23 febbraio 2024

The BV's - Taking Pictures Of Taking Pictures ALBUM REVIEW

Sono passati ben cinque anni da quando usciva Cartography, il secondo album dei The BV's, e sette anni dal loro notevolissimo esordio Speaking From A Distance. Per molto tempo Josh Turner e Frederik Jehle, i due motori della band, hanno in realtà lavorato a distanza, tra la Cornovaglia e la Germania, e nonostante ciò il fatto che non convivessero nella stessa città ha prodotto un'unità d'intenti artistici perfettamente definita.

Dal 2022 Josh ha infine raggiunto Frederik ad Augsburg, e finalmente i BV's condividono anche lo stesso cielo, oltre al loro amore sconfinato per il post punk, il C86, la Sarah Records, la Flying Nun e tutto quel meraviglioso mondo dell'indie pop originario. 

Taking Pictures Of Taking Pictures (titolo concettuale, copertina che cita Unknown Pleasures smussandone gli angoli) è - lo dichiariamo subito - non solo il loro disco più maturo, ma un piccolo capolavoro di genere destinato a imprimere senza dubbio il nome del duo anglo-tedesco nel novero degli album migliori dell'anno appena iniziato.

Abbiamo spesso parlato dei BV's come di un gruppo nostalgico o addirittura filologico nell'affrontare i modelli degli '80 e '90 che hanno sempre evidentemente nel mirino. Tuttavia, davanti all'eclettico splendore di queste nuove dieci canzoni, sarebbe davvero un insulto per Josh e Fred insistere su questo punto e non sottolineare invece la loro straordinaria capacità di far vibrare di vita il loro guitar pop, pure in una essenziale e programmatica economia di mezzi.

Clipping, il pezzo che apre l'album, è già pura perfezione jangly in tre minuti canonici, una perla di radiosa semplicità che va a raccogliere le cose più zuccherose dei Bats e dei Pains Of Being Pure At Heart e le fonde nella stessa caramella. 

Con I Can't Stand The Rain siamo in una uggiosa domenica mattina d'inverno, ma tutto è illuminato da una chitarra scampanellante e da una melodia circolare che ricorda l'algida delicatezza dei Field Mice. 

L'omaggio ai Cure di Warp è talmente evidente nel carillon delle chitarre, che ti aspetti veramente che parta Pictures Of You (sospetto una tangenza con la tematica fotografica di tutto l'album), e invece è proprio uno di quei pezzi tipici dei The BV's, eterei nella loro luce di alba un po' scandinava (non so perché ma mi ha evocato subito gli Acid House Kings). Che meraviglia! 

Anything, con le sue liriche in tedesco, la voce notturna, il synth che tutto avvolge, il suo lento ma inesorabile crescendo ipnotico che si fa denso e mesmerico, va ad utilizzare in modo intelligente e delicatissimo le ascendenze krautrock che da sempre la band infila qua e là, e riesce a metterle magicamente in risonanza tanto con lo shoegaze umanistico degli Slowdive, quanto con l'indie pop di miele dei Blueboy. Brividi dall'inizio alla fine! 

Brividi che continuano poi nel lungo strumentale Kleber, che segue senza soluzione di continuità. 

Taking Pictures Of Taking Pictures, cuore dell'intero album, sboccia come un fiore primaverile da un prato di trame jangly, soffice e fragile nella sua dimensione di ballata d'amore a lume di candela (all of my life i have wanted to be close to you ripetono le liriche in modo ossessivo) . Poi a metà sorpresa: il giro cambia e si apre in un ritornello cantilenante e straniante. 

Sundays ha la grazia sorniona dei Go-Betweens: quella stessa aria un po' obliqua e insieme terribilmente leggera e catchy. E' il momento più rilassato del disco. Siamo dalle parti dei migliori Allo Darlin', specialmente nella lunga scintillante coda di cometa finale. 

