nella strofa we will never die, no no we will never die, quasi a esorcizzare ironicamente un pensiero che al gruppo deve essere venuto per forza, cioè quello di lasciar perdere e tornare a fare dei lavori veri. 
L'EP è il biglietto da visita, un po' sgualcito ma terribilmente vivo, di una band che in verità a quello che fa ci crede in modo entusiastico. D'altra parte cosa si può dire davanti a un potenziale banger come This Love Is Fucking Right!, che apre l'ep con le sue chitarre che spumeggiano come una fresca bevanda zuccherosa da una lattina appena agitata, ed un ritornello che ha l'ardire di citare niente meno che un verso di Bob Dylan (you don't have to tell me twice, it's all right). Ci sono già tutti i Pains, dentro la lattina: il loro essere ruvidi e gentili al tempo stesso, la consapevolezza che ogni perfect pop song non ha bisogno di più di tre accordi, il frullatore di memorie musicali più o meno vicine che miscelano The Pastels, Teenage Fanclub, Jesus & Mary Chain, Field Mice, i primissimi Primal Scream... come palline di gelato in un milkshake. Senza fronzoli.  A loro modo perfetti già così, nell'imperfezione di una produzione che bada necessariamente al sodo. 

Pochi in verità si accorgono dei Pains fuori dal microcosmo indie di New York, e infatti nel 2008 la band più che altro suona nei locali che aveva frequentato agli albori, gli stessi per altro in cui Kip, Alex e Peggy si erano conosciuti. Troppo poco per sperare in un futuro nella musica e per pagare l'affitto senza avere un lavoro (infatti solo Kip si dedica interamente alla band) proprio mentre sta scoppiando la più grande crisi economica dal 1929. Poi, un giorno, Berman scrive una mail, come spesso fa da buon appassionato collezionista, a Mike Schulman della Slumberland Records, per ordinare la ristampa di un 10" dei Black Tambourine, e en passant accenna al fatto che ha un gruppo ed eventualmente pure della musica da fargli ascoltare. Schulman si incuriosisce e poco dopo invita i Pains ad aprire per uno dei suoi gruppi, The Lodger, nella data di Brooklyn, a cui lui stesso sarà presente. 

E' il passo decisivo - più casuale che realmente cercato - per firmare con una label storica come la Slumberland, cosa che avviene quasi immediatamente e che stupisce non poco i Nostri. Le registrazioni avvengono agli Honeyland Studios di Brooklyn, senza un vero e proprio produttore (dietro al vetro come ingegnere c'è Archie Moore) e, i Nostri cercano di rispettare il più possibile l'identità sonora delle origini: pulizia quanto basta, energia in abbondanza e scabra semplicità. 

L'apertura se l'assicura Contender, che è non a caso il primo pezzo scritto dai Pains ed è giustamente lasciato alla sua quasi totale nudità di voce e chitarra, al suo morbido intreccio di distorsione e scampanellii, alle sue liriche post adolescenziali che citano gli Exploding Hearts (you saw the boys in white sing "i'm a pretender", but you never were a contender) e sono intrise di un romanticismo di provincia incerto fra la malinconia tipica del loser e l'orgoglio di sentirsi diversi dalla massa.

In Come Saturday - che dopo i tre minuti trattenuti della canzone precedente esplode di energia compressa e scorre come un treno sui binari ritmici scavati dal basso di Naidus - Berman e Wang raccontano un amore da teenager con quell'aria teneramente naif che sarà uno dei marchi di fabbrica dei Pains ("chi se ne frega se c'è una festa da qualche parte, ce ne staremo in casa per conto nostro") . 

Fin qua né più ne meno la fotografia della band come era agli esordi. Con Young Adult Friction invece scatta qualcosa di diverso, qualcosa che fa letteralmente prendere il volo all'intero album (non è ancora atterrato, per la cronaca). La batteria di Kurt scandisce i suoi quattro quarti perfetti. E il synth di Peggy accende la luce in una stanza che era ancora semibuia. Tutto è semplice e vibrante, terribilmente catchy, soffice e scintillante di elettricità. L'urgenza comunicativa si percepisce dentro ogni parola, dentro ogni nota. Berman e compagni hanno scritto una delle canzoni sul coming of age più memorabili di sempre, e forse nemmeno lo sapevano. Il don't check me out ripetuto all'infinito nell'outro è un proclama di libertà da parte di chi non vuole davvero "diventare grande" ed è un altro must del gruppo. 

Da questo momento in avanti la strada è ampiamente tracciata, e gli episodi successivi corrono rapidi e luminosi, uno dietro l'altro, con un'urgenza comunicativa debordante e torrenziale. This Love Is Fucking Right! - già ne abbiamo parlato sopra e, no, non è affatto una canzone che racconta di una relazione proibita tra fratello e sorella, come si è vociferato - e poi le trame jangly lineari di The Tenure Itch, che girano intorno ad uno dei ritornelli più orecchiabili dei Nostri (every night he comes and goes again) e contrastano con la storia vagamente inquietante che viene raccontata (una relazione tossica fra un docente e un'allieva?). 


