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30 agosto 2025

The Beths - Straight Line Was A Lie ALBUM REVIEW


"Pensavo di migliorare, ma sono tornata da dove sono partita. E la linea retta era un cerchio. Penso che prenderò la strada lunga, perchè tutte le strade in fondo sono la strada lunga, ed io non so se posso girarmi intorno ancora" canta Liz Stokes nel pezzo che apre il nuovo, quarto disco dei suoi Beths. 

Non c'è dubbio in effetti che, arrivati al decimo anno di (più che onorata) carriera, i neozelandesi abbiano un po' voluto tirare le somme di quanto fatto sinora. Un'istituzione in patria, uno dei gruppi power pop più amati, celebrati e rispettati in tutto il mondo, una macchina da live, i quattro di Auckland hanno tracciato la loro "linea retta" a partire da una ricetta tutto sommato semplice: una solida e vivace sezione ritmica (Tristan Deck, Benjamin Sinclair), un chitarrista/produttore capace di creare ganci memorabili (Jonathan Pierce), una cantante/autrice dalla voce piana e riconoscibile dotata di una penna eccezionale ed autoironica (Elizabetn Stokes), ed infine una gioiosa (e tecnicamente perfetta) propensione a quelle armonie vocali che li rendono da sempre così riconoscibili. 

Nell'aftermath del loro terzo album, sulla cresta dell'onda, qualcosa in effetti è successo direttamente dentro il cuore pulsante e creativo del gruppo: Elizabeth, certamente. 

La diagnosi di una malattia autoimmune alla tiroide e la consapevolezza di dover fronteggiare un male cronico che si può "tenere a bada" ma mai sconfiggere, hanno precipitato Liz in uno stato d'ansia che ha richiesto l'uso di farmaci antidepressivi. Farmaci che a loro volta hanno causato uno stato di anedonia e annebbiamento che, per chi suona e scrive di mestiere, ha comportato un forte rallentamento creativo ed ovviamente una crisi totalizzante. Insomma, Elizabeth era finita in una sorta di spirale negativa da cui è riuscita ad emergere adottando un nuovo metodo di scrittura. In tre mesi di clausura a Los Angeles insieme a Jonathan Pierce, è riuscita ad afferrare il fil rouge di una specie di flusso di coscienza a cui si è abbandonata, imponendosi una routine che ha generato le dieci canzoni dell'album (e altrettante che ancora non hanno visto la luce, ma chissà...). Il ritorno a Auckland e all'abbraccio della band ha fatto il resto, ed eccoci qui. 

Ora, se è evidente come quasi tutti i pezzi del disco siano disseminati di una "oscurità" inusuale per i Beths - pur filtrata dalla solita ironia (prendiamo il punk quasi tagliente di No Joy) - la ragione risiede proprio nel fatto che i quattro neozelandesi in questo momento sono ad un punto di svolta sotto diversi aspetti: sono indubbiamente quelli di prima - e il loro talento può solo crescere - ma al contempo non lo sono più. Specialmente Elizabeth, come vedremo. 

Può quindi il punto di svolta corrispondere anche con un classicissimo "ritorno alle origini"? A giudicare dalla già citata Straight Line Was A Lie, parrebbe davvero di sì, tanto che sembra davvero di essere tornati all'atmosfera corale, leggera, dinamica, catartica e weezeriana di un pezzo dei primissimi tempi come Lying In The Sun, che data al 2016 e manco aveva trovato posto nel disco d'esordio. Funziona? Sì, funziona, perchè la fotografia che i Nostri si scattano dieci anni dopo li vede un po' invecchiati in viso, ma freschi, potenti, sfrontati, divertenti e divertiti esattamente com'erano all'epoca. Però... Certo che c'è un però, perché la sintesi dell'episodio che apre l'intero lotto e dà il titolo all'album dipinge già alla perfezione il periodo di sofferenza che Elizabeth ha affrontato (e che deve affrontare), e lo fa con una rabbia intrinseca che la forma ariosa della canzone quasi nasconde. 

Dalla traccia 2 è già perfettamente chiaro come Straight Line sia in tutto e per tutto "il disco di Elizabeth Stokes". Intendiamoci, The Beths hanno sempre girato attorno alla loro singer/songwriter, ma è stata preponderante una dimensione d'insieme che non ha mai messo sola sul palco Liz con l'occhio di bue ad illuminare la sua iconica frangetta mora.

Mosquitos infatti parte come racconto così intimo - un saggio di quello stream of consciousness che dicevamo - che davvero non pare nemmeno di avere a che fare con i Beths allegramente rock che conosciamo, ma con il lavoro di una cantautrice solista. Una grande cantautrice solista, per altro, che dal ricordo di una passeggiata lungo le rive del fiume che bagna Auckland (e che l'ha pure sommersa un paio d'anni fa) tira fuori un verso pazzesco e terribile come "leave me here, only skin, only blood, i'm only here to feed mosquitos", incrociando il topos dello scorrere inesorabile e inafferrabile del tempo con l'idea inquietante e al contempo serenamente rassegnata della fragilità umana. Stilisticamente siamo dalle parti delle cose migliori di Phoebe Bridgers, di Lucy Dacus, di Waxahatchee, ma con la innata leggerezza dei Beths a rendere tutto meravigliosamente surreale.

