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24 luglio 2025

Jeanines - How Long Can It Last ALBUM REVIEW


Si potrebbe scrivere un piccolo trattato su quello che l'indie pop delle origini: quali sono i must stilistici? quali i modelli? quale l'attitudine produttiva e melodica? quale l'etica? 

Poi però, davanti a un qualsiasi album dei Jeanines, sarebbe in fondo sufficiente dire "ecco, questo è l'indie pop originario", e tante parole suonerebbero inutili. Semplicemente il trio americano è il punto di congiunzione ideale fra l'epoca d'oro della Sarah e della K (ma anche dei primi Belle & Sebastian e Camera Obscura) e l'oggi. Come tante altre band, certo, ma con una purezza di spirito talmente limpida da far immediatamente scomparire ogni tentazione di nostalgia. 

Quanto siano fondamentali Alicia, Jed e Maggie per il genere di cui ci occupiamo è ormai scontato ribadirlo: arrivati al terzo album dopo Jeanines e Don't Wait For A Sign, i tre musicisti del Massachusetts danno prova di possedere a tal punto il genio dell'indie pop da sfiorare la perfezione in ogni singola nota suonino.

Tredici pezzi, poco più di venti minuti la durata complessiva del disco, come canone comanda. Da sempre la prerogativa numero uno dei Jeanines è concentrare bellezza in un minuto e mezzo o poco più di canzone: giusto il tempo di un paio di strofe e di un ritornello che ti si appiccica addosso al primo ascolto. Intorno il corredo necessario e nulla più: chitarre magnificamente jangly che si intrecciano rincorrendosi, un basso che punteggia il ritmo con deliberata semplicità, una batteria essenziale, la voce di splendida fragilità di Alicia Jeanine, le belle armonie vocali.

Da The Fall in giù è tutto un fiorire di melodie profumate di leggerezza, che vivono della stessa propulsiva freschezza che avevano quelle band di 30/40 anni fa che amiamo (Heavenly, Talulah Gosh, Pastels.......) e sembrano attraversare il tempo intatte come una cometa di Halley che torna con serena regolarità a illuminare il cielo. 

E' difficile anche scegliere un episodio più bello dell'altro (dirò solo le mie preferite, What's Done It's DoneSatisfied, che canticchio da giorni tra me e me senza manco accorgermene), tanto l'intero album è un flusso compatto di piccoli tesori mid tempo che brillano di luce propria. Tesori che non hanno avuto bisogno di essere abbelliti con una particolare produzione ma, come sempre fanno i Jeanines, esibiscono la loro dimensione completamente artigianale, perfettamente imperfetta. 

22 giugno 2025

Hidden Eyes - Seeking Certainly ALBUM REVIEW

Sono un bel mistero gli Hidden Eyes. Bello perchè, a conti fatti, sono oggettivamente una delle migliori band indie che ci siano in giro. Mistero perchè, come già notavamo in occasione dell'uscita del loro splendido album precedente, è praticamente impossibile reperire qualche informazione su di loro: restiamo a quanto sapevamo già, ovvero che si tratta di un due formato dai fratelli Dylan e Lou e che sono basati nel Leicestershire. 

Ma al di là di qualsiasi informazione biografica, possiamo non amare una band che su Bandcamp si presenta così: "facciamo musica in casa e la lasciamo qui in caso a qualcuno piaccia..."? 

Seeking Certainly prosegue sulla strada già tracciata da Dylan e Lou nel recente passato: un diluvio di chitarre che vibrano di elettricità statica, ritmiche essenziali, melodie di circolare dolcezza esaltate dalla voce sottile di Lou e da quella timida di Dylan, una produzione che più artigianale di così non si può. 

E' evidente che nelle corde degli Hidden Eyes c'è l'intera tradizione di indie americano dei '90, da Dinosaur Jr e Built To Spill, ibridata con un approccio vicino allo shoegaze "accessibile" dei Ride e degli Slowdive, con in più un tocco di slacker rock. 

Quando poi Dylan e Lou vogliono essere veramente catchy - prendete Household Name ad esempio - emerge il loro vero marker stilistico: una innata capacità di trascinare senza bisogno di nessun effetto speciale. 

I nove episodi dell'album scorrono via con sfrigolante leggerezza, e davvero si legge tra le righe di ogni pezzo l'entusiasmo e l'amore di chi ha costruito queste canzoni letteralmente in cameretta, con la pura e semplice ambizione di trovare un pugno di ascoltatori qui fuori che possano apprezzarle. 

27 settembre 2024

Hidden Eyes - Not Now But Soon ALBUM REVIEW

Non sono riuscito a reperire particolari informazioni su chi siano gli Hidden Eyes, a parte la provenienza dichiarata da Market Harborough, un paesone perso nel Leicestershire, e il fatto che la band è in sostanza costituita da due fratelli, Dylan (che suona tutto e produce) e Lou (che canta in quasi tutti i pezzi). Ma il dato principale sugli Hidden Eyes è in verità la loro programmatica adesione ad un'estetica (e ad un'etica) del tutto lo-fi (il loro primo ep Overextended, che consiglio, è stato registrato con un telefono) che fa forse di loro il primo gruppo shoegaze da cameretta. 

