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03 settembre 2026

Hazel English - Conversations EP REVIEW

Cosa altro dire di Hazel English che non abbiamo già scritto ampiamente dai suoi esordi fino ad oggi? L'abbiamo davvero vista maturare, singolo dopo singolo, ep dopo ep, dalle prime copertine in cui, appena sbarcata in California dalla natia Australia, campeggiava giovanissima con la frangetta e i capelli raccolti con il cerchio e una valigia di fianco, fino alle ultime in cui mette insieme una timida sensualità e la semplicità della ragazza della porta accanto.

Al di là di un (azzardato?) passo laterale stilistico corrispondente all'unico suo vero album (Wake Up!) Hazel non è in fondo così cambiata dai suoi esordi: il suo dream pop aereo, leggiadro, dinamico e cristallino è in fondo lo stesso di dieci anni fa, solo più rotondo e rifinito; e il medesimo è il nucleo narrativo delle sue canzoni, che sono immancabilmente canzoni d'amore, appassionato o deluso che sia, semplici e oneste canzoni d'amore, ovvero l'abc stesso della musica pop, spogliato da ogni pretesa di una complessità poetica che con una musica come questa farebbe necessariamente a pugni. 

Hazel, lo sappiamo, predilige la pubblicazione frequente di nuovi singoli e la loro raccolta in ep. Conversations è - se conto bene - il quinto ep della "regina del dream pop" e contiene sei pezzi che riprendono con nonchalance il discorso sospeso (ma mai interrotto, ci sono state anche delle cover formidabili) dopo Real Life

C'è la voce di miele che conosciamo. Ci sono le ricche e sfavillanti trine di chitarre jangly ordite con paziente sapienza dall'immancabile Jackson Phillips / Day Wave. Ci sono le melodie circolari che trascinano nelle loro delicate spirali, dall'inizio alla fine. 

L'elemento (parzialmente) nuovo è forse un'insistenza maggiore sul pedale catchy rispetto al passato, tanto che la micidiale infilata iniziale Different Story - Conversations - Gimme - Calgary mette davvero in fila quattro delle canzoni più piacevoli, vivaci e corrusche che Hazel abbia mai scritto. Nell'ordine: un pezzo ironico su un amore finito, uno su un amore che riemerge dal passato, uno sulla paura di innamorarsi, uno che esalta il topos amore-natura. Giusto per intenderci subito sul fatto che Hazel è la più "romantica" delle singer songwriter indie pop di sempre. 

E non che la successiva Baby Blue - che ha l'allure morbidamente retrò delle cazoni di Wake Up! - e la conclusiva Phone Boothe - che sostanzialmente è una love ballad (duetto compreso) talmente soffice che potresti sprofondarci dentro come in un'enorme coperta calda - raccontino storie differenti: le "conversazioni" di Hazel vertono sempre intorno a faccende sentimentali e stanno dentro quella cornice deliziosamente jangly che dicevamo. 

In definitiva? Beh, il giudizio su Hazel English è sempre difficile perchè da parte di chi scrive c'è un'affezione profonda e di durevole verso la sua musica, il suo stile, la naturalissima eleganza insita in qualsiasi cosa scriva, faccia o dica (e comprendo tutti i suoi video, che sono sempre molto curati e amabilmente Hazel-centrici). 

Conversations possiede immutata quella magia che sappiamo: è a suo modo una piccola collezione di piccole perfette pop songs. E Hazel tiene ancora ben stretto in mano il suo scettro dream pop. 

04 agosto 2026

Atmos Bloom - Everythingness ALBUM REVIEW


Gli Atmos Blue sono una di quelle band che qui seguiamo davvero dal debutto e che abbiamo amato incondizionatamente fin da subito. A ben quattro anni di distanza dal mini album di debutto Flora che all'epoca abbiamo definito "un piccolo scrigno di meraviglie", Tilda Gratton e Curtis Paterson tornano con un seguito che si è fatto aspettare parecchio ma che ripaga l'attesa alla grande.

Da sempre i due londinesi fanno un jangle pop dalle note peculiari, che mette insieme una eterea e decisamente cinematica delicatezza ed una propensione melodica programmaticamente catchy: due anime che si intersecano in modo del tutto naturale e che danno ad ogni pezzo una dimensione "dream pop da cameretta" che però non ha nulla di twee e che oggi si è  sviluppata in qualcosa di più complesso e multi sfaccettato. 

Più che nelle uscite precedenti infatti Everythingness parte dall'approccio soffice tipico del duo e lo declina di volta in volta in soluzioni sempre leggermente diverse.

La splendida e morbida voce di Tilda è sempre il centro. Attorno però non ci sono solo chitarre scampanellanti, ma un'elettricità che è più libera di fluire e creare densità e dinamismo (Feel e Waiting ad esempio sono due numeri inquieti nella forma e nella sostanza), mentre i ritmi si alzano spesso e volentieri a creare carillon indie pop virati verso la distorsione che potremmo trovare in un disco di Castlebeat o dei compianti Night Flowers (Everything in questo senso è davvero una piccola bomba, ma Closer non è da meno!), ma addirittura degli ultimi Alvvays (It's Enough). 

La presenza di synth atmosferici (come quelli che reggono la ipnotica trama jangly di Island) è un altro fattore stilistico che gli Atmos Bloom usano con sapienza ed equilibrio, insieme a quella leggermente obliqua punteggiatura di matrice post punk che sta alla base di pezzi di sicuro effetto come l'iniziale Thorns o la trascinante Plain Sailing

Prima di scrivere l'album Tilda e Curtis hanno fatto un viaggio a Seoul e Tokyo, e non è difficile immaginare quanto il paesaggio urbano e umano delle due mega metropoli abbia influenzato lo sguardo musicale contemplativo e malinconico dei due. L'eccezionale outro In Its Place sembra raccontare esattamente questo, e lo fa con quel tocco cinematico e raffinatissimo che dicevamo all'inizio. 

A ben vedere, potremmo tranquillamente definire Everythingness il disco della piena maturità di Tilda e Curtis: immediato e introverso, colorato e notturno allo stesso tempo.

Un altro dei must have del 2026. 

