10 dicembre 2022

My Raining Stars - The Life We Planned EP REVIEW

Abbiamo citato Thierry Haliniak giusto un anno fa a proposito dell'interessante disco di debutto dei Meyverlin, band spartita a metà con Philippe Lavergne. Ritroviamo volentieri oggi il musicista francese  impegnato con il suo progetto solista, My Raining Star, che esiste da più di vent'anni - con pause più o meno lunghe - e che quest'anno ci ha regalato un album che abbiamo molto apprezzato, 89 Memories, e ora un EP veramente imperdibile.

I cinque pezzi di questo The Life We Planned escono dalle stesse sessioni di registrazione dell'album e quindi in teoria sarebbero dei classici lati B, ma la qualità è talmente alta che non ci meravigliamo che Thierry abbia voluto dare seguito immediato a 89 Memories.

Abbiamo già avuto modo di parlare dell'amore di Haliniak per l'indie pop originario, quello fiorito tra fine '80 e inizio '90, e di lodare la sua capacità di introiettarne il linguaggio facendolo proprio e trasformandolo in uno stile personale. Non ritroverete quindi una definita traccia di una particolare band degli anni d'oro nelle canzoni di My Raining Star, ma un piccolo universo guitar pop in bottiglia, dove potrete sentire echi di Ride, Primal Scream, Field Mice, Cure, i primi Teenage Fanclub, Jesus & Mary Chain, e così via. 

Ovvio che per noi vecchi maniaci di chitarre scampanellanti e sfrigolanti è un po' come andare a nozze, e in pezzi di cristallino dinamismo come Mirror 2 (è in verità una riedizione di Mirror, che apriva un EP del 2020), Summer's Gone, What Can We Do e The Life We Planned, c'è davvero il piacere  non solo di ascoltare qualcosa di bello, ma di condividere con chi l'ha concepito la stessa idea di "perfect pop song". 

04 dicembre 2022

fine. - Love, Death, Dreams And The Sleep Between ALBUM REVIEW

All'inizio dell'anno i fine. hanno pubblicato un doppio album che conteneva in realtà tutta la loro produzione precedente, EP e singoli, sin da quando nel 2017 Alice Cat e Liam James Marsh hanno cominciato a collaborare mantenendo comunque l'impegno solista (Alice) e con la band (i Kid Chamaleon di Liam). Se non avete mai sentito la musica del duo è un'ottima occasione per farlo senza doversi muovere fra una mezza dozzina di pubblicazioni sparse. 

Non fa in tempo a terminare il 2022 che i due musicisti sono già pronti con del materiale completamente nuovo e, sorpresa, siamo di nuovo davanti ad un album dalla dimensione poderosa: 19 pezzi ed un titolo, Love Death Dreams And The Sleep Between, che sembra parimenti ambizioso. 

Lo stile dei fine. è ormai consolidato e pienamente riconoscibile: la matrice è senz'altro folk e cantautorale, la realizzazione - come abbiamo già avuto modo di scrivere - abbraccia un'idea indie nutrita tanto di Neutral Milk Hotel quanto di Death Cab For Cutie, che da una matrice acustica va sempre alla ricerca di un crescendo catartico, mantenendo una essenzialità artigianale. 

Da sempre Alice e Liam brillano soprattutto in pezzi mossi e corali come New Skin / Good Life o Keep My Head Up o ancora Saints In The Morning, che trovano la loro quadratura in ritornelli programmaticamente catchy in cui le voci si alternano e sovrappongono con un festoso dinamismo (provare a togliervi dalla testa quello killer di Forgive Me). Ma anche negli episodi intrisi di una  delicatezza decisamente twee (il jingle jangle di Lens ad esempio) c'è sempre una quasi febbrile tendenza a spingere scenograficamente, con un effetto che potrebbe idealmente ricostruire la colonna sonora (e la narrativa tenera e umanistica) di un qualsiasi film di Wes Anderson. 