Breakdown è un saggio di post punk in purezza, spruzzato di ironia (I had a brekdown in a autobahn, I had a breakdown in the service area, I had a breakdown in Bavaria...), incalzante e piacevolmente dissonante. 

Blue / Golden Sunshine attraversa un paesaggio dream pop indorato da una luce crepuscolare che potrebbe essere la stessa delle canzoni di Hazel English. E ti coccola cullandoti in un caldo abbraccio jangly e indicando il cielo blu, che è lì, proprio sopra di te mentre stai ascoltando.  

D../ infine ci lascia liberi di vagare in un territorio che è di nuovo psichedelico, così come sembrano liberi la chitarra, il basso, il synth e la batteria di dialogare e trovare l'armonia poco alla volta, in una session che evoca lo spirito guida dei Joy Division. 

Questi tutti gli episodi dell'album, che è in definitiva un tripudio di equilibrio, di idee grandi e piccole ma sempre brillanti, di immersioni ed emersioni, di luci baluginanti e ombre, di eccezionale immediatezza dove non te la aspettavi e di sapiente sperimentazione, di pulizia formale immacolata. In poche parole, un album di sfavillante bellezza. 

17 febbraio 2024

PIETRE MILIARI: The Pains Of Being Pure At Heart - The Pains Of Being Pure At Heart [2009]

Brooklyn. E' il 2007. Kip Berman è da poco approdato a New York ed è assolutamente il tipo del "giovane, carino e disoccupato" che si aggira nel folto sottobosco indie alla ricerca forse più di amici che di ispirazione. Ha ventisei anni, forse sa suonare un po' la chitarra elettrica, ma "a modo suo" - come dice lui - e sicuramente non ha idea che scrivere canzoni e suonare davanti a un pubblico diventerà presto il suo mestiere. 

Kip è un tipo sveglio e ha girato un po' di America prima di allora: il Wisconsin da bambino, poi Philadelphia da adolescente e infine Portland, Oregon negli anni di università, passati tra le aule blasonate del Reed College e i locali dove si agitava la vivace scena indie rock locale, quella che aveva laureato come star internazionali i Dandy Warhols, ma aveva anche visto nascere e morire (in un incidente d'auto) dopo un solo disco trionfale gli Exploding Hearts e aveva coccolato - giusto in quegli anni - gli inizi di una band eccezionale e sottovalutata come The Thermals. Una volta preso il diploma, Berman in effetti aveva scelto di non lasciare la West Coast e, mentre lavorava per un call center, si era dato pigramente da fare per fondare un paio di band più che amatoriali, che erano puntualmente implose prima che qualcuno si accorgesse della loro esistenza. E' a Portland che i suoi gusti si sono affinati, nutrendo una passione sconfinata per tutto il mondo indie dei due decenni precedenti, in un'era in cui le label indipendenti, di qua e di là dall'Atlantico, sfornavano band nuove una dietro l'altra, i negozi di dischi erano un luogo di ritrovo per tutti i nerd malati di rock e chitarre, e i magazine musicali facevano a gara a scovare i "nuovi Sonic Youth", i "nuovi Pavement", e così via. 

Quando Kip decide infine di licenziarsi dal suo poco entusiasmante impiego e cercare fortuna a Est, non è proprio un ragazzino, ma un po' lo sembra (lo sembrerà sempre con il suo viso efebico) e si porta dietro un misto di passioni e di curiosità che diventeranno lì a poco il carburante per le sue canzoni. Fare amicizia per un indie nerd come lui non è in fondo così difficile: basta frequentare i luoghi giusti, dove la musica si vende e dove la musica si suona. A Brooklyn non c'è una band che non trovi una venue, piccola grande che sia: si può letteralmente tastare il polso della musica rock della contemporaneità, ci si imbatte nelle mode prima che vengano lanciate, un po' si sperimenta e molto si vive di nostalgie post punk e il twee è uno stile di vita da esibire, roba da intellettuali che sembrano sfigati, o da sfigati che sembrano intellettuali. 

