08 settembre 2026

Velocity Girl - 1989-1992 ALBUM REVIEW

Parliamo spesso della Sarah Records e in generale delle label britanniche dell'epoca d'oro per dare una definizione di indie pop. E' normale, perchè in effetti è iniziato tutto da quelle parti, tra l'uscita della cassetta C86 e i primissimi '90. Ma bisogna ricordare come anche dall'altra parte dell'Atlantico ci sia stata, un po' di riflesso, un'ondata di band che condividevano la medesima etica ed estetica. Il luogo in questo caso è Washington DC e dintorni e le etichette sono per forza la K (che aveva un retroterra decisamente punk) e la Slumberland (che è nata già indie pop).

Uno dei primissimi 7" pubblicati dalla Slumberland è stato I Don't Care If You Go, esordio di una band appena nata nel Maryland e trasferita nello stato di Washington giusto per tenere a battesimo la label. I Velocity Girl nascono in effetti con un omaggio - nel nome - alla canzone di Primal Scream presente nella compilation C86, giusto a definire programmaticamente il tipo di musica che intendevano suonare: un guitar pop ruvido ma melodico, tanto immediato quanto pieno di distorsioni. 

Cambiata immediatamente la voce solista da Bridget Cross (che canta nel singolo citato) a Sarah Shannon, la band avrà una sua dignitosa carriera soprattutto nella Sub Pop, pubblicando tre album che rispetto allo stile degli esordi abbracciava una maggiore morbidezza catchy.

Ma è proprio degli esordi che si occupa questa spendida collezione che la inossidabile Slumberland ci regala oggi: un'infilata di pezzi usciti tra la fine del 1989 e il 1992, ovvero prima del cambio di label e di una più vasta notorietà sulla scena indie americana, con una copertina che riprende quella dello storico ep Velocity Girl del '93. 

Cose notevoli che troverete: il singolo seminale I Don't Care If You Go, nelle due versioni elettrica e acustica, che è una delizia sfrigolante alla Jesus & Mary Chain; un piccolo capolavoro power pop come Forgotten Favorite, che se non avete mai sentito prima - vi assicuro - vale il viaggio da solo; il jangle pop adorabile e al contempo sporco e propulsivo di Why Should I Be Nice To You, che vi farà capire da che stagno hanno pescato i Jeanines e i Jetstream Pony; le chitarre pre-shoegaze di What You Say; due cover dei Jam e dei Beat Happening.

Insomma, una fotografia non solo di una band che ha contribuito a fare la storia del genere, ma un po' di un'epoca e di un movimento che allora era in pieno fermento da una parte e dall'altra dell'Atlantico. 

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