30 agosto 2025

The Beths - Straight Line Was A Lie ALBUM REVIEW


"Pensavo di migliorare, ma sono tornata da dove sono partita. E la linea retta era un cerchio. Penso che prenderò la strada lunga, perchè tutte le strade in fondo sono la strada lunga, ed io non so se posso girarmi intorno ancora" canta Liz Stokes nel pezzo che apre il nuovo, quarto disco dei suoi Beths. 

Non c'è dubbio in effetti che, arrivati al decimo anno di (più che onorata) carriera, i neozelandesi abbiano un po' voluto tirare le somme di quanto fatto sinora. Un'istituzione in patria, uno dei gruppi power pop più amati, celebrati e rispettati in tutto il mondo, una macchina da live, i quattro di Auckland hanno tracciato la loro "linea retta" a partire da una ricetta tutto sommato semplice: una solida e vivace sezione ritmica (Tristan Deck, Benjamin Sinclair), un chitarrista/produttore capace di creare ganci memorabili (Jonathan Pierce), una cantante/autrice dalla voce piana e riconoscibile dotata di una penna eccezionale ed autoironica (Elizabetn Stokes), ed infine una gioiosa (e tecnicamente perfetta) propensione a quelle armonie vocali che li rendono da sempre così riconoscibili. 

Nell'aftermath del loro terzo album, sulla cresta dell'onda, qualcosa in effetti è successo direttamente dentro il cuore pulsante e creativo del gruppo: Elizabeth, certamente. 

La diagnosi di una malattia autoimmune alla tiroide e la consapevolezza di dover fronteggiare un male cronico che si può "tenere a bada" ma mai sconfiggere, hanno precipitato Liz in uno stato d'ansia che ha richiesto l'uso di farmaci antidepressivi. Farmaci che a loro volta hanno causato uno stato di anedonia e annebbiamento che, per chi suona e scrive di mestiere, ha comportato un forte rallentamento creativo ed ovviamente una crisi totalizzante. Insomma, Elizabeth era finita in una sorta di spirale negativa da cui è riuscita ad emergere adottando un nuovo metodo di scrittura. In tre mesi di clausura a Los Angeles insieme a Jonathan Pierce, è riuscita ad afferrare il fil rouge di una specie di flusso di coscienza a cui si è abbandonata, imponendosi una routine che ha generato le dieci canzoni dell'album (e altrettante che ancora non hanno visto la luce, ma chissà...). Il ritorno a Auckland e all'abbraccio della band ha fatto il resto, ed eccoci qui. 

Ora, se è evidente come quasi tutti i pezzi del disco siano disseminati di una "oscurità" inusuale per i Beths - pur filtrata dalla solita ironia (prendiamo il punk quasi tagliente di No Joy) - la ragione risiede proprio nel fatto che i quattro neozelandesi in questo momento sono ad un punto di svolta sotto diversi aspetti: sono indubbiamente quelli di prima - e il loro talento può solo crescere - ma al contempo non lo sono più. Specialmente Elizabeth, come vedremo. 

Può quindi il punto di svolta corrispondere anche con un classicissimo "ritorno alle origini"? A giudicare dalla già citata Straight Line Was A Lie, parrebbe davvero di sì, tanto che sembra davvero di essere tornati all'atmosfera corale, leggera, dinamica, catartica e weezeriana di un pezzo dei primissimi tempi come Lying In The Sun, che data al 2016 e manco aveva trovato posto nel disco d'esordio. Funziona? Sì, funziona, perchè la fotografia che i Nostri si scattano dieci anni dopo li vede un po' invecchiati in viso, ma freschi, potenti, sfrontati, divertenti e divertiti esattamente com'erano all'epoca. Però... Certo che c'è un però, perché la sintesi dell'episodio che apre l'intero lotto e dà il titolo all'album dipinge già alla perfezione il periodo di sofferenza che Elizabeth ha affrontato (e che deve affrontare), e lo fa con una rabbia intrinseca che la forma ariosa della canzone quasi nasconde. 

