18 agosto 2022

The Photocopies - Between You And Me + Departure EP REVIEW

Come abbiamo già avuto modo di dire, Sean Turner è uno di quegli artisti talmente prolifici che si fa fatica a stargli dietro: potere dell'autoproduzione, certo, ma anche evidentemente di una creatività entusiastica e straripante.

Esattamente come le fotocopie escono dalla macchina con rapida efficacia, così nel corso di mezza estate sono già usciti due EP firmati The Photocopies.

Il primo, Between You And Me, contiene quattro "canzoni su relazioni problematiche" che - come tutto quello che esce dalle mani del musicista di stanza in Michigan - scintilla di ironia e di quello spirito indie-pop-punk nutrito di buoni ascolti che è il marchio di fabbrica di Turner. Chitarre frizzanti, bassa fedeltà, idee luminose, il tutto (quasi) mai oltre i canonici due minuti e mezzo di durata e rigorosamente homemade. In pezzi come Might As Well Talk To Myself e Anywhere Without You nella mia memoria risuonano le melodie zuccherose e muscolari degli Ash. 

Il secondo, Departure (la tematica di fondo sembra la stessa del precedente), è probabilmente la collezione delle cose migliori di The Photocopies dalla loro comparsa, a partire dalla deliziosamente jangly Blindsided, passando per la sfrigolante circolarità melodica alla Jesus & Mary Chain di Westfield e Up There, fino a una Now You're Gone che mette insieme in modo inaspettato malinconia e romanticismo (e un giro armonico così classico che è impossibile non riconoscerlo).


15 agosto 2022

SINGOLI: FERRAGOSTO SPECIAL EDITION

 


 






 





 


 







12 agosto 2022

Atmos Bloom - Flora ALBUM REVIEW

Curtis Paterson e Tilda Gratton hanno cominciato a suonare insieme in pieno lockdown con l'intenzione evidente di crearsi con la loro musica una personale via di fuga. Da un paio d'anni pubblicano singoli a cadenza regolare che da queste parti abbiamo regolarmente adorato, e finalmente è uscito il loro mini-album di debutto: sette pezzi che disegnano un dream pop dai colori pastello, leggero ed etereo come la voce di Tilda, screziato dallo scampanellio cristallino delle chitarre, profumato di una estiva malinconia.

Il duo di Manchester sceglie con convinzione la filosofia twee della delicatezza sognante, della fragilità quasi esibita, della semplicità raffinata e le loro canzoni sembrano spesso una versione da cameretta di Hazel English, con il canto dei grilli in sottofondo (lo sentite in Morning Sun), solo in pochi casi più veloci ed elettriche (Daisy), quasi sempre intrise di una bellezza liquida ed ipnotica (Something Othe Than YouPicnic In The Rain). 

Non c'è dubbio che l'esordio degli Atmos Bloom sia un piccolo scrigno di meraviglie. 

09 agosto 2022

Castlebeat - Half Life ALBUM REVIEW

Mi metto nei panni del 90% del pubblico di Stranger Things, che gli anni '80 non li ha vissuti perché non era ancora nato, e mi immagino l'effetto che farebbe un pezzo come Moment piazzato nel bel mezzo della serie, dentro il walkman di uno degli adolescenti protagonisti. Probabilmente tutti penserebbero ad un altro geniale recupero dell'epoca di Running Up The Hill, e invece no, è lo strumentale che apre Half Life di Castlebeat.

Ad ogni modo purtroppo nessun pezzo di Josh Hwang è finito - mi risulta - in una serie Netflix, e comunque quando parliamo dei suoi Castlebeat sarebbe davvero limitante riferirsi solo agli anni '80 come modello dominante. In verità la band che gira intorno all'artista californiano da sempre è un portentoso frullatore indie pop che mette insieme tante cose diverse (ma non poi così tanto) in nome di un approccio super artigianale che bada al sodo e arriva sempre a fare centro con pochissimi mezzi e con quell'aria adorabile di essere lì per caso in cameretta a registrare. 

Nella musica di Josh ci sono sinth, certo, e drum machine a manetta, ma ci sono soprattutto tonnellate di chitarre jangly, che vanno a creare quell'ibrido surf indie post punk dream pop twee cantautorale lo fi (con una parentela di primo grado con i Cure più leggiadri) che Hwang ha cercato, creato e nutrito fin dagli esordi.

