28 settembre 2026

EP & SINGOLI SETTEMBRE 2026

Tree ep molto belli per cominciare: il ritorno del songwriting piacevole ed intelligente di Lande Hekt, il debutto dei super promettenti The Danphes e l'indie pop dinamico con un tocco di elettronica di COOL HEAT. 

Tra i singoli: il pezzo migliore che Soccer Mommy abbia mai scritto, il ritorno dopo un milione di anni dei mitologici Language of Flowers, l'eleganza dreamy di Flower Face, le melodie sfrigolanti degli Hidden Eyes, l'indie pop canonico di Dreamcoaster, il Giappone dolcemente shoegazer di The Big Sleep, l'Indonesia C86 di The Interpretaion Culture e quella power pop di Meraung, l'ennesimo pezzo splendido di Absolutely Yours...

EP

SINGOLI

 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 

23 settembre 2026

Slow Pulp - Melodie ALBUM REVIEW

Gli Slow Pulp sono una di quelle band che mi fa l'impressione sia in giro da sempre. Il che è vero in parte: a ben vedere però il gruppo di Emily Massey ha in effetti superato la boa dei dieci anni di carriera, ma ha in verità pubblicato solo due album prima di questo Melodie.

Se non conoscete lo stile della band di Madison, Wisconsin, ci viene in aiuto il fatto che siano stati spesso in tour sia con gli Alvvays che con i Death Cab For Cutie. In effetti, per quanto fra Molly Rankin e il buon Ben Gibbard ci sia parecchia distanza, gli Slow Pulp si sono sempre collocati idealmente su un ponte che collega il dream pop raffinato dei canadesi e la grande eredità dell'indie americano dei '90 che i Cab hanno fatto vivere nei momenti migliori. 

I quattro di Madison indubbiamente sanno il fatto loro: alternano con equilibrio lame elettriche (Melodie, Like Me) e carezze (These Days), sanno essere dolcemente atmosferici (Yellow and Green) e spingere sul pedale dell'FM rock se serve (Better Man), costruiscono piacevoli layers sfrigolanti alla Yeah Yeah Yeahs (Red Car) e sono a proprio agio sia nell'aprire distorsioni attorno ad un materiale che è prettamente folk rock (Spill), che nel disegnare morbidi paesaggi emotivi alla Bleach Lab (Up To You) e pezzi di intimo romanticismo che sembrano usciti direttamente dagli anni '80 (Slip Away).

Il tutto con una economia di mezzi (chitarre, basso, batteria, giusto un piano nella ballad Not For Nothing) e di produzione che rende il suono degli Slow Pulp sempre perfettamente organico, centrato ed efficace. 

17 settembre 2026

Apartamentos Acapulco - Todos Quieren Ser Los Campeones ALBUM REVIEW


Non so quanti di voi abbiano mai sentito nominare una band argentina chiamata bizzarramente El Matò A Un Policia Motorizado, che per molti versi stilisticamente assomiglia ai primi Jesus & Mary Chain. Uno dei loro pezzi più celebri si intitola Nuevos Discos (lo trovate in questo disco del 2012) e, sopra il muro di chitarre d'ordinanza, ripete ossessivamente la frase "nuovos discos nuevas drogas".

Per Angelina Herrera e Ismael Càmara quel gruppo è stato un punto di ispirazione importante e non è un caso se il loro quinto album si apre con una chiarissima citazione di quel pezzo: chitarre inquiete, carillon elettronico e quel medesimo ipnotico inciso: nuovi dischi, nuove droghe - nuovo disco, nuova droga. Il che - per chi i dischi li fa e per chi aspetta, li ascolta, li consuma - è dannatamente vero. 

Todos Quieren Ser Los Campeones è per gli Apartamentos Acapulco un po' una celebrazione della propria carriera decennale: non hanno perso occasione negli ultimi tempi per farcelo capire. E hanno ragione. Ho detto spesso che la band di Granada, se provenisse dall'area anglosassone e cantasse in inglese, sarebbe riconosciuta a livello mondiale non diversamente da gruppi come Alvvays, Beths o Say Sue Me. Non è così ma poco importa: restando nella natìa Granada hanno ugualmente tracciato un solco profondo nella storia dell'indie pop e il fatto che dopo tanti anni non abbiano perso un grammo di entusiasmo, anzi, è già di per sè un traguardo da festeggiare.

I tredici pezzi (tredici!) del disco descrivono alla perfezione quello che è stato lo stile peculiare della band sin dagli esordi. 

