15 ottobre 2022

Say Sue Me - 10 ALBUM REVIEW

Quale modo migliore di celebrare i dieci anni di carriera insieme ai fan, se non regalare loro un nuovo inatteso mini album pieno di cover e versioni alternative. 

Il 2022 per i coreani Say Sue Me è stato senz'altro un anno importante: prima The Last Thing Left ha colmato un'attesa di quattro anni per il loro disco nuovo, ed oggi - a pochi mesi di distanza - esce questo gioiellino che va davvero a mettere la ciliegina sulla torta (di compleanno). 

Si parte con una Season Of The Shark, prestata dagli Yo La Tengo, che Sumi Choi e compagni trasformano in un saggio del loro dream pop morbidamente dinamico: una meraviglia che già da sola vale tutto l'album! 

Segue una versione più punkeggiante dell'ormai classico Bad Habit, per poi passare ad una Elevate Me Later che riesce, in modo buffo e straniante, a trovare il lato esotico dei Pavement. La toccante True Love Will Find You In The End conserva la tenera purezza lo-fi di Daniel Johnston, mentre Old Town, che dei Say Sue Me è forse il pezzo più celebre, è rallentata e dilatata una dimensione semi acustica.

Honk If You're Lonely ci fa riscoprire una band quasi dimenticata dei '90 americani come i Silver Jews.  AM 180 dei Grandaddy invece perde la sua stralunata e mesta carica di psichedelia indie e diventa una raffinata ballata crepuscolare intessuta di chitarre jangly.

Chicca finale una Smothered In Hugs dei Guided By Voices riletta nella chiave acustica intimista che i Say Sue Me riservano sempre ai loro numeri più emozionanti.

07 ottobre 2022

Alvvays - Blue Rev ALBUM REVIEW


Per chi non lo sapesse, il Blue Rev è una bevanda alcolica - un po' vodka, un po' energy drink, un po' cola, insolitamente azzurra e, dicono, piuttosto dolciastra - che era molto popolare tra i teenager quando Molly Rankin e la sua tastierista Kerri MacLellan erano liceali nella sperduta Nuova Scozia. 

Se il titolo del terzo disco degli Alvvays va a pescare nella memoria della leader della band canadese (così come la buffa copertina, almeno credo), la suggestione per il (vasto) pubblico dei fans dovrebbe coincidere più o meno con un "ritorno alle origini", che è una strada che tutti i gruppi prima o poi imboccano quando finiscono le idee.

Niente paura: non è affatto così. 

Ma partiamo dall'inizio. Gli Alvvays non sono più "una band indie pop" già dalla loro apparizione sulle scene nel 2014: sono "una istituzione dell'indie pop", uno dei pochi gruppi di questi tempi che può vantarsi di essere una pietra angolare del genere, quelli a cui tutto viene, spesso banalmente, paragonato ("simile agli Alvvays", "cercano di assomigliare agli Alvvays", "ecco il tipico suono Alvvays", etc.). L'omonimo album di debutto è stata una bomba atomica deflagrata quasi all'improvviso, innescata da quel singolo che tutti sappiamo a memoria e che non ho bisogno di citare. Il seguito, Antisocialites,  allargava il campo e li consacrava definitivamente, lanciandoli in tour mondiali e mettendoli fra gli headliner di molti festival indie. Era il 2017 - un'era fa, se ci pensate, con tutto quello che è intercorso - e Molly Rankin e compagni già cominciavano a pensare alle canzoni per l'album numero tre.

Poi sono successe cose: un poderoso cambio di formazione alla sezione ritmica (dentro Sheridan Riley e Abbey Blackwell: bisognerebbe dire LE Alvvays ormai!), e poi la pandemia, un furto in casa Rankin che ha sottratto i demo dei pezzi nuovi, un allagamento della sala prove, il lockdown e una separazione fisica dei membri della band bloccati fra Canada e USA. Un anno fa il produttore Shawn Everett porta il quintetto a Los Angeles e lo spinge a suonare le canzoni nuove con uno spirito da live, mantenendone l'energia spuria. Canzoni che non sono più monopolio di Molly ma coinvolgono oggi anche il chitarrista Alec O'Hanley e Kerri. 


