22 maggio 2026

Sungaze - I'm No Longer Afraid Of Heights ALBUM REVIEW

La band di Ian Hilvert e Ivory Snow è attiva già da molti anni in quel di Cincinnati, Ohio e questo I'm No Longer Afraid Of Heights è il loro quarto album, ulteriore testimonianza di un ruolo giustamente consolidato nella scena dream pop americana.

Notavamo un paio d'anni fa, in occasione dell'uscita dello splendido album omonimo, quanto i Sungaze avessero trovato a poco a poco il loro spazio fortemente personale in un genere (tutto quello che finisce per -gaze, diciamo) dai contorni vasti e incerti. 

Morbidi, scenografici ed eterei, i Sungaze fanno da sempre girare la loro musica intorno alla voce di miele e velluto di Ivory e riescono a domare l'elettrcità statica insita in ogni loro pezzo mettendola al servizio di una suggestione emozionale crepuscolare e ricca di sfumature in cui è davvero belo perdersi.

Pezzi come House On The Hill (che è un piccolo capolavoro e bisogna dirlo) o Always Looking Behind definiscono bene la prospettiva stilistica della band: uno slowcore che per delicatezza potrebbe assomigliare ai Mazzy Star ma in realtà trova sempre un punto di elevazione verso una dimensione più ampia e luminosa, in una psichedelia di taglio dream pop che deriva forse dagli Slowdive (evidentissima in 180) ed è il vero marchio di fabbrica del gruppo di Cincinnati.

Se già il terzo lavoro era più che convincente, I'm No Longer Afraid Of Heights lo supera per qualità di scrittura e produzione: dalla poderosa e inquieta Another Life al disteso, complesso e spettacolare pezzo conclusivo che dà il nome il disco (molto Great Grandpa, per altro), non c'è un solo momento in cui all'ascoltatore sia permesso di riemergere dall'abbraccio liquido ed introspettivo della band.  

15 maggio 2026

Touch Girl Apple Blossom - Graceful ALBUM REVIEW

A volte basta un nome per definire una band, e non c'è dubbio che i Touch Girl Apple Blossom abbiano scelto di chiamarsi come un versao di una canzone dei Beat Happening per dichiarare il loro senso di appartenenza a una scena - l'indie pop americano della K Records - a cui si ispirano in tutto e per tutto.

Il quartetto viene da un miracoloso microcosmo - quella Austin, Texas, che oltre ad essere una fervida città universitaria è sede di uno dei festival indie più importanti del mondo - in cui suonare con le chitarre, registrare a bassa fedeltà, ispirarsi ad artisti e label degli anni '80, scrivere e stampare fanzine come ai tempi d'oro, è la quotidiana normalità.

Graceful, che è l'album di debutto dei texani, è un disco intriso di una frizzante, onesta, entusiastica, energetica filosofia twee. Olivia Garner e compagni suonano le loro canzoni dirette, rotonde, mid tempo, immediate di un'immediatezza guitar pop solo leggermente spigolosa, come se spuntassero fuori dalla compilation C86 o dal roster della Sarah o (meglio) della K Records. 

Pezzi come The Summer Reminds Me Of..., Vacation, You Made Me Do It o I'm Lucky I Found You traboccano di quella obliqua, fragorosa e contagiosa gioia indie pop che ha fatto grandi band come gli Heavenly, gli Shop Assistants o i Pastels, ma non hanno nulla di filologico o nostalgico, fremono anzi di un'energia creativa che viene da un oggi in cui (per fortuna) la musica brutta non ha avuto alcuna nefasta influenza. 

Una delle più belle scoperte di quest'anno! 
 

08 maggio 2026

The Reds Pinks & Purples - Acknowledge Kindness ALBUM REVIEW

La notizia non è che è uscito un nuovo album di Glenn Donaldson: la notizia è il fatto che sono passati ben 9 mesi tra l'ultimo The Past Is A Garden I Never Fed e questo Acknowledge Kindness, un periodo talmente ampio nella produzione del musicista di San Francisco da farci pensare ad una qualche svolta nel suo percorso artistico.

Svolta che, purtroppo o (meglio) per fortuna, non c'è, perchè gli undici pezzi dell'album non si staccano affatto stilisticamente dal fortissimo e riconoscibilissimo bastione indie pop che Donaldson ha edificato in anni di carriera. L'architettura quindi è quella che abbiamo imparato ad amare da sempre, un po' la stessa (caratterizzata dalla delicatezza quotidiana e dai color pastello delle row houses di San Francisco) che, fuor di metafora, Glenn ha disseminato in quasi tutte le sue copertine. 

Le canzoni di The Reds Pinks & Purples hanno davvero una sorta di statuto speciale: stanno lì, sostanzialmente fuori dal tempo ma in uno spazio ben determinato, quello del diario intimo intriso di dolcezza tanto quanto di dolente sincerità che Donaldson ci permette di leggere da quando ha fondato il suo progetto musicale. 

Quelle del disco odierno sembrano in particolare percorrere una sorta di tragitto ideale che dall'alba luminosa di Is It You Or Is It Them?, attraverso le piacevoli brezze donaldsoniane di Emo Band e Houses (quanti al mondo possiedono questa incredibile leggerezza nel songwriting, che sembra quasi non toccare mai terra, appesa ad un aquilone jangle pop che fluttua tra synth e chitarre appena distorte?), ci porta per mano verso strade pienamente crepuscolari dove i contorni del tramonto si sfaldano a poco a poco come riflessi nella baia (Build Love). Non a caso larghi tratti del percorso è costituito da atmosferici strumentali, che fanno da cornice perfetta alle commoventi Worthy Of Love e Doubt In Vain (dove, questa sì una novità, c'è tanto pianoforte e nessuna chitarra) e alla rotonda e sognante ballata Where Did I Go Last Night?.

Lo diciamo da tempo immemore: la musica di Glenn Donaldson - così profondamente umana, così formalmente unica pur dentro un genere così canonico, dovrebbe essere patrimonio immateriale dell'Unesco. Le canzoni di Acknowledge Kindness ("riconosci la gentilezza", sì, proprio così!) lo ribadiscono da sole, senza bisogno che aggiungiamo altro. Lunga vita, Glenn!