30 luglio 2026

The Chutes - The Chutes ALBUM REVIEW


Vi è mai capitato di innamorarvi di una canzone dopo i primi dieci secondi? Colpo di fulmine. Tac. A me succede di continuo, ma senz'altro anche a voi, altrimenti non sareste qui a leggere un sito che non a caso è sempre alla ricerca della nuova perfect indie pop song. 

Bene. L'ultimo mio colpo di fulmine è dedicato a Scraping The Last Bits Of Light dei The Chutes, che è davvero un piccolo prodigio jangle pop che ha tutto per fare innamorare chiunque sia appassionato del genere: una trina di chitarre cristalline e scampanellanti, un dialogo dinamico e sornione fra una voce maschile e una femminile, cembali a profusione, un ritornello che ti ritrovi subito a canticchiare ed in definitiva una intelligente struttura canzone, fatta di accelerazioni, pause e ripartenze, che sembra la più lineare del mondo e invece non lo è affatto. 

Ed il bello è che dopo tanta luminosità twee ci sono altri sei pezzi di pari estiva coloratissima piacevolezza - cito giusto la deliziosa Nowhere In Particular e la sognante Twin Lens - che sembrano avere iniettato nel proprio dna i geni del C86 e di band Sarah come Field Mice, Aberdeen o Sea Urchins, oltre a raccogliere con convinzione la tradizione west coast del genere (quella dei gruppi della Matinée Records, per dire). 

Kenneth Turner e sua moglie Erika Calderon sono basati nella capitale morale mondiale del jangly, ovvero San Francisco, e questo (mini) album omonimo è il loro debutto sulla scena. Un debutto che testimonia comunque una certa esperienza nella scena locale e, come dicevamo, un grande talento nel songwriting che è capace con estrema naturalezza e in una totale economia di mezzi (non c'è nulla più di voci, chitarra, basso e batteria) di mettere insieme tanti modelli (ci aggiungerei anche l'indie dei '90 più morbido, almeno nell'attitudine melodica) con sorridente entusiasmo.

Uno dei dischi essenziali del 2026 e al contempo una vitale ventata di freschezza nei giorni più caldi dell'anno: imperdibile. 

04 luglio 2026

Castlebeat - Castlebeat II ALBUM REVIEW


Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.

A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta. 

Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.

Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità. 

Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.

Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica. 

Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!

10 marzo 2026

Salt Lake Alley - Always Out Of Time ALBUM REVIEW

Gustav Tranbak e Mikael Carlsson hanno iniziato la loro collaborazione artistica già da molti anni e poco alla volta hanno consolidato i Salt Lake Alley come una delle band di indie pop classico ("ortodosso" lo definiscono loro) più solide della scena europea. 

Diventati da duo un quartetto, il gruppo di Stoccolma prosegue lungo la sua strada di filologica riscoperta di un certo guitar pop che ha avuto la sua epoca d'oro tra '80 e '90 e che ha tra i suoi epigoni - li indicano gli stessi SLA come modelli - i Teenage Fanclub, gli Orange Juice, i Felt, i Popsicle, i McCarthy e ovviamente - basta sentire un pezzo come I Miss You - gli Smiths.

Le trine jangly elettro-acustiche delle chitarre sono ovviamente sempre il motore della band, come già in passato. In molti pezzi è evidente l'ambizione di costruire strutture e melodie non completamente convenzionali - e i SLA lo fanno bene perchè hanno sicure capacità tecniche e di scrittura - ma le cose migliori le troviamo comunque dove la leggerezza prende il sopravvento: l'ariosa All The Things You Are, con la sua dimensione byrdsiana e corale, su tutte.

03 dicembre 2025

Shapes Like People - Ticking Haze ALBUM REVIEW

Dicembre è arrivato e come tutti gli anni è tempo di recuperare qualche album che, per un motivo o per l’altro, nel momento in cui è uscito mi era sfuggito di mano. Nel caso di questo Ticking Haze degli Shape Like People, fra l'altro parliamo di un disco di grandissimo valore e non posso che scusarmi se, da marzo fino ad oggi, non ne ho scritto nemmeno una riga. 

Carl Mann, lo straordinario autore, produttore e polistrumentista che sta dietro alla band, è in realtà il titolare di un gruppo ben noto agli appassionati di indie pop, quegli Shop Window che l'anno scorso hanno pubblicato un album veramente molto interessante. 

Scrivendo nuove canzoni nel suo consueto processo creativo, Carl si è ritrovato con numerosi pezzi che non gli sembravano adatti per questo suo progetto e pensava di regalarli ad altri artisti, tuttavia ha deciso di registrarli ugualmente chiedendo alla moglie Kat di prestare la sua voce. 

I demo che ne sono derivati devono essere stati talmente convincenti - e non stentiamo a crederci - che i due hanno deciso di utilizzare tutte queste idee per un progetto parallelo, chiamato per l’appunto Shapes Like People, sul quale hanno lavorato con grande attenzione, entusiasmo e caparbia produttiva. 

Il risultato finale infatti è una ininterrotta serie di piccole grandi gemme jangle pop che brillano letteralmente di luce propria. Fino dall’iniziale Ambition Is Your Friend, con la sua floreale esplosione di dolcezza, è evidente non solo quanto Carl sia un autore di raffinatissima levatura nel genere che amiamo, ma anche come la fusione artistica e vocale fra marito e moglie sia stata in grado di offrire a tutte queste canzoni un fascino indiscutibile e pure non facilissimo da definire. C'è in effetti dentro ogni pezzo una grazia, una malinconica freschezza, una bellezza sfumata e al contempo prepotente, una eleganza retrò che in fondo è la stessa che ritroviamo in band come i Jeanines. 

Il tocco delicato di Carl e Kat si esplica davvero in ogni istante della loro produzione: le chitarre quiete e scampanellanti, le avvolgenti armonie vocali che si trovano davvero ovunque, i paesaggi sfumati color pastello che si stagliano sempre all'orizzonte.

