06 giugno 2024

IAN SWEET - SUCKER ALBUM REVIEW

Non mi è mai capitato di parlare di un album con un ritardo di 7 mesi dall'uscita, tanto che prima di scriverne mi sono domandato se fosse il caso. 

Poi ho riascoltato con attenzione questo ultimo di IAN SWEET e mi sono risposto con convinzione che dovevo proprio essere molto distratto alla fine del 2023 per perdermi un disco tanto bello. 

La verità è che mi sono imbattuto qualche giorno fa in una recentissima cover di Anthems For A Seventeen Year Old Girl dei Broken Social Scene, che è una canzone che adoro alla follia e che Jilian ha trattato con la intelligente delicatezza di cui è capace, e da lì sono fortunatamente approdato al disco. 

La cover è questa e se ancora non conoscete IAN SWEET può essere un interessante quanto inusuale punto di partenza: 

Quindi sì, vi palerò di SUCKER, che è il quarto album di Jilian Medford con il moniker IAN SWEET ed è veramente un grande album. La musicista di Los Angeles è in giro da almeno dieci anni e fin dagli esordi porta avanti una via molto personale all'interno di quello che potremmo catalogare come cantautorato indie - diciamo la stessa League in cui giocano Phoebe Bridgers e Haim - con l'enfasi su chitarre ed elementi elettronici che troviamo in Wolf Alice, una sofferta introspezione alla Julien Baker ed una propensione melodica decisamente tutta sua.

Se ritornate ad ascoltare i primi tre dischi della Medford troverete una decisa e piuttosto inquieta dimensione sperimentale, che in SUCKER sembra avere trovato una (forse) definitiva quadratura. I pezzi sono tutti ampi ed ampiamente narrativi, ma la palette espressiva rimane non facilissima da definire in poche parole. Dentro le canzoni di IAN SWEET ci sono veramente tanti ingredienti ed ancora più modelli: un po' dell'obliquità affascinante di Feist, l'allure patinata e programmaticamente eighties dell'ultima Hatchie (FIGHT quasi la cita e poi la supera a duecento all'ora), una tentazione di dancefloor alternativo (Smoking Again ha un potenziale anemico mica male oltre ad essere assolutamente ballabile, così come l'amabilmente ruffiana Your Spit) mischiata con la saturazione citaristica dello shoegaze (Hard), la capacità di strutturare minimali carillon elettronici attorno a poderosi crescendo emotivi (Emergency Contact con il suo chorus killer "i don't mind i don't want to make it right"), qui veramente Bridgersiani. 

Il tutto coniugato con una urgente densità espressiva che trova in un modo o nell'altro il modo di venire a galla, che sia attraverso la forza lirica e sottilmente catartica di Bloody Knees ("what if i die..." sono le prime parole dell'intero album), attraverso l'essenziale introversione di Comeback, oppure la linearità acustica di Clean, che in principio pare una outtake di Waxahatchee ed esplode in un finale sfrigolante.  

Emerge davvero, lungo l'intero album, tutto il talento di una musicista che al momento non ha del tutto ottenuto il riconoscimento che meriterebbe e che ha raggiunto ormai una maturità artistica indiscutibile. 

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