L'album quindi. Quello che aspettavamo con il batticuore da tanto tanto tempo.

Il numero iniziale, Pharmacist, è insieme una carezza e un cazzotto nello stomaco: la carezza ce la elargisce la melodia rotonda e cantabile a cui Molly Rankin ci ha abituato da sempre, il cazzotto ce lo assesta lo sfrigolante muro di chitarre che ci precipita addosso fin dai primi secondi e che i nostri ci fanno scalare con destrezza fino ad un finale in cui l'elettricità scappa da tutte le parti. Un piccolo perfetto diorama shoegaze in appena due minuti. 

Easy On Your Own continua il discorso del pezzo precedente e si innesta all'idea di dream pop di irrequieta delicatezza che gli Alvvays avevano abbozzato con quel capolavoro che era In Undertow. Le liriche cominciano a parlare con una rabbia misurata e tuttavia tagliente di una relazione finita male (ne risentiremo parlare). Le chitarre sferzano e grattugiano come non mai, ma non fanno male.

After The Earthquake potrebbe essere la Plimsoll Punks di Blue Rev: tessuto jangly sfavillate che si fa più spesso piega dopo piega e la prima melodia apertamente catchy, molto 80's flavoured, del lotto. Potrebbe sì, perché in realtà a metà c'è un cambio di ritmo che spoglia la canzone ad un sussurro, ed è uno di quei colpi di genio che - come altri nel disco - puntano a togliere il terreno sotto l'ascoltatore per poi rimetterlo a posto appena prima che ritocchi terra, in un finale esplosivo. Le liriche riflettono una storia del romanziere Murakami, ma probabilmente raccontano semplicemente del nostro complicatissimo oggi. 

Tom Verlaine incede su onde increspate di chitarre alla Jesus & Mary Chain che germogliano l'una sull'altra in elettrici layers di malinconia. Le liriche raccontano ancora una relazione sentimentale complicata. E' un pezzo di passaggio.

Pressed, densa, serrata, uptempo, funziona come se un pezzo degli Smiths fosse suonato dalle Lush. Il manuale del bravo critico musicale appiccicherebbe l'etichetta "post punk" ma è veramente qualcosa di inedito. E' un pezzo straniante e bellissimo. 

Many Mirrors è l'episodio più sognante del disco e forse uno dei più immediati: la struttura circolare si sviluppa, come in.molte canzoni degli Alvvays, intorno al chorus, e ci fa crescere intorno rampicanti di chitarre jangly e riverberi elettrici in un giardino quasi barocco. "Adesso che siamo passati attraverso così tanti specchi, non posso credere che siamo rimasti gli stessi" canta Molly: uno dei versi più belli dell'album, a mio parere. Prossimo singolo? 

Very Online Guy - terzo singolo estratto - ha di nuovo qualcosa di inusuale per lo standard Alvvays: la cadenza melodica è quella consueta, ma tutto sembra continuamente deviare in uno spazio franto fatto di echi e riflessi, tutto imbastito sui synth miracolosi e davvero impavidi di Kerri. Un capolavoro produttivo che affascina e un po' disturba, con una metafora perfetta fra i filtri dei social di cui il protagonista è dipendente e il filtro elettronico che stiracchia il suono di qua e di là e lo infarcisce di pattern incollati l'uno all'altro.

Velveteen pure è sorretta da un'anima synth-pop che testimonia di una ricerca sonora di nuovo rivolta al modernariato anni '80. Molly si porta in giro il pezzo con un afflato quasi scenografico nella seconda parte che a ma ricorda gli A Ah (non scherzo). Ed anche qui gli Alvvays giocano a montare e smontare la canzone da dentro, facendola comunque scorrere su binari veloci dall'inizio alla fine.

