Il difficile secondo album. È un cliché della critica musicale da sempre, e come tutti i clichés ha un fondo di verità sotto una patina di puro chiacchiericcio.
Per i Beths il secondo disco arriva dopo un debutto che era letteralmente una bomba atomica deflagrata nella scena indie mondiale: Future Me Hates Me era una antologia di pezzi talmente intelligenti, orecchiabili, coinvolgenti, gioiosi e potenti da sembrare quasi impossibile che questi quattro sorridenti ventenni neozelandesi riuscissero a suonare così perfetti.
Beth Stokes e i suoi compagni hanno giustamente lasciato decantare l'effetto sororesa del debutto per un po', ma si vede lontano un miglio che amano troppo quello che fanno per temporeggiare oltre.
L'attesa da fuori era forse quella di un Future Me Hates Me 2, ma i Beths hanno provato a percorrere strade leggermente diverse dal passato. Va bene, I'm Not Getting Excited ha il tiro garage pop che conosciamo, e quando ci esaltiamo per le dinamiche di Dying To Believe ecco che ci viene da imcollare subito il bollino di qualità "100% The Beths".
Poi però c'è questa ballata quasi dream pop, Jump Rope Gazers, che è una canzone d'amore di spontanea sincerità (ed evidente autobiografismo) che vira verso uno stile che è decisamente più consono agli Alvvays. E si capisce che i nostri ci tengono a farci capire che vogliono procedere in questa direzione, limando un po' l'elettricità e il profluvio di coretti che li ha da subito contraddistinti, per lavorare su suoni più levigati e vari. Resta ovviamente l'approccio power e catchy di sempre, ci mancherebbe, ma pezzi come Acrid, Out Of Sight, You Are A Beam Of Light (una sognante carezza acustica da brividi) ci mostrano una maturazione evidente della band, in grado oggi di sfruttare il proprio portentoso talento con un ventaglio di soluzioni ancora più ricco, anche se forse meno esplosivo.
In ogni caso, un album di straordinaria bellezza da uno di quei rari gruppi che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli.
23 luglio 2020
The Beths - Jump Rope Gazers ALBUM
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18 luglio 2020
Phoebe Bridgers - Punisher ALBUM
A poco più di vent'anni di età, è un po' come se Phoebe Bridgers avesse già vissuto un paio di vite. Cresciuta a Los Angeles in una famiglia che l'ha preparata per una precoce entrata nello stardom, ha esordito come cantautrice giovanissima, osannata dalla critica, e ha attraversato una complicata relazione con Ryan Adams finita con accuse di violenza psicologica subite da parte del celebre musicista. Nel frattempo Phoebe ha viaggiato in tour in mezzo mondo e dato vita a un interessante progetto collaterale con due bravissime colleghe come Julien Baker e Lucy Dacus.
Punisher, il suo secondo lavoro, esce da tutte queste esperienze ed è per forza intriso della visione introversa e al contempo ironica dell'artista losangelina. Ecco allora che ci sono molti episodi di essenziale emotività, retti da un'elettronica delicatamente scheletrica (non biasimatemi se azzardo che è un po' una Billie Eilish depurata da ogni pattern superpop, è un complimento), piena di carezze e altrettanti schiaffi sonori. Ma ci sono anche momenti di puro divertimento come la portentosa Kyoto, piccolo travolgente inno indie che narra in modo spassoso e sbilenco la nippofilia diffusa e conclude sarcastico "volevo vedere il mondo e allora sono volata oltre oceano, poi ho cambiato idea". E ci sono ballate acustiche che potremmo tranquillamente dichiarare classiche, con tanto di archi.
Punisher è in definitiva un album complesso, non immediato, e tuttavia meravigliosamente catchy nelle sue trame apparentemente diafane. Uno scrigno di gioielli che superano i generi e brillano della personalità fortissima della musicista che li ha creati.
Uno dei dischi imprescindibili del 2020.
Punisher, il suo secondo lavoro, esce da tutte queste esperienze ed è per forza intriso della visione introversa e al contempo ironica dell'artista losangelina. Ecco allora che ci sono molti episodi di essenziale emotività, retti da un'elettronica delicatamente scheletrica (non biasimatemi se azzardo che è un po' una Billie Eilish depurata da ogni pattern superpop, è un complimento), piena di carezze e altrettanti schiaffi sonori. Ma ci sono anche momenti di puro divertimento come la portentosa Kyoto, piccolo travolgente inno indie che narra in modo spassoso e sbilenco la nippofilia diffusa e conclude sarcastico "volevo vedere il mondo e allora sono volata oltre oceano, poi ho cambiato idea". E ci sono ballate acustiche che potremmo tranquillamente dichiarare classiche, con tanto di archi.
