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01 novembre 2024

Soccer Mommy - Evergreen ALBUM REVIEW


Premesso che sono un fan di Sophie Allison fino dai suoi esordi (Songs From My Bedroom uscì nel 2015), devo confessare che l'ultimo album Sometimes Forever, pubblicato nel 2022, non mi aveva completamente convinto. Fatta la tara al talento immenso di scrittura della musicista di Nashville, era la produzione che virava verso territori segnati da un'elettronica "sonica" e a tratti oscura a non faRE decollare il disco. 

Nei due anni successivi Sophie ha dato segno di essersi forse in parte pentita di avere fatto un album, per così dire, "difficile", e ha pubblicato una serie di cover di grande piacevolezza e intelligenza: innanzitutto una Soak Up The Sun che esaltava l'originale di Sheryl Crow, e poi una piccola deliziosa raccolta intitolata ironicamente Karaoke Night, in cui spiccava una Dagger prestata dagli Slowdive e restituita nella purezza gentile e malinconica dell'originale. 

Per il suo quarto album Soccer Mommy ha deciso di cambiare produttore, abbandonando l'esperienza con Daniel Lopatin e chiamando Ben H. Allen III, uno che ha esperienze più canoniche e meno sperimentali (ha lavorato con i Belle & Sebastian, per dire). 

L'episodio che apre Evergreen dice già molto: nella splendida Lost ritroviamo il suono della chitarra acustica, la voce di Sophie è più morbida che mai e nell'evoluzione del pezzo sono gli archi a spalancare lentamente una canzone che è insieme dolente e catartica. Insomma la strada è quella della Soccer Mommy degli esordi, ma - come è giusto che sia - in una versione matura, che affronta la tematica della perdita di una persona cara (la madre di Sophie) pezzo dopo pezzo, rielaborando il lutto con un'onestà lirica impressionante.

Ed ecco allora l'essenziale e avvolgente impasto di chitarre - sì, quello dei primi due dischi - della intensa M, che per molti versi assomiglia ad una narrazione alla Phoebe Bridgers, dove sembrano sempre dominare una rabbia ed un'angoscia trattenute (And in my dreams i'm still not free, i feel those hands around my neck, like the truth is killing me).

Con la successiva Driver aumenta, passo dopo passo, l'energia, in modo direttamente proporzionale ad un'oscurità emotiva serenamente inquieta, che ancora ricopre tutto anche in Some Sunny Day, soffice, floreale ed obliqua al tempo stesso nel suo andamento caracollante. 

L'intero percorso di Evergreen è una densa foresta di ricordi in cui Sophie sembra aggirarsi in cerca forse di un'uscita, che appare come un varco qui e là e poi scompare: è il caso dell'intensa e commovente Changes, dove le immagini si accumulano l'una dopo l'altra in un paesaggio dove il passato e il presente si confondono come dentro un sogno ("e posso percepire i cambiamenti, e non voglio affrontarli, è dura abbastanza sapere che tutto svanirà nella memoria nel tempo"). Non c'è alcun varco qui, ma nella successiva Abigal - che possiede fin da subito una inaspettata leggerezza Cure-iana - i piedi sembrano staccarsi da terra verso un cielo colorato da un crepuscolo pop. 

Ma è solo un istante di effimera ebbrezza prima di ritornare stuck in a memory, come canta Allison nella successiva Thinking Of You, dove ancora dolcezza e disperazione sembrano scaturire dalla stessa fonte. La larghezza narrativa e l'acidità delle chitarre hanno un po' il sapore di certe cose di Sharon Van Etten, che in fondo da sempre è uno dei riferimenti di Soccer Mommy. Ma il marchio stilistico, come è evidente anche in Dreamin Of Falling, è davvero quello di Sophie Allison: le parole al centro, brucianti di sincerità ("e qualche volta mi sembra come se stessi sognando di cadere quando sono in dormiveglia") e una calda coperta melodica intorno che però lascia sempre una parte scoperta. Insomma, le proprie canzoni come mezzo per affrontare la realtà, ma la realtà poi rimane lì, così come i ricordi che finiscono per inseguirti anche se non vuoii: "e nella luce del giorno sono perseguitata, lei non può svanire, è sempreverde" canta Allison nella conclusiva Evergreen, che sembra sciogliere tutti i nodi dell'album per poi annodarli ancora. 

Album che è in definitiva bellissimo e per nulla facile - nonostante le premesse - specie per la sua insistenza ossessiva sulla stessa tematica, ma al contempo ha una sua straordinaria fluidità espressiva ed emotiva: ti trascina giù senza che tu te ne accorga, ti culla piano piano dentro la notte più scura ma non ti nasconde nulla di ciò che c'è la fuori e che fa paura. 

