25 gennaio 2022

Lavender Blush - You Are My Moonlight ALBUM REVIEW

La storia dietro questo secondo album dei Lavender Blush (del primo ne abbiamo parlato volentieri qui) è senz'altro simile a quanto hanno vissuto tante band negli ultimi due anni. Se The Garden Of Inescapable Pleasure era il frutto di un lungo e condiviso lavoro di studio, You Are My Moonlight è forzosamente figlio della penna e del lavoro da multistrumentista di Ryan Lescure, che qui ha scritto e suonato tutto da solo, salvo poi aggiungere qualche prezioso apporto dei compagni in un secondo tempo. 

Un album, quindi, che è davvero in tutti i sensi figlio dell'esperienza del lockdown e che sembra - se confrontato con il primo - decisamente più denso e notturno. Come forse è giusto che sia.

I californiani Lavender Blush sono senz'altro una di quelle band che tiene vivo il verbo degli Slowdive e di tutto quello shoegaze che vira volentieri verso la leggerezza eterea del dream pop. Il punto di partenza nel nuovo disco sembra in effetti il medesimo (e un pezzo come Seacliff, con il suo orizzonte Cocteau Twins, lo testimonia), però negli altri episodi Lescure aumenta i giri elettrici a volte inseguendo la ruvida perfezione dei Jesus & Mary Chain (The Spark), e quasi sempre alzando muri di chitarre che in alcuni punti indugiano al rumore bianco. 

Per ogni appassionato del genere confermiamo la bontà della band di San Francisco - che senz'altro sa maneggiare riverberi e melodie con abilità - tuttavia, ma è un parere assolutamente personale, qui manca parzialmente la scintillante brillantezza degli esordi. 

21 gennaio 2022

The Bunbury - Alius Malicious EP REVIEW

Ogni volta che mi capita tra le mani una band che viene dall'estremo oriente, ho sempre l'impressione di vedere solo la minuscola vetta di un poderoso iceberg indie pop, visto che è noto che da quelle parti il nostro genere preferito è da sempre molto frequentato, anche se da qui ci accorgiamo solo di quello che pubblica qualche etichetta coraggiosa. 

The Bunbury, per esempio, è una band proveniente da Yogyakarta, nell'isola di Giava, in Indonesia e già da un paio d'anni produce con grande personalità un post punk che ti aspetteresti da un gruppo di una periferia inglese o della Brooklyn dei Pains Of Beeing Pure At Heart, e non da uno che vive nella patria del batik. 

Le quattro canzoni di Alius Malicious sembrano altrettante lenti di ingrandimento sulle sfaccettature stilistiche dei ragazzi indonesiani: il floreale ma solido guitar pop uptempo di Hide Me From The Sun, il rasoio melodico un po' alla Placebo di Blue Haze, l'adesione piena al culto di Jesus & Mary Chain di Act Of Treason, le spire decisamente dark della lunghissima Hallelujah

Come spesso accade per le band indie pop asiatiche, un respiro di freschezza a pieni polmoni. 

16 gennaio 2022

Sun June - +3 EP REVIEW

Il 2022 inizia con i magnifici Sun June che decidono di aggiungere tre canzoni nuove al loro album Somewhere uscito all'inizio dell'anno scorso. Canzoni che potete trovare anche raccolte qui, se già avete il disco nella vostra collezione. 

La musica dei texani ormai non ha bisogno di presentazioni: è, semplicemente la loro, quel "regret pop" che sembra sempre di più un tenero abbraccio profumato di una bellezza senza tempo. 

Così è Reminded, dove la voce di Laura Colwell, quando inizia a cantare "I saw the stars wrap around the room, pull me into", già ti sta carezzando l'anima, con quella voce che è un prodigio di morbida commovente dolcezza.

Così è Easy, con la sua capacità di levitare in una malinconica dimensione di eterea leggerezza.

Così è Tom Petty, pura poesia lirica, minuscola e preziosa, intessuta di ricordi che brillano nella luce del crepuscolo. 

06 gennaio 2022

Girlhouse - The Second EP REVIEW

Il secondo EP di girlhouse è stato rilasciato in ottobre, quindi mi scuso in anticipo per il ritardo, ma faccio sempre fatica a stare dietro alle uscite degli artisti che non usano Bandcamp. 