Dal 2022 in avanti Dylan e Lou hanno pubblicato una serie di album ed ep con cadenza abbastanza regolare e frequente, ma in verità io mi sono accorto della loro esistenza solo in occasione dell'uscita di questo mini album intitolato Not Not But Soon, di cui mi sono davvero innamorato al primo ascolto. 

Quello che colpisce subito nelle canzoni degli Hidden Eyes è la loro carica di elettrica e sfrigolante tenerezza: al centro ci sono sempre delle chitarre piuttosto cariche di energia statica (un po' Ride, molto Dinosaur Jr) ma il tono generale riflette una gentilezza di tocco - anche grazie alle voci "spontanee" di Lou e Dylan - che non abbiamo timore di definire twee. 

Rispetto alle loro produzioni precedenti qui i due fratelli sembrano avere osato andare oltre al puro artigianato casalingo (il suono è ovunque piuttosto rotondo e pulito), pur avendo mantenuto inalterato lo spirito naïf degli esordi, che riesce veramente ad essere piacevole ed efficace senza rinunciare a un'oncia di semplicità ed immediatezza.

Un pezzo come Sleepless, che io trovo un piccolo capolavoro, potrebbe anche assomigliare al dream pop dei Night Flowers, ma la forza degli Hidden Eyes risiede nel fatto che tutto quello che suonano vuole sembrare più un demo che un pezzo rifinito, e infatti qui davvero bellezza, essenzialità e timidezza sono perfettamente sinonimi. 

Ma non c'è solo questo in Not Not But Soon: in tutti gli episodi è evidente questa magica mescolanza di ruvido e morbido, che può far pensare agli Atmos Bloom (un 'altra coppia), o anche a certe cose di Castlebeat, ma è frutto di un approccio che è pienamente personale ed originale, con qualche tocco di indie pop di stampo 90's assolutamente adorabile (Pool Scene). 

Menzione speciale anche per la bizzarra copertina, dove intravediamo uno scorcio visibilmente appartenente alla provincia italiana (un cinema parrocchiale?). 

25 maggio 2024

Rural France - Exactamondo! ALBUM REVIEW

Ogni volta che parliamo degli inglesi Rural France, siamo ufficialmente autorizzati a manifestare la nostra struggente nostalgia per l'indie rock dei Novanta: sono loro stessi, fin dagli esordi, a definire le loro influenze nineties come pilastro portante della band, facendo nomi e cognomi. 
RF, l'album uscito nel 2021, era già una salutare immersione nello stile dell'epoca d'oro - un frullatone vitaminico che collegava idealmente i Lemonheads, i Guide By Voices e i Dinosaur Jr ai Death Cab For Cutie - perciò non possiamo che accogliere con immutata gioia il nuovo album di Tom Brown e Robert Fawkes.
Album (terzo in carriera, ma ricordiamo che i due sono dei veterani della scena indie) che ha un titolo a dir poco bizzarro e che riprende il discorso dove era stato interrotto, con la stessa sorridente verve guitar pop, un tocco di lo-fi in più rispetto al precedente ed una spruzzata di "americana" (Blabbermouth ad esempio).
I dieci episodi di Exactamondo! scorrono via allegri e sferraglianti, carichi di elettricità e di quella obliqua catchyness di cui i gruppi citati poco fa sono stati maestri indiscussi (e ci aggiungiamo pure i Pavement, il cui spirito libero e geniale aleggia davvero nella trama di ogni pezzo): Packhorse in questo senso è un piccolo anthem alternativo. 

10 giugno 2023

Sailor Down - Lookout Park ALBUM REVIEW

E' senz'altro un momento di hype per un certo cantautorato femminile diciamo tradizionale, negli States, se guardiamo al successo che sta avendo un progetto come quello di Boygenius. Ovviamente, sotto la superficie, c'è un mondo di splendide artiste che spesso sfiorano giusto una celebrità locale e che mi piace da sempre esplorare. 

Un paio d'anni fa mi sono imbattuto per caso nella musica di Chloe Deeley, in arte Sailor Down: il suo ep di debutto mi sembrò una piccola perla di artigianato da cameretta lasciato come un messaggio in bottiglia sulle spiagge del Massachusetts. 

E' quindi con grande gioia che scopro che Chloe oggi è riuscita non solo a mettere insieme il suo primo album, ma a far crescere in modo  significativo il suo stile di acustica essenzialità verso una dimensione a tratti più dinamica ed elettrica che per molti versi somiglia tantissimo a Soccer Mommy (lo testimoniano subito l'iniziale We Drove Out West e la più mossa Lookout). 

Attorno a I Get It e Skip The Line - vere signature songs di Sailor Down, già presenti nel primo ep, intrise di quella delicata e intensa poetica che sta da qualche parte fra Phoebe Bridgers e Owen  - ascoltiamo volentieri otto pezzi nuovi ancora incentrati su voce, acustica e liriche di personale introspezione, con una pedal steel, una elettrica e qualche timido suono elettronico che non snaturano comunque la pregevole spontaneità lo-fi dell'insieme. 