30 giugno 2022

Soccer Mommy - Sometimes, Forever ALBUM REVIEW

Comincerei con una nota a margine: Color Theory - il secondo lavoro di Soccer Mommy - è il disco che stavo ascoltando di più quando all'improvviso è scoppiata la pandemia, nel marzo del '20. Era un album che conteneva insieme un radicato senso di inquietudine e anche un prepotente slancio vitale nella sua elettrica e accogliente morbidezza. Giusto per dire che la musica di Sophie Allison è stata, almeno per me, un genere di conforto cui sono emotivamente legato.

Scrivevo all'epoca che Soccer Mommy meritava di stare nell'Olimpo del cantautorato americano attuale, non essendoci ancora. A distanza di due anni, e con il successo di critica e pubblico di quel disco che citavo, è indispensabile considerare quanta strada abbia percorso Sophie dalle sue prime cose (aveva forse diciott'anni, forse nemmeno) a questo Sometimes, Forever, che arriva già con tutti i possibili riflettori puntati addosso. 

Se ci limitiamo a Bones, il pezzo che apre il disco in maniera piuttosto convenzionale (non è una critica eh, anzi), sembrerebbe quasi che lo stile di Soccer Mommy non sia cambiato di una virgola rispetto al passato: la gentilezza della voce e della melodia che si apre come un fiore nel ritornello, le chitarre di gusto nineties che prima contrappuntano e poi si dilatano nel finale, è tutto quello che abbiamo amato di Sophie Allison fin dagli esordi. 

Già il carillon elettronico che ci accoglie all'inizio della successiva With U è una piccola (piacevole) novità, ma il crescendo arioso e sottilmente malinconico che scorre verso il chorus è un'altro marchio di fabbrica di SM e non può che metterci ancora a nostro agio.

Quello ci aspetta nel resto dell'album però è un salto in un territorio decisamente sconosciuto e talvolta piuttosto oscuro e i ritmi franti e torrenziali di Unholy Affliction sono il primo segnale evidente che Sophie ha voluto far evolvere la sua musica in direzioni diverse e non facili. 

La mano del produttore Daniel Lopatin (uno che ha un curriculum di prima classe e da sempre sperimenta con l'elettronica) comincia a farsi sentire a partire da qui ed affiora spesso negli altri episodi del disco, specialmente in un'idea di costruzione e decostruzione delle canzoni a livello ritmico e sonoro che funziona soprattutto dove conserva quella tenera intensità emotiva che è il cuore stilistico di SM, lasciandola al centro del quadro senza snaturarla. Ecco allora che, parere personale, il cantilenante impressionismo di newdemo trova un abito perfetto in un ipnotico mare di synth e chitarra acustica, così come la complessità di Following Eyes si rigira con sorniona abilità l'ascoltatore tra le mani, spiazzandolo con una riuscita dialettica tra oscurità e luce, mentre dall'altro lato la ambiziosa Darkness Forever va a giocare sul campo di Billie Eilish con mosse formalmente perfette (la critica la adorerà) ma un po' senz'anima.

Poi, intendiamoci, il talento di scrittura di Sophie Allison è così brillante che la sua forza esce sempre e comunque, e un pezzo di elettrica leggerezza dream pop come Don't Ask Me arriva come una boccata d'aria salutare e indispensabile. E' (con quasi tutta la seconda parte del disco) il momento più luminoso dell'album, che scivola con scintillante morbidezza nella splendida e delicata Fire In The Driveway e trova finalmente il coraggio di spingere sul pedale della catchyness nella più canonica Feel It All The Time, prima di tornare a sognare in cameretta con la emozionante fragilità di Still. 

Sometimes, Forever vuole essere in definitiva - inutile nasconderlo - il disco della consacrazione per Soccer Mommy. Una consacrazione che, sul lato critico, arriverà senz'altro e darà ragione ad uno sforzo di scrittura e di produzione di grandissimo livello. 

Dal punto di vista puramente personale, io rimango molto affezionato all'elegante semplicità di Clean e al misurato eclettismo di Color Theory e trovo il nuovo album - pur in presenza di molti episodi di oggettiva bellezza - di più difficile digestione, ma forse è solo questione di tempo. 