In questa temperie fervente e stimolante, Kip conosce per caso Alex Naidus, che è originario del New Jersey e sbarca il lunario facendo il redattore per un sito che si chiama eMusic e soprattutto ha i suoi stessi gusti musicali: gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream, le cose più accessibili dei Sonic Youth, il twee punk dolceamaro dei Black Tambourine, i Vaselines scoperti (come tutti) grazie alla celebre cover acustica dei Nirvana, e poi tutta la discografia della K Records e un mucchio disparato di band nuove, come i Titus Andronicus e soprattutto gli inglesi The Manhattan Love Suicides (che, in definitiva, sono probabilmente la band a cui i Pains hanno cercato di assomigliare di più nei loro primi vagiti). 

In breve Berman e Naidus imbracciano rispettivamente chitarra elettrica e basso e buttano lì l'idea di mettere insieme una band. Siccome nello stesso torno di mesi i due hanno iniziato a frequentare anche una ragazza che si chiama Peggy Wang, che lavora per una promettente (!!!) start-up appena aperta che si chiama BuzzFeeed, suona le tastiere, ha qualche sparuta esperienza in gruppi da high school e pure ha una cotta per i Manhattan Love Suicides, i due la coinvolgono nel loro progetto e cominciano a provare qualche pezzo (alcune cover degli artisti sopra citati, qualche abbozzo di canzoni che poi diventeranno dei classici dei Pains). Niente batteria per il momento, ci si arrangia con un Sony Discman preso a prestito dalla mamma di Kip, con un un cd-r che contiene alcune basi ritmiche che ha registrato (e sarà per questo che il tempo dei primissimi pezzi è casualmente sempre il medesimo). Naidus suona con l'efficace essenzialità di cui è capace. Berman gratta i suoi accordi in maggiore e li fa sfrigolare mentre canta con voce ancora timida. Wang fa i cori e alterna la sua voce a quella di Kip ,un po' nello stile canonico degli Heavenly, ma è ancora più timida di lui. Insomma, cercano di essere pop e rumorosi al tempo stesso, che è - riassunta in poche parole - la summa di quello che diventerà la signature sonora del gruppo. Gruppo a cui - siamo ancora nel 2007 - manca giusto un nome. Mancanza a cui sopperisce Berman ricordandosi del chilometrico e suggestivo titolo di un racconto scritto da un suo compagno college, The Pains Of Beeing Pure At Heart appunto.

La nascita ufficiale della band coincide con la sua prima esibizione live, in un vecchio magazzino abbandonato dove si tiene la festa di compleanno di Peggy: giusto un pugno di canzoni, tra le quali gli embrioni di Contender, This Love Is Fucking Right! e Doing All The Things That Would'nt Make Your Parents Proud (è noto che Berman ha dichiarato più volte che i titoli erano più lunghi dei pezzi stessi). Canzoni pop e rumorose, appunto, accompagnate da una batteria campionata. 

Non sappiamo di preciso come i Pains vennero accolti da un pubblico composto prevalentemente da amici, tuttavia di lì a poco la neonata band comincerà a rimpinguare il repertorio e suonare in giro, imbarcandosi in un improbabile tour in club minuscoli a bordo della malandata Toyota Camry del padre di Alex, seguito da alcune date in UK dove Kip e compagni dormivano - se andava bene - dentro una vasca da bagno. Non per niente sul sito Myspace della band (c'era Myspace, all'epoca) i Nostri avevano orgogliosamente scritto "vogliamo essere la rock band più importante del mondo per 18 persone". Il che corrispondeva in effetti al numero medio di spettatori presenti ai loro concerti. Un numero direttamente proporzionale alle ridotte abilità tecniche dei tre, nascoste in genere dietro al muro sfrigolante degli strumenti. 

