15 marzo 2026

Heavenly - Highway To Heavenly ALBUM REVIEW


Gli Heavenly, nell'annunciare il ritorno sulle scene esattamente dopo 30 anni di fermo, hanno promesso che Highway To Heavenly (titolo meravigliosamente spassoso, come sempre) sarebbe stata una raccolta di canzoni "di rabbia, dolore, empatia, amore, messe insieme in opposizione al ritorno del maschilismo che sta rendendo il mondo un posto miserabile e aggressivo". Cioè, come ben sappiamo noi fedeli del culto di Amelia Fletcher, un perfetto disco degli Heavenly. 

Parlare di una band che ha fatto la storia dell'indie pop, ha praticamente contribuito a fondarlo, ne ha delimitato i primi canoni e ha inciso una serie di dischi per la Sarah Records, ovvero per l'etichetta "da cui tutto è iniziato", è tutto sommato facile. Amelia, Rob, Peter, Cathy e Matthew nella prima parte degli anni Novanta - ma in realtà da prima, quando la band si chiamava Talulah Gosh - sono stati tra i primi a inventarsi una via nuova per il post punk, facendosi epigoni di un'etica (e un'estetica) twee che ha influito su centinaia di gruppi da allora ad oggi. Etica ed estetica che si sono tradotte in uno stile che la frase da cui siamo partiti descrive bene: quella attitudine di dire cose anche dure restando leggeri, in grado di incarnarsi perfettamente nella grazia frizzante e floreale delle chitarre jangly, nella coralità vocale vagamente sgangherata, negli inserti strumentali apertamente pop, nell'ironia sottile dei testi e nella dimensione programmaticamente a bassa fedeltà, tutte caratteristiche che da sempre fanno il mondo Heavenly. 

Trent'anni di iato artistico sono tanti per una band, è ovvio, ma personalmente non sono così stupito da questo ritorno. In fondo Amelia Fletcher e Rob Pursey, che sono marito e moglie, di cose ne hanno fatte tante nel frattempo: altre band (Swansea Sound l'ultima) e una etichetta discografica (la Skep Wax, celebrata nel disco dall'omonimo adorabile pezzo, in cui i nostri confessano sorridenti che stanno ancora svegli la notte per scovare nuove canzoni), giusto per dire.

A questo punto ogni recensione che si rispetti reciterebbe qualcosa del tipo "per gli Heavenly il tempo sembra non sia passato", oppure "gli Heavenly ripartono esattamente da dove avevano interrotto". Affermazioni pure vere, ma non del tutto. 
Partiamo dalla prima. Il songwriting di Amelia ha una forte identità stilistica e si è declinato in modo leggermente diverso nelle sue diverse band: quella degli Heavenly era forse insieme il più immediato e il più tagliente: pezzi brevi, veloci, pieni di cose, un po' delle scatole magiche da cui scoppiano fuori mazzi di fiori. Da questo punto di vista possiamo dire tranquillamente che i quattro musicisti (più Ian Button, che ha sostituito lo scomparso Matthew Fletcher) hanno pienamente in mano la grammatica del loro guitar pop, forse anche più di trent'anni fa, ma ovviamente in maniera meno spontanea e propulsiva (e ci mancherebbe). Sì, il tempo è passato, ma può pure essere un vantaggio. Il che ci porta al secondo punto: no, le canzoni degli Heavenly non ripartono dal 1996. I pezzi di oggi non hanno per nulla quella sintesi ancora punk delle origini: sono spesso e volentieri più ampie e morbide, nella durata e nella struttura, per quanto abbiano indubbiamente tutti i marchi della band. Insomma, abbiamo a che fare - ed è tutto normale e bellissimo - con degli Heavenly nuovi, o rinnovati. 

Le canzoni dunque: undici, piacevolissime e irresistibilmente catchy persino più di quello che ci aspettavamo, senza forse una testa d'ariete melodica, un singolo super memorabile, ma ugualmente e ovunque intrise del sacro spirito dell'indie pop, dinamiche e colorate, trascinanti e variopinte, piene di quelle piccole trovate e di quelle sfumature che ci fanno capire che i nostri si sono divertiti un mondo a metterle insieme. 

E' difficile non innamorarsi del ritornello killer di Portland Town, della ritmica un po' Girls and Boys e un po' Blondie di Press Return, dell'organo sinuoso di Cathy Rogers e dell'apertura corale di Deflicted, della gentilezza punk originaria di Excuse Me, della narratività sorridente distesa e saltellante alla Pulp di A Different Beat, della delicatezza twee di un pezzo come The Neverseen che è davvero Heavenly in purezza, della perfetta e articolatissima architettura catchy di She Is The One, della dissonante e vagamente scabra malinconia di That Last Day

Insomma in definitiva c'è davvero, in Highway To Heavenly, tutto quello che mai potremmo chiedere a una band per cui credo che tutti noi appassionati proviamo un affetto profondo ed una enorme gratitudine da sempre: una generosa manciata di nuove canzoni belle, raffinate, intelligenti che stanno qui a testimoniare la forza eterna dell'indie pop.  

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