Si legge bene l'intera storia del jangle pop nelle trame di Ticking Haze, specialmente di quello anglo-scozzese degli anni '80-'90, una storia che va dai Blueboy in giù fino ai Sambassadeur (che hanno tantissimo in comune stilisticamente con il duo), ma l'attitudine di Shapes Like People (così come di The Shop Window) è davvero personale e parla una lingua che è da un lato cantautorale e dall'altra fortemente atmosferica e di matrice folk: pezzi come A New Crown, Server of The Mind o Fireworks hanno la capacità di dilatare gli orizzonti a partire dalle loro linee melodiche di cristallina circolarità, mentre momenti di rarefatta bellezza come Weathering fanno pensare alla magia in punta di plettro degli The Innocence Mission. Un pezzo che profuma di primavera come Head Spun poi non può che riportarci idealmente agli Aberdeen e ai Teenage Fanclub. Mentre il romanticismo di Cry è puro chamber pop alla Divine Comedy di classe infinita (con un tocco di Annie Lennox, o lo sento solo io?). 

Tutto bello di una bellezza evidente e rarefatta al tempo stesso. Valido doppiamente perchè nel dna dell'album - che ha comunque una dimensione talmente artigianale da compenetrare le vite dei coniugi che l'hanno creato passo dopo passo - è inscritta un'idea di etica ed estetica indie pop altissima e veramente nobile. 

12 novembre 2025

Silk Cuts - Tell Me It's Not True ALBUM REVIEW


Non ho idea se ci sia in corso una vera onda di revival di indie pop originario nella scena europea e americana (ne sono certo invece per l'estremo oriente), però è un fatto che c'è in giro un fiorire di band che emergono magari da piccole scene locali e vanno in gire a spargere i semi di un genere che in verità non è mai tramontato.
E' senz'altro il caso dei Silk Cuts, che sono basati nella piccola ma vivacissima Exeter ed esordiscono oggi con un album che è davvero un piccolo grande prodigio!

Il retroterra del trio inglese è senz'altro lo stesso di band contemporanee che da queste parti amiamo come Jeanines, Jetstream Pony o Chime School, ovvero la galassia di band che tra fine Ottanta e primi Novanta si muoveva fra Creation, Postcard, Sarah e K Records e ha scritto la storia dell'indie pop firmandola con il suono artigianale delle proprie chitarre scampanellanti.

A ben vedere però i Silk Cuts non sembrano affatto un gruppo derivativo o nostalgico, anzi. I dodici episodi di Tell Me It's Not True mostrano che i tre di Exeter, che evidentemente non sono proprio di primo pelo, possiedono capacità di scrittura, sensibilità e talento da vendere, variando atmosfere e ritmo con grande naturalezza e infilando pezzi di straordinaria piacevolezza uno dopo l'altro senza soluzione di continuità. 

Il risultato - a sorpresa, ma è veramente una bella sorpresa - non può che essere uno dei dischi indie pop più belli, frizzanti e coinvolgenti dell'anno (e non solo di quest'anno). Da Secrets in giù in ogni pezzo è senz'altro facile sentire ricordi di Pastels, Shop Assistants, Comet Gain, Field Mice, Talulah Gosh, Teenage Fanclub, i primi Belle & Sebastian, i Proctors (e la lista potrebbe allungarsi quasi all'infinito), ma non è questo il punto con i Silk Cuts. 

Il punto è che i nostri - restando in un territorio assolutamente artigianale dove non è previsto alcun abbellimento produttivo - sono capaci di creare canzoni che si imprimono subito in testa ed hanno una fluidità narrativa che, in questo caso, non ha facili paragoni. 

Pezzi come l'adorabile Virginia, Southend, Said Too Much o Foxes (che è il capolavoro dell'album a mio parere) costruiscono melodicamente su una trama che è sempre e programmaticamente jangly e, di volta in volta, spinge di più sul pedale dell'essenzialità oppure sull'armonia delle voci maschile/femminile, o ancora su alcuni splendidi e sognanti inserti di archi. Episodio dopo episodio, da un lato è come scartare ogni volta una caramella dal gusto diverso e sorprendente (l'arrangiamento floreale ed elegantissimo di Sisters è un ottimo esempio), e dall'altro è come fare un salto all'indietro in un'epoca della musica britannica - tra l'era twee pop e l'avvento del brit pop - in cui nei locali di periferia era pieno di band che facevano canzoni intelligenti armate solo di chitarra basso e batteria. Tanto che, davanti alla delicatezza infinita (e parecchio commovente) di The Deseted Village, sembra davvero di rivivere lo spirito degli Another Sunny Day, dei Blueboy, degli Aberdeen. 

Insomma, nello spazio ampio dei dodici pezzi del loro primo album i Silk Cuts dipingono un mondo meravigliosamente retrò e insieme freschissimo, sorridente e coinvolgente, in grado di spargere intorno entusiasmo a piene mani un po' come facevano gli Allo Darlin (impossibile stare fermi con il jangly travolgente della conclusiva Superia). 

Ecco, se mi chiedete una band di cui innamorarsi al primo ascolto e di cui diventare immediatamente fans, i Silk Cuts sono l'esempio perfetto. Tell Me It's Not True è una scatola magica che non vorresti mai chiudere e in cui trovi sempre qualcosa di bello e di nuovo.

26 ottobre 2025

The Telephone Numbers - Scarecrow II ALBUM REVIEW

In un piccolo mondo musicale come la scena indie pop di San Francisco è probabile che ci si conosca più o meno tutti, e non è un caso allora se i membri dei Telephone Numbers li ritrovi a suonare anche in altre band della baia che da queste parti amiamo incondizionatamente, dai The Reds Pinks & Purples ai Chime School, dai Seablite ai The Umbrellas. 

E' evidente che c'è un terreno comune in cui fioriscono tutti questi artisti - un terreno che ha radici negli anni '60 delle dodici corde e della psichedelia - ma poi ogni gruppo ha una sua particolare attitudine che lo rende particolare e riconoscibile.

Per quanto riguarda The Telephone Numbers, il tratto distintivo è senz'altro il songwriting colorato, leggero e intelligente di Thomas Rubenstein, che in passato ha guidato i Love Birds, ha lavorato spesso e volentieri con Glenn Donaldson e ha pubblicato l'album di debutto dei TN nel 2021. 

Scarecrow II è quindi il secondo disco del quartetto californiano e conferma alla grande il tocco pop di Rubenstein e compagni. Le chitarre jangly ovviamente non mancano, ma i Telephone Numbers allargano volentieri i loro orizzonti ad una dimensione cantautorale che utilizza spesso e volentieri violino, tromba e organo e ama alternare tempi più mossi (Goodbye Rock n Roll, Ebb Tide...) e momenti di serena introspezione acustica di matrice folk (Falling Dream, This Job Is Killing Me...), senza mai abbandonare nemmeno per un secondo quel senso di piacevolezza catchy che è uno dei marker della band (e Telephone Numbers Theme, con la sua allegra e scanzonata aria alla Heavenly, vale da solo il biglietto!). 