Fatta questa doverosa premessa, veniamo a quello che sembra a tutti gli effetti il lato B di The Girlhouse EP. Di Lauren Luiz e del suo grande talento abbiamo già detto in occasione del suo esordio, quindi saltiamo di netto le presentazioni. 

Insieme alle canzoni del primo EP, i sei pezzi che troviamo qui formano una piena e compiuta identità stilistica che definisce ormai con chiara sicurezza la personalità artistica della musicista californiana d'adozione. Siamo nel territorio di un dream pop che gira sempre attorno a melodie molto immediate ma si costruisce su fondamenta di chitarre sature e synth, una proposta che muove senz'altro da una dimensione cantautorale da cameretta, ma è confezionata per un successo indie che dovrebbe essere dietro l'angolo (e sarebbe più che meritato).

I sei episodi del secondo EP sono forse meno esplosivi di quelli del primo (Happy Now è l'unico singolo super catchy del lotto, ma in definitiva è la densa e inquieta Concussion quello che lascia davvero il segno), però godono di una produzione più levigata e di una varietà maggiore. La scrittura di Lauren Luiz resta ovviamente sempre di qualità altissima e brilla ovunque di una sensibilità fuori dall'ordinario. 

31 dicembre 2021

(Just Another) Pop Song SINGLE OF THE YEAR 2021

Non una classifica questa volta, ma semplicemente i 12 singoli che ho amato di più nel 2021, in ordine alfabetico.











26 dicembre 2021

(Just Another) Pop Song ALBUM OF THE YEAR 2021

 


10


Supergruppo un po' atipico, i Fortitude Valley portano nel loro dna pezzi di Tigercats, Martha e Night Flowers, ma sono soprattutto il progetto di Laura Kovic ed il palcoscenico perfetto per le sue canzoni vivacemente power pop, piene di un travolgente buonumore luminosamente catchy. 

9

Semihelix - Recoil

Denso, potente, emozionate, duro e delicato al tempo stesso, leggero e insieme penetrante come una lama. E' Recoil dei texani Semihelix di Geannie Friedman, che potrebbero anche vincere il premio per la band meno etichettabile dell'anno. Al centro chitarre di marca nineties e intorno pochi fronzoli, ma ciò che colpisce è soprattutto una capacità di scrittura brillante e fuori dall'ordinario. 

8

Lurve - Lurve 

I pezzi dei Lurve sono così: come accendere una luce calda in una stanza fredda e oscura. La band russo/estone applica una estetica shoegaze - ipnotica e piena di sfumature - a un indie pop di essenziale, introspettiva, ruvida e quasi ritrosa delicatezza, che discende direttamente dai quarti di nobiltà dei Joy Division. 

7

Quivers - Golden Doubt

Gli australiani Quivers fanno un guitar pop che potremmo definire "canonico": pulito, lineare, intelligente e orecchiabile al punto giusto, sempre equilibratissimo negli ingredienti, dannatamente affidabile. E in più ci mettono il cuore e una straordinaria sensibilità, che di questi tempi non è che abbondino in giro. Golden Doubt è pieno di piccoli indie-anthems ricchi di chitarre spigliate e piacevoli armonie vocali. 

6

Fightmilk - Contender

I londinesi Fightmilk sono davvero un piccolo grande patrimonio power pop di cui pochi si sono accorti e Contender è un album che concentra in modo impressionante la loro sorridente forza comunicativa e il loro talento. Spirito punk e leggerezza, la gioia di suonare insieme, in una dozzina di pezzi travolgenti costruiti intorno al carisma di Lily Rae. 

5

Apartamentos Acapulco - El Año Del Tigre

Al terzo album, Angelina e Ismael hanno firmato il loro capolavoro, a coronamento di una carriera che già da anni ne mostra il valore ben oltre la dimensione locale della eccellente scena spagnola. La band di Granada si muove con una grazia aliena in quel terreno dagli orizzonti non inscatolabili che sta fra shoegaze, indie pop di derivazione post punk e dream pop, e mette uno dietro l'altro una serie di piccoli inni dalla forte suggestione emozionale, elettrici e cantabili, muscolari e raffinatissimi. 