Punisher è in definitiva un album complesso, non immediato, e tuttavia meravigliosamente catchy nelle sue trame apparentemente diafane. Uno scrigno di gioielli che superano i generi e brillano della personalità fortissima della musicista che li ha creati.
Uno dei dischi imprescindibili del 2020.
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13 luglio 2020
Nat Vazer - Is This Offensive And Loud? ALBUM
Senza
dubbio fare musica deve essere una faccenda seria per l'australiana Nat
Vazer, se è vero che un paio d'anni fa ha abbandonato il suo
praticantato come avvocato nella natia Melbourne per scrivere e suonare.
Trasferitasi per un po' in Canada e poi ritornata a casa, esordisce
oggi con un album a dir poco convincente.
Nat appartiene, direi, alla ormai vasta categoria di cantautrici indie con la chitarra elettrica a tracolla. Categoria ormai talmente nutrita che emergere sulla massa non è per nulla facile. Quali sono allora le frecce all'arco dell'australiana? Innanzitutto la voce - chiara, morbida, educata - e poi una limpidezza di scrittura che forse non possiede ancora una personalità travolgente ma sicuramente ha dalla sua un naturale equilibrio e, passatemi il termine ma mi sembra adatto, "buon gusto", frutto evidentemente di ascolti che sono passati per forza dai primi Radioehead (Grateful lo denuncia con spontaneità).
Le nove canzoni del disco scorrono con ricercata leggerezza, trovano sempre il loro dinamismo ma si fermano sempre poco prima di diventare troppo ruvide ed elettriche e puntano sempre ad una rotonda piacevolezza catchy che tante colleghe rifuggono perchè "poco indie". In una parola, per quanto abusata, sono belle. Nell'estetica quanto nella sostanza e nell'intenzione.
Nat appartiene, direi, alla ormai vasta categoria di cantautrici indie con la chitarra elettrica a tracolla. Categoria ormai talmente nutrita che emergere sulla massa non è per nulla facile. Quali sono allora le frecce all'arco dell'australiana? Innanzitutto la voce - chiara, morbida, educata - e poi una limpidezza di scrittura che forse non possiede ancora una personalità travolgente ma sicuramente ha dalla sua un naturale equilibrio e, passatemi il termine ma mi sembra adatto, "buon gusto", frutto evidentemente di ascolti che sono passati per forza dai primi Radioehead (Grateful lo denuncia con spontaneità).
Le nove canzoni del disco scorrono con ricercata leggerezza, trovano sempre il loro dinamismo ma si fermano sempre poco prima di diventare troppo ruvide ed elettriche e puntano sempre ad una rotonda piacevolezza catchy che tante colleghe rifuggono perchè "poco indie". In una parola, per quanto abusata, sono belle. Nell'estetica quanto nella sostanza e nell'intenzione.
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08 luglio 2020
Kidsmoke - A Vision In The Dark ALBUM
Poche band come i gallesi Kidsmoke mi sembra che possano portare avanti l'eredità di una pietra miliare dell'indie pop come i Teenage Fanclub. Musicalmente il formidabile trio scozzese era diverso e più complesso, tuttavia nello stile di scrittura e nelle sonorità luminose dei Kidsmoke mi sembra di rivedere esattamente la stessa idea di pop: programmaticamente operaio e dannatamente catchy, tutto imperniato sulla leggerezza melodica, l'armonia delle voci e le trame dinamiche ed ariose delle chitarre.
I quattro gallesi, nel loro vero album di debutto dopo una lunga serie di singoli, ep e live di qua e di là dall'Atlantico, mostrano esattamente quello stesso piglio: gli undici pezzi del lotto, orecchiabili e splendidamente jangly (le chitarre di Lance Williams e Sophie Bellamy dialogano con elgante naturalezza) possiedono una freschezza e una forza comunicativa che personalmente mi ricorda le cose più belle (e già all'epoca mai finite in copertina) dell'era brit pop: i Dodgy, per dire, o i Bluetones, o i Gene... Gente che sapeva fare canzoni, esattamente come i Kidsmoke dimostrano con il loro disco, che ha il giusto mix di coinvolgente spontaneità e cesello produttivo.
Un altro must dell'estate 2020.