18 ottobre 2025

Massage - Coaster ALBUM REVIEW


"Siamo stati etichettati come jangle pop e incasellati come fog pop. Noi ci definiamo ancora college rock. Ma in realtà non rientriamo in nessuna definizione. Siamo un gruppo pop, chiaro e semplice. Non vogliamo ricordare altre band. Vogliamo semplicemente scrivere canzoni che non riuscirete a scrollarvi di dosso". 

Così dice Andrew Romano, anima insieme ad Alex Naidus dei Massage, giusto per chiarire fin da subito come la band basata a Los Angeles  abbia inteso il proprio terzo album come quello volutamente più immediato e "facile" della sua carriera. 

Fin dagli esordi - e nonostante quello che si può pensare in superficie - i Massage non nascono come evoluzione dei Pains of Being Pure At Heart (Naidus ne è stato membro fondatore) ma come progetto jangle pop "tra amici" di Alex ed Andrew: un progetto che porta in profondità le impronte delle loro passioni musicali e che si è allargato a Gabrielle Ferrer (che è la cognata di Romano), Natalie de Almeida (la ragazza di Naidus) e David Rager. 

Dopo un esordio fatto di elettricità e miele che già mostrava la potenzialità enorme del gruppo, il seguito Still Life già segnava la rotta che i Massage stanno coerentemente tenendo tuttora: da una dimensione poco più che lo-fi ad una produzione elegantemente essenziale, da canzoni che avevano ancora spigoli indie ad una apertura pop che vuole essere programmaticamente luminosa. 

Può apparire strano definire Coaster il disco della maturità dei Massage, visto e considerato che si tratta di cinque musicisti che di strada sotto le scarpe ne hanno macinata tanta, ma in qualche modo è davvero così: è pieno di canzoni che per forza risentono delle traversie, belle e brutte, di persone che hanno quarant'anni e che usano la loro musica per ritrovare la freschezza dei vent'anni - una freschezza che è connaturata all'indie pop stesso. 

Se prendete No North Star, la canzone che apre Coaster, vi imbatterete proprio nella sorridente, trascinante, cristallina freschezza di cui parlavamo: le chitarre scampanellano con gioioso dinamismo, le voci maschile e femminile si compenetrano in totale armonia, il ritornello è così catchy che è impossibile non ritrovarsi a canticchiarlo al primo ascolto. 

Daffy Duck, che secondo la band potrebbe essere il loro singolo più commerciale, si apre con quel passo alla New Order a cui ci hanno abituati fin dagli inizi e poi si fa così giocoso nel ritornello da sembrare quasi sfrontato. 

Ma è davvero il mood generale a caratterizzare questo terzo lavoro dei cinque di Los Angeles: un'atmosfera di brillante leggerezza e quieta dolcezza alla Teenage Fanclub che pervade ogni episodio del disco, dal romanticismo quasi commovente di When You Go alla suggestiva immersione quasi dream pop di We're Existential, dalla scintillante rotondità jangly di Whitout Your Love alla macchina del tempo targata Sarah Records di Perrots of Rome, fino al lungo soffice caldo abbraccio della sognante After All

Coaster è in definitiva un album di solida coerenza stilistica e mostra ancora una volta, se ancora ce ne fosse bisogno, la capacità di scrivere e confezionare canzoni pop (perchè questo è l'intento) dei Massage. Ma mostra anche quanto le canzoni stesse possano avere un potere per così dire curativo e catartico, in grado di sollevare chi le suona chi le ascolta dalle noie della contingenza e dare quella sensazione inspiegabile ma tangibilissima che "tutto andrà bene". 

20 agosto 2025

The Reds Pinks & Purples - The Past Is A Garden I Never Fed ALBUM REVIEW

E' una verità scientifica assodata che l'universo musicale di Glenn Donaldson sia in costante espansione. Lo provano le 200 canzoni e oltre scritte - e in buona parte pubblicate, digitalmente o no, in ep o album o collezioni varie - negli ultimi sei anni. E probabilmente quando leggerete questo articolo sarà già uscito qualcosa di nuovo. 

Il musicista di San Francisco, lo abbiamo detto più volte, è tanto prolifico quanto timido e coerente nel suo difendere a spada tratta la dimensione "da cameretta" del suo progetto The Reds Pinks & Purples, per quanto ultimamente si sia fatto vedere anche dal vivo con una vera band.

Nel florilegio di produzioni che caratterizzano Glenn (che scrive anche di musica, fra l'altro), questo The Past Is A Garden I Never Fed è una raccolta di canzoni già edite digitalmente qua e là, che per la prima volta sono messe insieme in forma di album. Il fatto eccezionale - ma non così tanto se conoscete già Donaldson - è che non si tratta di un pugno di b-sides più o meno scartate, ma di pezzi di primissimo piano, alcuni davvero imprescindibili nella carriera di THP&P (prendete giusto la opener The World Doesn't Need Another Band, a dir poco antemica nel suo sfrigolante nichilismo). 

Al di là del fatto assodato che ormai Glenn sia una vera istituzione indie pop, non diremo mai abbastanza quanto sia soprattutto la sua scrittura ad avere qualcosa di miracoloso. Il filo che TRP&P porta avanti origina da qualche parte dalle parti della California dei Byrds, e idealmente si dipana nei decenni attraverso cose anche apparentemente distanti (ma in realtà no): i primi REM, l'indie americano dei '90 (Lemonheads, Dinosaur Jr...), il jangle pop della Flying Nun, i Cure più melodici, le distorsioni avvolgenti dello shoegaze. Con in più un'(auto)ironia deliziosamente situazionista nelle liriche (e nei formidabili titoli) che contribuisce a rendere il tutto terribilmente leggero ed immediato. 