Molti avrebbero mollato lì, con ogni probabilità. E invece i tre Pains decidono di cercarsi un vero batterista. Lo trovano letteralmente "in casa": è Kurt Feldman, all'epoca coinquilino di Berman e - a differenza degli altri - davvero in grado di maneggiare il proprio strumento. Il che risulta particolarmente utile quando i Nostri riescono a registrare cinque pezzi e a pubblicarli in un EP sostanzialmente autoprodotto che porta il nome della band e conta pure una canzone che si chiama The Pains Of Being Pure At Heart, in cui Kip e Peggy ripetono ossessivamente nella strofa we will never die, no no we will never die, quasi a esorcizzare ironicamente un pensiero che al gruppo deve essere venuto per forza, cioè quello di lasciar perdere e tornare a fare dei lavori veri. 
L'EP è il biglietto da visita, un po' sgualcito ma terribilmente vivo, di una band che in verità a quello che fa ci crede in modo entusiastico. D'altra parte cosa si può dire davanti a un potenziale banger come This Love Is Fucking Right!, che apre l'ep con le sue chitarre che spumeggiano come una fresca bevanda zuccherosa da una lattina appena agitata, ed un ritornello che ha l'ardire di citare niente meno che un verso di Bob Dylan (you don't have to tell me twice, it's all right). Ci sono già tutti i Pains, dentro la lattina: il loro essere ruvidi e gentili al tempo stesso, la consapevolezza che ogni perfect pop song non ha bisogno di più di tre accordi, il frullatore di memorie musicali più o meno vicine che miscelano The Pastels, Teenage Fanclub, Jesus & Mary Chain, Field Mice, i primissimi Primal Scream... come palline di gelato in un milkshake. Senza fronzoli.  A loro modo perfetti già così, nell'imperfezione di una produzione che bada necessariamente al sodo. 

Pochi in verità si accorgono dei Pains fuori dal microcosmo indie di New York, e infatti nel 2008 la band più che altro suona nei locali che aveva frequentato agli albori, gli stessi per altro in cui Kip, Alex e Peggy si erano conosciuti. Troppo poco per sperare in un futuro nella musica e per pagare l'affitto senza avere un lavoro (infatti solo Kip si dedica interamente alla band) proprio mentre sta scoppiando la più grande crisi economica dal 1929. Poi, un giorno, Berman scrive una mail, come spesso fa da buon appassionato collezionista, a Mike Schulman della Slumberland Records, per ordinare la ristampa di un 10" dei Black Tambourine, e en passant accenna al fatto che ha un gruppo ed eventualmente pure della musica da fargli ascoltare. Schulman si incuriosisce e poco dopo invita i Pains ad aprire per uno dei suoi gruppi, The Lodger, nella data di Brooklyn, a cui lui stesso sarà presente. 

E' il passo decisivo - più casuale che realmente cercato - per firmare con una label storica come la Slumberland, cosa che avviene quasi immediatamente e che stupisce non poco i Nostri. Le registrazioni avvengono agli Honeyland Studios di Brooklyn, senza un vero e proprio produttore (dietro al vetro come ingegnere c'è Archie Moore) e, i Nostri cercano di rispettare il più possibile l'identità sonora delle origini: pulizia quanto basta, energia in abbondanza e scabra semplicità. 

L'apertura se l'assicura Contender, che è non a caso il primo pezzo scritto dai Pains ed è giustamente lasciato alla sua quasi totale nudità di voce e chitarra, al suo morbido intreccio di distorsione e scampanellii, alle sue liriche post adolescenziali che citano gli Exploding Hearts (you saw the boys in white sing "i'm a pretender", but you never were a contender) e sono intrise di un romanticismo di provincia incerto fra la malinconia tipica del loser e l'orgoglio di sentirsi diversi dalla massa.

In Come Saturday - che dopo i tre minuti trattenuti della canzone precedente esplode di energia compressa e scorre come un treno sui binari ritmici scavati dal basso di Naidus - Berman e Wang raccontano un amore da teenager con quell'aria teneramente naif che sarà uno dei marchi di fabbrica dei Pains ("chi se ne frega se c'è una festa da qualche parte, ce ne staremo in casa per conto nostro") . 