Tile By Tile parte obliquamente raffinata. Molly spinge la voce in alto e sembra Kate Bush. Il resto è piacevolmente esotico, con poderosi apporti di synth e un assolo avvolgente di chitarra.

Pomeranian Spinster è un divertito omaggio ai Ramones: punk che si prende in giro. Nulla di più. Una pausa per sciogliere la tensione accumulata sinora e prepararci per il capolavoro.

Belinda Says è - bisogna proclamarlo davvero - una canzone di bellezza quasi trascendentale. Uno di quei pezzi che capitano rari in una vita di ascolti, di cui percepisci l'energia già dalle prime tenui note di synth. Una "all chorus song" che - lo dicevamo poco fa - è nelle corde di Molly Rankin fin dagli esordi: sintetica e travolgente con il suo incipit in medias res, ma poi per nulla semplice nella costruzione. La Belinda del titolo è Belinda Carlisle, che nella nota hit radiofonica degli anni '80 cinguettava che "Heaven is a place on Earth"; la voce narrante del pezzo, che è incinta e deve prendere una decisione che le cambierà la vita, non è così ottimista, e tuttavia trova la forza per andarsene incontro ad un futuro incerto senza abbassare la testa, ingenua e testarda. Questa la narrativa del pezzo. Musicalmente è come se Rankin e soci avessero costruito una scatola magica che contiene, in due minuti e quarantacinque, tutto lo shoegaze e il dream pop mai suonato, e ce la spalancassero davanti all'improvviso come un vaso di Pandora che ci investe di elettricità, poesia, forza primordiale, miele, riverberi, armonia delle sfere, rumore, tenerezza e violenza, luci baluginanti, quiete e grida, chitarre, voci, synth che entrano l'uno nell'altro, crescono a spirale, entrano in un'iperspazio di mistica quiete e riprendono forza in uno spannung emotivo che fa venire voglia di piangere di gioia. Musica e poesia insieme, poesia e musica, in un unico virtuosistico gesto vitale.  

Bored In Bristol è un altro racconto di provincia, che si concretizza in un sogno di fuga, un po' come nell'episodio precedente. La cadenza è bizzarra e spinge verso un finale corale.

Lottery Noises è una piccola sinfonia power pop distillata in 3 minuti: un inizio di quieto diaristico autoironico intimismo (si parla ancora di un abbandono, pare di capire, e del desiderio di ricominciare) è seguito da un'architettura in crescendo che spinge sul pedale della catarsi e sembra infine riappropriarsi di quel suono guitar pop anni '90 da cui gli Alvvays erano partiti e che in Blue Rev è rimasto in sottotraccia. Pezzo magnifico. Lo immaginiamo già live... 

Fourth Figure chiude con un finale aperto il racconto che giace sul fondo di quasi tutti i pezzi: "ora che la sala si sta svuotando, sei ancora una parte di me, e lo so, giorni dopo, è il motivo per cui tu ancora esiti, ed io andrò". La voce, bellissima, di Molly. Archi sintetici. Una melodia da canzone teatrale di inizio Novecento. 

Dice Molly Rankin che Blue Rev non nasce da uno sforzo di "fare per forza qualcosa di diverso", ma anzi di continuare sulla strada tracciata, mescolando bellezza e ruvidezza nel modo più equilibrato possibile. E' senz'altro un buon riassunto del disco: la firma stilistica della band di Toronto è incisa a fondo in ognuno dei pezzi, però è indubbio che ci sia una poderosa percentuale di novità in quasi tutto ciò che hanno suonato. E di coraggio, perché - diciamocelo con franchezza - da loro tutti sotto sotto si aspettano una nuova Archie, una nuova Next Of Kin. E invece in Blue Rev c'è dannatamente di più: nessun indie anthem, forse, ma una tonnellata di idee che le tredici canzoni sembrano quasi contenere a stento, come se l'album catturasse in una foto perfetta e al contempo leggermente mossa un magmatico flusso di coscienza che attraversa sia le musiche che le parole. 