No Joy, dicevamo, è una delle cartine di tornasole del disco. È un piccolo prodigio di ritmi che si infrangono continuamente, con un chorus potentissimo e una notevole forza centrifuga. Il tema è quello dell'incapacità di provare piacere dietro la cortina degli antidepressivi, ma c'è anche una riflessione più generale - quella che sottende l'intero album - sul "non sapere dove sbattere la testa" davanti alle circostanze che sembrano togliere il senso a tutto.

Metal continua la riflessione esistenziale giocando ancora una volta sull'ambivalenza fra una forma morbidamente jangly e uno dei testi più icastici e geniali che Elizabeth abbia mai scritto. "E lo so, io sono una collaborazione, batteri carbonio e luce, una florida orchestrazione, una ricetta fatta di fortuna e tempo, sì è un bel po' di roba da considerare, ma santo cielo è meraviglioso ". Un calcio di speranza dopo i primi tre pezzi - e alla maniera dei Beths quando si fanno soffici, come ai tempi di Jump Rope Gazers - ma anche un'ulteriore testimonianza di come queste canzoni, prima di diventare canzoni (pop in questo caso, si può dire tranquillamente), siano state un groviglio di vita e pensieri e sangue (che infatti ricorre tantissimo come immagine in tutto l'album). Un groviglio che si è dipanato un po' alla volta e di cui Liz tiene saldamente in mano il capo. 

Bene. Fino a questo punto Straight Line è stata un'altalena emotiva tra saggezza e disperazione. Con Mother Pray For Me l'altalena si stacca dal perno e ci lascia letteralmente fluttuare abbandonandoci a mezz'aria.



Non c'è mai stato nulla del genere nella storia dei Beths e giustamente i Nostri hanno piazzato il pezzo esattamente nel cuore del disco, alla fine di un ideale lato A che - come dicevamo - ha messo al centro Liz come mai è stata prima. Qui la band praticamente si fa da parte. Ci siamo solo Elizabeth, la sua chitarra, un organo sottile che rimanda a quello della chiesa in cui andava da bambina, noi, e le nostre lacrime. 
In un vortice in cui tutti i traumi sono venuti a galla insieme, il complesso rapporto con la madre (di lingua e cultura indonesiana e molto religiosa) sembra quasi fungere da catalizzatore simbolico di quella svolta che dicevamo sopra. La malattia ha spinto Liz a riconsiderare tutto nella propria vita, e in questa preghiera alla madre c'è, concentrata nei suoi versi da ninna nanna, una vita intera. "Madre parlerai ancora con me?, non saprò mai in che lingua sogni, in mezzo da qualche parte c'è un gergo in cui ci intendiamo, ma è sufficiente? [...] Madre non piangere per me, ho fatto già abbastanza danni, ho voluto farti del male per il male che hai fatto in me, e lo so che io sono il motivo per cui hai pianto... [...] Madre ci sei?, sono io, lo so che non ho chiamato la scorsa settimana, più a lungo resto lontana più dura sembra dopo, e non so mai cosa dire comunque, Madre prega per me...". Non c'è molto da commentare: siamo davanti ad un'artista, una donna, che mette totalmente a nudo i suoi sentimenti, e lo fa con una potenza lirica e con una quieta confidenza che quasi sentiamo di non meritare, e che non può non spalancare ferite anche nelle nostre vite mentre ascoltiamo. 

Dopo un momento così emozionale e doloroso, Til My Hearts Stops è l'abbraccio caldo che ti riporta al mondo. La canzone è costruita come un delicato e sapiente crescendo e porta al chorus con un senso di (finalmente) gioiosa liberazione. Quando Liz canta "i wanna ride my bike in the rain, i wanna fly my kite in a hurricane" è come se un nodo intricato si fosse sciolto. Il cielo torna sereno. Forse. 

Con Take si riaffacciano i ritmi upbeat a cui i Beths ci avevano abituato da sempre. E ritorna anche una piena collettività della band, che spinge sui pedali tutta insieme e sforna un pezzo che ricorda un po' Little Death o altri episodi "veloci" dei primi dischi, ma al contempo affronta ancora fantasmi del passato (la dipendenza dall'alcol come desiderio di stordimento e rifiuto della realtà). 

Roundabout prosegue sulla stessa strada, ma abbandona per i suoi quattro minuti l'oscurità del pezzo precedente. La chitarra si fa di nuovo jangly e il ritornello è di una dolce rotondità, intriso di una nostalgia sorridente. 

Ark Of The Covenant - la citazione non è biblica ma viene da Indiana Jones - parte da un post punk tagliente e scenografico per impostare ancora una volta una riflessione intima e inquieta: "cercando la parte cattiva di me, che mi allontana dalla mia umanità, più cose guardo e più cose trovo, giro l'angolo in una grotta e trovo una miniera d'oro, e se continuo a scavare non riesco a smettere, incubi fossili in ogni angolo..." confessa Liz a sé stessa. Non sembra - perchè il pezzo ha solo una vaga allure Cureiana ed un dinamismo immediato - ma è forse il momento più notturno dell'album.  