La dolcezza romantica di Sólo Quiero Descansar, ampia ballata che luccica di dolorosa introversione ("i giorni passano e tutto resta uguale" insiste Ismael) rappresenta bene lo schema-canzone che gli AA hanno in mente da sempre: apertura delicata, crescendo di chitarre e synth, chiusura epica. 

In Fiesta Trasparente ritroviamo invece la magia della commistione delle voci di Angelina e Ismael in un pezzo che mette insieme carezze e lame post punk. "Questa è la notte, la notte finale, e non voglio rimproveri, nella notte finale". 

Paracadistas en la Playa è una magnifica synth-driven pop song, con una delle linee melodiche più belle dell'intero disco che gioca continuamente sull'alternanza vuoto - pieno e termina con un magnifico duetto.

L'anima punk gentile della veloce 21 Versiones precede il grande affresco elettro-acustico di La Ciencia Son Palabras, pezzo di stampo cantautorale che rappresenta un po' il centro emozionale, esistenziale, filosofico di tutto l'album e si allarga a poco a poco come onde in uno stagno, spalancando una finestra di pura luce in uno di quei finali larghi e sognanti che gli AA amano alla follia da sempre. "E quando il sole entrerà dalla mia finestra, piangerò di riconoscenza, tu sei la ragione per continuare a vivere, e la scienza sono solo parole e il mondo è infinito...". 

BB è l'ennesimo contributo di Ismael e Angelina alla ricerca della perfect pop song: schema di programmatica facilità, melodia che vuole essere cantata, handclapping di prammatica, liriche d'amore e nostalgia. "Perchè il mio mondo smette di girare? Perchè tutto deve per forza cambiare? L'unica cosa che desidero è tornare a quel momento, quando ci siamo conosciuti, quando tutto era perfetto, quando mi dicevi che questa sarebbe stata la vita intera". 

Con Gato siamo in un territorio affine ai The Cure dell'epoca Wish: tappeto di synth di squillante morbidezza, ritmo largo, orizzonti che si aprono piano piano in una distanza baluginante, un chorus che le due voci costruiscono a poco a poco in una di quelle catartiche scalate al cielo che sono uno dei marker stilistici principali degli Apartamentos da sempre. 

Santos Martires edifica layer su layer una battente ed enigmatica cantilena, un fondo di elettronica umanistica, delle chitarre che partono sinuose ed esplodono gioiose nel finale. Ironia giocosa e grande energia. 

Lo Que No Quieria Oir ha un'intro electropop e ci accompagna verso uno dei chorus più potentemente liberatori del disco: mañana todo estarà mejor, nada importa, podemos empezar de nuevo. 

Scarlett è un pezzo che conosciamo già a memoria: è un monumento alla carriera degli AA e sta qui, in una nuova versione, proprio per celebrare i dieci anni da quando è stata pubblicata nel maggio 2016 ed ha segnato allora la prima vetta artistica della band. E' un dolce-amaro classico del dream pop contemporaneo di cui è impossibile stancarsi. Come è impossibile stancarsi del film (Lost in Translation) a cui è ispirata.

Da sempre Ismael e Angelina amano scrivere liriche ipnoticamente ripetitive e scarne (lo sono anche quelle iconiche di Scarlett: "mi dicevi che mi amavi, che volevi passare la vita con me, ed era una bugia". Lo sono anche quelle della inquieta, obliqua e quasi ruvida Siempre Es De Noche. 

Il finale è affidato alla dolce e minuscola ballata cantautorale Quien Tiene Pena No Entiende, che contiene in fondo la morale dell'intero album: "perchè di vita non ce n'è che una, perchè questa vita è molto corta, vale la pena viverla, con meno dolore e molta gloria". 

Rispetto a La Reconcicliacion forse questo quinto album è meno vario, più compatto e usa in misura maggiore i synth. Rispetto a El Año Del Tigre mancano alcuni pezzi davvero devastanti che lì abbondavano. Rispetto a El Resto del Mundo ci sono meno momenti puramente atmosferici, però qui c'è davvero tanta poesia. Ma in fondo stare a comparare i dischi passati è poco utile, davanti ad una band che stilisticamente è così definita da sempre e che è sempre stata su livelli eccelsi. 