Riassumendo: in Blue Rev non troverete il guitar pop spigliato del disco di debutto, piuttosto lo sviluppo naturale dell'evoluzione cominciata con Antisocialites. Nella prospettiva generale è proprio il secondo album che, a questo punto, appare un punto di passaggio verso questo terzo lavoro, che ne completa le suggestioni con un lavoro di produzione che rasenta la perfezione. Ci sono senz'altro più citazioni anni '80, più shoegaze, più chitarre sfrigolanti, costruzioni inusuali e castelli sonori che si innalzano verso il cielo. Ma anche tanto tanto ardore melodico, qua e là una sottile tentazione di virtuosismo stemperata sempre da una forte dose di leggerezza, una temperie più eclettica che si aggrappa al solido perno centrale di quell'Alvvays touch che tutti cercano di imitare. Quella capacità di essere luminosamente catchy qualsiasi sia il contesto: sulle nuvole come dentro la tempesta. Un'attitudine che forse viene - mi piace pensare - dal fatto che la Rankin si è svezzata letteralmente con i primi tre dischi degli Oasis, altro modello inconscio che non viene mai citato ma è radicatissimo nel suono dei canadesi. 

Resta la sensazione profonda di avere davanti una band straordinaria nel senso letterale del termine, capace appunto di fare veramente solo cose fuori dall'ordinario. Un gruppo che ha già impresso il proprio nome in maiuscolo sia sugli anni '10 (Alvvays) che sugli anni '20 (Blue Rev, e sicuramente i dischi a seguire) e con il quale - come dicevamo all'inizio - l'intero movimento indie pop si dovrà per forza confrontare per sempre. 

04 ottobre 2022

The Sundries - Full Of The Joys Of Spring EP REVIEW

Ci sono band - non molte, ma ci sono - che sono capaci di esprimere gioia in ogni cosa che suonano. Cito completamente in disordine: i primi Belle & Sebastian, gli Allo Darlin', gli Heavenly, gli Smittens, i Dexys Midnight Runners... 

E' probabilmente una questione di attitudine che potremmo semplicemente definire "pop": attitudine che travalica il genere e che si incarna in un'idea di entusiasmo condiviso con il pubblico, nelle melodie programmaticamente cantabili, nella luminosa positività di ogni canzone.

Ecco, una band come i londinesi Sundries appartiene di diritto alla lista, e già pubblicare un EP il cui titolo inneggia alle "gioie della primavera" è una dichiarazione di intenti piuttosto chiara. I 4 episodi del disco (che è il secondo del gruppo: consiglio di recuperare l'ottimo esordio Magic Johnson) riflettono in pieno quell'anima pop che dicevamo: chitarre jangly ovunque scintillanti, la forte personalità vocale di Alice Player sempre sotto i riflettori, ed intorno un florilegio di ritornelli catchy, synth, tromba, handclapping e buonumore assortito, con in più quella disarmante sincerità twee che amiamo alla follia ogni volta che ce la troviamo davanti.

Considerando che si tratta di un gruppo che si autoproduce, entrambi gli EP sono dei piccoli prodigi che meriterebbero una platea davvero vasta. 

01 ottobre 2022

SINGOLI OTTOBRE EDITION: April June, Sunbathe, Kindsight, The Photocopies, Stillfilms, The Blue Herons, Chloe Berry, Jeanines, Spirit Ghost, Beach Vacation, The Age Of Colored Lizards, Strawberry Generation



 
 
 






24 settembre 2022

Lande Hekt - House Without A View ALBUM REVIEW

Bassista e cantante in una band pop punk chiamata Muncie Girls, Lande Hekt è una delle singer songwriter inglesi più talentuose e forse al contempo meno conosciute che ci siano in giro. 

Un po' come è successo a Emma Kupa - più ruvida ed elettrica con i Mammoth Penguins, decisamente sopra i generi e rivolta al pop nelle sue uscite personali - anche Lande sembra smussare gli angoli nelle sue canzoni soliste, almeno dal punto di vista stilistico, visto che l'impegno politico-sociale dei testi resta forte.