Best Laid Plans, ultimo episodio di Straight Line, mette in prima linea il drumming torrenziale e virtuosistico di Tristan Deck e costruisce tutto intorno un pezzo dalla struttura ancora una volta non usuale per lo standard Beths, quasi ballabile, dove tutti e quattro i membri della band hanno il loro momento strumentale, i cori fluiscono floreali e rigogliosi, e la coda si allunga volentieri come accadrebbe in un live. Un finale aperto per un album di straordinaria densità, che lascia all'ascoltatore quel messaggio di speranza e leggerezza che la band neozelandese ha sempre regalato ai suoi seguaci: "prendi il mio denaro, prendi le mie mani, lasciami stare qui con i miei progetti migliori, lasciami essere fragile, con una lacrima che si asciuga sulla mia guancia...". 

In definitiva Straight Line Was A Line è davvero un disco di svolta per la band. Ci sono molti elementi che mostrano come i quattro abbiano voluto riallacciare i fili con le loro origini, ma nel complesso si tratta di un album di notevole complessità, in cui Jonathan, Tristan e Benjamin si sono messi a totale disposizione della loro frontgirl e del suo "stato di grazia" creativo. Sì, perchè se c'è una cosa che queste canzoni dimostrano, è come la musica sia servita a Elizabeth per rielaborare ed affrontare i suoi fantasmi, permettendole di arrivare senz'altro a scrivere le cose più belle e profonde della sua intera carriera. 

Non è un album "facile". Non ci sono "linee rette". Non piacerà a chi dai Beths cerca soprattutto quell'intrattenimento indie intelligente che li ha resi giustamente famosi. Ma è altrettanto evidente come sia al momento il vertice del loro percorso artistico, in cui tutti gli equilibri si sono spostati per ritrovarsi perfettamente, pure diversi da prima. 

07 maggio 2025

SONGS & EPs MAY EDITION

Nella collezione di maggio un sacco di singoli favolosi: il ritorno dei mitologici The Bats sta davanti a tutti per lignaggio, poi il nuovo delizioso dei Beths e quello dei Blue Herons si prendono il podio, ma credetemi, stavolta c'è davvero tanta roba! 

A chiudere un minuscolo ep di cui mi sono innamorato, quello degli indonesiani Darlivie

 
















28 dicembre 2022

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2022



12

Jeanines - Don't Wait For A Sign 

I tredici pezzi del secondo album di Alicia Jeanine e Jed Smith sono altrettante miniature,  perfettamente compiute nei loro due minuti di durata (o meno!), depositarie dello spirito artigianale dell'indie pop delle origini, twee nell'anima e deliberatamente retrò, adorabili in ogni scampanellio di chitarra e in ogni armonia vocale. 


11

Snow Coats - If It Wasn't Me I Would've Called It Funny

Tra tante band di "punk gentile" di oggi, gli Snow Coats sono quella che spinge di più sul pedale pop. Gli olandesi sanno come scrivere una canzone orecchiabile e sono sempre terribilmente efficaci. Il loro secondo disco è un notevole passo in avanti: una infilata di pezzi di energetica piacevolezza, dolci e frizzanti come una bibita ghiacciata nel caldo estivo. 


10

Roller Derby - Singles Collection

Con al centro dei riflettori una cantante, Philine Meyer, che sembra una Nico rinata in veste indie pop, i tedeschi Roller Derby ambiscono ad essere la band più raffinata dell'anno e ci riescono in pieno: grazie ad un afflato pop che parte dall'epoca dorata dei Sixties, attraversa paesaggi post punk ed arriva idealmente alla modernità degli Alvvays, la band piazza - come da titolo - una serie micidiale di singoli di irresistibile piacevolezza. 


9

No Suits In Miami - Nothing Ever Happens

Non può mancare la quota svedese nella lista dei dischi dell'anno. Quest'anno tocca alla band di Michelle Dzegoeva che, giunta al secondo album, conferma il fascino crepuscolare di un guitar pop che ama le ombre di inquietudine post punk, ma alla fine dà il meglio di sé nelle aperture di sognante gentilezza e di sfrigolante energia catchy. 


8

The Reds Pinks & Purples - Summer At Land's End + They Only Wanted Your Soul

Le colorate row houses di San Francisco, un profluvio di chitarre jangly e una fresca brezza di malinconia. La musica di Glenn Donaldson da sempre si muove su queste strade consuete, e lo fa con il tocco unico, tenero, a tratti disarmante, di un musicista che racconta la vita nelle proprie canzoni. Fra le tante uscite di quest'anno (è nota la inarrestabile prolificità di Glenn), due album che un po' si completano e che meritano di essere ascoltati insieme. 



7

Kindsight - Swedish Punk

L'esordio del quartetto danese è un mix esplosivo di leggerezza e raffinatezza, in nome di un guitar pop che ama tanto i ritmi uptempo quanto la morbidezza melodica e le tessiture jangly. Un po' primi Cardigans, un po' The Sundays, la band di Nina Hyldgaard Rasmussen non disdegna qualche soluzione inusuale nella scrittura dei pezzi e sovrappone delicatezza ed elettricità per ottenere una formula personale di suggestiva immediatezza. 


6

Ex-Vöid - Bigger Than Before 

Rinati come l'araba fenice dalle ceneri dei Joanna Gruesome, i londinesi giocano nello stesso campionato di band come Fresh, Martha ed Happy Accidents, che quest'anno pure hanno pubblicato album validissimi (menzione d'onore per tutte, anche se non sono nella top 12!). Cosa possiedono allora in più le canzoni di Bigger Than Before? Innanzitutto un'urgenza comunicativa fuori dall'ordinario, e poi una capacità di utilizzare stilemi punk con eclettica libertà, una intelligente rilettura della lezione dei Big Star e dei primi Teenage Fanclub e, in definitiva, dieci canzoni di bruciante potenza. 