20 aprile 2023

The Age Of Colored Lizards - Hang On ALBUM REVIEW

Christian Dam è uno di quegli artisti - un po' come Glenn Donaldson - che procedono lungo la loro strada stilistica con amabile testardaggine, una tangibile passione per ciò che suonano ed una dimensione di risoluta e adorabile artigianalità. 

I suoi The Age Of Colored Lizards - oltre a Christian ci sono Cato Holmen e Anders Boe - fin dagli esordi sono dediti anima e corpo a un guitar pop frizzante e sfrigolante, dalle melodie di rotonda immediatezza, elettricamente malinconico, che pesca sia dal mondo del C86 che dall'indie americano dei primi '90, quello di ascendenza maggiormente lo-fi. 

Hang On, che arriva a un anno di distanza dallo splendido precedente Scrap, ne riprende il mood di ronzante dolcezza, diviso quasi perfettamente a metà fra episodi più muscolari (l'arrembante It's Not The Way It Used To Be mi sembra un ottimo esempio) ed altri dove lo scampanellio delle chitarre jangly domina la scena e i ritmi rallentano fino ad una dimensione di pop da cameretta di delicata tristezza. 

Gli otto pezzi di Hang On sono questi, prendere o lasciare (noi prendiamo ovviamente!), senza fronzoli, registrati e prodotti in purezza, esibiti nella loro nudità chitarra basso batteria voce: è in fondo il vero marchio di fabbrica della band di Oslo, e il motivo principale per cui ci piacciono tanto....

20 marzo 2023

The Lost Days - In The Store ALBUM REVIEW

Ha senz'altro un qualcosa di black Comedy l'inizio della storia dei The Lost Days, se è vero che Tony Molina e Sarah Rose Janko si sono incontrati a un funerale, per poi finire a condividere le proprie passioni musicali in un negozio di liquori (è quello del titolo), in cui hanno scritto i dieci pezzi di questo loro album di debutto.

Tony a San Francisco non è un novellino e i suoi Ovens sono stati una piccola istituzione della scena jangly locale. Sarah da parte sua ha già pubblicato diverse cose come il moniker Dawn Riding e senz'altro condivide con il nuovo compagno di viaggio un'attitudine di malinconica morbidezza folk.

I due dichiarano a gran voce il proprio amore per i Byrds e i Guide By Voices, e in effetti nelle canzoni di questo In The Store ci sono sia la cristallina rotondità dei primi che la contagiosa essenzialità dei secondi: raramente si superano i due minuti di durata, le chitarre sono un delizioso misto di pop da cameretta e scampanellii jangly, e pure non c'è un solo momento che non colpisca per la sua imperfetta, spontanea ed efficacissima perfezione. Prenderei giusto come esempio il minuto e 6 secondi di For Today, che profuma di un'intera stagione di indie americano (quello dei Novanta) denudandola di ogni elettricità fino a mostrarne l'anima, in uno stile che non è affatto lontano da quello di Elliot Smith. Discorso che si può fare per quasi tutti i pezzi dell'album che, se dobbiamo trovare davvero un difetto, dura così poco che alla fine ti lascia ancora con l'acquolina in bocca.

20 dicembre 2022

Galore - Blush EP REVIEW

Se pensiamo a band/artisti come The Red Pinks & Puroples, Jeanines, The Photocopies, Field School, Castlebeat, The Umbrellas, ci renderemo immediatamente conto di come l'anima del jangly pop sia ancora così viva e vivace ai nostri giorni. 
Ai nomi citati, possiamo senz'altro aggiungere anche quello dei Galore, che sono (nemmeno a farlo apposta!) di San Francisco, cioè la patria ideale di tutte le chitarre scampanellanti, e che hanno già all'attivo un paio di dischi screziati di punk pop lo-fi.

Il quartetto, dove tutti partecipano alla parte vocale (è, a mio parere, uno dei loro plus), pubblica oggi un EP che è una vera delizia per gli appassionati dell'indie pop più delicatamente artigianale e che evolve il proprio stile in modo significativo.

Nei cinque episodi prevalgono chitarre che potrebbero ricordare i Velvet (ma anche i primi Belle & Sebastian), melodie di grande piacevolezza twee, un impasto sonoro programmaticamente a bassa fedeltà ma in realtà sempre efficace ed avvolgente. Con in coda un pezzo - Second Moon, splendido davvero - che apre ad un dream pop dolce, disturbante ed ipnotico al tempo stesso. 

11 giugno 2021

Fuvk - Twentytwenty ALBUM REVIEW

Shirley Zhou, in arte fuvk, è una di quelle artiste di cui si trova davvero poco cercando in rete. Eppure ha già diverse uscite alle spalle e anche qui ne abbiamo parlato talvolta lodandone il talento.

All'inizio di quest'anno era uscito il suo primo album, Imaginary Deadlines, che giocava - vero marchio di fabbrica di fuvk - a ibridare i generi, infilando nella stessa valigia melodica folk lo-fi, elettronica, persino un po' di rap: idea in fondo assolutamente contemporanea che a un ventenne di oggi probabilmente sembrerà addirittura l'unica possibile, ma a me ha convinto poco.