Gli undici episodi del disco scorrono via veloci, mettendo insieme una persuasiva leggerezza melodica indie pop (Lande cita i Sundays e i Popguns come fonte d'ispirazione, e si sente), chitarre di contagiosa freschezza, avvolgenti ritmi mid tempo ed un senso di immediatezza, dinamismo ed apertura che anima davvero tutti i pezzi. 

Ascoltando canzoni come Half With You, Ground Shaking o What Could I Sell mi viene da pensare che Lande Hekt sia veramente un ponte ideale fra i punk gentili della scena inglese (Fresh, Martha, etc.) e certo cantautorato femminile americano (Soccer Mommy per esempio), all'incrocio fra impegno, intimismo, una sottile inquietudine elettrica e un'attitudine sempre luminosamente positiva, che si incarna nella ricerca della melodia delicatamente catchy. 

In definitiva, un disco di intelligente piacevolezza, essenziale ed efficacissimo in ogni suo passaggio, semplice e insieme curassimo nei dettagli. Una delle più gradite sorprese di quest'anno! 

18 settembre 2022

The Beths - Expert In A Dying Field ALBUM REVIEW

I Beths sono una di quelle band che da tempo non ha bisogno di presentazioni. Fin da quando, sei anni fa, mossero i loro primi passi nella vivace scena neozelandese, era chiaro a chiunque che possedevano un "qualcosa" di straordinariamente unico nel loro stesso impasto di gruppo che li faceva letteralmente brillare di luce propria, e che erano destinati ad un futuro di successi.
Successi che sono arrivati puntuali fin dal primo album (Future Me Hates Me, una fucina di singoli, che a risentirlo ora fa ancora impressione) e che hanno giustamente proiettato i quattro di Auckland una una dimensione mondiale. Jump Rope Gazers, due anni dopo, fotografava la band in una fase di transizione in cui il power pop originario stava acquisendo una maturità pop nuova, perdendo forse un po' di forza ma provando qualche sfaccettatura diversa. 
Da allora i Beths sono stati molto in tour, hanno pubblicato un significativo album live (che testimonia bene fra l'altro quanto siano amati in Nuova Zelanda), hanno registrato cose nuove, sono stati separati dall'ennesimo lockdown, sono tornati in tour, hanno registrato ancora (il chitarrista Jonathan Pearce nelle abili vesti di produttore), mixato a Los Angeles... ed eccoci qui davanti a Expert In A Dying Field.
I didici pezzi del disco ci raccontano sempre i Beths per quello che sono, senza artifici e con la consueta sorridente franchezza: una band che non ha perso un grammo dell'entusiasmo del debutto, tecnicamente ineccepibile, baciata dal songwriting brillante di Elizabeth Stokes, che oggi come mai si lancia in riflessioni sui rapporti umani e la loro durata (il titolo del disco a questo allude). 
Pezzi come quello che dà il titolo all'album, e poi Knees Deep e Silence Is Golden - non a caso la tripletta che apre il disco - imprimono subito con decisione il marchio stilistico dei Beths che ben conosciamo: ritmi moderatamente uptempo, chitarre frizzanti, melodie rotonde ed energetiche al tempo stesso, un florilegio di cori, e quell'idea di immediatezza intelligente e luminosa che i quattro maneggiano con tanta naturalezza da sempre. 
Nel resto degli episodi, Stokes e compagni, esattamente come avevano fatto nel secondo album, provano ad allargare con equilibrio la palette dei loro colori, prima di ritornare, nei numeri finali (A Passing Rain, I Told You That I Way Afraid) al punk pop gentile à la Weezer che fa parte del loro dna.  
Fin qui tutte le cose che ci aspettiamo dai Beths e che, inutile dirlo, sono costruite con la consueta bravura ed efficacia: funzionano, mettono di buon umore e fanno scuotere teste e piedi. In mezzo (ed in coda) i pezzi meno catchy e vagamente più ambiziosi: la morbida e distesa Your Side; la quasi beatlesiana I Want To Listen; la super propulsiva Head In The Clouds (con le sue chitarre muscolari e le armonie vocali bethsiane fino al midollo); la più articolata e scenografica Best Left (la mia preferita del lotto senza dubbio, con il suo andamento sognante e inquieto al tempo stesso); la emozionante, lunghissima, lenta e solenne 2AM, su cui scorrono i titoli di coda, in un crescendo di studiata delicatezza in cui chitarre, batteria e voci finiscono a rincorrersi in un girotondo che fa scomparire il paesaggio attorno e punta direttamente ad un cielo stellato australe. 
L'impressione che lascia in definitiva Expert In A Dying Field è quella di un album su cui Stokes, Pearce, Sinclair e Deck hanno speso insieme e con convinzione la consapevolezza del proprio valore, mescolando con misura pezzi che potranno esplodere dal vivo ed altri che riflettono un lavoro produttivo di pregio e resteranno credo confinati nel disco. 