I quattro gallesi, nel loro vero album di debutto dopo una lunga serie di singoli, ep e live di qua e di là dall'Atlantico, mostrano esattamente quello stesso piglio: gli undici pezzi del lotto, orecchiabili e splendidamente jangly (le chitarre di Lance Williams e Sophie Bellamy dialogano con elgante naturalezza) possiedono una freschezza e una forza comunicativa che personalmente mi ricorda le cose più belle (e già all'epoca mai finite in copertina) dell'era brit pop: i Dodgy, per dire, o i Bluetones, o i Gene... Gente che sapeva fare canzoni, esattamente come i Kidsmoke dimostrano con il loro disco, che ha il giusto mix di coinvolgente spontaneità e cesello produttivo.
Un altro must dell'estate 2020.
03 luglio 2020
Candace - Ideal Corners ALBUM
Sarah Rose, Sarah Nienaber e Mara Des Lauriers suonano insieme da più di dieci anni e come Candace sono arrivate al terzo album. La chimica fra le tre musiciste basate a Portland Oregon è indubbiamente efficace, e Ideal Corners prosegue con elegante naturalezza la ricerca di quel dream pop di velluto e luci tenui di cui le Candace sembrano ormai essere delle specialiste.
Le ragazze in verità hanno lavorato più sull'essenzialità che su sonorità articolate: l'effetto etereo e sognate di quasi tutti i loro pezzi è ottenuto con l'uso delle voci (alternate, armonizzate, raddoppiate con l'eco) e con il jingle jangle languido delle chitarre, mentre basso e batteria pulsano con densa morbidezza.
Il risultato sono dieci pezzi di raffinata, notturna, atmosferica e sottilmente malinconica dolcezza.
Le ragazze in verità hanno lavorato più sull'essenzialità che su sonorità articolate: l'effetto etereo e sognate di quasi tutti i loro pezzi è ottenuto con l'uso delle voci (alternate, armonizzate, raddoppiate con l'eco) e con il jingle jangle languido delle chitarre, mentre basso e batteria pulsano con densa morbidezza.
Il risultato sono dieci pezzi di raffinata, notturna, atmosferica e sottilmente malinconica dolcezza.
28 giugno 2020
Teen Idle - Insomniac Dreams EP
Sara Abdelbarry suona con il moniker Teen Idle da un paio di anni, sperimentando dalle parti dello shoegaze e del dream pop più etereo e ambientale.
Le canzoni che ha racchiuso nel nuovo EP in verità risalgono al 2018, ma la musicista del New Jersey le ha tenute nel cassetto con l'intenzione di lavorarci con calma. La pazienza ha evidentemente premiato perchè i sei lunghi episodi di Insomniac Dreams sono ugualmente belli, eleganti ed ispirati.
Il dream pop di Teen Idle è fatto di jingle jangle quietamente ipnotici, synth di soffice atmosfericità e melodie gentilmente cantilenanti, con una dimensione che si concede spazi e tempi di rilassata e sognante ampiezza.
Le canzoni che ha racchiuso nel nuovo EP in verità risalgono al 2018, ma la musicista del New Jersey le ha tenute nel cassetto con l'intenzione di lavorarci con calma. La pazienza ha evidentemente premiato perchè i sei lunghi episodi di Insomniac Dreams sono ugualmente belli, eleganti ed ispirati.
Il dream pop di Teen Idle è fatto di jingle jangle quietamente ipnotici, synth di soffice atmosfericità e melodie gentilmente cantilenanti, con una dimensione che si concede spazi e tempi di rilassata e sognante ampiezza.
23 giugno 2020
Constant Smiles - Control ALBUM
Confesso che sono stato ad un attimo dal cambiare disco dopo avere ascoltato Felt, il pezzo che apre il nuovo album dei Constant Smiles, uno strumentale piuttosto oscuro e inquietante. Poi è partita Only Love e sono letteralmente caduto dalla sedia. Perché è stato come trovarsi davanti ad uno dei primissimi singoli della Sarah Records (Field Mice, Another Sunny Day, The Orchids...) catapultato nel 2020 grazie alla macchina del tempo.
E' praticamente impossibile orientarsi nella più che prolifica produzione di Ben Jones, il musicista che sta dietro ai Constant Smiles: ha messo in piedi innumerevoli serie di album e trilogie lasciate incompiute per iniziarne altre, spaziando dal lo-fi puro allo shoegaze, dal post punk alla darkwave, con una spiccata sensibilità pop quasi sempre presa nelle spire delle sue sperimentazioni sonore.
Probabile che persino Jones alla fine abbia un po' perso le proprie stesse tracce, e infatti Control (il titolo mi sembra emblematico) nasce come una ripartenza ideale, e se non conoscete la musica dei Constant Smiles per voi può essere tranquillamente una paetenza per poi ricostruire all'indietro.