Nei quattordici episodi del lotto c'è davvero un'antologia ampia ed essenziale del mondo poetico e sonoro di Glenn: cose più potenti e quasi ruvide (My Toxic Friend), perfect pop songs elettro-acustiche alla The Bats (I Only Ever Wanted To Sei You Fail), quadretti obliqui e colorati (Slow Torture of an Ourly Wage), dolenti carezze jangly (Trouble Don't Last), accorate confessioni notturne (There Must Be A Pill For This) e quei paesaggi scampanellanti di brezza di cui solo lui è capace (Your Taste Makes You Strange, Marty as a Youth...). Un'antologia a suo modo varia, compatta e baciata da quell'eccezionale e difficilmente spiegabile senso di "grazia" che promana da ogni cosa che Glenn suona (sostanzialmente da solo), produce (da solo) e pubblica. 

22 febbraio 2025

Darksoft - Rationalism ALBUM REVIEW

Nel novero dei musicisti che fanno band a sè, scrivendo, suonando pressoché tutti gli strumenti e producendo la loro musica in una dimensione casalinga, possiamo senz'altro annoverare anche Bill Darksoft da Portland, Maine. 

A partire dal 2018, Darksoft ha pubblicato numerosi album, singoli ed ep, tutti ispirati ad un ideale mondo sonoro che sta a cavallo fra l'indie pop originario, il jangle pop alla Day Wave e il dream pop / shoegaze degli ultimi Slowdive. 

Rationalism, l'album appena uscito (è il seguito di un Relativism pubblicato prima dell'estate scorsa), mostra in modo efficacissimo quale sia la strada percorsa da Darksoft: atmosfere di sognante morbidezza, chitarre che si intrecciano in nome di un'aerea leggerezza, la voce che resta sempre soffice e confidenziale (la somiglianza con quella di Neil Halstead è davvero notevole), le melodie allungate cantilenanti e circolari, i synth quasi onnipresenti ma mai invadenti, che gettano le fondamenta su cui si costruisce il resto. 

I dieci pezzi del lotto, catchy ma sempre delicatissimi, brillano di un'essenzialità di fondo che riesce sempre a creare un paesaggio che si dilata intorno con una estrema rilassante piacevolezza. 

22 gennaio 2025

Prism Shores - Out From Underneath ALBUM REVIEW


Ci sono delle band che sono talmente innamorate della galassia indie pop da riuscire a far proprie molte sfaccettature del genere e trasformarle in uno stile che sia personale. Spesso sono le migliori e i nomi sicuramente li conoscete già.

Forse però non conoscete i Prism Shores, che sono di stanza a Montreal ma hanno origine a Charlottetown (nell'Isola Prince Edward, quella di Anne with an E, ma è anche la culla dove hanno mosso i primi vagiti gli Alvvays!). 

Out From Underneath è il loro secondo album (il primo, Inside My Diving Bell, è del '22) e, come anticipavamo poc'anzi, è un piccolo caleidoscopio - non a caso il loro nome cita il prisma - dentro il quale, se guardate con attenzione, appaiono in trasparenza le tracce di centro altre cose, dal mondo Sarah Records al jangly pop di oggi (un po' Quivers, un po' Kindsight), dalla Flying Nun ai J&MC, dai Cure allo shoegaze, dall'indie americano dei '90 a un certo cantautorato americano obliquo ed elettrico, e l'elenco potrebbe continuare.

La fitta e scampanellante trina di chitarra che apre Overplayed My Hand già dovrebbe bastare a legarvi mani e piedi e trascinarvi dentro il mondo dei Prism Shores. Il ritmo è delicatamente uptempo, la voce spontanea e molto lo-fi di Jack MacKenzie è sempre leggermente sovrastata dallo scintillante e morbido muro elettrico che la band erige a poco poco, la linea melodica è di efficace semplicità.

La ricetta della band canadese è sostanzialmente questa, e trova la sua quadratura nelle sottili variazioni fra un episodio e l'altro e in soluzioni sonore peculiari che di volta in volta catturano l'attenzione. Facciamo qualche esempio: l'onda di distorsione che sottende la deliziosa Southpaw (così come i bellissimi cori di KT Laine); e poi l'elettrica e puntiforme rotondità di quella piccola perfect indie pop song à la Lemonheads che è Tourniquet; e ancora la voce di Jack che sembra trasformarsi a poco in quella di Robert Smith nella meravigliosa, emozionante, romanticissima Killing Frost; o le irrequiete dissonanze di una Weightless, che pur essendo il pezzo più ruvido del lotto (dalle parti dei Guided By Voices per intenderci) conserva una sua tenerezza twee. 

I dieci pezzi dell'album scorrono via fluidi con la loro perfetta commistione di graffi e carezze, tanto che quando si arriva alla soffice superficie jangly e sognante di Drawing Conlusions e alla lunga coda sfrigolante di Unravel quasi quasi si rimane delusi perchè il disco è già finito. 

L'osservazione che mi viene da fare in conclusione è che sembra davvero strano come una band così talentuosa, così capace di costruire la propria personalità giocando sui contrasti e i rimandi, sia rimasta finora tutto sommato nel sottobosco dell'indie pop, quando meriterebbe di avere tutti i riflettori addosso. 

Il primo grande album del 2025. 


07 novembre 2024

Swiss Portrait - Someday ALBUM REVIEW

Non diversamente da alcuni maghi dell'indie pop come Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples), Jackson Phillips (Day Wave) o Andy Jossi (The Blue Herons), anche lo scozzese Michael Kay Terence è uno di quei musicisti che ci immaginiamo gioiosamente rinchiusi nel proprio studio / cameretta a produrre canzoni a ripetizione, lavorandoci sopra finché non sono perfette. 

Per quanto riguarda Michael, il suo progetto Swiss Portrait è presente sulla scena già da diversi anni, e non c'è dubbio che passo dopo passo l'artista originario di Edimburgo stia crescendo notevolmente nella sua capacità di scrittura e di produzione, pur senza abbandonare lo spirito artigianale degli esordi.

In Someday, seguito del già interessantissimo The Crippling Pain Of Happiness, ritroviamo quel guitar pop arioso e vagamente sognante che già conoscevamo e che amiamo incondizionatamente. I dieci episodi accarezzano l'ascoltatore come una fresca brezza di inizio autunno, con le loro morbide trine di chitarre jangly, i loro essenziali ritmi midtempo di chiara impronta post punk, le linee melodiche di circolare e frizzante immediatezza e le liriche piene di riflessi di timida malinconia. 