Fin qua né più ne meno la fotografia della band come era agli esordi. Con Young Adult Friction invece scatta qualcosa di diverso, qualcosa che fa letteralmente prendere il volo all'intero album (non è ancora atterrato, per la cronaca). La batteria di Kurt scandisce i suoi quattro quarti perfetti. E il synth di Peggy accende la luce in una stanza che era ancora semibuia. Tutto è semplice e vibrante, terribilmente catchy, soffice e scintillante di elettricità. L'urgenza comunicativa si percepisce dentro ogni parola, dentro ogni nota. Berman e compagni hanno scritto una delle canzoni sul coming of age più memorabili di sempre, e forse nemmeno lo sapevano. Il don't check me out ripetuto all'infinito nell'outro è un proclama di libertà da parte di chi non vuole davvero "diventare grande" ed è un altro must del gruppo. 

Da questo momento in avanti la strada è ampiamente tracciata, e gli episodi successivi corrono rapidi e luminosi, uno dietro l'altro, con un'urgenza comunicativa debordante e torrenziale. This Love Is Fucking Right! - già ne abbiamo parlato sopra e, no, non è affatto una canzone che racconta di una relazione proibita tra fratello e sorella, come si è vociferato - e poi le trame jangly lineari di The Tenure Itch, che girano intorno ad uno dei ritornelli più orecchiabili dei Nostri (every night he comes and goes again) e contrastano con la storia vagamente inquietante che viene raccontata (una relazione tossica fra un docente e un'allieva?). 


Stay Alive, cuore pulsante dell'intero disco, sta ai Pains Of Being Pure At Heart come There Is A Light That Never Goes Out sta agli Smiths. Al posto del romanticismo macabro di Morrissey, ecco la tenerezza sorridente e risoluta di Berman. Musicalmente, è la cosa più vicina ai Ride di Twisterella che i Nostri abbiano scritto (giusto per citare l'ennesima reference). Dentro c'è tutto quello che i Pains sanno fare, ed è evidente che i tre minuti canonici non bastano a contenere tutto: la propulsiva progressione acustica, l'andamento circolare e cantilenante della linea melodica, le voci soffici di Kip e Peggy che si mescolano lievi, il distorsore che fa deflagrare il ritornello portando le liriche fuori dalle tenebre che raccontano (don't you try to shoot up the sky, tonight we'll stay alive). 

A chi parla Berman in quasi tutte le sue canzoni? Lo abbiamo capito, passo dopo passo: al teenager che non è più, quello a cui dà la mano in Everything With You (I'm with you, there's nothing left to do), che è un po' il lato B di Stay Alive, la sua versione punk. Quando scrivono le loro canzoni, i Pains sono più vicini ai trenta che ai venti, ma c'è sempre un diciottenne insicuro a cui dare del tu e cui dire "ti capisco, sono come te, c'è tanta gente come te da conoscere se esci dalla tua cameretta". Nella letteratura musicale twee in cui sono immersi è come se i quattro Pains (Berman soprattutto) si fossero trasformati negli indie-idols che hanno sempre sognato, ed ora fanno il loro dovere di supereroi: salvano gli sfigati con l'indie pop. Esattamente ciò che cercano di fare con la ragazza (ragazzo?) innamorata/o di Cristo e dell'eroina di A Teenager In Love. Che è forse il pezzo più delicato dell'intero lotto, e paradossalmente il più disperato (and if you made a stand, i would stand with you till the end). Esattamente ciò che fanno con il Paul di Hey Paul, che da quando è nato aspetta "qualcuno" o "qualche canzone" che lo salvi. 


