23 dicembre 2025

(just another) pop song ALBUM OF THE YEAR 2025

 




16
Softsurf - Gazing at a Mind
Il quintetto di Nagoya rappresenta bene la passione nipponica per il dream pop, mescolando la distorsione dello shoegaze ad un gusto melodico che cerca sempre la suggestione e mescola delicatezza e romanticosmo. Ma Gazing at a Mind è in verità un album complesso, ambizioso e sfaccettato che testimonia il grande talento di una band dalla notevole esperienza. 


15
Lightheaded - Thinking Dreaming Scheming!
Pochi gruppi come il quintetto del New Jersey riesce a catapultare l'ascoltatore in un mondo musicale parallelo e atemporale dove Belle & Sebastian, Camera Obscura, Talulah Gosh e Phil Spector sono i punti cardinali, ci si veste ancora con gli anorak e si leggono fanzine ciclostilate. Retrò certo, ma per nulla nostalgico, il secondo album dei Lightheaded è un cesto traboccante di delizie jangly pop. 


14
Ex Vöid - In Love Again
Lan McArdle e Owen Williams, veterani della scena britannica, hanno trovato con gli Ex Voïd una sorta di pietra filosofale del power pop. Il secondo lavoro della band mantiene intatta l'entusiastica freschezza del primo: chitarre sfavillanti, grande melodia, il canonico intreccio delle voci maschile e femminile ed una tonnellata di energia positiva. 



13
Autocamper - What Do You Do All Day?
Nel combattuto campionato parallelo delle band che si ispirano all'indie pop originario e suonano come fossero nel 1992, gli Autocamper di Manchester quest'anno mostrano di avere qualcosa in più rispetto a tutti, innovando la tradizione in modo eclettico e freschissimo: due voci, una maschile e una femminile, e un guitar pop dall'anima irresistibilmente twee. 



12
Shapes Like People - Ticking Haze
Carl Mann ha fatto nascere il progetto Shapes Like People per raccogliere canzoni non adatte ai suoi Shop Window senza particolari ambizioni, ed invece l'unione artistica con la moglie Kat le ha trasformate in vere e proprie gemme jangle pop che risplendono della luce abbagliante della propria eterea delicatezza. Un album di straordinaria e catartica gentilezza. 



11
Silk Cuts - Tell Me It's Not True
Il trio di Exeter con il suo disco d'esordio dimostra con onestà disarmante come si possano fare grandi cose con dei mezzi assolutamente artigianali. Il guitar pop dei Silk Cuts, brit fino al midollo, si esalta in una collezione di canzoni che infallibilmente ti migliorano l'umore appena le ascolti, di una raffinata semplicità e impreziosite spesso da archi avvolgenti. 



10
Dreamcoaster - Imaginary Reflections
Tenendo fede al nome della propria band, Jane e Andrew Craig disegnano nel loro secondo album un indie pop dai contorni ampi, dinamico e suggestivo, raffinato nella confezione pure in un'economia di grande essenzialità, allo stesso tempo programmaticamente immediato e catchy, tra Lush e Luxembourg Signal. "End of The Rainbow" è già nel novero dei classici del genere. 




9
Blueboy - A Life In Numbers
Il ritorno della mitica band che ha fatto la storia della Sarah Records dopo quasi trent'anni è di una bellezza e di una forza sorprendenti. Gemma e Paul - i due superstiti del nucleo originario - ripartono dall'inconfondibile stile Blueboy, elegantissimo e levigato nella forma, impreziosito da un'anima folk di eterea morbidezza, ma elettrico e vigoroso in più di un episodio. 



8
Jeanines - How Long Can It Last
La coerenza stilisticra del trio americano ha reso i Jeanines una delle band più riconoscibili dell'indie pop mondiale: canzoni mid tempo che raramente superano i due minuti, chitarra basso batteria all'essenza, la voce sottile di Alicia e quella baritonale di Jed, zero abbellimenti produttivi, melodie di cristallina semplicità che hanno le radici nel jangle pop degli anni '60 e nel twee della Sarah Records. Il terzo album della band non può che essere una conferma assoluta. 