5

Castlebeat - Half Life

Josh Hwang conosce la formula della perfect pop song: una fresca pioggia di chitarre jangly e synth anni '80, melodie di sognante tenerezza, diffuse memorie dei New Order e dei Cure più melodici, il tutto con un cuore palpitante di essenzialità lo-fi. Le canzoni di Half Life sono il perfetto riassunto di quello che sono da sempre i suoi Castlebeat, talvolta quasi algide e geometriche, ma più spesso illuminate da una sfolgorante leggerezza. 


4

The Beths - Expert In A Dying Field

I Beths, non c'è dubbio, sono una band che si diverte da matti a suonare insieme. E così Elizabeth Stokes e i suoi tre compagni, arrivati al terzo album con la sicurezza nei propri mezzi tipica dei veterani, fanno alla grande (con quel misto di spontaneità e cura dei dettagli che da sempre li contraddistingue) ciò che sanno fare meglio: sfornare canzoni power pop intessute di chitarre energetiche, armonie vocali e una coinvolgente luminosa ironia. Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! 


3

Basement Revolver - Embody


E' sempre notte negli album del gruppo canadese: una notte che è metafora di un profondo disagio in cerca di riscatto, satura dell'elettricità statica di chitarre quasi shoegaze, illuminata dal bagliore caldo della strepitosa voce di Chrisy Hurn e trascinata con forza inarrestabile verso la luce del giorno dai quei poderosi crescendo immersivi che da sempre sono il vero marchio di fabbrica della band. Un disco emotivo ed emozionante, di intensa, vissuta e liberatoria introspezione, etereo e rumoroso insieme, sostenuto dall'ambizione di costruire prima di tutto un'esperienza totalizzante e catartica. 


2

Say Sue Me - The Last Thing Left


Nella loro ormai consolidata carriera, i coreani Say Sue Me hanno dimostrato di poter essere tante cose insieme: ruvidi e raffinati, essenziali ed eclettici, intimi ed elettrici, delicati e concreti, facendo della gentilezza - in tutti i sensi - il tratto distintivo della loro personalità musicale. Sumi Choi e compagni con i dieci pezzi di The Last Thing Left hanno confezionato il loro album più meditato e completo, mescolando con la consueta sorridente intelligenza pezzi di cristallina orecchiabilità, momenti di luminosa leggerezza dream pop e squarci di fragilità acustica. 


1

Alvvays - Blue Rev



L'album forse più atteso degli ultimi anni - anche per il poderoso iato temporale intercorso rispetto al precedente -  ha mostrato in modo impressionante quanto la band di Molly Rankin sia all'apice di un arco creativo iniziato agli esordi e destinato senz'altro a dare frutti ancora a lungo. Al terzo disco di una carriera già consacrata da critica e pubblico fin dai primi singoli, il quintetto di Toronto ha ormai acquisito una maturità tale da rielaborare modelli e suggestioni provenienti da decenni e contesti diversi (con una predilezione per gli '80, vissuti come un'età dell'oro in cui chitarre e synth convivevano in armonia perfetta) in uno stile che sta ripensando l'indie pop stesso, innovandolo dalle radici e lasciando la propria firma riconoscibilissima e indelebile nella storia del rock. 
I 14 episodi di Blue Rev, pescando la propria ispirazione nella memoria condivisa delle due fondatrici della band, Molly Rankin e Kerri MacLellan, sono costruiti con un lavoro di cesello (scrittura-esecuzione-produzione) che lascia senza fiato e fa scoprire ad ogni nuovo ascolto particolari nuovi che non si erano notati prima: una citazione inattesa, un cambio della dinamica, un'intuizione lirica e narrativa. Uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, si succedono capolavori come "Pharmacist", "Easy On Your On", "After The Eartquake", "Tom Verlaine", "Many Mirrors", "Velveteen", "Very Online Guy","Belinda Says", "Lottery Noises", così potenti, travolgenti e immediati nella loro sintesi che risolve tutto in due minuti o poco più, così complicati nella loro anodina e a tratti vertiginosa stratificazione sonora. Un album epocale per il genere che rappresenta, talmente ricco che è  facile (e terribilmente piacevole) perdersi tra le sue spire, ma in cui in definitiva ci si ritrova sempre, aggrappati alle sfavillanti scie melodiche di ogni pezzo. 