E' uscito invece da poco questo Twentytwenty, raccolta di canzoni scritte nell'annus horribilis che ritorna, come approccio e stile, alle prime cose di fuvk, quelle che mi avevano incuriosito e rapito, insomma a quell'intimismo da cameretta dai tratti quasi geniali, pieno di piccole e grandi intuizioni, di carillons cantilenanti delicatamente stralunati, terribilmente efficaci pur essendo fatti praticamente solo di voce ed arpeggio acustico. 

25 maggio 2021

Sailor Down - Skip The Line EP

Chloe Deeley, da Nothampton Massachussets, viene da una famiglia di marinai e di mestiere fa l'illustratrice. Non è quindi un caso se la copertina del suo EP di debutto con il nome Sailor Down è un piccolo capolavoro di semplicità. 

Semplicità che ritroviamo anche nei sei episodi del disco, dove la musicista 26enne si occupa sostanzialmente di tutto, dagli strumenti (una chitarra acustica, una drum machine, una tastiera decisamente essenziale, null'altro)  alla produzione. 

Senza particolari abbellimenti sonori, le canzoni di Sailor Down sono offerte all'ascoltatore nella loro nudità. Scelta difficile e coraggiosa, che solo un songwriting solido e ispirato può rendere davvero vincente e che ovviamente fa subito pensare a quei Magnetic Fields che Chloe omaggia a modo suo con un gioiello come All The Umbrellas In London

I sei pezzi dell'EP in questo senso funzionano tutti alla grande, profumati di intimità da cameretta, di un folk gentile e insieme sofferto che, più che alla onnipresente pietra di paragone Phoebe Bridgers, si avvicina (e molto) ai magnifici e toccanti dischi di Mike Kinsella in arte Owen (Skip The Line è un esempio luminoso e illuminante).  I Get It poi è una canzone così bella ed emozionante che da sola vale il viaggio. 

04 maggio 2021

fine. - I'm Glad It's Over Now

 Da alcuni anni Liam James Marsh (Kid Chamaleon) e Alice Kat condividono un progetto musicale chiamato fine. (f minuscola, punto finale). Di più non so, a parte il fatto che i due sono basati a Boston ed hanno in genere due carriere separate. Delle loro produzioni sembra non si siano accorti in molti...

Quello che so però è che questo I'm Glad It's Over Now è uno degli album più ispirati e incantevoli in cui mi sia imbattuto quest'anno. I due, in una dimensione di totale programmatica auto-produzione, hanno messo insieme undici pezzi che stanno a metà fra l'indie pop un po' intellettuale tipico della East Coast e un certo cantautorato indie folk (da Neutral Milk Hotel a Sufjan Strevens) che ama costruire a partire da una deliberata essenzialità.

Nonostante la registrazione su 8 tracce e il fatto che, oltre a Liam e Alice, sulle loro canzoni non ha messo le mani nessuno, c'è in ogni episodio dell'album una perfezione formale (le chitarre e le armonie vocali hanno a tratti qualcosa di miracoloso, così come i numerosi inserti strumentali) apparentemente inspiegabile e in definitiva entusiasmante. 

I pezzi mettono insieme una floreale delicatezza di fondo con una luminosa energia pop che fa brillare di una calda luce meridiana davvero ogni momento. 

20 febbraio 2019

The Crystal Furs - Pseudosweet ALBUM

Tornano dopo due anni i Crystal Furs di Kevin Buchanan. Ormai trasferiti a Portland, Oregon dal natio Texas, e con un significativo cambio alla voce (oggi affidata a Steph Buchanan), i tre musicisti rimettono in piedi il loro indie pop spigliato e artigianale. 
Le dieci canzoni di Pseudosweet (titolo interessante che in fondo ben definisce lo stile della band) puntano ancora in direzione di uno stile simile a quello dei maestri Heavenly, con un accostamento di melodie orecchiabili, chitarre jangly, un organo onnipresente e una programmatica obliquità lo-fi colorata di nostalgia e sempre apparentemente stonata. 
Rispetto all'esordio manca qualche pezzo davvero memorabile, ma ormai sono uno dei punti fermi della scena indie pop americana. 



21 ottobre 2018

10/2018 OTTOBRE [Neleonard, Hater, The Beths, Amber Arcades, Cosmo K]