Ecco, Half Life contiene tutto il mondo Castlebeat distillato in 12 episodi, con in più alcune bombe terribilmente catchy come Into Home  Robert Smith ne sarebbe davvero un po' geloso). E poi un paio di momenti realmente emozionanti come la neworderiana Looking For Something e soprattutto la sognante Spill, lacrime di gioia sui titoli di coda del disco. 

Un disco di onesta ed entusiasmante bellezza. Nella Top 2022 subito! 

06 agosto 2022

Fresh - Raise Hell ALBUM REVIEW

Dicono di sé i Fresh di essere "punk che amano l'emo, stare in tour, il latte di avena, e usare l'amicizia per riempire quella grande incerta voragine che abbiamo tutti dentro". Latte d'avena a parte, è una definizione perfetta per la band londinese che abbiamo amato fin dal primo momento (Withdraw è del 2019) e che è strettamente imparentata con quei ME REX che su questo sito sono di casa (Kathryn Woods e Miles McCabe suonano anche nell'altro progetto e Rich Mandell qui è il produttore). 

Ecco, forse il vero fattore che rende tante giovani band di oggi (citerei anche i Martha, i Fight Milk e i Beths tra tante) così entusiasticamente propulsive è davvero l'amicizia: un affiatamento che si legge dietro ogni singola nota suonata e che è evidente anche nel fatto che non c'è, in questi gruppi, un leader che tolga lo spazio agli altri membri, ma una comunione di idee e di scrittura che si trasforma in divertimento ed energia positiva.

Certo, se nei ME REX è McCabe il regista, nei Fresh è da sempre Kathryn Woods il perno attorno a cui gira la band: la sua chitarra, la sua voce (splendida veramente, che miglioramento!), il suo tocco di sorridente dolcezza. A differenza di Withdraw, Raise Hell è senz'altro un album più pensato e prodotto (il lavoro che c'è dietro pezzi come Deer In The Headlights è evidente). L'animo è sicuramente punk, ma negli undici episodi prevale senz'altro uno spirito pop che illumina ogni momento di un risoluto ottimismo (che per altro fa ironicamente a pugni con la bella e inusuale copertina) e che suona sempre orecchiabile e perfettamente coinvolgente. 

Le chitarre sono sempre dinamiche e non si limitano certo a fare il minimo sindacale, piazzando riff di sorniona intelligenza (prendete quello di Fuck Up, d'altra parte sia Kathryn che Miles possiedono una notevole tecnica, lo sappiamo bene), le melodie esplodono ovunque di leggerezza, di hook che finiranno per essere una piacevole persecuzione, di cori e coretti che riempiono l'aria di stelle filanti. Difficile anche citare un pezzo che spicchi sugli altri, tanto l'intero lotto sembra funzionare come un unico blocco di travolgente energetico entusiasmo rock n roll. Cito giusto l'accoppiata Our LoveWay Do I, che apre e chiude il tutto come una sorta di manifesto ideale dei Fresh: super corale, programmaticamente self-empowering. Anche se il mio episodio preferito è I Know I'm Just A Phase To You, che brilla di una ironia impareggiabile ed ha un inaspettato e irresistibile duetto in fondo. 

Se state cercando un album che, semplicemente, vi faccia stare meglio: Raise Hell è la medicina perfetta. E' a questo che serve la musica pop, e i Fresh lo sanno molto bene! 

03 agosto 2022

Tallies - Patina ALBUM REVIEW

Arrivati al secondo album dopo l'interessante debutto del 2019, i canadesi Tallies portano avanti con immutata leggerezza la loro idea eterea e primaverile di dream pop. 

A differenza di molte altre band che percorrono sentieri simili, Sarah Cogan e compagni sembrano dichiarare sempre in modo evidente i loro modelli: i Sundays e i primi Cardigans nei pezzi più rotondi, jangly, catchy e immediatamente abbordabili; i Lush e un po' i Cocteau Twins negli episodi che mirano invece a creare impasti atmosferici dilatati, sfumati e riverberati. 

I nove pezzi che compongono Patina alternano queste due anime dei Tallies: due attitudini che procedono più o meno parallelamente e che il gruppo di Toronto maneggia con sicurezza e la solita grande retrospettiva e colta delicatezza. 

A mio gusto personale, le cose più riuscite sono quelle più apertamente melodiche, che mettono maggioremnte a fuoco lo stile peculiare della band e si staccano in parte dagli stilemi abilmente ricercati che riempiono l'album: la scampanellante Hearts Undeground, la magnifica Special con il suo morbido crescendo, la forza gentile della conclusiva When Your Life Is Not Over

04 luglio 2022

Healees - Healees ALBUM REVIEW

Basati a Parigi ma totalmente cosmopoliti nella formazione (un brètone, un americano, un belga e una svedese), gli Healees nascono grazie alla comune passione dei due chitarristi Bryan Quinn e Renaud Chauré per i pedali degli effetti ed evidentemente per il mondo post punk. 