Nei quasi venti pezzi dell'album non c'è davvero un momento morto, a testimoniare quanto Alice e Liam - tra Boston e Sheffield - abbiano trovato evidentemente un filone d'oro creativo nella loro collaborazione, tanto che la sequenza senza soluzione di continuità di piccoli anthem alternativi che hanno messo insieme (Tired Eyes, Same Floor, 9 Years - quest'ultima forse la più esplosivamente pop del disco) riflette in modo perfetto l'entusiasmo contagioso che i due musicisti stanno mettendo in questo progetto. 

29 novembre 2022

Holy Now - Dream Of Me ALBUM REVIEW


Ascoltando il nuovo disco degli Holy Now, mi chiedevo a quanto tempo fa risalisse quell'album di debutto,  Think I Need The Light, che li ha fatti conoscere consacrandoli immediatamente come indie band di culto. L'impressione - vista l'impronta indelebile che mi aveva lasciato il gruppo svedese con il suo esordio - è che fosse uscito uno o al massimo due anni fa. E invece, controllando meglio, di anni ne sono passati quasi cinque. Tanti.

Non ho idea di cosa sia successo da allora ad oggi e se ci sia un motivo per tanta attesa, tuttavia Julia Olander e compagni sono sbucati nuovamente fuori dalla notte in cui erano entrati, e questo Dream Of Me è davvero - per restare nella metafora - un faro luminosissimo. 

Nell'iniziale Ballad, nuda e un po' spettrale, riconosciamo quel "cuore di ombre" che batteva sotto la levigata superficie di Think I Need The Light: la voce apparentemente così fragile e al contempo così emozionante di Julia, il disegno semplice ma sottilmente impenetrabile delle melodie senza tempo e genere degli Holy Now. 

Le chitarre, quelle che dagli esordi rendono così peculiare lo stile della band di Malmoe, arrivano solo con il secondo episodio, Places, dove ritroviamo in pieno gli Holy Now che avevamo lasciato tanto tempo fa: un'eleganza in crescendo che fiorisce come un albero in primavera su uno scheletro di essenzialità post punk, con cori e strumenti che germogliano l'uno dall'altro in un paesaggio sottilmente inquietante.

Hold Me / Know Me, primo singolo già scoperto con piacere sei mesi fa, sviluppa con perfetta cura formale la poetica sonora degli Holy Now: quasi algida e schematica al primo impatto, di eterea spiraliforme morbidezza nel magistrale sviluppo del pezzo. Una meraviglia che si sfalda all'improvviso dopo tre minuti, quasi come un fiocco di neve che si scioglie al primo calore. 

Dream Of Me porta avanti l'idea di invernale delicatezza del jangle pop della band, la stessa che troviamo in sostanza anche nel resto del disco, dove spesso i ritmi rallentano e la narrazione di Julia - quella voce che spinge naturalmente in alto e sembra sempre sul punto di rompersi - si eleva sopra un contorno di tremula raffinatezza (Never Fall In Love Again) e risplende a tratti di luce propria facendo ruotare tutto intorno a sé (Silk) in un'atmosfera di tensione trattenuta, che si scarica in istanti di bellezza sognante (Alright).

Don't You Understand, perfetto spannung dell'album, con il suo piglio a metà tra girl group degli anni '60 e micidiale semplicità elettrica alla Jesus & Mary Chain, è il gioiello incastonato nel punto più alto del disco e mostra in modo definitivo, da un lato, quanta personalità emani la band di Malmoe, e dall'altro un coraggio non indifferente nel creare piccole architetture pop che si spengono appena prima di diventare pienamente catchy (è una scelta programmatica nella scrittura del gruppo, da sempre). 

Every Time The Morning Comes, ballad crepuscolare fatta di armonie vocali e uno strum di chitarra, basilare e ripetuto, chiude Dream Of Me con il lato opposto di come era iniziato: una sorta di catarsi raggiunta che sembra promettere serenità nel primo bagliore di un alba nordica. La dimensione è totalmente cantautorale, e questo in definitiva è la firma con cui Julia e i suoi tre compagni sembrano siglare il proprio stile, tenendosi sempre a distanza dalla tentazione di un ritornello troppo cantabile o di una ritmica troppo dinamica. Con gli Holy Now siamo in un'affascinante notte boreale, dove le luci sono abbaglianti ma in un modo mai convenzionale.