E' chiaro che quando Kip, Alex, Peggy e Kurt hanno messo insieme i pezzi del loro album volevano costruire un piccolo ma potentissimo marchingegno catartico. Perché catartici sono le melodie che si possono cantare dentro la testa o a squarciagola e catartica è l'elettricità che sfrigola dall'amplificatore delle chitarre. E Gentle Sons, ultimo episodio del disco, trova la sua catarsi nel ritmo marziale della batteria, nel flusso ormai incontrollato dell'energia statica e nel carpe diem di una notte che sembra non voler finire ("oh no, dici che hai bisogno di un amico, ma non potremo vivere per sempre").

Bene. The Pains Of Being Pure At Heart, l'album di debutto, sta tutto qui, compatto e coerente nel suo essere gentile e rumoroso, nel raccontare la fragilità e offrire un appiglio per affrontarla. 

Da un punto di vista oggettivo, non è il disco più riuscito di Berman e compagni, che da questo momento per un paio d'anni trasformeranno in oro qualsiasi nota suoneranno: l'EP Higher Than The Stars alla fine del 2009, il singolo Say No To Love (la canzone più straordinariamente potente che abbiano scritto) nel 2010, e il secondo album Belong, pieno zeppo di cose magnifiche, più rotondo, più prodotto e ancora perfettamente aderente all'estetica dei giorni in cui suonavano nei pub di provincia di fronte a sei spettatori. I due dischi successivi, corrispondenti a una progressiva diaspora dei membri della band, saranno in sostanza Berman-centrici e punteranno a dare un contorno quasi barocco al suono originario dei Pains. Saggiamente, arrivato alla consapevolezza che non c'erano più teenager problematici da salvare con quella musica, ma solo trenta-quarantenni da solleticare con il fantasma luminoso dei fasti dell'indie pop, Kip chiuderà ufficialmente la band e si dedicherà in sostanza alla famiglia e al progetto cantautorale The Natvral. Di Peggy Wang si sono perse le tracce. Kurt Feldman ha continuato a suonare da turnista per altri artisti. Alex Naidus è in verità l'unico che porta avanti lo spirito dei Pains, ma nella loro reincarnazione losangelina, gli ottimi Massage. 

Insomma, The Pains... non è forse un capolavoro, ma è il disco giusto al moneto giusto, perfetto per un momento storico in cui l'indie viveva un lungo canto del cigno dopo i fasti dei '90 e rischiava di declinare in un manierismo sempre più tangente all'elettronica. Stava lì a dimostrare come bastassero pochi ingredienti - presi dagli ingombri scaffali dei decenni precedenti - per costruire qualcosa che non era nuovo ma al contempo era nuovissimo, e unico, e che forse non apriva una nuova epoca ma ne chiudeva una in modo spettacolare. 

13 febbraio 2024

Ducks Ltd. - Harm's Way ALBUM REVIEW

Jangly e uptempo, più neozelandesi che californiani nello stile, i canadesi Ducks Ltd. avevano esordito un paio d'anni fa con un album che ne aveva messo in luce un notevolissimo talento in bilico tra freschezza e nostalgia.

Tom McGreevy e Evan Lewis sono arrivati al "difficile secondo album" senza perdere la brillantezza del debutto, con nove canzoni che ancora una volta evidenziano lo stile peculiare della band che, un po' come i Bats - giusto per giustificare il riferimento neozelandese - è catchy ma mai fino in fondo, apparentemente leggero e al contempo sempre inquieto e sottilmente ombroso. 

Un'inquietudine che non si nasconde nel suono scampanellante delle chitarre - come accade per altre band - ma sembra proprio tradursi in esso, in particolare nelle sue trine torrenziali, rapidissime,  incalzanti (prendete The Main Thing ad esempio) e tutt'altro che leggiadre, con le uniche eccezioni della più luminosa Deleted Scenes e dell'acustica conclusiva Heavy Bag

08 febbraio 2024

Flight Mode - The Three Times ALBUM REVIEW

Guardando a ritroso (con un pizzico di nostalgia), è evidente come l'età d'oro dell'indie rock - iniziata sullo scorso degli Ottanta con il genio seminale dei Pixies e proseguita in mille rivoli nei Novanta - abbia vissuto il suo canto del cigno con i primi tre album dei Death Cab For Cutie, forse l'ultimo gruppo che abbia detto realmente qualcosa di nuovo in una scena che, tutt'altro che esaurita, cominciava inevitabilmente a stabilizzarsi dentro il perimetro dei canoni di genere. Parliamo di vent'anni fa, più o meno.