7
Roller Derby - When The Night Comes
Il duo di Amburgo ribadisce con il suo secondo album la propria capacità di tracciare una via personalissima all'indie pop contemporaneo, puntando tutto sull'eleganza levigatissima della confezione (la voce di velluto di Philine Mayer è il plus), una emotività scenografica di baluginante morbidezza ed un corrusco e avvolgente dinamismo. 



6
Jetstream Pony - Bowerbirds and Blue Things
Il supergruppo di Beth Arzy e Shaun Charman - due musicisti con due carriere nella scena indie pop britannica che parlano per loro - arriva al secondo album è piazza un'altra bomba. Il power pop dei Jetstream Pony, perfetto nella sua rotonda essenzialità, fa rivivere lo spirito C86 quarant'anni dopo con una forza deflagrante ed un'energia travolgente e inarrestabile. 



5
Massage - Coaster


Alex Naidus (ex The Pains Of Being Pure At Heart) e Andrew Romano l'hanno detto fin da subito: volevano fare un "gruppo pop". Negli album che la band losangelina ha pubblicato (Coaster è il terzo) lo hanno dimostrato in modo evidente, mantenendo altissimo il livello e dirigendo il loro stile jangly verso una orecchiabilità sempre più rotonda e luminosa che non può non ricordare i Teenage Fanclub. 




4
Pálida Tez - Un Extraño Estado de Ánimo


Esiste una sottile ma solida tradizione dream pop in Spagna e i Pálida Tez ne sono in questo momento i portabandiera insieme agli Apartmentos Acapulco. La band di Albacete ama alla follia i muri irti di chitarre e synth, ma esibisce al contempo una dimensione delicatamente melodica e riesce a fare convivere un'anima quasi cantautorale con stilemi shoegaze. Il suo album di debutto è potente e gentile, trascinante e ricco di sfumature, una torrenziale infilata di pezzi che ti si incollano irrimediabilmente addosso.



Prism Shores - Out From Underneath


Originari dell'Isola Principe Edoardo e basati a Montreal, i Prism Shores sono un piccolo e prodigioso caleidoscopio indie pop, in grado di tenere insieme modelli, ere, generi e sottogeneri dentro un unico pacchetto stilistico elegantissimo, coerente e di una piacevolezza estrema. Il loro secondo album è morbido quasi ovunque e graffiante dove serve, folk, jangly e sfrigolante, immediato e ricco di sfumature, ora accelera, ora si fa obliquo e subito dopo rallenta e diventa catchy e atmosferico.




2
Bridge Dog - Auto Fictions


L'album degli australiani Bridge Dog è senza dubbio alcuno il debutto dell'anno. Il quartetto guidato da Grace Ha e Brian Park si muove con una grazia eccezionale in un territorio tangente al dream pop che potrebbe richiamare alla mente Alvvays o Say Sue Me: chitarre che sfrigolano e scampanellano alla grande, melodie soffici e circolari, la capacità di essere obliqui e catchy al tempo stesso, romantici di un romanticismo shoegazer. 



1
The Beths - Straight Line Was A Lie


La band neozelandese corona dieci anni di onoratissima carriera con il suo album più ispirato, complesso ed articolato. Il songwriting di Elizabeth Stokes - ora denso ed emozionale, ora ironicamente leggero - raggiunge la sua maturità piena anche grazie alla totale dedizione dei suoi tre compagni di viaggio Jonathan Pearce, Benjamin Sinclair e Tristan Deck: amici, complici e musicisti straordinari. Sono i Beths di sempre - energici, melodici, luminosi, corali, dannatamente intelligenti e perfezionisti in ogni soluzione produttiva - ma sono al contempo dei Beths diversi, al servizio di un nucleo d'ispirazione dai contorni decisamente oscuri. E' il miracolo di Straight Line Way A Lie: un album che sa essere durissimo e piacevolissimo, inquieto e colorato, esaltante e commovente. 