ALBUM DEL MESE

Neleonard - Un Lugar Imaginado
I catalani Neleonard sono sicuramente uno dei tesori nascosti della scena indie-pop. Forse il più prezioso. E sono anche un po' un mistero. Il loro primo disco, Las Causa Perdidas, del 2016, era - non ho paura di dirlo - un capolavoro: un piccolo miracolo senza tempo che non aveva niente di meno dei primi Belle & Sebastian (e molto di più degli attuali, per inciso). Come possa essere passato quiasi inosservato a livello internazionale, al di là del "limite" delle liriche in spagnolo, resta davvero inspiegabile. 
Con Un Lugar Imaginado ritroviamo Nele, Laura e gli altri in forma smagliante, ancora in grado di conservare intatta la corona di migliore band indie pop spagnola e di portare avanti la lezione dei mitici La Buena Vida. 
Al di là della sorridente naturale raffinatezza che pervade ogni singola nota suonata dai catalani, ciò che colpisce sempre delle loro canzoni (tutte le loro canzoni) è la capacità di essere "leggeri", di trovare sempre la soluzione sonora per non fare mai toccare terra alle loro melodie: può essere il dinamismo stesso del pezzo, un arrangiamento di essenziale semplicità chitarristica o di elaborata ricchezza strumentale, la meravigliosa spontaneità delle voci che si alternano e sovrappongono, l'immediatezza gentile di ogni ritornello, la dimensione cantautorale che trasforma l'intimismo in timidi fuochi d'artificio. 
Tutto nelle canzoni dei Neleonard funziona come uno straordinario caleidoscopio di genere, dove un'intera tradizione di indie pop trova nella bravura (e nell'umiltà) di questi musicisti catalani un eccezionale e attualissmo moltiplicatore di bellezza. I dodici episodi del disco sono, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, di livello altissimo, per scrittura e arrangiamenti, per equilibrio e piacevolezza. Un altro album perfetto da parte di una band semplicemente straordinaria.


Hater - Siesta
L'anno scorso il quartetto di Malmo è finito con merito tra i dischi dell'anno del nostro blog. Evidentemente gli svedesi hanno deciso di battere il ferro finchè è caldo, ed eccoci già alla loro opera seconda. Bene, rispetto ai già rispettabili esordi, Caroline Landahl e compagni hanno operato un sensibile upgrade al loro stile: hanno limato qualche spigolo e lavorato sodo sui particolari, costruendo un album massiccio (14 episodi) che ne rivela l'ambizione e il talento. L'essenzialità un po' sognante del primo disco è diventata oggi qualcosa di più complesso e affascinante: su uno scheletro che è ancora in sostanza un guitar pop spigliato e melodico, i quattro hanno cucito abiti musicali raffinati, usando un'ampia gamma di strumenti (molti synth, ma ci sono anche fiati) e cercando di mantenere una vellutata morbidezza sonora che tutto abbraccia in un confortevole tepore. Il risultato, pezzo dopo pezzo, non può che impressionare: quella che fino a pochi mesi fa era una band dotata ma acerba, è sbocciata all'improvviso ed ha messo a fuoco uno stile che oggi è indubitabilmente "suo" e riconoscibile. Uno degli album imprescindibili del 2018.


The Beths - Future Me Hates Me
Difficile credere che i quattro neozelandesi The Beths abbiano un background da jazzisti, ma tant'è. Per fortuna Elizabeth Stokes e i suoi compagni hanno fatto tesoro delle loro eccellenti doti di musicisti e hanno virato subito su un guitar rock molto nineties-oriented, pubblicando un paio d'anni fa un EP che non è passato inosservato e adesso l'album di esordio. 
La forza esplosiva delle canzoni dei Beths è il loro marchio di fabbrica. I neozelandesi suonano un pop punk che definirei "adulto", sono catchy in modo inesorabilmente intelligente, sanno quando accelerare e quando staccare il piede dalla pedaliera del distorsore, fanno cose non semplici sembrando semplici, il che di per sè è una dote non indifferente. Il risultato è un album che è al contempo compatto stilisticamente e vario, di formidabile accessibilità e ricco di una scrittura di alto livello. 
 


Amber Arcades - European Heartbreak
Fading Lines, primo album di Amber Arcades, aveva fatto pensare che la creatura musicale di Annelotte De Graaf fosse una versione onesta ma decisamente "in minore" dell'indie pop in stile Alvvays. 
Due anni dopo la musicista olandese torna con un disco ambizioso, che è in sostanza un concept sul "sogno infranto" di un'Europa dove le frontiere si stanno chiudendo sempre di più, metafora per altro dei rapporti sentimentali fra le persone. 
Gli undici episodi di European Heartbreak testimoniano un lavoro di scrittura e produzione da applausi: il guitar pop degli esordi è oggi quasi interamente rimpiazzato da una dimensione di luminosa raffinatezza cantautorale sixties, molto nelle corde dei primi Camera Obscura, pieno di lussureggianti inserti di archi e pianoforte e dove la voce sensuale di Annelotte emerge in tutta la sua forza. Una sorpresa, senza dubbio. 


Cosmo K - Ultimo Disco
Non c'è nulla di più essenziale delle canzoni dei madrileni Cosmo K.: un paio di chitarre acustiche, una melodica, tre voci, un impianto di registrazione programmaticamente lo-fi. 
Ciò che rende irresistibile la proposta musicale di Alvaro, Angela e Maria sono le canzoni: brevissime (mai sopra i due minuti), dannatamente catchy, intelligenti e ironiche nella struttura e nelle liriche immaginifiche e vagamente stralunate, twee nell'origanario senso del termine. Non c'è nessun filtro nei sette episodi di Ultimo Disco: l'impressione è di essere ospiti nella cameretta dei tre spagnoli e di ascoltare dei piccoli perfetti sketches quasi improvvisati. Ed è un'impressione vincente, perchè senza volerlo, dopo un paio di ascolti ci si ritrova inevitabilmente a canticchiare il ritornello di Ryanair o di Paloma. Da recuperare anche il loro primo omonimo album, uscito l'anno scorso. 