Inevitabile dunque che la musica della band sia un trionfo di chitarre intrecciate, scampanellanti, sfrigolanti, riverberate, sature di elettricità ma anche di dolcezza melodica. La formula classica dello shoegaze è senz'altro ben presente nelle corde e negli amplificatori degli Healees. Ciò che può renderli interessanti oltre la ristretta schiera dei nostalgici dei My Bloody Valentine, è la loro capacità di superare i clichés e di cercare una strada personale che ha radici profonde nelle origini noise pop del genere, dai Jesus & Mary Chain ai Ride e ai primi Primal Scream e che vira volentieri verso territori dream pop. 

Gli otto pezzi dell'album (EP dicono loro, ma no, è un album) hanno quelle che, parere personale, sono le chitarre più belle che ho ascolto quest'anno: dinamiche, sfavillanti, liquide e avvolgenti, formalmente pulitissime nella loro rude morbidezza, motore inarrestabile attorno al quale gira tutto il resto e dentro il quale si fondono ritmiche e voci.

30 giugno 2022

Soccer Mommy - Sometimes, Forever ALBUM REVIEW

Comincerei con una nota a margine: Color Theory - il secondo lavoro di Soccer Mommy - è il disco che stavo ascoltando di più quando all'improvviso è scoppiata la pandemia, nel marzo del '20. Era un album che conteneva insieme un radicato senso di inquietudine e anche un prepotente slancio vitale nella sua elettrica e accogliente morbidezza. Giusto per dire che la musica di Sophie Allison è stata, almeno per me, un genere di conforto cui sono emotivamente legato.

Scrivevo all'epoca che Soccer Mommy meritava di stare nell'Olimpo del cantautorato americano attuale, non essendoci ancora. A distanza di due anni, e con il successo di critica e pubblico di quel disco che citavo, è indispensabile considerare quanta strada abbia percorso Sophie dalle sue prime cose (aveva forse diciott'anni, forse nemmeno) a questo Sometimes, Forever, che arriva già con tutti i possibili riflettori puntati addosso. 

Se ci limitiamo a Bones, il pezzo che apre il disco in maniera piuttosto convenzionale (non è una critica eh, anzi), sembrerebbe quasi che lo stile di Soccer Mommy non sia cambiato di una virgola rispetto al passato: la gentilezza della voce e della melodia che si apre come un fiore nel ritornello, le chitarre di gusto nineties che prima contrappuntano e poi si dilatano nel finale, è tutto quello che abbiamo amato di Sophie Allison fin dagli esordi. 

Già il carillon elettronico che ci accoglie all'inizio della successiva With U è una piccola (piacevole) novità, ma il crescendo arioso e sottilmente malinconico che scorre verso il chorus è un'altro marchio di fabbrica di SM e non può che metterci ancora a nostro agio.

Quello ci aspetta nel resto dell'album però è un salto in un territorio decisamente sconosciuto e talvolta piuttosto oscuro e i ritmi franti e torrenziali di Unholy Affliction sono il primo segnale evidente che Sophie ha voluto far evolvere la sua musica in direzioni diverse e non facili. 

La mano del produttore Daniel Lopatin (uno che ha un curriculum di prima classe e da sempre sperimenta con l'elettronica) comincia a farsi sentire a partire da qui ed affiora spesso negli altri episodi del disco, specialmente in un'idea di costruzione e decostruzione delle canzoni a livello ritmico e sonoro che funziona soprattutto dove conserva quella tenera intensità emotiva che è il cuore stilistico di SM, lasciandola al centro del quadro senza snaturarla. Ecco allora che, parere personale, il cantilenante impressionismo di newdemo trova un abito perfetto in un ipnotico mare di synth e chitarra acustica, così come la complessità di Following Eyes si rigira con sorniona abilità l'ascoltatore tra le mani, spiazzandolo con una riuscita dialettica tra oscurità e luce, mentre dall'altro lato la ambiziosa Darkness Forever va a giocare sul campo di Billie Eilish con mosse formalmente perfette (la critica la adorerà) ma un po' senz'anima.

