30 aprile 2023

Lunar Isles - Right Way Round ALBUM REVIEW

Non ho ben capito per quale motivo David Skimming dalla natia Scozia si sia trasferito in Corea del Sud per vivere, ma sono certo che le affascinanti e vagamente alienanti atmosfere urbane delle metropoli dell'estremo oriente (vedi copertina) abbiano influito sulla musica del suo progetto Lunar Isles.

Giunto al terzo album, David porta avanti un'idea di dream pop che potremmo definire "canonico" e che suona esattamente con tutti gli elementi che ti aspetti: l'enfasi sull'elettricità liquida delle chitarre, la voce di filtrata delicatezza, le melodie circolari di tenue immediatezza, i synth onnipresenti ma mai protagonisti e sopra tutto quell'atmosfera di malinconica dolce amara sospensione che è il vero must del genere.

Nelle canzoni di Lunar Isles ritroverete la stessa grammatica che sottende la musica di Beach Fossils, di Day Wave e della Hazel English delle origini: una tessitura fatta di intrecci e sfumature, che a tratti spinge sul pedale più psichedelico e in altri momenti insiste maggiormente sul versante pop, ora affonda nei suoi pensosi rallentamenti e subito dopo accelera senza mai diventare davvero uptempo. Il tutto con una eleganza crepuscolare che in pezzi come The Shore, All For The Best o Unwinding brilla di luce propria. 

25 aprile 2023

SINGOLI (25 APRILE EDITION)








20 aprile 2023

The Age Of Colored Lizards - Hang On ALBUM REVIEW

Christian Dam è uno di quegli artisti - un po' come Glenn Donaldson - che procedono lungo la loro strada stilistica con amabile testardaggine, una tangibile passione per ciò che suonano ed una dimensione di risoluta e adorabile artigianalità. 

I suoi The Age Of Colored Lizards - oltre a Christian ci sono Cato Holmen e Anders Boe - fin dagli esordi sono dediti anima e corpo a un guitar pop frizzante e sfrigolante, dalle melodie di rotonda immediatezza, elettricamente malinconico, che pesca sia dal mondo del C86 che dall'indie americano dei primi '90, quello di ascendenza maggiormente lo-fi. 

Hang On, che arriva a un anno di distanza dallo splendido precedente Scrap, ne riprende il mood di ronzante dolcezza, diviso quasi perfettamente a metà fra episodi più muscolari (l'arrembante It's Not The Way It Used To Be mi sembra un ottimo esempio) ed altri dove lo scampanellio delle chitarre jangly domina la scena e i ritmi rallentano fino ad una dimensione di pop da cameretta di delicata tristezza. 

Gli otto pezzi di Hang On sono questi, prendere o lasciare (noi prendiamo ovviamente!), senza fronzoli, registrati e prodotti in purezza, esibiti nella loro nudità chitarra basso batteria voce: è in fondo il vero marchio di fabbrica della band di Oslo, e il motivo principale per cui ci piacciono tanto....

15 aprile 2023

Nicole Yun - Matter ALBUM REVIEW

Con i suoi Eternal Summers in pausa da almeno cinque anni, è chiaro oggi come Nicole Yun - che della band di Roanoke, Virginia è da sempre anima e motore - abbia impiegato gli ultimi tempi per costruire quella che forse sarà una carriera solistica post (o parallela?) a quella del gruppo che ha fondato ormai 15 anni fa. 
Nei cinque album degli Eternal Summers abbiamo assistito a una progressiva definizione di uno stile capace di muovere tra un indie dalle ascendenze post punk, a tratti spigoloso, e un dream pop elettricamente zuccheroso. Discorso che può valere anche per l'esordio solista di Nicole, datato 2019.
Era lecito quindi aspettarsi che i dieci pezzi di questo Matter muovessero dal suono tipico della band, e infatti è in parte così: fin all'iniziale Heavy Voices le chitarre suonano fragorose e muscolari e i tempi sono alti, e al centro ci sono  sempre la voce sottile e determinata di Nicole ed il suo grande gusto per gli hook melodici. 
Ciò che manca in definitiva nei pezzi dell'album è il lato "dream", che affiora davvero in pochi momenti e giusto nella tessitura liquida di alcune chitarre, tanto che in definitiva Matter appare giustamente come un passo personale rispetto al tragitto artistico della band, non lontano come abbiamo detto, ma sicuramente più concentrato e tutto sommato essenziale: un disco di ottimo cantautorato indie che fa pochissime concessioni al lato pop ma riesce a trovare ugualmente una forte immediatezza. 