Tigres, leones, todos quieren ser los campeones" recitavano i versi di una vecchia canzone per bambini celebre nel mondo iberico, che evidentemente si è impressa nella mente dei due musicisti di Granada. In fondo di tigri e leoni è piena la scena musicale, e tutti per forza di cose vogliono essere i campioni. Gli Apartamentos dentro quella scena ci sono da tanto, anche se probabilmente nemmeno in Spagna sono un nome così conosciuto (ed è un delitto!). Da quando esistono fanno musica loro, fanno cover, pubblicano cose con una frequenza a dir poco costante e sono consapevoli di essere (molto) bravi. Tuttavia hanno conservato una purezza primigenia da cultori assoluti del genere che suonano che pochi possono vantare: insomma, non sono nè tigri nè leoni, nè sono diventati campioni, e probabilmente - come tanti altri artisti bravissimi di cui parliamo in queste pagine - non riescono nemmeno a mantenersi del tutto con la musica. Ma non c'è un solo segnale di cedimento nelle canzoni che continuano a regalarci: gli AA sono e restano una certezza assoluta ed una fonte apparentemente inesauribile di musica gioiosamente catartica. 


12 settembre 2026

Soft Science - Sand ALBUM REVIEW


A tre anni esatti di distanza da quel Lines che ci era piaciuto davvero molto (era stato uno dei nostri dischi dell'anno), tornano i californiani Soft Science con un album (il loro quinto) che li conferma come una delle band dream pop più importanti della scena americana. 

Con al centro la voce delicatamente appassionata di Katie Haley e l'immancabile, denso e propulsivo impasto di chitarre di Matt e Ross Levine, i Soft Science confermano la loro linea stilistica peculiare, che eredita consapevolmente la lezione di Slowdive, Ride e Lush e la fa rivivere con uno spirito di vitale suggestione.

Partendo da Everything, che in realtà è il sesto pezzo del disco, potrete avere subito una fotografia perfettamente a fuoco di ciò che il gruppo di Sacramento sa fare in realtà meglio da sempre: un power pop melodico e rotondo, trascinante e cantabile, pienamente elettrico e luminoso. Lo stesso che ritroverete in episodi di scintillante e catartica piacevolezza come l'iniziale potentissima Spinning e le splendide Fade e Hope, che sono esattamente quel genere di canzoni che ti infondono una energia immediata e ti fanno automaticamente alzare sulla sedia.

E non c'è dubbio che i cinque californiani, che non sono precisamente dei novellini diciamo, abbiano una estrema sicurezza nel maneggiare la materia musicale di cui sono epigoni, alternando sapientemete momenti più apertamente catchy ad altri che invece - come genere comanda - puntano più al lato emotivo, atmosferico ed etereo, mettendo insieme memorie tanto dei Cocteau Twins quanto dei The Sundays e lavorando sulla produzione e sulla limpidezza del suono con una grandissima cura e con l'obiettivo costante di risultare comunque immediati. 

08 settembre 2026

Velocity Girl - 1989-1992 ALBUM REVIEW

Parliamo spesso della Sarah Records e in generale delle label britanniche dell'epoca d'oro per dare una definizione di indie pop. E' normale, perchè in effetti è iniziato tutto da quelle parti, tra l'uscita della cassetta C86 e i primissimi '90. Ma bisogna ricordare come anche dall'altra parte dell'Atlantico ci sia stata, un po' di riflesso, un'ondata di band che condividevano la medesima etica ed estetica. Il luogo in questo caso è Washington DC e dintorni e le etichette sono per forza la K (che aveva un retroterra decisamente punk) e la Slumberland (che è nata già indie pop).

Uno dei primissimi 7" pubblicati dalla Slumberland è stato I Don't Care If You Go, esordio di una band appena nata nel Maryland e trasferita nello stato di Washington giusto per tenere a battesimo la label. I Velocity Girl nascono in effetti con un omaggio - nel nome - alla canzone di Primal Scream presente nella compilation C86, giusto a definire programmaticamente il tipo di musica che intendevano suonare: un guitar pop ruvido ma melodico, tanto immediato quanto pieno di distorsioni. 

Cambiata immediatamente la voce solista da Bridget Cross (che canta nel singolo citato) a Sarah Shannon, la band avrà una sua dignitosa carriera soprattutto nella Sub Pop, pubblicando tre album che rispetto allo stile degli esordi abbracciava una maggiore morbidezza catchy.

Ma è proprio degli esordi che si occupa questa spendida collezione che la inossidabile Slumberland ci regala oggi: un'infilata di pezzi usciti tra la fine del 1989 e il 1992, ovvero prima del cambio di label e di una più vasta notorietà sulla scena indie americana, con una copertina che riprende quella dello storico ep Velocity Girl del '93. 