11 dicembre 2025

Gap Year - In Light ALBUM REVIEW

Originari di Perth e fronteggiati da due cantanti/autori (Daniel Harrison e Lee Napper) esattamente come i Go-Betweens, che stilisticamente potrebbero essere i loro padrini spirituali, i Gap Year sono arrivati al loro secondo album, che segue ad un esordio che nel 2021 avevamo trovato più che piacevole. 

Le radici ben fonde e ramificate dentro il fertile suolo dell'indie pop australiano (e neozelandese) sono molto evidenti nei pezzi del quintetto, che per molti versi può assomigliare da vicino a una band come i Quivers o un'artista come Hatchie, che sostanzialmente partono dalla stessa base e costruiscono in modo non così differente: melodie dinoccolate e un po' sornione, chitarre sempre squillanti, ampio uso dei synth di marca Eighties, peculiare propensione alle armonie vocali (la voce della bassista Maddy Blue è davvero un plus), una grande cura produttiva che non teme di puntare la rotta verso il pop e riesce sempre a strutturare superfici sonore morbidamente corrusche. 

Tutti i pezzi di In Light - l'infilata iniziale da Old Races a Where I Came From specialmente - scivolano con colorata e appena malinconica leggerezza e possiedono quel dinamismo che ti fa venire voglia di alzarti sulla sedia e, quasi quasi, ballare. Nei momenti più larghi, rallentati e cantautorali - Across The Sea ad esempio - il debito verso Forster e McLennan è veramente scoperto, ma è soprattutto quando i ritmi si alzano, pur con prudenza, verso l'uptempo (la splendida The Bats-iana Slow Here) che i Gap Year danno il meglio.  

Una sicura conferma! 

07 dicembre 2025

Tulpa - Monster of the Week ALBUM REVIEW

C'è stato un periodo irripetibile - era la seconda metà dei '90 - in cui ogni settimana scoprivamo nuove band dalla scena americana o da quella brit pop di cui innamorarci. Sembrava davvero che ovunque ci fossero gruppi che si formavano attorno alla triade chitarra-basso-batteria ed aveva poca importanza produrre, levigare e confezionare: le idee erano quasi sempre registrate così come venivano, mantenendo inalterata una spontaneità entusiastica e splendidamente lo-fi. 

Ritrovare oggi lo stesso spirito in tante band formate da ragazzi e ragazze che nei '90 non erano nemmeno nei pensieri dei loro genitori rende senz'altro meno bruciante la nostalgia per quell'epoca d'oro e forse indica che stiamo andando ancora nella direzione giusta.

I Tulpa, quartetto basato a Leeds, sono un ottimo esempio di questa rinascita dell'indie "classico". Monster of the Week, che è il loro disco d'esordio, ci riporta in un mondo di purezza indie in cui i riferimenti intorno sono band come Dinosaur Jr., Built To Spill, Lemonheads, Breeders o Pavement (il pezzo che dà il titolo all'album è un omaggio scopertissimo e perfettamente riuscito al mitico gruppo di Stephen Malkmus). 

La band guidata da Josie Kirk si muove perfettamente a proprio agio fra equilibrata ruvidezza elettrica e obliqua e leggera catchyness, piazzando una serie di pezzi di ironica e trascinante immediatezza come PYOPs, Let's Make A Tulpa! e You're Living A Reverie, e mostrando fra l'altro notevolissime capacità tecniche e di scrittura. La ballata sghemba Whose Side Are You On? - anche qui la memoria non può che andare subito a Range Life dei Pavement - è un piccolo capolavoro. 

03 dicembre 2025

Shapes Like People - Ticking Haze ALBUM REVIEW

Dicembre è arrivato e come tutti gli anni è tempo di recuperare qualche album che, per un motivo o per l’altro, nel momento in cui è uscito mi era sfuggito di mano. Nel caso di questo Ticking Haze degli Shape Like People, fra l'altro parliamo di un disco di grandissimo valore e non posso che scusarmi se, da marzo fino ad oggi, non ne ho scritto nemmeno una riga. 

Carl Mann, lo straordinario autore, produttore e polistrumentista che sta dietro alla band, è in realtà il titolare di un gruppo ben noto agli appassionati di indie pop, quegli Shop Window che l'anno scorso hanno pubblicato un album veramente molto interessante. 