18 settembre 2022

The Beths - Expert In A Dying Field ALBUM REVIEW

I Beths sono una di quelle band che da tempo non ha bisogno di presentazioni. Fin da quando, sei anni fa, mossero i loro primi passi nella vivace scena neozelandese, era chiaro a chiunque che possedevano un "qualcosa" di straordinariamente unico nel loro stesso impasto di gruppo che li faceva letteralmente brillare di luce propria, e che erano destinati ad un futuro di successi.
Successi che sono arrivati puntuali fin dal primo album (Future Me Hates Me, una fucina di singoli, che a risentirlo ora fa ancora impressione) e che hanno giustamente proiettato i quattro di Auckland una una dimensione mondiale. Jump Rope Gazers, due anni dopo, fotografava la band in una fase di transizione in cui il power pop originario stava acquisendo una maturità pop nuova, perdendo forse un po' di forza ma provando qualche sfaccettatura diversa. 
Da allora i Beths sono stati molto in tour, hanno pubblicato un significativo album live (che testimonia bene fra l'altro quanto siano amati in Nuova Zelanda), hanno registrato cose nuove, sono stati separati dall'ennesimo lockdown, sono tornati in tour, hanno registrato ancora (il chitarrista Jonathan Pearce nelle abili vesti di produttore), mixato a Los Angeles... ed eccoci qui davanti a Expert In A Dying Field.
I didici pezzi del disco ci raccontano sempre i Beths per quello che sono, senza artifici e con la consueta sorridente franchezza: una band che non ha perso un grammo dell'entusiasmo del debutto, tecnicamente ineccepibile, baciata dal songwriting brillante di Elizabeth Stokes, che oggi come mai si lancia in riflessioni sui rapporti umani e la loro durata (il titolo del disco a questo allude). 
Pezzi come quello che dà il titolo all'album, e poi Knees Deep e Silence Is Golden - non a caso la tripletta che apre il disco - imprimono subito con decisione il marchio stilistico dei Beths che ben conosciamo: ritmi moderatamente uptempo, chitarre frizzanti, melodie rotonde ed energetiche al tempo stesso, un florilegio di cori, e quell'idea di immediatezza intelligente e luminosa che i quattro maneggiano con tanta naturalezza da sempre. 
Nel resto degli episodi, Stokes e compagni, esattamente come avevano fatto nel secondo album, provano ad allargare con equilibrio la palette dei loro colori, prima di ritornare, nei numeri finali (A Passing Rain, I Told You That I Way Afraid) al punk pop gentile à la Weezer che fa parte del loro dna.  
Fin qui tutte le cose che ci aspettiamo dai Beths e che, inutile dirlo, sono costruite con la consueta bravura ed efficacia: funzionano, mettono di buon umore e fanno scuotere teste e piedi. In mezzo (ed in coda) i pezzi meno catchy e vagamente più ambiziosi: la morbida e distesa Your Side; la quasi beatlesiana I Want To Listen; la super propulsiva Head In The Clouds (con le sue chitarre muscolari e le armonie vocali bethsiane fino al midollo); la più articolata e scenografica Best Left (la mia preferita del lotto senza dubbio, con il suo andamento sognante e inquieto al tempo stesso); la emozionante, lunghissima, lenta e solenne 2AM, su cui scorrono i titoli di coda, in un crescendo di studiata delicatezza in cui chitarre, batteria e voci finiscono a rincorrersi in un girotondo che fa scomparire il paesaggio attorno e punta direttamente ad un cielo stellato australe. 
L'impressione che lascia in definitiva Expert In A Dying Field è quella di un album su cui Stokes, Pearce, Sinclair e Deck hanno speso insieme e con convinzione la consapevolezza del proprio valore, mescolando con misura pezzi che potranno esplodere dal vivo ed altri che riflettono un lavoro produttivo di pregio e resteranno credo confinati nel disco. 

03 marzo 2022

SINGOLI: The Beths, Beach Vacation, Sea Lemon, Teen Idle, Flying Fish Cove, Crystal Eyes, Roller Derby, Moscow Apartment, Lucy Dacus

Nella nostra nuova selezione di singoli, copertina ovviamente per i Beths, che ci regalano un pezzo fresco fresco nello stile muscolare e super-catchy ormai inconfondibile della band. 

Il dream pop elegantissimo e senza parole di Beach Vacation e quello arioso e cantabile di Sea Lemon

Un altro pezzo intenso e convincente di Teen Idle, direttamente da Asbury Park, NJ. 

Una canzone deliziosamente twee dei Flying Fish Cove

Ancora dream pop con un deciso tocco di nostalgia neworderiana dai canadesi Crystal Eyes

Post punk dal fascino melodico e sensuale con i tedeschi Roller Derby

La splendida morbidezza delle canadesi Moscow Apartment.

E, per chiudere, una nuova bellissima canzone della veterana Lucy Dacus










17 settembre 2021

The Beths - Auckland New Zealand 2020 ALBUM REVIEW

In un periodo davvero avaro di nuove uscite interessanti (arriveranno con l'autunno, ne siamo certi) vengono a confortarci i Beths con questo atteso album live (ripreso anche in un film corredato di interviste e backstage disponibile su YouTube), che di questi tempi è una deliziosa caramella dal retrogusto amaro.

La registrazione risale a un anno fa - Jump Rope Gazers era uscito da pochi mesi - in un momento in cui nella natia Nuova Zelanda la pandemia sembrava scongiurata e 1500 persone festanti potevano assieparsi sotto il palco della Auckland Town Hall per omaggiare Beth Stokes e compagni. 

Ascoltare e vedere oggi il live dei Beths da un lato ci entusiasma (per la forza travolgente e sempre sorridente di una delle band che da queste parti amiamo di più), ma dall'altro ci inonda anche di malinconia perché la sorte dei concerti live (quelli veri) per lo meno in Europa è al momento ancora piuttosto traballante.

Per i quattro ragazzi di Auckland il live in questione è stata un po' la celebrazione di quanto conquistato nel giro di soli due album, e la scaletta mette in fila ed alterna con elettrica voglia di divertirsi e divertire tutte le hit del gruppo, dal pop punk uptempo di I'm Not Getting Excited fino al crescendo quasi emo di River Run, tracciando anche idealmente il breve ma significativo percorso di una band che ha saputo costruirsi un'identità indie riconosciuta in tutto il mondo e che, obiettivamente, maneggia un talento gigantesco. 