Dalla traccia 2 è già perfettamente chiaro come Straight Line sia in tutto e per tutto "il disco di Elizabeth Stokes". Intendiamoci, The Beths hanno sempre girato attorno alla loro singer/songwriter, ma è stata preponderante una dimensione d'insieme che non ha mai messo sola sul palco Liz con l'occhio di bue ad illuminare la sua iconica frangetta mora.

Mosquitos infatti parte come racconto così intimo - un saggio di quello stream of consciousness che dicevamo - che davvero non pare nemmeno di avere a che fare con i Beths allegramente rock che conosciamo, ma con il lavoro di una cantautrice solista. Una grande cantautrice solista, per altro, che dal ricordo di una passeggiata lungo le rive del fiume che bagna Auckland (e che l'ha pure sommersa un paio d'anni fa) tira fuori un verso pazzesco e terribile come "leave me here, only skin, only blood, i'm only here to feed mosquitos", incrociando il topos dello scorrere inesorabile e inafferrabile del tempo con l'idea inquietante e al contempo serenamente rassegnata della fragilità umana. Stilisticamente siamo dalle parti delle cose migliori di Phoebe Bridgers, di Lucy Dacus, di Waxahatchee, ma con la innata leggerezza dei Beths a rendere tutto meravigliosamente surreale.

No Joy, dicevamo, è una delle cartine di tornasole del disco. È un piccolo prodigio di ritmi che si infrangono continuamente, con un chorus potentissimo e una notevole forza centrifuga. Il tema è quello dell'incapacità di provare piacere dietro la cortina degli antidepressivi, ma c'è anche una riflessione più generale - quella che sottende l'intero album - sul "non sapere dove sbattere la testa" davanti alle circostanze che sembrano togliere il senso a tutto.

Metal continua la riflessione esistenziale giocando ancora una volta sull'ambivalenza fra una forma morbidamente jangly e uno dei testi più icastici e geniali che Elizabeth abbia mai scritto. "E lo so, io sono una collaborazione, batteri carbonio e luce, una florida orchestrazione, una ricetta fatta di fortuna e tempo, sì è un bel po' di roba da considerare, ma santo cielo è meraviglioso ". Un calcio di speranza dopo i primi tre pezzi - e alla maniera dei Beths quando si fanno soffici, come ai tempi di Jump Rope Gazers - ma anche un'ulteriore testimonianza di come queste canzoni, prima di diventare canzoni (pop in questo caso, si può dire tranquillamente), siano state un groviglio di vita e pensieri e sangue (che infatti ricorre tantissimo come immagine in tutto l'album). Un groviglio che si è dipanato un po' alla volta e di cui Liz tiene saldamente in mano il capo. 

Bene. Fino a questo punto Straight Line è stata un'altalena emotiva tra saggezza e disperazione. Con Mother Pray For Me l'altalena si stacca dal perno e ci lascia letteralmente fluttuare abbandonandoci a mezz'aria.



Non c'è mai stato nulla del genere nella storia dei Beths e giustamente i Nostri hanno piazzato il pezzo esattamente nel cuore del disco, alla fine di un ideale lato A che - come dicevamo - ha messo al centro Liz come mai è stata prima. Qui la band praticamente si fa da parte. Ci siamo solo Elizabeth, la sua chitarra, un organo sottile che rimanda a quello della chiesa in cui andava da bambina, noi, e le nostre lacrime. 
In un vortice in cui tutti i traumi sono venuti a galla insieme, il complesso rapporto con la madre (di lingua e cultura indonesiana e molto religiosa) sembra quasi fungere da catalizzatore simbolico di quella svolta che dicevamo sopra. La malattia ha spinto Liz a riconsiderare tutto nella propria vita, e in questa preghiera alla madre c'è, concentrata nei suoi versi da ninna nanna, una vita intera. "Madre parlerai ancora con me?, non saprò mai in che lingua sogni, in mezzo da qualche parte c'è un gergo in cui ci intendiamo, ma è sufficiente? [...] Madre non piangere per me, ho fatto già abbastanza danni, ho voluto farti del male per il male che hai fatto in me, e lo so che io sono il motivo per cui hai pianto... [...] Madre ci sei?, sono io, lo so che non ho chiamato la scorsa settimana, più a lungo resto lontana più dura sembra dopo, e non so mai cosa dire comunque, Madre prega per me...". Non c'è molto da commentare: siamo davanti ad un'artista, una donna, che mette totalmente a nudo i suoi sentimenti, e lo fa con una potenza lirica e con una quieta confidenza che quasi sentiamo di non meritare, e che non può non spalancare ferite anche nelle nostre vite mentre ascoltiamo. 