15 settembre 2022

The Boys With The Perpetual Nervousness - The Third Wave Of... ALBUM REVIEW

Il jangle pop, lo sappiamo bene, ha una tradizione lunga e ramificata, da questa e dall'altra parte dell'oceano (e pure in Australia e in Asia in verità), e attraversa ormai sessant'anni di storia del rock e del pop. Molti artisti oggi lo utilizzano come coloritura per il proprio stile personale. Pochi ne fanno una vera scelta di purezza, andando ad abbeverarsi direttamente alla fonte primaria dei Byrds e a quella secondaria dei Teenage Fanclub del periodo più scampanellante. Tra questi senz'altro l'iperattivo Roger Donaldson (The Reds Pinks & Purples) ma anche i forse meno prolifici ma altrettanto innamorati del genere Andrew Taylor e Gonzalo Marcos.

Arrivati al terzo album (il titolo parla chiaro), i due musicisti uniscono di nuovo le forze "a distanza" (Scozia - Spagna) in nome delle didici corde, coinvolgendo anche una figura mitica dell'underground americano come Mary Lou Lord (una che è stata amica, o forse qualcosa in più, del giovanissimo Cobain e che ha lavorato con Elliott Smith). 

I dieci nuovi pezzi dei TBWTPN scorrono via con una fresca dolcezza senza tempo, sempre pienamente luminosi - chitarre che si intrecciano e cori di miele - sempre in nome di una rotondità melodica che non ha alcuna tentazione di fare deviazioni dalla propria canonicissima strada. 

11 settembre 2022

Snow Coats - If It Wasn't Me, I Would've Called It Funny ALBUM REVIEW

Da queste parti seguiamo gli Snow Coats più o meno da quando hanno cominciato a pubblicare singoli. Un paio d'anni fa in particolare ci siamo innamorati di una canzone intitolata Pool Girl e da allora abbiamo segnalato volentieri ogni uscita del gruppo olandese.

Finalmente siamo arrivati al secondo album (il primo, ancora piuttosto seminale, è datato 2018) e - considerando l'affetto che nutriamo per Anouk van der Kemp e compagni - è già di per sé un po' una festa. 

Non diversamente da band che adoriamo come Fightmilk, Beach Bunny, Fresh, Martha, Beths, Remeber Sports, Nectar, Ex-Void (tutta quella schiera di "punk gentili" che si sono fatti le ossa nei garage), gli olandesi mettono insieme dinamismo elettrico e leggerezza melodica con una naturalezza impressionate ed una spontaneità entusiastica che sono il loro vero marchio personale. 

I dieci pezzi dell'album potrebbero essere tranquillamente dieci singoli, tanta è la sorridente forza antemica che si portano addosso: già l'infilata micidiale dei primi tre episodi (For A Moment, Anyway, Dinosaur) fa alzare dalla sedia e canticchiare i ritornelli insieme a loro, ma l'intero disco è pieno di canzoni di luminosa forza, scritte con sicuro talento (menzione necessaria per le liriche di Anouk, sempre argute e intelligenti), prodotte con una cura dei dettagli mirabile e capaci nel loro complesso di toccare corde diverse, soprattutto nella seconda parte del lotto, dove emerge anche un'anima romantica (Since We Met) e acustica (Too Good).