Quanto quegli album siano entrati potentemente nell'immaginario, lo leggiamo con facilità in decine di band di oggi, formate da musicisti per cui l'indie di quei tempi è un dato spesso precedente anche alla propria nascita. Tra tante, mi sembra davvero che meritino la nostra attenzione i Flight Mode, terzetto di Oslo che negli ultimi anni ha pubblicato tre ep che oggi finalmente vengono messi insieme a formare un album di debutto di poderosa bellezza. 

Sjur Lyseid, l'anima dei Flight Mode, in verità non è un novellino, anzi. Qualcuno se lo ricorderà una quindicina di anni fa con un progetto solista che si chiamava The Little Hands Of Asphalt, che ne aveva messo in luce il talento di scrittura e un amore per il folk rock americano piuttosto diffuso nella scena indipendente norvegese.

Nella sua incarnazione maggiormente rock, Lyseid ha compiuto esattamente la stessa parabola della band di Ben Gibbard: è partito con uno stile più ruvido e uptempo che qualche recensore ha etichettato (secondo me sbagliando) come emo punk (sono i primi quattro pezzi del lotto, piuttosto vicini alle cose di ME REX o dei Great Grandpa, per intenderci) e poi ha proceduto a smussare via via gli angoli, fino ad arrivare alle canzoni più morbide e intrise di folk contenute nell'ep che esce coevo all'album. Insomma, la struttura particolare di The Three Times permette di apprezzare in modo evidente un'evoluzione che non ha tanto a che fare con la qualità (che è alta sempre), quanto con un mood compositivo progressivamente diverso. 

Ciò che rimane fortemente caratterizzante nel suono dei Flight Mode è un'energica immediatezza, che si esprime sia quando l'elettricità è lasciata più libera di fluire con fragore, che quando i ritmi rallentano. 

Un grande album fatto di tre piccoli grandi album!

03 febbraio 2024

Anika Pyle - Four Corners EP REVIEW

Nel vasto mare di cantautrici che riempiono la scena indie, Anika Pyle è da molto tempo una piccola isoletta che pochi appassionati incrociano sulla propria rotta, ma molto amata di chi la conosce. Con un passato in una band punk, da cinque anni la musicista basata in Colorado ha iniziato una carriera solistica che mette insieme una propensione folk pop (un po' la stessa di Big Thief o Waxahatchee) dai contorni minimali ed una forte caratterizzazione narrativa e introspettiva delle proprie liriche. 

Mi sono imbattuto nel nuovo ep di Anika senza grandi aspettative - avevo già ascoltato il suo album del 2022, che non mi aveva convinto del tutto - e devo dire che stavolta mi ha letteralmente preso il cuore.

Come sempre, la Pyle mette in campo un grande talento nel raccontare la sua quotidianità e i suoi luoghi dell'anima (le quattro canzoni del disco sono dedicate rispettivamente al quadrilatero Arizona, New Mexico, Utah, Colorado), ma questa volta è come se avesse liberato il proprio stile e la propria voce, costruendoci attorno una dimensione sonora più ampia, apertamente pop quando serve (Arizona è davvero un piccolo banger di genere, che ti proietta concretamente nel paesaggio che attraversa: driving down this desert road, stretching straight to Mexico, Tom Petty on the radio, hand out the window...), delicatamente folk e sempre perfettamente equilibrata negli altri momenti.

La conclusiva Colorado Sage, con la sua piana e commovente confessione di un'infanzia vissuta in povertà estrema ("ma mi sentivo ricca e libera, correndo tra i campi di salvia del Colorado"), è un piccolo capolavoro di poetica semplicità.