Come spesso accade nei dischi del musicista di Brooklyn, l'esperienza è sempre un po' disorientante: ci sono luminose aperture e tuffi nella notte, la morbidezza del dream pop e subito dopo squarci di psichedelia ipnotica, cupi riverberi e scintillanti jingle jangle, in una sorta di tormentato e al contempo mesmerico flusso di coscienza, con uno straniante misto di improvvisazione e cura dei particolari dove la voce si fonde con l'eco elettrico delle chitarre.
E' praticamente impossibile orientarsi nella più che prolifica produzione di Ben Jones, il musicista che sta dietro ai Constant Smiles: ha messo in piedi innumerevoli serie di album e trilogie lasciate incompiute per iniziarne altre, spaziando dal lo-fi puro allo shoegaze, dal post punk alla darkwave, con una spiccata sensibilità pop quasi sempre presa nelle spire delle sue sperimentazioni sonore.
Probabile che persino Jones alla fine abbia un po' perso le proprie stesse tracce, e infatti Control (il titolo mi sembra emblematico) nasce come una ripartenza ideale, e se non conoscete la musica dei Constant Smiles per voi può essere tranquillamente una paetenza per poi ricostruire all'indietro.
Come spesso accade nei dischi del musicista di Brooklyn, l'esperienza è sempre un po' disorientante: ci sono luminose aperture e tuffi nella notte, la morbidezza del dream pop e subito dopo squarci di psichedelia ipnotica, cupi riverberi e scintillanti jingle jangle, in una sorta di tormentato e al contempo mesmerico flusso di coscienza, con uno straniante misto di improvvisazione e cura dei particolari dove la voce si fonde con l'eco elettrico delle chitarre.
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18 giugno 2020
Momma - Two Of Me ALBUM
Two Of Me, il nome del nuovo (terzo) album dei losangelini Momma, allude al lungo e artisticamente simbiotico rapporto che intercorre fra Allegra Weingarten ed Etta Friedman, fondatrici e contitolari della band.
E in effetti nelle canzoni dei (delle) Momma le due voci femminili e le due chitarre quasi si fondono insieme con un effetto specchio efficace e interessante,
Musicalmente l'album sembra vivere un'evoluzione interna da una prima parte più notturna e spigolosa (il modello sembrano le Breeders) ad una seconda che vira decisamente su un guitar pop che sa farsi denso ed arioso, introverso e inquieto al tempo stesso e non disdegna una generosa dose di orecchiabilità.
Not A Runner, che riassume un po' le due anime delle Momma, è di per sè un piccolo capolavoro.
E in effetti nelle canzoni dei (delle) Momma le due voci femminili e le due chitarre quasi si fondono insieme con un effetto specchio efficace e interessante,
Musicalmente l'album sembra vivere un'evoluzione interna da una prima parte più notturna e spigolosa (il modello sembrano le Breeders) ad una seconda che vira decisamente su un guitar pop che sa farsi denso ed arioso, introverso e inquieto al tempo stesso e non disdegna una generosa dose di orecchiabilità.
Not A Runner, che riassume un po' le due anime delle Momma, è di per sè un piccolo capolavoro.
13 giugno 2020
Hinds - The Prettiest Curse ALBUM
C'era ovviamente una certa attesa per il nuovo - terzo - album delle Hinds. Le ragazze di Madrid nel loro quinquennio di attività hanno bruciato le tappe: esaltate dalla stampa già ai loro primi demo, trattate nei loro tour negli Stati Uniti non come un prodotto esotico ma come una band garage pop di tutto rispetto, headliners nei festival indie di mezzo mondo... Risultati che le quattro spagnole si sono conquistate con un esplosivo mix di talento e immagine, riuscendo praticamente dagli esordi a risultare subito riconoscibili nello stile e non solo (i numerosi e sempre spiritosi video girati negli anni sono parte integrante della loro proposta e non solo un orpello promozionale).
Il garage pop delle Hinds non ha certo bisogno di presentazioni: è una sorridente e continua ricerca del ritornello killer, con quella spontanea commistione delle voci di Carlotta e Ana che è da sempre perfetta nella sua imperfezione e che si ama o si odia, senza vie di mezzo.