25 novembre 2022

Gladie - Don't Know What You're In Until You're Out ALBUM REVIEW

Augusta Koch è stata per quasi un decennio la cantante delle Cayetana, una piccola istituzione dell'indie della East Coast. Sciolta la band, ne ha prontamente riformata un'altra, più ambiziosa e numerosa, che ha chiamato Gladie (o gladie con la g minuscola, sembra di capire). 

L'album di debutto di Augusta e compagni va a infilarsi sicuramente nell'affollata strada dei gruppi nostalgici dell'età d'oro dell'indie americano (i primi Novanta) e innamorati di un'etica pop punk che, pur con declinazioni piuttosto diverse, vede viaggiare sulla stessa carreggiata i Beths o i Martha. 

Non è un caso se Purple Year, Born Yesterday e Mud i due pezzi che aprono il disco di debutto dei Gladie, abbiano ritmiche uptempo, chitarre piuttosto spigolose ed un'attitudine piuttosto lo-fi, che in fondo ricordano molto da vicino gruppi di garage pop che amiamo come i Reemember Sports (For A Friend sembra veramente uscire da un lavoro dei loro concittadini). 

Poi però arriva una canzone davvero memorabile, corale e travolgente come Hit The Ground Running che sembra cambiare un po' le carte in tavola e sposta il focus su un cantautorato appena sporco e apertamente melodico che non può non far venire subito in mente le cose migliori di Waxahatchee. 

L'album prosegue su questa falsariga, alternando numeri più veloci (e terribilmente catchy) come Nothing o Heaven Someday ed altri dai contorni più ampi e morbidi.

19 novembre 2022

Field School - When Summer Comes ALBUM REVIEW

Tutto cominciò nel 1982, quando il frontman dei Beat Happening Calvin Johnson fondò la K Records a Olympia, Washington, diventando il più fervido hub di creazione e distribuzione del primo indie americano (ed europeo, che era selezionato qui e prodotto in cassette) della West Coast. 

A Olympia - siamo nei dintorni della piovosa Seattle - nasceva più o meno in quel torno di anni anche Charles Bert, che all'inizio degli anni '00 si mise insieme ad alcuni amici appassionati proprio dei dischi della K e battezzò la sua nuova band Math & Physics Club, iniziando la piccola grande storia (per nulla terminata) di uno dei gruppi fondamentali del jangle pop americano. 

Bloccato nella solitudine casalinga dalle restrizioni pandemiche, Bert ha cominciato quasi per gioco a registrare pezzi nuovi suonando ogni strumento di cui aveva bisogno. E' la genesi di questo progetto sostanzialmente solista chiamato Field School, che ha fruttato diversi EP nei mesi passati e che è arrivato finalmente all'album - bizzarra la definizione, vista la ventennale carriera di Charles - di debutto. 

I dodici pezzi raccolti in questo When Summer Comes sembrano raccogliere in un guscio di noce l'anima profonda dell'indie pop dei M&PC: la placida malinconia delle melodie, la gentilezza twee mescolata in modo perfettamente equilibrato al suono leggermente sporco e sempre scampanellante delle chitarre, una studiata essenzialità artigianale che è la stessa del nostro amato Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples) ed un'attitudine sempre luminosa che ricorda i primissimi Belle & Sebastian e certe perle dei Magnetic Fields. 

Canzoni quasi nude nella loro ricercata semplicità, che riescono con pochi mezzi ad emozionare (ne cito solo una tra tante, If You See Me Around Just Act Like You Didn't, che è un gioiellino senza tempo).

Un disco che è un tesoretto prezioso di cose belle, depositarie di un'intera tradizione di indie pop.


15 novembre 2022

Smut - How The Light Felt ALBUM REVIEW

Ascoltando Soft Engine, il pezzo che apre l'album  degli Smut, ho avuto l'impressione (piacevolissima) di trovarmi davanti a una di quelle canzoni pop dinoccolate, avvolgenti e torrenziali di cui erano capaci trent'anni fa i Ride. Tanto è bastato per inoltrarmi nel resto del disco e innamorarmi di questa band basata a Chicago che non avevo mai sentito nominare, nonostante abbia già pubblicato diverse cose e sia attiva da diversi anni.