Unica pecca - ma è un'osservazione personale - non c'è Lying In The Sun, che è un capolavoro assoluto. Ma c'è tutto il resto...



30 dicembre 2020

(just another) pop song ALBUM OF THE YEAR 2020



12

Sunbathe - Somewhere In Between 

Ha la West Coast nelle vene la musica di Maggie May Morris: è evidente nel suono liquido delle chitarre, nell'ariosa malinconia di fondo di molti pezzi, nella dimensione quasi psichedelica del suo guitar pop. Le canzoni di Sunbathe  ruotano intorno alla voce della Morris con algida grazia, circondandola di suggestive spirali elettriche. 

11

Katie Malco - Failures

Descritto da lei stessa come un "coming of age album", Failures è il vero esordio della musicista inglese: dieci pezzi di vigorosa introversione e timido romanticismo, pieni di brume acustiche e di crescendo emozionanti, dove è normale ritrovare una disarmante dolcezza persino nei più fragorosi muri di chitarre.

 

10

Phoebe Bridgers - Punisher

Punisher è stato per la cantautrice californiana l'album della consacrazione, facendola conoscere anche al pubblico più vasto. Eppure si tratta di un disco complesso,  pieno di dolore e di fantasmi, fatta eccezione per pochi episodi inaspettatamente catchy (Kyoto è un piccolo miracolo). Tuttavia la forza comunicativa di Phoebe è talmente straripante e coinvolgente da accendere la luce anche nell'oscurità più fitta.

9

Beach Bunny - Honeymoon

Lili Trifilio è giovanissima ma sembra saperla lunga. Le nove canzoni di Honeymoon straripano letteralmente di energia dall'anima quasi punk, ma la convogliano in un guitar pop quasi sempre uptempo, catartico ed esplosivo come dinamite post-adolescenziale, semplice e immediato in superficie fino alla sfrontatezza, ma in realtà raffinato nella scrittura e coinvolgente come pochi.  

8

Emma Kupa - It Will Come Easier

Lasciate in stand by band e collaborazioni varie, la prolifica musicista inglese ci regala una collezione di canzoni a cuore aperto, lontane stilisticamente dal power pop che le è consueto ma non dalla scrittura intelligente e di impatto che è naturalmente nelle sue corde. Undici pezzi dall'anima acustica, pieni di un'inaspettata e intima dolcezza.

 

7

The Beths - Jump Rope Gazers

Un paio d'anni fa abbiamo diplomato i neozelandesi come debuttanti dell'anno. Ora, al secondo album, non possiamo che laureare i Beths come veri maestri del power pop contemporaneo. Beth Stokes e compagni suonano sempre con quello spontaneo travolgente divertito entusiasmo che è il loro marchio di fabbrica, e in Jump Rope Gazers provano anche a rallentare i ritmi e a rendere ancora più effervescente il colorato mix di chitarre e backing vocals che li ha fatti amare in giro per il mondo.

  

6

Honey Cutt - Coasting

Il campo dell'indie pop più rinfrescante, spigliato e catchy - quello che di solito appartiene agli Alvvays per intenderci - quest'anno è dominato da Kaley Honeycutt. La musicista basata a Boston maneggia con sorniona naturalezza un guitar pop frizzante (ma ironicamente inquieto) dalle tinte surf, solo apparentemente "leggero", che riesce comunque in ogni episodio ad appiccicarti addosso un ritornello killer. 

5

Soccer Mommy - Color Theory

Quanti artisti riescono ad essere intensi di una fitta densità emozionale ed insieme luminosamente leggeri? Pochi, forse pochissimi, e Sophie Allison è indubbiamente una di loro. Le canzoni di Color Theory trasudano rabbia e sofferenza in modo non differente da quelle di altre straordinarie cantautrici di oggi, ma Soccer Mommy ha scelto di trattenerle nelle scintillanti maglie elettro-acustiche che contengono ogni pezzo come un baluardo di bellezza in un mondo complicato. Un album non facile, dove non c'è un vero pezzo "immediato" ma trapela una forza quieta, diffusa, liquida, umanistica e inarrestabile. 

4

Jetstream Pony - Jetstream Pony

Oltre ai raffinatissimi Luxembourg Signal (vedi sotto), Beth Arzy è al centro anche di quest'altra super-band di veterani dell'indie pop (con lei Shaun Charman, Kerry Boettcher e Hannes Mueller), che però spinge più sul pedale dell'uptempo ed ha un'attitudine maggiormente ruvida e dinamica, tra ricordi C86 e lo stile dei gruppi della mitica Flying Nun: melodie di miele e chitarre sfrigolanti, ritmiche essenziali e incalzanti strutture circolari. Strano a dirlo, considerando il pedigree da sogno dei musicisti, ma è un disco d'esordio! 

3

Hazel English - Wake Up!

Primo vero album dopo una fenomenale infilata di ep, Wake Up! fotografa Hazel English in una consapevole transizione dal dream pop etereo, diafano e scampanellante degli esordi, ad una forma canzone più classica e programmaticamente orecchiabile, che travalica i generi e si nutre di storia del pop, da Bacharach in giù, con rispetto ed intelligenza. La musicista australiana, ormai californiana d'adozione, ha lavorato duro nella scrittura e nella produzione senza nascondere le proprie ambizioni, ed il risultato riesce a mettere insieme eleganza retrò e quella timida e sognante leggerezza che è da sempre il suo segno distintivo. 