Scrivendo nuove canzoni nel suo consueto processo creativo, Carl si è ritrovato con numerosi pezzi che non gli sembravano adatti per questo suo progetto e pensava di regalarli ad altri artisti, tuttavia ha deciso di registrarli ugualmente chiedendo alla moglie Kat di prestare la sua voce. 

I demo che ne sono derivati devono essere stati talmente convincenti - e non stentiamo a crederci - che i due hanno deciso di utilizzare tutte queste idee per un progetto parallelo, chiamato per l’appunto Shapes Like People, sul quale hanno lavorato con grande attenzione, entusiasmo e caparbia produttiva. 

Il risultato finale infatti è una ininterrotta serie di piccole grandi gemme jangle pop che brillano letteralmente di luce propria. Fino dall’iniziale Ambition Is Your Friend, con la sua floreale esplosione di dolcezza, è evidente non solo quanto Carl sia un autore di raffinatissima levatura nel genere che amiamo, ma anche come la fusione artistica e vocale fra marito e moglie sia stata in grado di offrire a tutte queste canzoni un fascino indiscutibile e pure non facilissimo da definire. C'è in effetti dentro ogni pezzo una grazia, una malinconica freschezza, una bellezza sfumata e al contempo prepotente, una eleganza retrò che in fondo è la stessa che ritroviamo in band come i Jeanines. 

Il tocco delicato di Carl e Kat si esplica davvero in ogni istante della loro produzione: le chitarre quiete e scampanellanti, le avvolgenti armonie vocali che si trovano davvero ovunque, i paesaggi sfumati color pastello che si stagliano sempre all'orizzonte.

Si legge bene l'intera storia del jangle pop nelle trame di Ticking Haze, specialmente di quello anglo-scozzese degli anni '80-'90, una storia che va dai Blueboy in giù fino ai Sambassadeur (che hanno tantissimo in comune stilisticamente con il duo), ma l'attitudine di Shapes Like People (così come di The Shop Window) è davvero personale e parla una lingua che è da un lato cantautorale e dall'altra fortemente atmosferica e di matrice folk: pezzi come A New Crown, Server of The Mind o Fireworks hanno la capacità di dilatare gli orizzonti a partire dalle loro linee melodiche di cristallina circolarità, mentre momenti di rarefatta bellezza come Weathering fanno pensare alla magia in punta di plettro degli The Innocence Mission. Un pezzo che profuma di primavera come Head Spun poi non può che riportarci idealmente agli Aberdeen e ai Teenage Fanclub. Mentre il romanticismo di Cry è puro chamber pop alla Divine Comedy di classe infinita (con un tocco di Annie Lennox, o lo sento solo io?). 

Tutto bello di una bellezza evidente e rarefatta al tempo stesso. Valido doppiamente perchè nel dna dell'album - che ha comunque una dimensione talmente artigianale da compenetrare le vite dei coniugi che l'hanno creato passo dopo passo - è inscritta un'idea di etica ed estetica indie pop altissima e veramente nobile. 

29 novembre 2025

SINGOLI NOVEMBRE 2025


22 novembre 2025

CIEL - Call Me Silent ALBUM REVIEW

Riguardando indietro nella carriera dei CIEL, una band che seguiamo veramente da tanti anni, sembra impossibile che Call Me Silent sia il loro disco di debutto, ma in verità è proprio così. 

Michelle Hindriks e Tim Spencer da sempre hanno abbracciato l'idea di un post punk a cassa dritta, un po' dark wave e un po' ballabile, che sta a metà strada fra i Garbage, i Blonde Redhead, le Breeders e persino i Cardigans del loro periodo hype: muri di synth e chitarre, energia statica sempre al massimo ma imbrigliata da un basso pulsante e dalla batteria squadrata, la voce delicata ma graffiante di Michelle, una produzione che cura il suono in modo certosino e soprattutto un tiro che è potentissimo e trascinante quasi ovunque. 