22 ottobre 2024

Humdrum - Every Heaven ALBUM REVIEW

Già leader degli Star Tropics (autori di uno splendido album datato 2017),  con la pandemia Loren Vanderbilt si è trovato senza band ed ha pensato bene di ripartire dalle sue forze e dal suo talento e iniziare questo progetto Humdrum, che seguiamo già da qualche anno attraverso alcuni singoli davvero interessanti.

L'idea di base è quella di un guitar pop di stampo "classico", dove per noi classico significa C86, Creation e Sarah Records: chitarre jangly, ritmi che virano volentieri verso l'uptempo, melodie piacevolmente catchy, qualche armonia vocale maschile/femminile, semplicità di approccio e produzione ed un'aria generale di grandissima e liberatoria leggerezza.

Insomma tutte le cose che ci fanno amare questo genere!

Prendete due perfect indie pop songs come Wave Goodbye ed Eternal Blue e avrete la testimonianza chiarissima di quanto il musicista di Chicago sia bravo a maneggiare la materia: c'è dentro un po' di Felt, un po' di Field Mice, un po' dei Ride più melodici, una generosa dose di Proctors e di Aberdeen (sentite Ultraviolet), persino qualche stilla di REM, ma poi è la capacità di fondere tutto insieme che conta, e non c'è dubbio che Loren sia un songwriter di eccezionale talento e gusto.

I dieci pezzi, dall'apertura in stile The Cure di Every Heaven in giù (beh, con quel titolo e quei synth), scorrono via con una freschezza ed una morbidezza di tocco magnifiche, intrise di un entusiasmo che - bene per noi! - allunga anche la durata delle canzoni ben oltre i due minuti e mezzo canonici. 

Un piccolo grande album che fa bene all'anima. 

18 settembre 2024

Young Scum - Lighter Blue ALBUM REVIEW

Che cos'è il jangly pop? Ve lo spiegano in modo chiaro e quasi disarmante gli Young Scum. Mettete Lighter Blue, il primo pezzo dell'album che porta lo stesso nome, e premete play. Verrete gioiosamente abbracciati e piacevolmente trascinati via da una frizzante marea di 12 corde scampanellanti, da una ritmica midtempo che vi invita ad alzare il sedere dalla sedia e da una melodia di fresca, sorridente immediatezza. 

Il jangly pop è questa cosa qui, niente di più o niente di meno. Poi, certo, lo potrete scovare in cento declinazioni differenti, annacquato dentro altre influenze di tutti i tipi, e di band a cui affibbiamo questa etichetta ne trovate a decine in questo sito, tutte validissime. Ma se volete sorseggiare un vero e delizioso distillato del genere, in purezza, profumato di sole, dolce come zucchero filato e frizzante come una lattina di soda gelata, è al gruppo di Richmond, Virginia che vi dovete rivolgere.

E' passato talmente tanto tempo - sei anni: perchè!? - dall'album d'esordio di Chris Smith e compagni, che quasi ci eravamo dimenticati di quanto fossero bravi, e allora questo Lighter Blue con i suoi undici scintillanti episodi è doppiamente una festa. Innanzitutto perché abbiamo ritrovato una band la cui timidezza è direttamente proporzionale al talento, e poi perché se c'è una cosa in cui gli Young Scum sono bravissimi, è tenere nascosti i propri modelli (tanti, dai REM ai Teenage Fanclub passando per i Bats e i Lemonheads) senza esibire alcuna particolare somiglianza. 

Lighter Blue è l'infallibile cartina di tornasole della formidabile capacità dei quattro di costruire canzoni intelligenti ed energetiche, che qui corrono l'una dietro l'altra come vagoni di un rapidissimo e sferragliante treno guitar pop. Difficile segnalare un pezzo migliore dell'altro (io premio Velvet Crush, ma per puro gusto personale): qui siamo davanti a una collezione di piccole grandi perle super compatta e priva di un solo secondo morto. D'altra parte la ricetta trovata dagli Young Scum non cambia e funziona sempre a meraviglia: un ritmo gentilmente incalzante, un intreccio sapiente di chitarre che sa esaltare sia il lato scampanellante che quello più fragoroso, e poi il più classico degli schemi strofa-coro a cui le voci si appoggiano con naturalezza. 

Se questo secondo sospirassimo album della band virginiana fosse uscito a giugno non avremmo esitato un attimo a incoronarlo come disco dell'estate. Arriva invece ad illuminare l'inizio dell'autunno, e non possiamo che ringraziarli ed ascoltarlo a ripetizione! 

30 agosto 2024

Chime School - The Boy Who Ran The Paisley Hotel ALBUM REVIEW

Andy Pastalaniec, il titolare del progetto Chime School, ha dichiarato che con questo secondo album della sua band ha voluto superare i limiti del primo, che a suo parere sembrava in modo troppo pedissequo un omaggio alle band della Sarah Records. E' lui stesso a citare i gruppi del passato che l'hanno ispirato per The Boy Who Ran The Paisley Hotel: i primi Primal Scream, i Teenage Fanclub di Songs From Northern Britain, gli Aislers Set e gli East Village. 

Fondendo idealmente  i modelli dovremmo ottenere un jangle pop di canone abbastanza byrdsiano, programmaticamente orecchiabile, raffinato nella confezione. Ed è esattamente il modo in cui suona il secondo lavoro della band di San Francisco. Inoltre, giusto per dar ragione in toto ad Andy, l'evoluzione rispetto al passato è pure chiaramente leggibile, proprio in un affinamento stilistico e produttivo che ha oltrepassato decisamente l'attitudine tutta artigianale degli esordi, da un lato si fa più aderente ai modelli sixties, dall'altro incamera anche un forte ascendente brit pop (Words You Say ha un evidente sapore oasisiano). 

Inutile ribadire come Pastalaniec sappia bene come si scrive una canzone indie pop e nell'album ce ne sono undici di ottimo livello, scampanellanti, orecchiabili, freschissime e sempre dinamiche, fin dall'iniziale The End e passando per potenziali singoli alternativi piacevolmente retrò come Give Your Heart Away e Wandering Song, dove l'ombra dei Teenage (ma anche un po' quella dei Lemonheads) si scorge chiaramente all'orizzonte. 