Stay Alive, cuore pulsante dell'intero disco, sta ai Pains Of Being Pure At Heart come There Is A Light That Never Goes Out sta agli Smiths. Al posto del romanticismo macabro di Morrissey, ecco la tenerezza sorridente e risoluta di Berman. Musicalmente, è la cosa più vicina ai Ride di Twisterella che i Nostri abbiano scritto (giusto per citare l'ennesima reference). Dentro c'è tutto quello che i Pains sanno fare, ed è evidente che i tre minuti canonici non bastano a contenere tutto: la propulsiva progressione acustica, l'andamento circolare e cantilenante della linea melodica, le voci soffici di Kip e Peggy che si mescolano lievi, il distorsore che fa deflagrare il ritornello portando le liriche fuori dalle tenebre che raccontano (don't you try to shoot up the sky, tonight we'll stay alive). 

A chi parla Berman in quasi tutte le sue canzoni? Lo abbiamo capito, passo dopo passo: al teenager che non è più, quello a cui dà la mano in Everything With You (I'm with you, there's nothing left to do), che è un po' il lato B di Stay Alive, la sua versione punk. Quando scrivono le loro canzoni, i Pains sono più vicini ai trenta che ai venti, ma c'è sempre un diciottenne insicuro a cui dare del tu e cui dire "ti capisco, sono come te, c'è tanta gente come te da conoscere se esci dalla tua cameretta". Nella letteratura musicale twee in cui sono immersi è come se i quattro Pains (Berman soprattutto) si fossero trasformati negli indie-idols che hanno sempre sognato, ed ora fanno il loro dovere di supereroi: salvano gli sfigati con l'indie pop. Esattamente ciò che cercano di fare con la ragazza (ragazzo?) innamorata/o di Cristo e dell'eroina di A Teenager In Love. Che è forse il pezzo più delicato dell'intero lotto, e paradossalmente il più disperato (and if you made a stand, i would stand with you till the end). Esattamente ciò che fanno con il Paul di Hey Paul, che da quando è nato aspetta "qualcuno" o "qualche canzone" che lo salvi. 


E' chiaro che quando Kip, Alex, Peggy e Kurt hanno messo insieme i pezzi del loro album volevano costruire un piccolo ma potentissimo marchingegno catartico. Perché catartici sono le melodie che si possono cantare dentro la testa o a squarciagola e catartica è l'elettricità che sfrigola dall'amplificatore delle chitarre. E Gentle Sons, ultimo episodio del disco, trova la sua catarsi nel ritmo marziale della batteria, nel flusso ormai incontrollato dell'energia statica e nel carpe diem di una notte che sembra non voler finire ("oh no, dici che hai bisogno di un amico, ma non potremo vivere per sempre").

Bene. The Pains Of Being Pure At Heart, l'album di debutto, sta tutto qui, compatto e coerente nel suo essere gentile e rumoroso, nel raccontare la fragilità e offrire un appiglio per affrontarla. 

Da un punto di vista oggettivo, non è il disco più riuscito di Berman e compagni, che da questo momento per un paio d'anni trasformeranno in oro qualsiasi nota suoneranno: l'EP Higher Than The Stars alla fine del 2009, il singolo Say No To Love (la canzone più straordinariamente potente che abbiano scritto) nel 2010, e il secondo album Belong, pieno zeppo di cose magnifiche, più rotondo, più prodotto e ancora perfettamente aderente all'estetica dei giorni in cui suonavano nei pub di provincia di fronte a sei spettatori. I due dischi successivi, corrispondenti a una progressiva diaspora dei membri della band, saranno in sostanza Berman-centrici e punteranno a dare un contorno quasi barocco al suono originario dei Pains. Saggiamente, arrivato alla consapevolezza che non c'erano più teenager problematici da salvare con quella musica, ma solo trenta-quarantenni da solleticare con il fantasma luminoso dei fasti dell'indie pop, Kip chiuderà ufficialmente la band e si dedicherà in sostanza alla famiglia e al progetto cantautorale The Natvral. Di Peggy Wang si sono perse le tracce. Kurt Feldman ha continuato a suonare da turnista per altri artisti. Alex Naidus è in verità l'unico che porta avanti lo spirito dei Pains, ma nella loro reincarnazione losangelina, gli ottimi Massage. 

Insomma, The Pains... non è forse un capolavoro, ma è il disco giusto al moneto giusto, perfetto per un momento storico in cui l'indie viveva un lungo canto del cigno dopo i fasti dei '90 e rischiava di declinare in un manierismo sempre più tangente all'elettronica. Stava lì a dimostrare come bastassero pochi ingredienti - presi dagli ingombri scaffali dei decenni precedenti - per costruire qualcosa che non era nuovo ma al contempo era nuovissimo, e unico, e che forse non apriva una nuova epoca ma ne chiudeva una in modo spettacolare.