07 aprile 2023

Babaganouj - Jumbo Pets ALBUM REVIEW

Storia bizzarra quella degli australiani Babaganouj, in fondo quanto il nome che hanno scelto per la propria band (immagino spiato che si tratta di una salsa mediorientale). Fondati a Brisbane almeno una dozzina di anni fa da Charles Sale, Ruby McGregor e Harriette Pilbeam, i Babaganouj non hanno mai pubblicato un album prima di oggi, limitandosi a ad una serie piuttosto disordinata di singoli ed EP che li hanno resi noti nella scena indie australiana, ma mai quanto sia diventata celebre Harriette da quando ha iniziato la sua carriere solista come Hatchie (la riconoscete, seconda da destra, nella foto qui di fianco, giusto?). 

Jumbo Pets arriva addirittura dopo sei anni dal precedente EP (che aveva curiosamente proprio la Pilbeam in copertina) e porta quindi con sé una forte componente di (graditissima) sorpresa. 

Avvertimento per i fan di Hatchie: non troverete nei Babaganouj lo scintillante (fin troppo) modernariato '80s che è diventato il suo marchio di fabbrica e che l'ha resa una piccola icona. Fin dai suoi esordi la band (in cui Harriette è bassista ma non è assolutamente al centro della scena) è decisamente più basata su stilemi post punk in cui chitarre, melodia e ritmi mid e uptempo dominano, e i tredici pezzi dell'album hanno senz'altro impresso questo dna, con un retrogusto che ci porta direttamente ai Big Star e dalla loro travolgente semplicità. 

Non avrete bisogno di molto però per innamorarvi dei Babaganouj: giusto i 4 spettacolari minuti di What Planet Do You Come From?, che parlano la stessa lingua entusiasticamente elettrica dei The Beths o dei nostri amati "punk gentili" Fresh, Martha o Fight Milk.

Tutto il disco è in verità una formidabile macchina di singoli alternativi, corali e spesso amabilmente sopra le righe e persino un po' ruffiani, che potrebbero ricordare un po' i connazionali Quivers per potenzialità catchy, ma con un eclettismo programmaticamente fondativo e una carica di autoironia e di sorridente sfrontatezza che rende il tutto oggettivamente irresistibile. E con un'ipertrofia onnivora e fragorosa che qua e là (She Wears Velvet) ricorda persino i New Pornographers e vira verso lo shoegaze, impenna su caramellosi stilemi pop punk (Stay Up For Me) e appena rischia di sforare ritorna a parlare il linguaggio classicissimo e quasi cantautorale del pop (Don't Wanna Dream Anymore, per dirne una). 

Alla fine, nell'ampiezza generosa di Jumbo Pets ci si può persino perdere (tante atmosfere diverse, voci che si alternano in continuazione, ecc.), ma l'impressione è che i Babaganouj abbiano voluto dipingere sulla tela tutto quello che sono in grado di fare, e parliamo di musicisti dall'esperienza ormai decennale e dal grande talento di scrittura. E, per essere onesti, non c'è un solo episodio debole nel lotto, con anzi una propulsiva serie di pezzi che fanno saltare sulla sedia. 

Il primo grande album del 2023.

01 aprile 2023

SINGOLI (1 APRILE EDITION)

C'è un modo migliore per iniziare la primavera di un nuovo splendido, emozionante pezzo di Hazel English?

Grandi novità anche dai nostri spagnoli preferiti: i veterani Aparamentos Acapulco e i giovanissimi Teleclub

A seguire un'altra canzone spettacolare dei Bleach Lab e tante altre gemme indie pop...




 











24 marzo 2023

Flyying Colours - You Never Know ALBUM REVIEW

A dispetto da ciò che molti pensano, lo shoegaze non è un reperto archeologico datato sullo scarico fra gli anni '80 e '90: è decisamente vivo e vegeto nello stile di centinaia di band di oggi che amano le melodie circolari e collezionano pedaliere di effetti per le loro chitarre.

