Cosa altro dire di Hazel English che non abbiamo già scritto ampiamente dai suoi esordi fino ad oggi? L'abbiamo davvero vista maturare, singolo dopo singolo, ep dopo ep, dalle prime copertine in cui, appena sbarcata in California dalla natia Australia, campeggiava giovanissima con la frangetta e i capelli raccolti con il cerchio e una valigia di fianco, fino alle ultime in cui mette insieme una timida sensualità e la semplicità della ragazza della porta accanto.
Al di là di un (azzardato?) passo laterale stilistico corrispondente all'unico suo vero album (Wake Up!) Hazel non è in fondo così cambiata dai suoi esordi: il suo dream pop aereo, leggiadro, dinamico e cristallino è in fondo lo stesso di dieci anni fa, solo più rotondo e rifinito; e il medesimo è il nucleo narrativo delle sue canzoni, che sono immancabilmente canzoni d'amore, appassionato o deluso che sia, semplici e oneste canzoni d'amore, ovvero l'abc stesso della musica pop, spogliato da ogni pretesa di una complessità poetica che con una musica come questa farebbe necessariamente a pugni.
Hazel, lo sappiamo, predilige la pubblicazione frequente di nuovi singoli e la loro raccolta in ep. Conversations è - se conto bene - il quinto ep della "regina del dream pop" e contiene sei pezzi che riprendono con nonchalance il discorso sospeso (ma mai interrotto, ci sono state anche delle cover formidabili) dopo Real Life.
C'è la voce di miele che conosciamo. Ci sono le ricche e sfavillanti trine di chitarre jangly ordite con paziente sapienza dall'immancabile Jackson Phillips / Day Wave. Ci sono le melodie circolari che trascinano nelle loro delicate spirali, dall'inizio alla fine.
L'elemento (parzialmente) nuovo è forse un'insistenza maggiore sul pedale catchy rispetto al passato, tanto che la micidiale infilata iniziale Different Story - Conversations - Gimme - Calgary mette davvero in fila quattro delle canzoni più piacevoli, vivaci e corrusche che Hazel abbia mai scritto. Nell'ordine: un pezzo ironico su un amore finito, uno su un amore che riemerge dal passato, uno sulla paura di innamorarsi, uno che esalta il topos amore-natura. Giusto per intenderci subito sul fatto che Hazel è la più "romantica" delle singer songwriter indie pop di sempre.
E non che la successiva Baby Blue - che ha l'allure morbidamente retrò delle cazoni di Wake Up! - e la conclusiva Phone Boothe - che sostanzialmente è una love ballad (duetto compreso) talmente soffice che potresti sprofondarci dentro come in un'enorme coperta calda - raccontino storie differenti: le "conversazioni" di Hazel vertono sempre intorno a faccende sentimentali e stanno dentro quella cornice deliziosamente jangly che dicevamo.
In definitiva? Beh, il giudizio su Hazel English è sempre difficile perchè da parte di chi scrive c'è un'affezione profonda e di durevole verso la sua musica, il suo stile, la naturalissima eleganza insita in qualsiasi cosa scriva, faccia o dica (e comprendo tutti i suoi video, che sono sempre molto curati e amabilmente Hazel-centrici).
Conversations possiede immutata quella magia che sappiamo: è a suo modo una piccola collezione di piccole perfette pop songs. E Hazel tiene ancora ben stretto in mano il suo scettro dream pop.