Poi, intendiamoci, il talento di scrittura di Sophie Allison è così brillante che la sua forza esce sempre e comunque, e un pezzo di elettrica leggerezza dream pop come Don't Ask Me arriva come una boccata d'aria salutare e indispensabile. E' (con quasi tutta la seconda parte del disco) il momento più luminoso dell'album, che scivola con scintillante morbidezza nella splendida e delicata Fire In The Driveway e trova finalmente il coraggio di spingere sul pedale della catchyness nella più canonica Feel It All The Time, prima di tornare a sognare in cameretta con la emozionante fragilità di Still

Sometimes, Forever vuole essere in definitiva - inutile nasconderlo - il disco della consacrazione per Soccer Mommy. Una consacrazione che, sul lato critico, arriverà senz'altro e darà ragione ad uno sforzo di scrittura e di produzione di grandissimo livello. 

Dal punto di vista puramente personale, io rimango molto affezionato all'elegante semplicità di Clean e al misurato eclettismo di Color Theory e trovo il nuovo album - pur in presenza di molti episodi di oggettiva bellezza - di più difficile digestione, ma forse è solo questione di tempo. 

26 giugno 2022

Hazel English - Summer Nights EP REVIEW

Può darsi che Wake Up!, uscito un paio d'anni fa, sia stato considerato da molti un mezzo passo falso per Hazel English: un tentativo troppo ambizioso di fare qualcosa di diverso dal dream pop etereo e mesmerico degli esordi. Per quanto personalmente non sia d'accordo - a me l'album era piaciuto molto - è indiscutibile che un ritorno a quella formula magica (ma magica davvero) che aveva incantato tutti in Just Give In / Never Goimg Home non può che essere super gradita.

Già la cover di California Dreamin' uscita in piena pandemia aveva suggerito che Hazel si stava muovendo verso territori musicali più consueti. Pochi mesi dopo, il magnifico singolo Nine Stories ha confermato senza possibilità di errore che la regina del dream pop stringeva già saldamente in mano il suo scettro: le atmosfere sognanti, le chitarre jangly, i paesaggi disegnati dai synth e dalla voce, il morbido dinamismo, il lirico romanticismo di fondo, sono in fondo il marchio di fabbrica della musicista australiana trapiantata a LA (e ovviamente del suo fedele produttore Jackson Phillips). 

I cinque splendidi episodi di questo Summer Nights EP rappresentano in purezza lo stile peculiare e riconoscibilissimo di Hazel English: canzoni d'amore (sì, tutte) che sono insieme liquide e avvolgenti, ma anche dolate di una immediatezza pop micidiale, dense nel loro cuore emozionale e al contempo leggere come una piuma, sia quando i ritmi sono più veloci e serrati (Summer Nights), sia quando tutti gli strumenti e la voce si abbandonano alle scie dei propri echi (Blue Light). 

23 giugno 2022

ME REX - Plesiosaur EP REVIEW

Ho già ampiamente dichiarato il mio amore appassionato per i ME REX di Myles McCabe in occasione dell'uscita dell'ep Pterodactyl all'inizio di quest'anno, motivo per cui ho atteso i nuovi quattro pezzi della band londinese con entusiasmo e trepidazione. 

La passione paleontologica di McCabe passa stavolta dall'aria all'acqua (il Plesiosauro era un gigantesco rettile acquatico), mentre i titoli virano verso la mitologia greca (Jupiter PluviusToilette of Venus), ma non cambia lo stile super energetico dei suoi ME REX, che ritroviamo qui in grande spolvero: tante tante parole che Myles fa scorrere come torrenti in ogni pezzo, chitarre esuberanti che riecheggiano tanto un'anima punk quanto la passione per l'indie americano dei Novanta, inserti di pianoforte, tastierine pop e cori onnipresenti che creano un dinamismo travolgente. 

Al di là della prepotente comuncatività di ogni canzone, il vero plus dei ME REX sembra essere davvero il perfetto impasto fra i quattro componenti della band (che, lo ricordiamo, suonano anche in altri gruppi di grande valore: McCabe e Kathryn Woods nei Fresh, Phoebe Cross e Rich Mandell negli Happy Accidents): se la scrittura è faccenda di Myles, la realizzazione di ogni canzone è un lavoro collettivo che da un lato va ad esaltare la bravura tecnica di tutti i musicisti, e dall'altra riesce a fare girare il tutto come un meccanismo complesso e oliatissimo. 

Non c'è forse un pezzo antemico come Skin, It Itches nel lotto, ma si gode comunque dal primo all'ultimo minuto e l'allure anni Ottanta di Toilette of Venus è genio puro.