21 aprile 2018

04/2018 APRILE [Night Flowers, Say Sue Me, Frankie Cosmos, No Thank You, Blush Response, Nah, The Rightovers, Stephen's Shore, Flying Fish Cove]

ALBUM DEL MESE

Night Flowers - Wild Notion
Dopo gli innumerevoli singoli, che negli ultimi anni hanno segnalato un talento tanto solido quanto regolare, finalmente la band inglese è arrivata all'album di esordio. Wild Notion è esattamente quello che ci si aspettava da Sophia Pettit e compagni: una onesta collezione di dieci pezzi che illustrano con entusiasmo quasi naif quel dream pop solare, dinamico, di elettrica delicatezza, che abbiamo imparato ad amare da tempo. Ci sono i muri di chitarre, la voce morbida di Sophia, i synth atmosferici, i coretti che ti si infilano direttamente in testa, una sezione ritmica che bada al sodo, e soprattutto quella propensione (o propulsione) melodica che tutto pervade e che è il vero marchio di fabbrica dei Night Flowers, tanto che sfido chiunque a trovare una sola delle dieci tracce che non sia un singolo potenzialmente letale. Una splendida conferma.


Say Sue Me - Where We Were Together
Diciamolo subito: i coreani Say Sue Me sono la band indie pop del momento. Il loro secondo album, seguito di un esordio che già ne segnalava la bravura, è (forse programmaticamente) una ricca e ampia antologia del genere. I quattro di Busan possiedono capacità e ambizione e si muovono con agio in un mondo apertamente nostalgico (dei sixties, del C86, del punk alla Ramones, dello shoegaze, dell'indie rock dei novanta...) e adattano le loro frequenze a seconda del bisogno. A tratti sembrano i Camera Obscura, a tratti gli Alvvays. Ora accelerano a forza di carillon jangly, ora rallentano in una dimensione acustica. Un momento aprono il distorsore e quello dopo si abbandonano a trame crepuscolari da west coast. Sfornano canzoni catchy e furbe senza soluzione di continuità e mostrano un'intelligenza fuori dal comune. Cosa vogliamo di più?



GLI ALTRI ALBUM 

Frankie Cosmos - Vessel
Al secondo disco, la band di Greta Kline conferma il suo stile personalissimo ormai immediatamente riconoscibile: canzoni (tante, 18) che sembrano sempre piccoli sketches improvvisati (ma non lo sono affatto), piene di cambi di ritmo, intimistiche e vigorose insieme, sospese tra anti-folk e indie, ovunque orecchiabili, di una stramba e intellettuale freschezza, rigorosamente lo-fi. Una piccola istituzione, ormai! 


No Thank You - All It Takes To Ruin It All
Avete amato il mese scorso il disco di Camp Cope? Bene, ad aprile l'album che fa per voi è quello dei No Thank You di Kaytee Della Monica. La band di Philadelphia spinge sui pedali dei suoi distorsori e produce una serie di canzoni di densa, travolgente, immediata e incazzatissima forza espressiva che lasciano letteralmente senza fiato. 


Blush Response -  Hearts Grow Dull
Ascolto spesso artisti che si rifanno apertamente allo shoegazer, ma raramente ne rimango colpito. I Blush Response di Alister Douglas sono una splendida eccezione. Gli stilemi del genere ci sono tutti e non li enumero. Il plus della band australiana è una capacità di scrittura di livello, che fa emergere melodicamente ogni pezzo dalla trama di eterea elettricità in cui è immersa. 
   


Nah - Summer's Failing EP
Dei twee-pop addicted come Sebastian Voss ed Estella Rosa, i due titolari dei Nah (lei gestisce il blog fadeawayradiate.com), non potevano che creare una piccola meraviglia. L'EP di esordio del duo è un piccolo scrigno di canzoni delicate e frizzanti al tempo stesso. La cover di "Linus"  dei Birdie ci fa riscoprire una canzone di una bellezza commovente.


Stephen's Shore - September Love
Un paio d'anni fa l'EP d'esordio Ocean Blue aveva segnalato le doti fuori dall'ordinario di questi ragazzi di Stoccolma, dediti ad un jangly pop che potremmo definire tranquillamente "classico". Il loro primo album è una fresca e salutare brezza di canzoni melodiche, morbide, brillanti e sempre piacevolissime, piene di magiche chitarre scampanellanti.


Flying Fish Cove - Flying Fish Cove EP
EP di debutto assoluto per la band di Seattle, che sembra una reincarnazione - molto spontanea e amabilmente stonata - dei primi Heavenly. Le quattro canzoni del lotto mettono davvero di buon umore. 


The Rightovers - Die Cruisin' 
Nel 2015 Blue Blood è stato uno dei miei album prefetiti. A distanza di tre anni tornano i Rightovers, di stanza oggi a San Diego, California, con un disco più "sporco" e decisamente meno jangly del precedente: la band ha abbracciato un suono nineties-indie meno immediato ma energico e diretto. 