Se prendiamo un gruppo come i Flyyng Colours, il discorso si fa più complesso e interessante, perché da quando gli australiani hanno cominciato a pubblicare le loro prime cose (dieci anni fa) fino ad oggi la loro adesione al genere è una sorta di panottico di tutte le possibili declinazioni che lo shoegaze prese già nella sua età d'oro e che tutto sommato sono proseguite lungo filoni che hanno preso nomi diversi: semplificando un po', l'ortodossia di My Bloody Valentine con il suo suono liquido e inafferrabili e le voci sciolte negli strumenti, l'approccio più squadrato e spesso catchy dei Ride, e quello morbidamente sognante e oscuro degli Slowdive. 

Ecco, la band di Melbourne da sempre percorre tutte queste strade insieme, cercando una sorta di pietra filosofale di genere, che negli anni ha generato alcuni pezzi memorabili come Waygravy o Running Late, che definiscono bene lo stile peculiare dei Flyying Colours sempre più verso un dream pop dinamico, vigoroso e melodico al tempo stesso.

Non fa eccezione l'ultimo (terzo) album di Brodie J Brummer e compagni, che fin dall'iniziale Lost Then Found setta da subito il distorsore delle chitarre e mette in mostra, episodio dopo episodio, la grande bravura della band nel mescolare elettricità e melodia con una suggestiva immediatezza, alternando e mescolando efficacemente sognante delicatezza e fragorosi muri sonori. 

Canzoni come I Live In A Small Town, Do You Feel The SameBright Lights e Never Forget sono forse le produzioni migliori dei Flyyng Colours dagli esordi e testimoniano quanto la band abbia creduto nel suo progetto fino a diventare oggi forse la più credibile erede dei mostri sacri citati sopra. 

20 marzo 2023

The Lost Days - In The Store ALBUM REVIEW

Ha senz'altro un qualcosa di black Comedy l'inizio della storia dei The Lost Days, se è vero che Tony Molina e Sarah Rose Janko si sono incontrati a un funerale, per poi finire a condividere le proprie passioni musicali in un negozio di liquori (è quello del titolo), in cui hanno scritto i dieci pezzi di questo loro album di debutto.

Tony a San Francisco non è un novellino e i suoi Ovens sono stati una piccola istituzione della scena jangly locale. Sarah da parte sua ha già pubblicato diverse cose come il moniker Dawn Riding e senz'altro condivide con il nuovo compagno di viaggio un'attitudine di malinconica morbidezza folk.

I due dichiarano a gran voce il proprio amore per i Byrds e i Guide By Voices, e in effetti nelle canzoni di questo In The Store ci sono sia la cristallina rotondità dei primi che la contagiosa essenzialità dei secondi: raramente si superano i due minuti di durata, le chitarre sono un delizioso misto di pop da cameretta e scampanellii jangly, e pure non c'è un solo momento che non colpisca per la sua imperfetta, spontanea ed efficacissima perfezione. Prenderei giusto come esempio il minuto e 6 secondi di For Today, che profuma di un'intera stagione di indie americano (quello dei Novanta) denudandola di ogni elettricità fino a mostrarne l'anima, in uno stile che non è affatto lontano da quello di Elliot Smith. Discorso che si può fare per quasi tutti i pezzi dell'album che, se dobbiamo trovare davvero un difetto, dura così poco che alla fine ti lascia ancora con l'acquolina in bocca.

04 marzo 2023

En Attendent Ana - Principia ALBUM REVIEW

Sono arrivati al terzo album i parigini En Attendent Ana e con questo Principia sembrano davvero muovere con decisione nuovi passi avanti rispetto al già pregevole Juillet

Margaux Bouchaudon e compagni (alcuni nuovi rispetto alla formazione originaria) portano avanti un'idea di indie pop sperimentale che sta in un incrocio tanto improbabile quanto affascinante fra Fear Of Men, Alvvays e Stereolab, in cui convivono in modo peculiare una scontrosa ed essenziale spigolosità post punk ed una diffusa morbidezza melodica.

I numeri migliori vengono fuori quando i ritmi virano verso l'uptempo e le architetture dei pezzi trovano la propria incalzante quadratura attraverso passaggi intricati (i 6 minuti di Wonder dimostrano bene lo stile ambizioso dei francesi), ma anche quando i fiati di di Camille Fréchou si prendono la scena dando al tutto un retrogusto di raffinatezza jazz. 

Non un album facile, ma senz'altro bello e inusuale. 

23 febbraio 2023

SINGOLI (FEBBRAIO EDITION)