06 luglio 2024

The Proctors - Snowdrops and Hot Air Balloons ALBUM REVIEW

Mentre ascoltavo pigramente le ultime uscite, mi sono accorto che siamo arrivati ormai a luglio inoltrato e non abbiamo ancora eletto l'album dell'estate 2024. E in effetti forse non c'è nemmeno. A meno che...

Snowdrops and Hot Air Balloons non è propriamente un album nuovo, per quanto sia in sostanza appena uscito. The Proctors - che sono una delle band storiche dell'indie pop (ne abbiamo parlato qui quindi non mi dilungo) e fra le tante band storiche forse sono quella più sottovalutata - ogni tanto escono dal frigorifero e collezionano un po' di pezzi del loro repertorio, magari rimasterizzandoli e letteralmente estraendoli dallo scrigno delle "grandi canzoni pop dimenticate". 

Gli undici pezzi che trovate qui sono perfetti prodotti della macchina del tempo, ma quando si parla di Proctors il tempo ha davvero un'importanza relativa. Prendete ad esempio un pezzo come Seven Wonders, che è in pratica la didascalia della voce "indie pop" nell'enciclopedia della musica, e poi ditemi francamente se riuscite a datarla: viene direttamente dall'epoca d'oro degli Orchides e dei Field Mice? Eppure lo schema melodico si può sovrapporre al millimetro alle cose migliore dei Pains Of Being Pure At Heart. La questione è che non ne ho idea nemmeno io: è molto semplicemente lo spirito eterno dell'indie pop incarnato in tre minuti di sfrenata catchyness, chitarre jangly e luce meridiana. 

Da appassionati di questo genere - io lo sono e lo siete pure voi, se siete qui a leggere - che cosa possiamo chiedere di più di queste canzoni risplendenti di solare leggerezza (Footseps, Kaleidoscope....), morbide come un abbraccio di brezza mattutina, spesso trascinate dalla scia spaziale della propria dimensione dream pop (che bella che è The Final Kiss), totalmente oneste nella loro cantabilità melodica? Canzoni che finiranno per svoltarci la giornata, perché probabilmente sono nate proprio per questo. 

Summer Begins canta Gavin Priest nel primo sferzante episodio...Ha detto tutto. Buona estate a tutti! 

27 giugno 2024

Dropkick - Dot The I (Expanded Version) ALBUM REVIEW

Prima di scrivere questo pezzo ho provato ad orientarmi nella discografia dei Dropkick per cercare di contare quanti album abbiano pubblicato dal 2001 ad oggi, ma ammetto di non essere arrivato ad un risultato del tutto certo: ci aggiriamo intorno ai venti, forse più, se consideriamo anche alcune raccolte di demo, compilation e dischi live. Se poi volessimo tener conto anche del pregevole progetto parallelo di Andrew Taylor, ovvero quei The Boy With The Perpetual Nervousness di cui abbiamo sempre parlato con entusiasmo, il conto aumenterebbe ancora, ma a questo punto non ha più molta importanza.

A proposito di Dot The I, che è uscito originariamente nel 2007, sono invece certo che sia stato il sesto album della band scozzese, forse uno dei suoi migliori, probabilmente il più significativo per fotografare lo stile di Taylor e compagni, sempre perfettamente in bilico fra un luminoso jangle pop alla Teenage Fanclub (con i maestri scozzesi fra l'altro i Dropkick condividono la compresenza di tre songwriters) e un folk rock molto americano e parimenti scampanellante, che deve tantissimo ai Jayhawks. Quest'ultimo lato della band ancora particolarmente evidente in questa fase della carriera della band. 

Perché ne parliamo oggi? Perché è stata pubblicata giusto ora una ampia e gustosa reissue per la quale Andrew ha rimasterizzato tutto pulendo alla perfezione il suono ed ha aggiunto ai dodici episodi originari ben quattordici pezzi provenienti dalle prolifiche sessioni del disco. Insomma, un'ottima occasione per godersi la nuova vita delle dodici canzoni dell'album e soprattutto per scoprire alcuni gioiellini (Breaking The Ice ed Hello in testa) che testimoniano ancora - se mai ce ne fosse bisogno - il grande talento di un gruppo che c'è letteralmente da sempre e pure spesso ci dimentichiamo. 

30 maggio 2024

The Blue Herons - Go On ALBUM REVIEW


Se parliamo di jangle pop, pochi artisti al mondo come Andy Jossi tengono vivo il genere con la stessa quantità di amore totale e incondizionato, con la stessa commovente e maniacale cura dei dettagli e con risultati così luminosamente efficaci. 

Da almeno un decennio il musicista svizzero dedica il suo songwriting e la sua chitarra - ma in verità tutte le sue forze e il suo entusiasmo - a due progetti che procedono parallelamente senza toccarsi ma che hanno moltissimo in comune. Sia The Churchhill Garden che The Blue Herons contengono in fondo gli stessi ingredienti: l'impegno multistrumentistico e produttivo di Andy e una componente femminile in grado di prestare sia la propria voce che una valida collaborazione alla scrittura. Se nei Churchhill Garden - che rappresentano il lato più shoegazer di Jossi - di fianco a lui c'è Krissy Vanderwoude, nei Blue Herons - che sono puro e programmatico dream pop - la metà della band è Gretchen DeVault, una musicista che ha l'indie pop nel dna e che abbiamo tutti amato in ogni sua incarnazione artistica (The Icicles, The Francine Odysseys, Hero No Hero...). 

Il piccolo grande miracolo di Jossi infatti non sta soltanto nella sua talentuosa e prolifica caparbia, ma anche nel fatto di riuscire a imbastire dei progetti così riusciti e longevi insieme a delle musiciste che vivono e operano dall'altra parte dell'Atlantico, sfruttandone in modo equilibrato e intelligente la sensibilità e la personalità. 

Per quanto riguarda The Blue Herons, la pubblicazione dei singoli sotto questo nome è cominciata diversi anni fa, accumulando nel tempo una serie di canzoni che sembravano prodigiosamente una meglio dell'altra. Andy e Gretchen avevano promesso che prima o poi sarebbe uscito anche un album, ed eccolo qui, pubblicato dalla Subjangle, meritoria label sudafricana (Jossi ama davvero superare i confini!) che è legata a doppio filo all'ottimo blog janglepophub. Album che anche nella copertina riflette tutto il mondo estetico del progetto Blue Herons, con la sua aria elegante e bambinesca al contempo, rosa e sfavillante.