Quasi tutti gli episodi possiedono un luminoso dinamismo midtempo, che scorre fluido su chitarre jangly, elettricità di misurato equilibrio e melodie di delicata immediatezza, che delineano un'idea decisamente accessibile di dream pop non dissimile da quella di band come i Night Flowers o - per rimanere alla stretta attualità - i Bleach Lab, i Tallies, i Say Sue Me. 

Pezzi di grande apertura come After Silver Leaves, Let Me Hate, Believe You Me, Janeway, Person Of Interest, possiedono una brillante e rotonda morbidezza in grado di sovrapporre istanze indie decisamente figlie dei '90 (soprattutto britannici) ad un'attitudine che è pianamente pop e a tratti quasi twee,  che la graziosa voce di Tay Roebuck valorizza a pieno. 

11 novembre 2022

Bleach Lab - If You Only Feel It Once EP REVIEW

Dicono sa sempre i Bleach Lab di prendere ispirazione dai Mazzy Star e dagli Smiths, due band che a parte una sensibile propensione melodica che può accomunarli sono due ingredienti che difficilmente starebbero insieme nello stesso piatto. Però, a ben vedere, fin dagli esordi le chitarre del gruppo londinese hanno un impasto un po' smithsiano, così come la splendida voce di Jenna Kyle possiede un riflesso dell'eleganza di seta e notte di quella, unica e inimitabile, di Hope Sandoval.

Paragoni a parte, i Bleach Lab in brevissimo tempo sono già arrivati a dare un seguito al disco precedente, che abbiamo lodato sinceramente un anno fa esatto. La scelta di Jenna e compagni è evidentemente quella di prediligere la forma dell'ep, ed eccoci allora davanti a cinque pezzi che riprendono il discorso dove era stato interrotto e lo declinano con quella raffinatezza formale che è il vero marchio di fabbrica della band e che - parere personale - li fa assomigliare molto ai texani Sun June, che pure hanno i Mazzy Star tra i loro modelli.

Episodio dopo episodio troviamo synth liquidi, chitarre ora baluginanti (Pale Shade Of Blue) ora più scintillanti (Obviously), una sezione ritmica sempre avvolgente, ed una serie di melodie di carezzevole ampiezza, che spesso e volentieri amano dilatarsi in paesaggi emozionali (If You Only Feel It Once). Con la carismatica personalità di Jenna Kyle sempre ben al centro di tutto. 

Nella pur breve carriera dei Bleach Lab, senza dubbio alcuno la loro produzione migliore, perfettamente a fuoco e immensamente piacevole. 

05 novembre 2022

Martha - Please Don't Take Me Back ALBUM REVIEW


Da ormai dieci anni i Martha sono una piccola ma fondamentale istituzione dell'indie britannico, forse in ordine cronologico i primi ad inaugurare quella significativa ondata di "punk gentili" che da queste parti seguiamo con passione instancabile.

Il power pop a trazione chitarristica della band di Durham ha subito una lenta ma sensibile evoluzione dalla sua apparizione sulle scene ad oggi, mantenendo un'impronta di fondo che risiede sicuramente nella entusiastica capacità di creare canzoni catchy ed energetiche, piene di hook scintillanti e ironia a pacchi. 

Nel loro quarto album, questo Please Don't Take Me Back, tutto sembra indicare una programmatica intenzione di mantenere alti sia i bpm che l'umore, e non deve essere un caso se il pezzo di apertura pretende a gran voce di avere un Beat Perpetual

Gli undici episodi del disco spingono sull'acceleratore come ci si aspetta e scorrono uno dietro l'altro in un meccanismo pop punk di studiata fluidità, con una sequenza di banger di tutto rispetto come Please Don't Take Me Back (due minuti di bollicine melodiche che esplodono come un tappo di spumante nel finale corale),  Irreversibile Motion (il plus è la morbidezza vocale di Naomi) e l'irresistibile Baby Does Your Heart Sink (dove c'è davvero lo stile Martha elevato all'ennesima potenza). 

Con, nel resto dell'album dei gioielli di più larga misura come I Didn't Come Here To Surrender, che sembra un gemellaggio con i Beths (i Martha degli antipodi, o forse sono i Martha ad essere i Beths del vecchio continente) e You Can't Have A Good Time All Of The Time, dove i Nostri mostrano la loro capacità di costruire a strati uno dei loro classici crescendo da cantare a squarciagola. 