25 febbraio 2018

02/2018 FEBBRAIO (Dead Bedrooms, Wednesday, Popkiss, Totally Mild, Hurry, Math And Physics Club, Hatchie, Night Flowers, Frankie Cosmos, Jetstream Pony)

ALBUM DEL MESE

Dead Bedroooms - Bummer 
I Dead Bedrooms autodefiniscono la loro musica "feel-good, self-deprecating housewife pop driven by hopeless romanticism". Qualsiasi cosa significhi, la giovanissima band della Virginia (a trazione femminile) mostra, al debutto, una maturità e una sensibilità sorprendenti. 
Su essenziali fondamenta garage pop, Claire Merian e compagni stratificano chitarre ora morbide ora più sfrigolanti, soffici coltri di synth e cori, intimità e dinamismo,  e soprattutto melodie che partono sempre timide e alla fine colpiscono al cuore senza pietà. Il ritornello killer di Bummer (I am just a record skipping, skip skip skip skip...) è già una piccola pietra miliare. 



GLI ALTRI ALBUM

Wednesday - Yep Definitely
I Wednesday, da Asheville North Carolina, suonano un garage pop scaltro e artigianale che può assomigliare a quello degli Sports, con in più qualche incursione semi-elettronica e un divertito eclettismo che testimonia il loro talento.


Popkiss, TBTCI meets Sarah Recs.
The Blog That Celebrate Itself, porto sicuro per gli appassionati indie pop di tutto il mondo, ha messo insieme 21 band per altrettante cover tratte dal catalogo stellare della Sarah Records, dai Field Mice agli Heavenly. Operazione riuscitissima!
 

Totally Mild - Her
Opera seconda del quartetto australiano dopo il fulminante debutto di tre anni fa. La classe della band  è la stessa, il suo guitar pop levigatissimo, sensuale, liquido, elegante, la voce di Elizabeth Mitchell l'arma in più. Manca qualche canzone "forte" (eccetto Take Today), ma siamo ad alti livelli. 

Hurry - Every Little Thought
Ogni nuova uscita della band di Matthew Scottoline è un piccolo gioiello jangly pop, pieno di canzoni catchy di ariosa e spensierata leggerezza.
 

Math And Physics Club - Lived Her Before
Quarto album per i maestri indie pop di Seattle. Il tocco magico di Charles Bert e compagni è inconfondibile e il disco - pur non toccando le vette raggiunte agli esordi - è a dir poco godibile.


SINGOLI, EP, ETC.

Hatchie - Sure
Harriette Pilbeam, in arte Hatchie, è una ventiquattrenne di Brisbane innamorata del dream pop e delle sue radici eighties (come la connazionale Hazel English).Solo una promessa, per ora, ma "Sure", il suo secondo singolo, è letteralmente una bomba, da ascoltare e riascoltare all'infinito.



Night Flowers - Cruel Wind
Da queste parti i Night Flowers non hanno bisogno di presentazioni. "Cruel Wind" è il secondo singolo che anticipa l'album in uscita in aprile. E, ovviamente, è una meraviglia.
  

Frankie Cosmos - Beeing Alive
Ci è mancata la sgangherata geniale arguzia lo-fi di Greta Kline e dei suoi Frankie Cosmos. I cambi di ritmo e l'allegria catchie di Beeing Alive sono un marchio di fabbrica.


Jetstream Pony - Charms Around Your Wirst
La voce dei Jetstream Pony è quella di Beth Arzy (The Luxembourg Signal e Aberdeen tra gli altri). Basterebbe questo per ogni fan di C86 e dintorni. Ma il pezzo in sè spacca. 


27 dicembre 2017

Best Indie Pop Albums Of The Year 2017


12   Stutter Steps - Floored (Blue Arrow)

 
Con un lavoro a metà fra EP ed album (sei tracce), la band di Pittsburgh, intestata all'eclettico Ben Harrison, dimostra di muoversi a perfetto agio fra liquide chitarre scampanellanti, ritmiche veloci, melodie di efficace semplicità e atmosfere di dilatata morbidezza. 
Favorite Track: Floored




11   The BV's - Speaking From A Distance (Kleine Untergrund Schallplatten)
 

L'incontro fra il tedesco Frederik Konstantin e l'inglese Josh Leonard ha generato l'album più "C86 oriented" dell'anno: jangly e sfrigolante come si deve, nostalgicamente artigianale, pieno di canzoni gentili e oblique di presa immediata. 
FT: H and M





10  When Nalda Became Punk - Those Words Broke Our Hearts (Discos de Kirlian)


 L'album degli spagnoli WNBP ha un solo grande difetto: conta solo sei pezzi. Per il resto la band di Elena Sestelo, con le sue three minute songs uptempo dai ritornelli killer, sfrontate e gentili al tempo stesso, dimostra ancora una volta di essere uno dei tesori nascosti della scena indie pop mondiale.
FT: Long Before




 9  Hater - You Tried  (PNKSLM Recordings)



Chitarre spigliate e moderatamente appuntite e la voce sottilmente sensuale di Caroline Landahl. Non c'è dubbio che il gruppo di Malmo si affidi soprattutto a queste armi per colpire, ma nelle canzoni del loro disco di debutto c'è soprattutto una sapiente concretezza melodica in grado di rendere irresistibile un guitar pop di essenziale semplicità. 
FT: Common Way   