I pezzi raccolti nel disco in verità li conosciamo già, ma ci sono due ottime ragioni per non mancare l'album: la prima è che Andy, da buon perfezionista qual è, ha risuonato e riprodotto tutto, con quella cura sonora di corrusca rotondità tipica di tutte le sue cose; la seconda è che ascoltare tutto insieme, senza soluzione di continuità, l'intero catalogo di singoli dei Blue Herons è un'esperienza che vi può davvero svoltare ogni giornata. 

Le canzoni allora. In apertura la sognante leggerezza di In The Skies disegna immediatamente il paesaggio sonoro in cui ci muoveremo nei prossimi cinquanta minuti. E' la formula dream pop di Andy e Gretchen in purezza: le chitarre jangly che si sovrappongono, si intrecciano e si inseguono, la linea melodica di onesta semplicità, subito perfettamente cantabile, la voce così limpida della DeVault, i synth che riempiono ogni possibile vuoto, il crescendo finale che atterra in un fatato paese dei campanelli. 

Poi la dolcezza quasi estenuata di Echoes In The Dust, che è un caldo abbraccio elettrico di cinque minuti dentro il quale è bello farsi semplicemente cullare. Ma da un un punto di vista di scrittura - ascoltatela e riascoltatela - è una cattedrale di layers multipli che si integrano e sovrappongono e funzionano in definitiva come un incredibile marchingegno a orologeria. Se volete una prova delle formidabili capacità produttive di Jossi, eccone una incontestabile.

Go On è - lo diciamo da quando uscì il singolo - il capolavoro dei Blue Herons, e probabilmente lo rimarrà sempre. "Let's get out of here, run away from all our cares, leave it all behind" canta Gretchen, e in fondo l'intera canzone è un razzo dalla coda scintillante puntato verso "un altro mondo dove il passato è passato e noi possiamo stare". Un manifesto della musica di Jossi e DeVault riassunto nella inarrestabile linearità di una perfect pop song che spinge verso l'alto con il suo potente motore jangly. 

La fiduciosa positività orgogliosamente naïf dei Blue Herons fa brillare in piena luce ogni secondo dell'album, anche dove le liriche si fanno più pensose. Ed ecco allora il sogno ad occhi aperti di Electric ("do you believe in a world beyond": è il lato B ideale di Go On) che rende innocua persino la malinconia notturna di From Here, dove il lungo finale risplende della morbida suggestione dei Cure più delicati.

Endless Rain è un altro momento alto dell'album e ritrae bene la poetica di Andy e Gretchen: se i cieli fotografati dalla finestra sono grigi e piovosi, dentro una sorta di simbolico diluvio universale che ricopre tutto di apatia, la musica è per contrasto così gentile e dinamica (specialmente nell'ipnotica e trascinante parte conclusiva) da rivelare l'intento catartico di tutta la produzione dei Blue Herons. Tutti corrono alle scialuppe di salvataggio - canta Gretchen - ma in realtà è la musica che ti salva. Punto. 

Take Them Back è un pezzo che all'inizio gioca un po' a nascondino, celandosi dietro la sua patina di sorniona e imbronciata delicatezza (è una canzone su un amore finito), e poi esplode in uno dei chorus più catchy, scenografici e poderosi dell'intero disco. 

Clouds è l'unico episodio che non conoscevamo già: una lunga e apertamente romantica power pop ballad intrisa di miele e lacrime, quasi quasi sopra le righe, ma in definitiva così rotonda e orecchiabile che non puoi non amarla. 

Lo stesso discorso che possiamo fare davanti a Talking To Ghosts, singolo per altro recentissimo, che mostra come la struttura canonica del dream pop del due svizzero-statunitense sia replicabile quasi all'infinito con risultati sempre ottimi: la strofa appoggiata sulle trine jangly, l'acceleratore premuto sul bridge, il ritornello che si spalanca come una finestra in pieno sole, il finale che si chiude come un cerchio. 

Verso la conclusione del disco gli episodi più atmosferici: una Autumn Leaves che pare un pezzo dei Churchhill Gardens finito qui per un fortunato errore. E poi una inattesa quanto interessantissima cover di Disorder dei Joy Division, che perde (giustamente) l'inquietudine originaria ed è rivissuta nella chiave suggestiva ed eternamente scampanellante dei Blue Herons. 

Titoli di coda su una versione alternativa - definita "melancholia version" - di Echoes In The Dust, che esibisce attraverso un piacevole effetto rallenty la perizia compositiva e produttiva di Andy Jossi. 

Questi sono The Blue Herons e francamente per un appassionato di dream pop è difficile chiedere di più. Go On è davvero uno scrigno delle meraviglie che, una volta aperto, non vorresti richiudere più. Non è un album nel senso stretto della parola - insomma, contiene pezzi scritti in un arco temporale piuttosto lungo e già editi - ma un'antologia che funziona come meglio non potrebbe e che celebra la dedizione di due artisti che a queste canzoni hanno dedicato tutti sé stessi. 

11 maggio 2024

Stephens's Shore - Neptune EP REVIEW

E' sempre un piacere ritrovare gli svedesi Stephen's Shore. La band di Viktor Sjödin è in giro da ormai quasi dieci anni e con cadenza regolare ci regala qualche nuovo saggio del suo jangle pop morbido, raffinato e pienamente luminoso.  

Questa volta si tratta di un EP che contiene quattro episodi registrati live lo scorso mese di settembre a Stoccolma. Come in tutte le produzioni del gruppo, l'intreccio scampanellante delle chitarre è magicamente circolare, delicato e sognante e il tocco melodico intriso di una malinconica gentilezza. Tutto è essenziale - ricordiamo che si tratta di registrazioni in cui la band suona insieme - ma al contempo pulitissimo nel suono e perfettamente dinamico e suggestivo. Da sempre gli Stephens's Shore sono una di quelle band che, se non si conosce, si farebbe fatica a collocare in un tempo e in uno spazio preciso. 

Sunset in particolare è un piccolo prodigio jangly che racchiude insieme le scintille catchy di cui i cinque svedesi sono capaci e anche la loro caratteristica tenerezza twee.