I Martha appartengono a quella preziosa lista di band che trasmettono voglia di saltellare in giro per casa suonando la propria air guitar. Come non amarli!


29 ottobre 2022

Polly Paulusma - The Pivot On Which The World Turns ALBUM REVIEW


Sembra passata una vita da quando Polly Paulusma esordì con un album, Scissors In My Pocket, che è tuttora una pietra miliare del cantautorato femminile di tutti i tempi, per quanto pochi se ne siano accorti. Personalmente conservo un ricordo molto nitido dello stupore provato davanti a questa timida ma risoluta ragazza inglese sbucata fuori dal nulla con una dozzina di canzoni che sembravano intrise di una forza poetica senza tempo, suonate con una chitarra folk, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria jazz e spesso e volentieri un quartetto d'archi, a cuore aperto, con una grazia appena appena ruvida proprio come la sua voce. 

Ci fu, all'epoca - era il 2004 più o meno - una piccola hype nel mondo indie per Polly, in Italia soprattutto, grazie anche a una copertina conquistata sul Mucchio Selvaggio, che all'epoca contava qualcosa, e a numerosi live in giro per la penisola che ne consolidarono una piccola fan base. Il secondo disco, Fingers & Thumbs, uscito nel 2007, non godette dello stesso successo di critica, pur essendo un album onestamente bello, leggermente più orientato al pop rock. Da quel momento la musicista inglese si è presa i suoi tempi, si è dedicata alla famiglia, trasferendosi da Londra a Cambridge, ed ha fatto passare anni tra un'apparizione e l'altra: l'elegante e delicato Leaves From The Family Tree nel 2012, Small Feat Of My Reverie nel 2014 (quasi un ampio lato B del precedente: i due dischi andrebbero davvero ascoltati in sequenza), e poi l'episodio di filologia tra folk e poesia Invisible Music nel 2021. 

A quasi un ventennio di distanza dal debutto, The Pivot On Which The World Turns arriva, tanto inatteso quanto gradito, a fotografare la Polly di oggi. E nella foto, in modo sorprendente (ma forse nemmeno tanto), vediamo esattamente quella ragazza dallo sguardo onesto ed entusiasta che ammiravamo sui palchi di qualche club di provincia, con la chitarra a tracolla e quella voce così matura e versatile, con quel pugno di canzoni che travalicavano i generi, raccontavano storie anche drammatiche con la leggerezza naturale dei grandi narratori. Un po' invecchiata, certo, esattamente come noi, ma questo poco importa. 

Ecco, se vogliamo misurare subito i momenti di una carriera ormai lunga, possiamo dire subito che le canzoni di The Pivot non hanno nulla di meno di quelle, ormai mitiche, di Scissors, e ne riprendono in parte l'equilibrata sequenza di nudità acustiche ed eleganza quasi orchestrale, di gioia ed introspezione. Ma, lo diremo, con un risultato che pare davvero nuovo. 

C'è allora l'intimismo malinconico in punta di plettro di Snakeskin, la delicatezza melodica, corale, alcolica e sorridente di Back Of My Hands (quattro minuti che mostrano in modo palese come scrivere una canzone new folk orecchiabile, tutta melodia e hand-clapping, tenendosi a miglia di distanza dalla prevedibilità che ascoltiamo in giro), la gentilezza jazz/soul di Dirty Circus, l'apertura pop quasi sfrontata di Lumineer (il trattamento elettronico della voce è a dir poco coraggioso, e funziona). 

E poi parole e ricordi ed onde che si infrangono sulla spiaggia in quella magnifica costruzione narrativa che è Bracklesham Bay, uno di quei brani (come poteva essere Perfect 4/4 in Scissors) dove l'incedere della musica porta con sé il ritmo della storia e dove da un piccolo oggetto di nessun valore - un sasso raccolto sulla spiaggia, dimenticato in una tasca e ritrovato per caso - fiorisce un prezioso giardino di memorie. Il calmo crescendo dal racconto al canto, dal fingerpicking alle morbide spirali ascendenti degli archi, è uno dei marchi di fabbrica del songwriting di Polly, e qui è alla sua massima espressione. 