4

Makthaverskan - For Allting 

La voce e la personalità pazzesche di Maja Milner, una blitzkrieg continua di chitarre postpunk e ritmiche uptempo, e quella capacità innata di costruire campate melodiche che si imprimono in testa al primo ascolto. Questi sono i Makthaversakan, e questo è il loro quarto album, il più prodotto della loro carriera, forse il loro più bello. La band di Malmoe è una macchina da guerra da sempre, e non lo scopriamo certo ora.

3

Fritz - Pastel

Tutta la straripante energia della 21enne australiana Tilly Murphy in nove canzoni che sfrigolano di elettricità statica e scintillano di una immediata e inaspettata dolcezza melodica. Possono ritmi uptempo e chitarre dalle rudi distorsioni trasformarsi nel dream pop più suggestivo e insieme disturbante dell'anno? Fritz - nella sua dimensione di quasi totale autoproduzione - ha fatto il miracolo.

2

Violet Cheri - Sölvesborg 

In un torrenziale mondo di emotività post-adolescenziale, da qualche parte nella grigia provincia svedese, l'eccentrico Daniel Hoff e la sua band distillano un formidabile guitar pop da ubriacatura alla festicciola del venerdì sera per nerd dal cuore d'oro. Se il rock serve a "smuovere i culi" e a stare meglio per lo spazio di una canzone, qui ce ne sono undici che fanno esattamente ciò che devono fare e lo fanno con una stonata e a sua modo romantica urgenza comunicativa, con una gioia straniante e coinvolgente.  

1

Massage - Still Life

Alex Naidus, Andrew Romano, Gabi Ferrer, Natalie De Almeida e David Rager hanno racchiuso in dodici luminose canzoni tutta la passione che da anni dedicano (in questa e in altre band) a costruire un indie pop legatissimo a tutti i suoi modelli del passato e al contempo fresco e profumato come una brezza di primavera californiana. Still Life, con la sua sognante gentilezza jangly, con le tre voci che si alternano di episodio in episodio, con la sua calma leggerezza così eterea e insieme così concreta, con la sua benefica morbidezza melodica, con le sue carezze di serena malinconia, è un album fatto per curare ogni tipo di ferita in chi lo ascolta. 

19 dicembre 2021

Lurve - Lurve ALBUM REVIEW

Mentre mi accingo a scrivere dell'album di debutto dei Lurve mi vengono diversi spunti per iniziare il discorso. Il primo - forse il meno determinante - è il fatto che una band russo/estone finisca a incidere per un'etichetta australiana, a dimostrare ironicamente come la musica indie ti faccia davvero girare mezzo mondo. Il secondo - quello più personale - è che spesso mi è capitato di trovare giusto nella coda di dicembre i dischi più interessanti dell'intero anno, il che potrebbe proprio essere il nostro caso. Il terzo sta nella constatazione di quanto un album come Psychocandy dei Jesus & Mary Chain, a 36 anni di distanza dalla sua uscita, abbia ancora un'influenza così profonda su band di ragazzi che nel 1985 non erano nemmeno nell'immaginazione dei loro genitori (e lo stesso discorso lo potremmo fare per i Makthaverskan, di cui abbiamo recentemente parlato, o per i Violet Cheri). 

I Lurve, che vengono in realtà (e non c'è da stupirsi) dallo shoegaze e precedentemente si chiamavano Gaarden, sono nutriti di un'etica e di un'estetica post punk ed ogni episodio del disco, dall'iniziale splendida Right Moment in poi, gira intorno a questo liquido intreccio di chitarre jangly e synth che emergono da un denso umore brumoso con i loro scintillii (I Hate Your Face rende bene l'idea di questo straniante mix di durezza e dolcezza). Loro stessi si definiscono "dream punk", ed è un bel riassunto di ciò che fanno.

I nove pezzi dell'album dipingono un mondo in bianco e nero ma non oscuro, anzi. Tutto, dai ritmi dinamicamente uptempo alle melodie di lineare immediatezza, dalle trame delle chitarre alla ricerca del ritornello che si ripete ad libitum fino a stamparsi in testa, va a creare un interessante ed efficacissimo contrasto con liriche quasi sempre depressive . Il che, a ben vedere, è uno dei capisaldi su cui si è fondata la poetica indie pop di mille gruppi tra gli Ottanta e i Novanta, Dai Joy Division e dai Cure in giù. Prendete ad esempio la formidabile Small Talk, con la sua luminosa purezza pop paradossalmente abbracciata ad una normalissima storia di solitudine ed inadeguatezza. O  Even If I'm Happy I'm In Pain, episodio centrale del disco, che già nel titolo ribadito a nastro nel refrain è senz'altro un ottimo claim per la loro musica da forte potenziale catartico. 