The Prettiest Curse vede le quattro di Madrid compiere un ampio passo in avanti a tutti i livelli: scrittura (anche delle liriche, tra inglese e spagnolo), composizione di ogni pezzo, eclettismo, produzione, senza perdere un grammo della ironica freschezza che da sempre contraddistinge la loro musica e giocando con grande equilibrio a mettere insieme allegra sensualità e spirito post punk. Che poi è l'esatto opposto di quello che viene spesso rimproverato alle Hinds, come raccontano loro stesse nella sarcastica e geniale Just Like Kids (you're too pink to be admired and too punk to be desired).
I dieci pezzi dell'album sono altrettanti potenziali singoli, nati e suonati per essere memorizzati dopo un ascolto e canticchiati dopo due. E finalmente superano l'essenzialità chitarra-basso-batteria, entrando in pieno e senza remore apparenti nel mondo del pop e facendo l'occhiolino a stili diversi (Riding Solo per dire sembra uscita dalla penna del primo Beck).
Il disco indie pop dell'estate 2020.
Il garage pop delle Hinds non ha certo bisogno di presentazioni: è una sorridente e continua ricerca del ritornello killer, con quella spontanea commistione delle voci di Carlotta e Ana che è da sempre perfetta nella sua imperfezione e che si ama o si odia, senza vie di mezzo.
The Prettiest Curse vede le quattro di Madrid compiere un ampio passo in avanti a tutti i livelli: scrittura (anche delle liriche, tra inglese e spagnolo), composizione di ogni pezzo, eclettismo, produzione, senza perdere un grammo della ironica freschezza che da sempre contraddistinge la loro musica e giocando con grande equilibrio a mettere insieme allegra sensualità e spirito post punk. Che poi è l'esatto opposto di quello che viene spesso rimproverato alle Hinds, come raccontano loro stesse nella sarcastica e geniale Just Like Kids (you're too pink to be admired and too punk to be desired).
I dieci pezzi dell'album sono altrettanti potenziali singoli, nati e suonati per essere memorizzati dopo un ascolto e canticchiati dopo due. E finalmente superano l'essenzialità chitarra-basso-batteria, entrando in pieno e senza remore apparenti nel mondo del pop e facendo l'occhiolino a stili diversi (Riding Solo per dire sembra uscita dalla penna del primo Beck).
Il disco indie pop dell'estate 2020.
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08 giugno 2020
Katie Malco - Failures ALBUM
Qualche delicata nota di pianoforte e poi, all'improvviso, un muro di chitarre. Mi sono bastati i primi pochi secondi di Animal, il pezzo che apre il disco di debutto di Katie Malco, per innamorarmi della sua musica.
La cantautrice inglese, da un punto di vista stilistico, può essere facilmente paragonata ad artiste che ho sempre adorato come Sharon Van Etten o Gemma Hayes, che partono da fondamenta indie rock piuttosto canoniche, decisamente americane d'ascendenza, e ci costruiscono sopra mettendo insieme morbido intimismo e muscolare emotività.
Katie lavora allo stesso modo, poggiando sulla sua solida personalità vocale e su chitarre elettriche di torrenziale scenograficità. I dieci pezzi di Failure sono prepotentemente melodici e gentilmente emozionali, di ariosa ampiezza, equilibratamente ruvidi, a tratti apertamente folk (Fractures), più spesso costruiti per liberare a poco a poco una catartica esigenza espressiva (Let's Go To War).
E sono davvero uno più bello dell'altro, in un rincorrersi di crescendo narrativi che mi ricordano alcune giovanissime musiciste americane come Julien Baker o Snail Mail, ma anche gli ultimi Great Grandpa, soffusi e fragorosi al tempo stesso, trepidanti di una luminosa energia.
Disco splendido.
La cantautrice inglese, da un punto di vista stilistico, può essere facilmente paragonata ad artiste che ho sempre adorato come Sharon Van Etten o Gemma Hayes, che partono da fondamenta indie rock piuttosto canoniche, decisamente americane d'ascendenza, e ci costruiscono sopra mettendo insieme morbido intimismo e muscolare emotività.
Katie lavora allo stesso modo, poggiando sulla sua solida personalità vocale e su chitarre elettriche di torrenziale scenograficità. I dieci pezzi di Failure sono prepotentemente melodici e gentilmente emozionali, di ariosa ampiezza, equilibratamente ruvidi, a tratti apertamente folk (Fractures), più spesso costruiti per liberare a poco a poco una catartica esigenza espressiva (Let's Go To War).
E sono davvero uno più bello dell'altro, in un rincorrersi di crescendo narrativi che mi ricordano alcune giovanissime musiciste americane come Julien Baker o Snail Mail, ma anche gli ultimi Great Grandpa, soffusi e fragorosi al tempo stesso, trepidanti di una luminosa energia.
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