Con l'allegra Any Other Way risulta ormai chiara la tematica portante dell'intero disco: una quieta, sorridente, vitale contemplazione delle (piccole) cose che contano, potentemente immersa in una natura quotidiana e metaforica, la stessa che ritroviamo in Brumbles And Briars ("siamo rovi e cespugli cresciuti insieme, seminati dal vento e dalla pioggia"). 

L'adesione alla poetica (lirica e musicale) di Nick Drake è sempre stata una sottotraccia delle canzoni di Polly, ma nei solchi di The Pivot sembra emergere in modo più che evidente: nel fascino avvolgente di The Big Sky con i suoi archi alla Joe Boyd (ricordiamo, è il caso di farlo, che è la stessa Paulusma che li arrangia), nel pulsare rassicurante del contrabbasso, nelle screziature di piano e nel cuore acustico e antico di Tired Old Eyes.

In Sullen Volcano ritroviamo di nuovo quella capacità di Polly di giocare sulla tensione fra spoken words, silenzi ed esplosioni vocali. Una dimostrazione di virtuosismo, senza in realtà volerlo esibire. 

E, infine, ecco la primaverile freschezza folk di Robin ( se vogliamo continuare con i parallelismi, è una Something To Remember Me By che ha abbandonato inquietudine e ironia e ha trovato nella leggerezza una luminosa pace interiore) che ci consegna il messaggio sotteso all'intero album, insomma "il perno attorno al quale attorno tutto gira": quel "love like there's no tomorrow" che, lontanissimo da ogni tentazione di retorica, è posto tra le mani dell'ascoltatore come una carezza di una madre, o una stretta di mano di un'amica. Il punto di arrivo di una poetica della semplicità (che non è "facilità", anzi) che Polly ha portato avanti con caparbia lungo tutta la sua carriera.

The Pivot on Which The World Turns è in definitiva un album "umanistico": totalmente centrato sull'umanità come condivisione, formalmente privo di abbellimenti e al contempo perfettamente bello, non un cerchio che si chiude (siamo sicuri che Paulusma abbia ancora tanto da scrivere) ma sicuramente un anello che tiene insieme magicamente passato e presente. Un raggio di luce diurna che sembra spalancare le nuvole e riscaldare l'inverno, per usare ancora una immagine cara alla poetica di Drake, con la capacità di curare ogni tipo di ferita. Forse, un piccolo miracolo. 

23 ottobre 2022

The Red Pinks & Purples - They Only Wanted Your Soul ALBUM REVIEW

Tutti sappiamo bene quanto sia prolifico Glenn Donaldson, tanto che negli ultimi mesi credo di avere mancato di parlare di almeno un album, un EP e qualche collezione di registrazioni dal vivo. Resto ovviamente un fan della prima ora, e quando ho ascoltato le dieci canzoni raccolte in questo They Only Wanted Your Soul, ho riconosciuto i segni dell'antica fiamma.

L'idea alla base dell'album era tirare fuori dal dimenticatoio un EP seminale dei TRP&P, I Should Have Helped You, pubblicato da una misconosciuta label svedese e mai più rintracciabile. Ai quattro pezzi originari, il buon Glenn non si è fatto alcun problema a tirarne fuori dal cappello altri sei, considerando che il suo canzoniere è simile alla scacchiera magica in cui i chicchi di riso raddoppiano, come nella nota favola.

Non c'è molto da aggiungere rispetto a quanto abbiamo già detto mille volte della musica di Glenn: è quanto di più arioso, delicato e timidamente catchy il jangle pop possa offrire oggi. Le canzoni di TRP&P raccontano, anche qui come sempre, le piccole cose della quotidianità: pagine di un diario che Donaldson scrive direttamente sotto forma di melodie leggere come le nuvole, liriche accorate e chitarre scampanellanti. 

Il fatto forse davvero sorprendente è che questo - ovvero un disco che sembra un po' un assemblaggio pensato più che altro per i fan - contenga forse la sequenza di canzoni migliore della carriera della band di San Francisco, perfettamente bilanciata fra gioie e malinconie. Imperdibile!