30 dicembre 2020

(just another) pop song ALBUM OF THE YEAR 2020



12

Sunbathe - Somewhere In Between 

Ha la West Coast nelle vene la musica di Maggie May Morris: è evidente nel suono liquido delle chitarre, nell'ariosa malinconia di fondo di molti pezzi, nella dimensione quasi psichedelica del suo guitar pop. Le canzoni di Sunbathe  ruotano intorno alla voce della Morris con algida grazia, circondandola di suggestive spirali elettriche. 

11

Katie Malco - Failures

Descritto da lei stessa come un "coming of age album", Failures è il vero esordio della musicista inglese: dieci pezzi di vigorosa introversione e timido romanticismo, pieni di brume acustiche e di crescendo emozionanti, dove è normale ritrovare una disarmante dolcezza persino nei più fragorosi muri di chitarre.

 

10

Phoebe Bridgers - Punisher

Punisher è stato per la cantautrice californiana l'album della consacrazione, facendola conoscere anche al pubblico più vasto. Eppure si tratta di un disco complesso,  pieno di dolore e di fantasmi, fatta eccezione per pochi episodi inaspettatamente catchy (Kyoto è un piccolo miracolo). Tuttavia la forza comunicativa di Phoebe è talmente straripante e coinvolgente da accendere la luce anche nell'oscurità più fitta.

9

Beach Bunny - Honeymoon

Lili Trifilio è giovanissima ma sembra saperla lunga. Le nove canzoni di Honeymoon straripano letteralmente di energia dall'anima quasi punk, ma la convogliano in un guitar pop quasi sempre uptempo, catartico ed esplosivo come dinamite post-adolescenziale, semplice e immediato in superficie fino alla sfrontatezza, ma in realtà raffinato nella scrittura e coinvolgente come pochi.  

8

Emma Kupa - It Will Come Easier

Lasciate in stand by band e collaborazioni varie, la prolifica musicista inglese ci regala una collezione di canzoni a cuore aperto, lontane stilisticamente dal power pop che le è consueto ma non dalla scrittura intelligente e di impatto che è naturalmente nelle sue corde. Undici pezzi dall'anima acustica, pieni di un'inaspettata e intima dolcezza.

 

7

The Beths - Jump Rope Gazers

Un paio d'anni fa abbiamo diplomato i neozelandesi come debuttanti dell'anno. Ora, al secondo album, non possiamo che laureare i Beths come veri maestri del power pop contemporaneo. Beth Stokes e compagni suonano sempre con quello spontaneo travolgente divertito entusiasmo che è il loro marchio di fabbrica, e in Jump Rope Gazers provano anche a rallentare i ritmi e a rendere ancora più effervescente il colorato mix di chitarre e backing vocals che li ha fatti amare in giro per il mondo.

  

6

Honey Cutt - Coasting

Il campo dell'indie pop più rinfrescante, spigliato e catchy - quello che di solito appartiene agli Alvvays per intenderci - quest'anno è dominato da Kaley Honeycutt. La musicista basata a Boston maneggia con sorniona naturalezza un guitar pop frizzante (ma ironicamente inquieto) dalle tinte surf, solo apparentemente "leggero", che riesce comunque in ogni episodio ad appiccicarti addosso un ritornello killer. 

5

Soccer Mommy - Color Theory

Quanti artisti riescono ad essere intensi di una fitta densità emozionale ed insieme luminosamente leggeri? Pochi, forse pochissimi, e Sophie Allison è indubbiamente una di loro. Le canzoni di Color Theory trasudano rabbia e sofferenza in modo non differente da quelle di altre straordinarie cantautrici di oggi, ma Soccer Mommy ha scelto di trattenerle nelle scintillanti maglie elettro-acustiche che contengono ogni pezzo come un baluardo di bellezza in un mondo complicato. Un album non facile, dove non c'è un vero pezzo "immediato" ma trapela una forza quieta, diffusa, liquida, umanistica e inarrestabile. 

4

Jetstream Pony - Jetstream Pony

Oltre ai raffinatissimi Luxembourg Signal (vedi sotto), Beth Arzy è al centro anche di quest'altra super-band di veterani dell'indie pop (con lei Shaun Charman, Kerry Boettcher e Hannes Mueller), che però spinge più sul pedale dell'uptempo ed ha un'attitudine maggiormente ruvida e dinamica, tra ricordi C86 e lo stile dei gruppi della mitica Flying Nun: melodie di miele e chitarre sfrigolanti, ritmiche essenziali e incalzanti strutture circolari. Strano a dirlo, considerando il pedigree da sogno dei musicisti, ma è un disco d'esordio! 

3

Hazel English - Wake Up!