8   The Bats - The Deep Set  (Flying Nun)


 Leggenda vivente dell'indie pop, i neozelandesi The Bats suonano insieme da trentacinque anni e maneggiano canzoni con la medesima disinvolta e spontanea leggerezza degli esordi. Il loro nono album è l'ennesima eccellente prova di quello stile guitar pop arioso, brillante e dinoccolato che tanti hanno provato ad imitare senza riuscirci. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.
FT: Antlers




7    The Hundredth Anniversary - Sea State Pictures  (Faking Jazz Toghether)



Come i concittadini (di Brighton) Fear Of Men, i tre Hundredth Anniversary puntano su emozionali intrecci di chitarre e melodie in chiaroscuro, alternando ritmi, atmosfere ed energia con sapiente equilibrio. Sea State Pictures è un disco di meditata e serena tristezza, stemperata dalla bellezza poderosa dei crescendo e dalla voce di velluto di Eleonor Rudge.
FT: End Of Summer



6    Fazerdaze - Morningside (Flying Nun)
 

Esordio di gran classe per la neozelandese Amelia Murray, sotto l'egida della mitica Flying Nun Records. L'approccio guitar pop non convenzionale è quello dell'etichetta, ma Fazerdaze ci mette del suo e costruisce (in quasi totale solitudine) i suoi pezzi a strati, impilando con efficace abilità synth, drum machine, cori, echi, chitarre, ritornelli memorabili, rumore e melodia, con un approccio new wave dichiarato e una notevole capacità di lavorare sulle dinamiche. 
FT: Lucky Girl

 


5   Adult Mom - Soft Spots (Tiny Engines)
 

Sèguito di un già eccellente esordio di marca garage pop lo-fi, l'album dei newyorkesi sancisce la definitiva maturazione del songwriting intelligente e brioso di Stephanie Knipe e compagni. Niente fronzoli, ma enfasi sulle canzoni e sulla loro arguta immediatezza: elettriche e vigorose dove serve, nude e sognanti nei momenti più intimi, senza mai perdere quella malinconica dolcezza di fondo.
FT: Steal The Lake From The Water / First Day Of Spring




4    Puzzles y Dragones - Vuelven Puzzles y Dragones (Discos de Kirlian)

 
All'essenza del twee pop, tra chitarre jangly, melodie frizzanti, dinamiche sbarazzine ed un senso di solare, ariosa leggerezza, la band spagnola mette in fila dieci "perfect pop songs" che agiscono come un balsamo salutare sull'umore di chi le ascolta e si imprimono subito nella memoria con la loro zuccherosa coinvolgente freschezza. E l'ennesimo plauso va anche alla label di Barcellona Discos de Kirlian che quest'anno ha infilato una perla dietro l'altra. 
FT: La tempestad




3    The Luxembourg Signal - Blue Field  (Shelflife)


 Già il fatto che tre settimi dei Luxembourg Signal provengano da una band che ha fatto la storia del twee pop come gli Aberdeen di per sè è una garanzia, ma qui c'è molto di più della sola esperienza. Al secondo album dopo il celebrato debutto di tre anni fa, Beth Arzy, Betsy Moyer e compagni confezionano il dream pop più elegante dell'anno: emozionale, affilato, dinamico, denso, algido ed etereo allo stesso tempo, notturno, complesso, ambizioso e affascinante. 
FT: Blue Field



2   Makthaverskan - III  (Run For Covers)


 Giunta al terzo album (e dopo un secondo che già era un prodigio), la band di Goteborg si conferma una macchina da guerra in grado di sfornare piccoli inni alternativi senza soluzione di continuità. Lo stile vocale emotivo e mai del tutto controllato di Maja Milner dice già quasi tutto dei Makthaverskan: al centro del loro guitar pop torrenziale, ovunque uptempo, travolgente di trame jangly e ritmiche muscolari, pieno di melodie fatte apposta per essere urlate, memore della lezione dei maestri connazionali Broder Daniel, c'è un'urgenza espressiva (post)adolescenziale che brucia nel profondo ed esplode episodio dopo episodio con una forza deflagrante irrequieta, catartica ed esaltante. 
FT: In My Dreams




1   Alvvays - Antisocialites  (Polyvinyl)


Qualcuno potrebbe affermare, senza sbagliare di molto, che gli Alvvays oggi "sono l'indie pop" . Al di là delle provocazioni, non esiste al momento una band che riesca a interpretare lo zeitgeist del genere come quella capeggiata da Molly Rankin. Critica e pubblico hanno atteso il gruppo di Toronto al varco del "difficile secondo album" con l'ansia che si riserva ai grandi, e i canadesi hanno risposto con la prova tangibile che grandi lo sono per davvero. Antisocialites è un disco complesso e immediato al tempo stesso, pieno di cambi di ritmo e di umore, di semplici colpi di genio e dettagli lavorati con cura maniacale, essenziale e caleidoscopico. E, in definitiva, è un disco di canzoni. Canzoni che guardano dall'alto ogni tentativo di classificazione (dream, twee, indie, punk, jangly... semplicemente pop) e che puntano ad essere già dei classici.