La torrenziale infilata iniziale Call me Silent, Won't Obey, Thinking Of You, Hear Me Out, Will I Ever Feel Again mette subito in chiaro l'ambizione della band di Brighton di muoversi in un territorio che sta fra goth, shoegaze e pop, senza fare concessioni ad una superficiale immediatezza ma al contempo centrando uno dopo l'altro dei chorus di grande catchyness. 

Hold Onto You, che è l'unico momento di rallentamento introspettivo, notturno e sinuoso con il suo contorno di archi e la sua ritmica quasi trip hop, è un tocco di grandissima scrittura. 

18 novembre 2025

Sweet Nobody - Driving Off To Nowhere ALBUM REVIEW

Sono passati quasi dieci anni da quando Joy Deyo e Brian Dishon hanno iniziato a fare musica insieme in quel di Long Beach, California. Da allora la band, che è cresciuta quasi da subito a quartetto, ha fatto uscire un paio di album (del secondo ne abbiamo parlato volentieri nel 2021) e persino un ep di cover di Joanna Newsom, il che dice qualcosa sull'ambizione dei californiani e sulla direzione che sta imboccando.

Driving Off To Nowhere ci fa ritrovare i Sweet Nobody in una versione pienamente matura del gruppo, che ha iniziato dalle parti di un jangly pop con qualche tentazione psichedelica ed ora si muove in un campo in cui la dimensione cantautorale catchy sembra avere preso il dominio. 

I pezzi dell'album condividono una confezione ricca ed equilibrata, chitarre sempre molto rotonde e soprattutto una forte personalità melodica incarnata perfettamente dalla voce elegante e versatile di Joy (nel pezzo che dà il titolo all'album è, diciamolo chiaro, meravigliosa). 

Di base potremmo parlare di dream pop patinato. Il che ci toglie dall'imbarazzo di dover trovare somiglianze con i Bleach Lab o i Wolf Alice di turno e descrive bene le intenzioni di una band che da sempre ha il pallino di trovare una via intelligente e "indie" per il suo gusto bubblegum pop molto '80s oriented (un pezzo sornione come Home Sweet Hell lo testimonia in modo chiarissimo) e non lontano dalle cose di una Laura Stevenson.

Tutto molto poppy e sempre super piacevole. Ma - come già dicevamo quattro anni fa - i Sweet Nobody il meglio in realtà lo danno quando ritornano a spingere sui pedali delle chitarre e alzano i ritmi (Could You Be The One). 

12 novembre 2025

Silk Cuts - Tell Me It's Not True ALBUM REVIEW


Non ho idea se ci sia in corso una vera onda di revival di indie pop originario nella scena europea e americana (ne sono certo invece per l'estremo oriente), però è un fatto che c'è in giro un fiorire di band che emergono magari da piccole scene locali e vanno in gire a spargere i semi di un genere che in verità non è mai tramontato.
E' senz'altro il caso dei Silk Cuts, che sono basati nella piccola ma vivacissima Exeter ed esordiscono oggi con un album che è davvero un piccolo grande prodigio!

Il retroterra del trio inglese è senz'altro lo stesso di band contemporanee che da queste parti amiamo come Jeanines, Jetstream Pony o Chime School, ovvero la galassia di band che tra fine Ottanta e primi Novanta si muoveva fra Creation, Postcard, Sarah e K Records e ha scritto la storia dell'indie pop firmandola con il suono artigianale delle proprie chitarre scampanellanti.

A ben vedere però i Silk Cuts non sembrano affatto un gruppo derivativo o nostalgico, anzi. I dodici episodi di Tell Me It's Not True mostrano che i tre di Exeter, che evidentemente non sono proprio di primo pelo, possiedono capacità di scrittura, sensibilità e talento da vendere, variando atmosfere e ritmo con grande naturalezza e infilando pezzi di straordinaria piacevolezza uno dopo l'altro senza soluzione di continuità. 