Dopo un momento così emozionale e doloroso, Til My Hearts Stops è l'abbraccio caldo che ti riporta al mondo. La canzone è costruita come un delicato e sapiente crescendo e porta al chorus con un senso di (finalmente) gioiosa liberazione. Quando Liz canta "i wanna ride my bike in the rain, i wanna fly my kite in a hurricane" è come se un nodo intricato si fosse sciolto. Il cielo torna sereno. Forse. 

Con Take si riaffacciano i ritmi upbeat a cui i Beths ci avevano abituato da sempre. E ritorna anche una piena collettività della band, che spinge sui pedali tutta insieme e sforna un pezzo che ricorda un po' Little Death o altri episodi "veloci" dei primi dischi, ma al contempo affronta ancora fantasmi del passato (la dipendenza dall'alcol come desiderio di stordimento e rifiuto della realtà). 

Roundabout prosegue sulla stessa strada, ma abbandona per i suoi quattro minuti l'oscurità del pezzo precedente. La chitarra si fa di nuovo jangly e il ritornello è di una dolce rotondità, intriso di una nostalgia sorridente. 

Ark Of The Covenant - la citazione non è biblica ma viene da Indiana Jones - parte da un post punk tagliente e scenografico per impostare ancora una volta una riflessione intima e inquieta: "cercando la parte cattiva di me, che mi allontana dalla mia umanità, più cose guardo e più cose trovo, giro l'angolo in una grotta e trovo una miniera d'oro, e se continuo a scavare non riesco a smettere, incubi fossili in ogni angolo..." confessa Liz a sé stessa. Non sembra - perchè il pezzo ha solo una vaga allure Cureiana ed un dinamismo immediato - ma è forse il momento più notturno dell'album.  

Best Laid Plans, ultimo episodio di Straight Line, mette in prima linea il drumming torrenziale e virtuosistico di Tristan Deck e costruisce tutto intorno un pezzo dalla struttura ancora una volta non usuale per lo standard Beths, quasi ballabile, dove tutti e quattro i membri della band hanno il loro momento strumentale, i cori fluiscono floreali e rigogliosi, e la coda si allunga volentieri come accadrebbe in un live. Un finale aperto per un album di straordinaria densità, che lascia all'ascoltatore quel messaggio di speranza e leggerezza che la band neozelandese ha sempre regalato ai suoi seguaci: "prendi il mio denaro, prendi le mie mani, lasciami stare qui con i miei progetti migliori, lasciami essere fragile, con una lacrima che si asciuga sulla mia guancia...". 

In definitiva Straight Line Was A Line è davvero un disco di svolta per la band. Ci sono molti elementi che mostrano come i quattro abbiano voluto riallacciare i fili con le loro origini, ma nel complesso si tratta di un album di notevole complessità, in cui Jonathan, Tristan e Benjamin si sono messi a totale disposizione della loro frontgirl e del suo "stato di grazia" creativo. Sì, perchè se c'è una cosa che queste canzoni dimostrano, è come la musica sia servita a Elizabeth per rielaborare ed affrontare i suoi fantasmi, permettendole di arrivare senz'altro a scrivere le cose più belle e profonde della sua intera carriera. 

Non è un album "facile". Non ci sono "linee rette". Non piacerà a chi dai Beths cerca soprattutto quell'intrattenimento indie intelligente che li ha resi giustamente famosi. Ma è altrettanto evidente come sia al momento il vertice del loro percorso artistico, in cui tutti gli equilibri si sono spostati per ritrovarsi perfettamente, pure diversi da prima. 

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