Cose notevoli che troverete: il singolo seminale I Don't Care If You Go, nelle due versioni elettrica e acustica, che è una delizia sfrigolante alla Jesus & Mary Chain; un piccolo capolavoro power pop come Forgotten Favorite, che se non avete mai sentito prima - vi assicuro - vale il viaggio da solo; il jangle pop adorabile e al contempo sporco e propulsivo di Why Should I Be Nice To You, che vi farà capire da che stagno hanno pescato i Jeanines e i Jetstream Pony; le chitarre pre-shoegaze di What You Say; due cover dei Jam e dei Beat Happening.

Insomma, una fotografia non solo di una band che ha contribuito a fare la storia del genere, ma un po' di un'epoca e di un movimento che allora era in pieno fermento da una parte e dall'altra dell'Atlantico. 

03 settembre 2026

Hazel English - Conversations EP REVIEW

Cosa altro dire di Hazel English che non abbiamo già scritto ampiamente dai suoi esordi fino ad oggi? L'abbiamo davvero vista maturare, singolo dopo singolo, ep dopo ep, dalle prime copertine in cui, appena sbarcata in California dalla natia Australia, campeggiava giovanissima con la frangetta e i capelli raccolti con il cerchio e una valigia di fianco, fino alle ultime in cui mette insieme una timida sensualità e la semplicità della ragazza della porta accanto.

Al di là di un (azzardato?) passo laterale stilistico corrispondente all'unico suo vero album (Wake Up!) Hazel non è in fondo così cambiata dai suoi esordi: il suo dream pop aereo, leggiadro, dinamico e cristallino è in fondo lo stesso di dieci anni fa, solo più rotondo e rifinito; e il medesimo è il nucleo narrativo delle sue canzoni, che sono immancabilmente canzoni d'amore, appassionato o deluso che sia, semplici e oneste canzoni d'amore, ovvero l'abc stesso della musica pop, spogliato da ogni pretesa di una complessità poetica che con una musica come questa farebbe necessariamente a pugni. 

Hazel, lo sappiamo, predilige la pubblicazione frequente di nuovi singoli e la loro raccolta in ep. Conversations è - se conto bene - il quinto ep della "regina del dream pop" e contiene sei pezzi che riprendono con nonchalance il discorso sospeso (ma mai interrotto, ci sono state anche delle cover formidabili) dopo Real Life. 

C'è la voce di miele che conosciamo. Ci sono le ricche e sfavillanti trine di chitarre jangly ordite con paziente sapienza dall'immancabile Jackson Phillips / Day Wave. Ci sono le melodie circolari che trascinano nelle loro delicate spirali, dall'inizio alla fine. 

L'elemento (parzialmente) nuovo è forse un'insistenza maggiore sul pedale catchy rispetto al passato, tanto che la micidiale infilata iniziale Different Story - Conversations - Gimme - Calgary mette davvero in fila quattro delle canzoni più piacevoli, vivaci e corrusche che Hazel abbia mai scritto. Nell'ordine: un pezzo ironico su un amore finito, uno su un amore che riemerge dal passato, uno sulla paura di innamorarsi, uno che esalta il topos amore-natura. Giusto per intenderci subito sul fatto che Hazel è la più "romantica" delle singer songwriter indie pop di sempre. 

E non che la successiva Baby Blue - che ha l'allure morbidamente retrò delle cazoni di Wake Up! - e la conclusiva Phone Boothe - che sostanzialmente è una love ballad (duetto compreso) talmente soffice che potresti sprofondarci dentro come in un'enorme coperta calda - raccontino storie differenti: le "conversazioni" di Hazel vertono sempre intorno a faccende sentimentali e stanno dentro quella cornice deliziosamente jangly che dicevamo. 

In definitiva? Beh, il giudizio su Hazel English è sempre difficile perchè da parte di chi scrive c'è un'affezione profonda e di durevole verso la sua musica, il suo stile, la naturalissima eleganza insita in qualsiasi cosa scriva, faccia o dica (e comprendo tutti i suoi video, che sono sempre molto curati e amabilmente Hazel-centrici). 

Conversations possiede immutata quella magia che sappiamo: è a suo modo una piccola collezione di piccole perfette pop songs. E Hazel tiene ancora ben stretto in mano il suo scettro dream pop.