In definitiva Lurve è un grande album, ricco di un fascino inquietante ma intensissimo, non facile e al contempo di eccezionale immediatezza.

15 dicembre 2021

Chime School - Chime School ALBUM REVIEW

Da queste parti abbiamo spesso citato Glenn Donaldson (The Reds Pinks & Purples) incoronandolo come imperatore del jangle pop, se non altro per la sua instancabile produttività. D'altra parte - lo sappiamo - l'arietta frizzante di San Francisco affila i plettri, trasforma le 6 corde in 12 e rende il suono di ogni chitarra perfettamente squillante e cristallino. 

E non è un caso che a San Francisco sia basato anche Andy Pastalaniec, che già conosciamo come membro degli ottimi Seablite e che è sicuramente un veterano dell'indie pop californiano dalle chitarre scampanellanti.

Chime School è il suo omonimo debutto solista ed è davvero uno scrigno di canzoni pop gentilmente uptempo, profumate di malinconia byrdsiana ma anche scintillanti di una freschezza che è tutta contemporanea, dinamiche e dannatamente piacevoli. 

Rispetto ai Seablite c'è, nel cuore, la stessa luminosa morbidezza melodica, drenata però da ogni sfrigolante riverbero elettrico e vestita invece quasi sempre di quella esuberante stoffa jangly che dicevamo. A volte - negli episodi più veloci specialmente - nutrita della memoria dell'indie pop delle band della Creation, della Sarah e della Flying Nun, dei primi REM, degli Smiths, e così via. 

11 dicembre 2021

Massage - Lane Lines EP REVIEW

Un nuovo EP dei Massage a così breve distanza dall'uscita del loro eccezionale secondo album Still Life è sicuramente una grande, inattesa e graditissima sorpresa. 

E' successo che, durante l'ultima estate - con la pandemia che allentava la morsa - Alex Naidus, Gabielle Ferrer, Andrew Romano, Natalie De Almeida e David Rager si siano trovati finalmente a condividere il palco e la sala prove insieme. Il risultato sono tre canzoni nuove (In Grey & Blue, che è un piccolo capolavoro, c'era già nell'album in versione differente) che ci riportano alla ineffabile magia jangly del gruppo di stanza a Los Angeles. 

Prendiamo un pezzo come Stalingrad, con la sua quieta e levigatissima perfezione, oppure la progressione di eterea e quasi ipnotica delicatezza di Lane Lines, o l'armonica ampiezza byrdsiana di I'm Going In A Field. Tutto nella musica dei Massage sembra fatto di una "materia dei sogni" di shakespeariana memoria, una dimensione guitar pop che risplende di una calma bellezza e che sembra trasportare l'ascoltatore fuori dal rumore del mondo. 

07 dicembre 2021

Bridge Dog - Going South EP REVIEW

Dicono i Bridge Dog di ispirarsi tanto all'estetica fuzzy dei Weezer quanto a quella dei (primi) Belle & Sebastian. Il che non è magari come mettere insieme ingredienti incompatibili, ma poco ci manca. Però, ascoltando le canzoni del loro EP d'esordio, è davvero evidente come i due artisti australiani (di cui non ho trovato i nomi) abbiano in effetti fatto di tutto per mescolare energia e tenerezza di stampo twee, unendo una grande esuberanza melodica (specialmente quando la voce è femminile) ad uno stile che riempie ogni fessura di una luminosa elettricità e di synth talvolta un po' ingombranti (Rearview Mirror). 
Il risultato sono sei pezzi che a tratti seguono la scia degli Alvvays (Gone South: grandissimo singolo ed episodio più a fuoco del lotto) e quasi ovunque vanno alla ricerca di una rotonda e cantilenante immediatezza che si esprime al massimo quando ogni ombra è cancellata dai bagliori accecanti di un dream pop dai colori pastello.