Ascoltando Dollhouse dei newyorkesi Slow Fiction, la prima cosa che ho provato è un marcato senso di nostalgia per un'era lontana in cui erano attive decine di band come Death Cab For Cutie, Band Of Horses, The Shins, Los Campesinos, American Football, New Ponographers... che erano in grado di essere melodiche e spigolose al tempo stesso e di usare l'elettricità in modo intelligente e spesso catartico.
E non c'è dubbio che in questo che per gli Slow Fiction è un album di debutto - nonostante il gruppo sia attivo da parecchi anni, e si sente - ci sia esattamente questo, dalla propulsiva Junior Year in avanti.
Quello che distingue subito gli Slow Fiction è sicuramente la strabordante personalità vocale di Julia Vassallo, attorno alla quale tutto gira a cento allora, con un'attitudine sempre sottilmente dark e sensuale che forse a tratti può ricordare una interessantissima e fascinosa via di mezzo tra la forza di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs e l'eleganza magnetica di Jenna Kyle dei Bleach Lab.
L'album è in effetti un mix riuscito e a suo modo molto raffinato di energia statica sempre sul punto di esplodere ed atmosfere notturne che si fanno spesso e volentieri morbidamente ipnotiche (nella lunghissima g.a.l.s. ad esempio).
Le chitarre, quasi sempre dense, sfrigolanti e sontuose, di marca shoegaze senza esserlo fino in fondo (nel pezzo che dà il titolo all'album ci vanno vicino) si appoggiano su una sezione ritmica power pop super dinamica (menzione speciale per la batteria precisa e torrenziale di Akiva Henig) che riesce sempre a trascinare verso l'alto. Le linee melodiche, dentro il quadro di post punk dilatato in cui sono inserite, rimangono ovunque rotonde, immediate, narrative e ficcanti: è davvero il plus stilistico della band.
Disco davvero consigliato di cuore, che meriterebbe di stare nella prima pagina dei magazine di musica indie.

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