2

Pillow Queens - In Waiting

C'è un'esigenza di raccontare così densa e travolgente nelle loro canzoni, che le Pillow Queens potrebbero fornire energia elettrica all'intera Dublino. Con gli spinotti delle chitarre ben infilati negli ampli sfrigolanti dell'indie anni novanta e l'attitudine ruvidamente gentile del cantautorato femminile di oggi, Sarah, Rachel, Cathy e Pamela fanno deflagrare la loro personalità in un disco di debutto quasi incredibile per forza comunicativa. Tutte e quattro cantano e si dividono le parti per ricomporle poi in un tutto in cui ogni chorus, ogni crescendo sembrano fatti apposta per sparare fuori una rabbia primigenia in modo a tratti drammatico ma mai mai retorico. Nelle pieghe di In Waiting c'è davvero di tutto: carezze e pugni, melodie e distorsioni, un romanticismo spontaneo e viscerale, e soprattutto un pugno di pezzi (li nominiamo: Holy ShowHandsome WifeLiffeyGay GirlsBrothers) di commovente purezza. 

1

The Luxembourg Signal - The Long Now

Tra mille band che si muovono tra le declinazioni più diverse dell'indie pop, The Luxembourg Signal possiedono da sempre una marcia in più: la capacità di conoscerle tutte in profondità, quelle declinazioni, e di poterle utilizzare tutte insieme, fondendole in un unico oceano sonoro, dalla superficie appena increspata e baluginante di luce. Beth Arzy, Betsy Moyer e compagni, da fuoriclasse assoluti, quando pubblicano un album puntano alla perfezione, e The Long Now è semplicemente un disco fatto di canzoni perfette: eleganti ed emozionanti al tempo stesso, ampie e dinamiche, sensuali, morbide ed elettriche, essenziali nella loro ricercata e levigata immediatezza.  



23 luglio 2020

The Beths - Jump Rope Gazers ALBUM

Il difficile secondo album. È un cliché della critica musicale da sempre, e come tutti i clichés ha un fondo di verità sotto una patina di puro chiacchiericcio.
Per i Beths il secondo disco arriva dopo un debutto che era letteralmente una bomba atomica deflagrata nella scena indie mondiale:  Future Me Hates Me era una antologia di pezzi talmente intelligenti, orecchiabili, coinvolgenti, gioiosi e potenti da sembrare quasi impossibile che questi quattro sorridenti ventenni neozelandesi riuscissero a suonare così perfetti. 
Beth Stokes e i suoi compagni hanno giustamente lasciato decantare l'effetto sororesa del debutto per un po', ma si vede lontano un miglio che amano troppo quello che fanno per temporeggiare oltre. 
L'attesa da fuori era forse quella di un Future Me Hates Me 2, ma i Beths hanno provato a percorrere strade leggermente diverse dal passato. Va bene, I'm Not Getting Excited ha il tiro garage pop che conosciamo, e quando ci esaltiamo per le dinamiche di Dying To Believe ecco che ci viene da imcollare subito il bollino di qualità "100% The Beths". 
Poi però c'è questa ballata quasi dream pop, Jump Rope Gazers, che è una canzone d'amore di spontanea sincerità (ed evidente autobiografismo) che vira verso uno stile che è decisamente più consono agli Alvvays. E si capisce che i nostri ci tengono a farci capire che vogliono procedere in questa direzione, limando un po' l'elettricità e il profluvio di coretti che li ha da subito contraddistinti, per lavorare su suoni più levigati e vari. Resta ovviamente l'approccio power e catchy di sempre, ci mancherebbe, ma pezzi come Acrid, Out Of Sight, You Are A Beam Of Light (una sognante carezza acustica da brividi) ci mostrano una maturazione evidente della band, in grado oggi di sfruttare il proprio portentoso talento con un ventaglio di soluzioni ancora più ricco, anche se forse meno esplosivo. 
In ogni caso, un album di straordinaria bellezza da uno di quei rari gruppi che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli.

25 dicembre 2018

Best Indie Pop Albums Of The Year 2018




12
Basement Revolver     Heavy Eyes 
  
Il dream pop più scenografico sulla piazza è quello dei Basement Revolver, da Hamilton, Ontario. La voce di Chrisy Hunt guida i crescendo sfrigolanti di chitarre che sono il marchio di fabbrica della band, con una strana e affascinante commistione di timida introversione e antemica energia.  


11
Avind     Evig Blenda

Dalla Norvegia una delle sorprese dell'anno. La misconosciuta band di Tonje Tafjord confeziona un album che sfiora la perfezione, suonando un guitar pop in salsa folk che alterna equilibrata leggerezza, crescendo emozionali e intimismo acustico. Liriche rigorosamente in norvegese, ma non è certo un limite. 


10
Dead Bedroooms     Bummer   

Semi sconosciuti e quasi impossibili da rintracciare nella sconfinata mappa dell'indie americano (vengono dalla Virginia), i Dead Bedrooms (o meglio "le", vista la netta maggioranza femminile) hanno esordito con un disco dal fascino magnetico, intimo e dinamico insieme, pieno di (ottime) idee e di grande sensibilità. 