L'album della consacrazione definitiva per uno dei migliori gruppi guitar pop d'Europa. 

07 settembre 2022

Forever Honey - Could I Come Here Alone EP REVIEW

Provenienti da quella gigantesca fucina indie che è Brooklyn, i Forever Honey si sono fatti conoscere un paio d'anni fa con un EP dal curioso titolo Pre-Mortem High, che nei suoi quattro pezzi tracciava una via personale al dream pop partendo più o meno dal suono liquido delle Lush e finendo in territori di confortevole morbidezza cantautorale, con un delicato retrogusto folk.

Ricordo all'epoca di non esserne stato particolarmente impressionato, ma forse semplicemente non ero nel mood giusto, perché in realtà - risentito oggi - si trattava di un EP di sicuro fascino con una personalità già molto definita.

Non nutro invece alcun dubbio invece sull'EP appena uscito, Could I Come Here Alone, che mi ha ipnoticamente rapito fin dall'iniziale Singing To Let The Englad Shakes.

Liv Price e i suoi tre compagni hanno un approccio ad ogni pezzo che passa tutto dalle sfumature, dalle atmosfere, in definitiva dall'effetto che la stanza emotiva in cui ci accolgono ha su di noi. Non diversamente dai Cigarettes After Sex, ma in modo meno estenuato e sensuale, i Forever Honey costruiscono a partire da ritmi slow e midtempo e da un intreccio di chitarre, basso e synth che crea sempre una sensazione di abbraccio sognante, senza ricercare il ritornello catchy (che è spinto direi solo nella super scenografica I've Been Down) ma una circolare piacevolezza d'insieme che è senz'altro più di un puro esercizio di estetica. 

L'impasto di miele delle voci di Liv e della chitarrista Aida Mekonnen è sicuramente l'altro determinante plus del gruppo newyorkese: un concentrato di eleganza notturna che difficilmente può lasciare indifferenti (vedi il finale di I'm A Winner I'm A Loser). 

Una piccola meraviglia da non perdere.

03 settembre 2022

Happy Accidents - cgwarmth ALBUM REVIEW

A due anni da Sprawling ritornano gli Happy Accidents di Phoebe Cross e Rich Mandell. I nomi dei due musicisti londinesi li conosciamo già bene, perché innanzitutto sono due quarti dei nostri amati ME REX, e poi per il fatto che Rich ha prodotto l'ultimo disco dei Fresh (che contengono non a caso i due quarti rimanenti).

I sette pezzi del disco emergono da una sessione di studio in cui Phoebe e Rich hanno concentrato (anche a livello di tempo) le loro forze per sviluppare qualche idea solo abbozzata. Il risultato mette insieme una programmatica idea di essenzialità ma anche - lo avevamo già notato per il precedente album - una grande intelligenza produttiva che lavora con perizia su ogni dettaglio.  

Rispetto alle band citate, che sembrano comporre un piccolo arcipelago artistico in cui i vari membri si scambiano expertise ed amicizia, gli Happy Accidents rappresentano il lato più intimista e delicato: meno chitarre elettriche più acustiche, synth quasi onnipresenti come elemento architettonico e non decorativo dei pezzi, ritmi e tempi distesi ed un approccio alla canzone che ama far emergere l'anima catchy (che è presentissima, in modo evidente soprattutto nell'adorabile Stay e nell'iniziale cantilenante e sognante Lighter) in modo più sfumato e meno diretto. L'alternanza e la compresenza delle due voci è l'altro fattore che costruisce in modo forte la personalità del duo: quella più aspra di Rich e quella sottile e graziosa di Phoebe si integrano alla perfezione e anche all'interno della stessa canzone offrono coloriture diverse e alla fine riescono ad integrarle (in Cry per esempio).