Quanto Josh Hwang sia stato e sia importante nella scena indie pop americana è pleonastico affermarlo: in poco più di un decennio ha piazzato una serie di dischi fondamentali per il genere, ha fondato una etichetta (la Spirit Goth) che ha dato ospitalità a un sacco di altri artisti interessanti, si è mosso con coraggio tra i canoni del jangle pop ed un costante desiderio di innovazione.
A 10 anni esatti dall'uscita di quel Castlebeat che ha fatto conoscere al mondo il talento del musicista californiano, Josh ha deciso di festeggiare l'anniversario con un nuovo album che rispetto a quell'esordio così straordinario è da una parte un revival e dall'altra un modo per ritrovare e ribadire il nucleo originario della sua proposta.
Castelebeat II contiene infatti un mix di canzoni che all'epoca sono rimaste fuori dall'album I (e che oggi rivivono in una veste rinnovata), e di pezzi nuovi che però - parola di Hwang - sono stati pensati e registrati con un rispetto filologico delle condizioni in cui nacquero e si svilupparono le canzoni di Castlebeat nel 2016.
Dalla magnifica Awake in giù, sembra davvero di sentire un'antologia ideale dello stile peculiare (e imitatissimo) di Josh Hwang: chitarre jangly che si incrociano, rincorrono, sovrappongono, synth atmosferici che creano una perfetta camera d'eco in cui i suoni (compresa la voce) si depositano e si ovattano con un canone quasi shoegaze, la drum machine a squadrare l'essenziale e dinamico midtempo tipico di Castlebeat, una serie di ritornelli morbidi ed ipnotici che si succedono senza soluzione di continuità.
Dieci anni fa abbiamo conosciuto e amato Castlebeat esattamente per questo suo modo così intelligente ed efficace di partire dalle radici del post punk e di farle germogliare in un prato dream pop. Ritrovare esattamente lo stesso spirito, più maturo e freschissimo al tempo stesso, mi dà personalmente una sensazione di meraviglia, conforto e gratitudine.
Ascolto e riascolto pezzi di suprema leggerezza come This Take Time e Stay With Me, con i con i loro travolgenti carillon di chitarre, oppure episodi di crepuscolare solennità come Sun Gold e Promise, dove i tempi rallentano ed emerge quell'anima di elettronica umanistica sempre sottesa ai dischi di Castlebeat, e inevitabilmente mi viene da riflettere su quanta consapevolezza, passione e sapienza produttiva ci sia nel modo in cui Josh maneggia il nucleo stesso dell'indie pop. Tutto è in equilibrio perfetto, sia formalmente che emotivamente. Tutto scorre all'unisono nel liquido abbraccio della sua musica.
Potremmo senz'altro dire che quasi tutti i dischi di Josh Hwang siano a loro modo imprescindibili, ciascuno a suo modo. Castlebeat II lo è come e più degli altri, e in qualche modo segna un passaggio fondamentale nella sua carriera. Probabilmente il prossimo passo il musicista californiano ci sorprenderà con qualche nuova sperimentazione, ma questo "ritorno a casa" è veramente quello che tutti noi ci aspettavamo da tempo e non possiamo che ringraziare Josh per il regalo che ci ha fatto!

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