Camp Cope     How To Socialise And Make Friends
Tra i dischi garage-pop dell'anno, le australiane Camp Cope vincono a mani basse: essenziali ma non lo-fi, chitarra basso batteria come stile e sostanza, Georgia Maq e le sue due compagne infilano nove pezzi di impressionante urgenza comunicativa, che suonano semplici senza in realtà esserlo.

Free Cake For Every Creature     The Bluest Star 
Katie Bennett e la sua band hanno fatto una rapida transizione: da un passato assolutamente a bassa fedeltà ad un presente ambizioso in cui le loro canzoni apparentemente svagate assumono una dimensione più ampia, complessa e levigata, senza perdere un grammo della leggerezza degli esordi. 

7 
Massage     Oh Boy
Nati quasi per gioco dall'incontro di due veterani del genere come Alex Naidus (ex The Pains Of Beeing Pure At Heart) e Michael Felix, i Massage ci insegnano con il sorriso sul volto che cosa è e dovrebbe essere l'indie-pop: leggerezza, amore per la melodia, la semplicità al potere. Come dei The Bats trapiantati negli States, la band macina con sorniona nonchalance luminose trame jangly di smagliante e quieta freschezza.  

6
Say Sue Me    Where We Were Together 


 Pochi gruppi quest'anno sono riusciti a farsi amare praticamente da tutti gli appassionati del genere come i coreani Say Sue Me. Merito senz'altro della disinvoltura con la quale i quattro di Busan si muovono tra velluto twee ed elettricità C86, nutrendo il loro guitar pop onnivoro di modelli distanti nel tempo e nello spazio. Catchy con educata sfrontatezza, gli asiatici sono quest'anno "la band indie pop di cui tutti parlano". E a ragione.   


5
Hater     Siesta
 I quattro di Malmo hanno deciso di puntare in alto: un album dalla dimensione ambiziosa (14 pezzi, un'ora di musica), una produzione ricca e attenta ai particolari e sopratutto un'idea di indie che sfonda i confini basso-bateria-chitarra jangly da cui venivano, esplorando i territori di un pop imprevedibilmente raffinato e - penso che ci intendiamo sulla definizione - molto "scandinavo". Che rischio, ma che risultato! Un po' Camera Obscura, un po' Alvvays, un po' cento altre cose belle, Caroline Landahl e i suoi si muovono con altera e sensuale sicurezza entro i confini ampi del genere, senza sbagliare una mossa.  


4
Holy Now    Think I Need The Light
 Quanto a personalità, Julia Olander e i suoi Holy Now ne hanno da vendere a pacchi. Nel giro di un paio d'anni gli svedesi hanno perfezionato il loro guitar pop costruendo uno stile subito riconoscibile e decisamente magnetico, tutto fatto di contrasti, rallentamenti ripartenze e crescendo: levigatissimo in superficie, ma con un cuore di ombre e bagliori notturni, melodico ma sottilmente obliquo, ruvido dentro e morbido fuori, restìo a farsi incaselare nella struttura canonica della three-minute-song e al contempo assolutamente immediato. 


 
3
Night Flowers    Wild Notion
 L'album d'esordio della band londinese arriva dopo almeno una decina di singoli sparsi nella loro (in verità recente) carriera, alcuni formidabili. Wild Notion però non sceglie la via facile (una compilation di cose bellissime ma già sentite) ed anzi osa con dieci pezzi nuovi che sembrano fatti apposta per essere scoperti a poco a poco e, alla fine, restare indelebilmente impressi nel cuore. Nella capacità di mischiare carezze dream pop ed elettricità shoegaze, la band di Sophia Pettit è al momento priva di veri rivali, senza debiti d'ispirazione con nessuno: non c'è episodio nel disco che non riesca alla fine a staccarsi da terra e a far librare le sue chitarre e la sua melodia nell'aria. 


2
Neleonard    Un Lugar Imaginado
  Sarebbe facile riassumere i Neleonard come i Belle and Sebastian spagnoli. In realtà la band catalana è molto di più di questo e vive una sua dimensione timidamente eroica. Con un grado di celebrità che è inversamente proporzionale rispetto al pazzesco livello di talento, Nele, Laura e compagni tengono botta e confezionano un secondo album che - possibile? sì! - è persino più entusiasmante del loro impagabile esordio, che qui è stato disco dell'anno nel 2016. Dodici episodi uno più bello dell'altro, solari e trascinanti, raffinatissimi nella loro gentile umiltà, pop nell'anima e nelle ossa, talmente pieni di vita da portarti via con loro ad ogni ascolto, in un mondo migliore. 


 

1
The Beths     Future Me Hates Me
 Potenti e terribilmente orecchiabili, i neozelandesi The Beths hanno mostrato con il loro album d'esordio di essere già dei veri fuoriclasse. Poco influenzati dalla celebrata scena autoctona e molto di più dall'indie americano dei '90 (dai Weezer in giù), Elizabeth Stokes e compagni suonano un guitar pop energico e intelligente, ironico e sbarazzino, tecnicamente ineccepibile, sorprendente e travolgente sotto tutti i punti di vista, pieno di cori, coretti, chitarre muscolari, ritornelli killer e cambi di ritmo, in 38 minuti di prodigiosa e liberatoria corsa a perdifiato.