Primo vero album dopo una fenomenale infilata di ep, Wake Up! fotografa Hazel English in una consapevole transizione dal dream pop etereo, diafano e scampanellante degli esordi, ad una forma canzone più classica e programmaticamente orecchiabile, che travalica i generi e si nutre di storia del pop, da Bacharach in giù, con rispetto ed intelligenza. La musicista australiana, ormai californiana d'adozione, ha lavorato duro nella scrittura e nella produzione senza nascondere le proprie ambizioni, ed il risultato riesce a mettere insieme eleganza retrò e quella timida e sognante leggerezza che è da sempre il suo segno distintivo. 

2

Pillow Queens - In Waiting

C'è un'esigenza di raccontare così densa e travolgente nelle loro canzoni, che le Pillow Queens potrebbero fornire energia elettrica all'intera Dublino. Con gli spinotti delle chitarre ben infilati negli ampli sfrigolanti dell'indie anni novanta e l'attitudine ruvidamente gentile del cantautorato femminile di oggi, Sarah, Rachel, Cathy e Pamela fanno deflagrare la loro personalità in un disco di debutto quasi incredibile per forza comunicativa. Tutte e quattro cantano e si dividono le parti per ricomporle poi in un tutto in cui ogni chorus, ogni crescendo sembrano fatti apposta per sparare fuori una rabbia primigenia in modo a tratti drammatico ma mai mai retorico. Nelle pieghe di In Waiting c'è davvero di tutto: carezze e pugni, melodie e distorsioni, un romanticismo spontaneo e viscerale, e soprattutto un pugno di pezzi (li nominiamo: Holy Show, Handsome Wife, Liffey, Gay Girls, Brothers) di commovente purezza. 

1

The Luxembourg Signal - The Long Now

Tra mille band che si muovono tra le declinazioni più diverse dell'indie pop, The Luxembourg Signal possiedono da sempre una marcia in più: la capacità di conoscerle tutte in profondità, quelle declinazioni, e di poterle utilizzare tutte insieme, fondendole in un unico oceano sonoro, dalla superficie appena increspata e baluginante di luce. Beth Arzy, Betsy Moyer e compagni, da fuoriclasse assoluti, quando pubblicano un album puntano alla perfezione, e The Long Now è semplicemente un disco fatto di canzoni perfette: eleganti ed emozionanti al tempo stesso, ampie e dinamiche, sensuali, morbide ed elettriche, essenziali nella loro ricercata e levigata immediatezza.  



05 marzo 2020

Soccer Mommy - Color Theory ALBUM

Ci sono molti ottimi motivi per cui Sophie Allison dovrebbe essere considerata nel novero delle musiciste indie più importanti d'America. Non lo è (ancora), e forse il fatto di aver esordito un paio d'anni fa nel momento di gloria di Waxahatchee, Mitski e altri grossi calibri femminili l'ha un po' messa in una zona d'ombra. Clean, il suo album d'esordio, era di sicuro brillante, specie considerando che era il primo lavoro di una ragazza ventenne, ma nel suo complesso mancava forse quella scintilla capace di accendere un incendio. 
Color Theory, il secondo album che segue ad un infinito tour che, per ammissione della stessa Sophie, è la sua unica forma di sostentamento, di scintille ne ha almeno dieci, tante quanti i pezzi che contiene.
Intendiamoci, non è intervenuta alcuna rivoluzione nella scrittura intensa ed essenziale di Soccer Mommy, tuttavia Sophie è riuscita non soltanto a mettere insieme rabbia, introspezione e dolcezza come solo lei sa fare (pochi sanno parlare così tanto di depressione senza suonare depressi), ma anche a rivestire ogni canzone di un'aura magnetica ed avvolgente persino difficile da descrivere. 
I pezzi di Soccer Mommy sono quasi tutti dei pugni nello stomaco, a leggerne le liriche, ma arrivano in realtà come carezze - i ritmi egualmente midtempo, l'uso quasi atmosferico e luminescente di chitarre e synth, la voce emozionata e misuratissima al contempo, le melodie di rotonda semplicità, la dimensione distesa, l'onnipresente leggerezza del tocco in una produzione in stato di grazia - che finiscono per diventare uno straniante genere di conforto. 
Su tutti spiccano, a mio personale parere, i sette sorprendenti minuti di Yellow Is The Color Of Her Eyes, che riassumono bene l'umore musicale dell'album, sospesi come sono in un morbido flusso di coscienza dai contorni indubitabilmente pop. Ma il fuoco dell'ispirazione brucia e illumina in ognuno degli episodi di Color Theory.