Il risultato - a sorpresa, ma è veramente una bella sorpresa - non può che essere uno dei dischi indie pop più belli, frizzanti e coinvolgenti dell'anno (e non solo di quest'anno). Da Secrets in giù in ogni pezzo è senz'altro facile sentire ricordi di Pastels, Shop Assistants, Comet Gain, Field Mice, Talulah Gosh, Teenage Fanclub, i primi Belle & Sebastian, i Proctors (e la lista potrebbe allungarsi quasi all'infinito), ma non è questo il punto con i Silk Cuts. 

Il punto è che i nostri - restando in un territorio assolutamente artigianale dove non è previsto alcun abbellimento produttivo - sono capaci di creare canzoni che si imprimono subito in testa ed hanno una fluidità narrativa che, in questo caso, non ha facili paragoni. 

Pezzi come l'adorabile Virginia, Southend, Said Too Much o Foxes (che è il capolavoro dell'album a mio parere) costruiscono melodicamente su una trama che è sempre e programmaticamente jangly e, di volta in volta, spinge di più sul pedale dell'essenzialità oppure sull'armonia delle voci maschile/femminile, o ancora su alcuni splendidi e sognanti inserti di archi. Episodio dopo episodio, da un lato è come scartare ogni volta una caramella dal gusto diverso e sorprendente (l'arrangiamento floreale ed elegantissimo di Sisters è un ottimo esempio), e dall'altro è come fare un salto all'indietro in un'epoca della musica britannica - tra l'era twee pop e l'avvento del brit pop - in cui nei locali di periferia era pieno di band che facevano canzoni intelligenti armate solo di chitarra basso e batteria. Tanto che, davanti alla delicatezza infinita (e parecchio commovente) di The Deseted Village, sembra davvero di rivivere lo spirito degli Another Sunny Day, dei Blueboy, degli Aberdeen. 

Insomma, nello spazio ampio dei dodici pezzi del loro primo album i Silk Cuts dipingono un mondo meravigliosamente retrò e insieme freschissimo, sorridente e coinvolgente, in grado di spargere intorno entusiasmo a piene mani un po' come facevano gli Allo Darlin (impossibile stare fermi con il jangly travolgente della conclusiva Superia). 

Ecco, se mi chiedete una band di cui innamorarsi al primo ascolto e di cui diventare immediatamente fans, i Silk Cuts sono l'esempio perfetto. Tell Me It's Not True è una scatola magica che non vorresti mai chiudere e in cui trovi sempre qualcosa di bello e di nuovo.

08 novembre 2025

Swim School - Swim School ALBUM REVIEW

Se non fosse chiaro che questo è il loro album di debutto, i Swim School l'hanno inciso a caratteri cubitali sulla bella e colorata copertina, anche forse a sottolineare che, in realtà, non sono certo dei novellini e hanno già pubblicato un paio di ambiziosi ep dal 2021 in qui.  

Se esiste un certo zeitgeist dell'indie pop di questi ultimi anni, probabilmente è quello perfettamente centrato dal quartetto di Edimburgo (ma anche dai Bleach Lab, dai Wolf Alice e da innumerevoli altre band): poderoso dinamismo, chitarre vigorose ma sapientemente domate, sensualità vagamente notturna che si raccoglie in paesaggi sonori cesellati da una produzione attenta ai dettagli e in una voce femminile carismatica, programmatica carica emozionale in ogni centimetro di canzone. 

Non c'è dubbio che Alice Johnson e compagni abbiano fatto passi da gigante dal loro vero esordio, e che siano piuttosto consapevoli della propria bravura.

 Swim School è in effetti un album pensato, suonato e cesellato da una band che vuole a tutti i costi far emergere la propria personalità (anche nell'immagine decisamente patinata ma assolutamente efficace) e farsi spazio fra tante proposte simili (ma non altrettanto valide).

I nove pezzi dell'album, dalla studiata aggressività di Heaven alla coda scintillante di Am I Good Enough Now, sono una sequenza a proprio modo torrenziale di potenziali hit alternative: hanno tutti un grandissimo tiro, aggrappato con le unghie e con i denti alla forza di chitarre urlanti e sfrigolanti, ma al contempo possiedono una obliqua immediatezza che li carica di un fascino sensuale, avvolgente e in definitiva sempre piacevole e catchy. On & On fra tutti gli episodi è il più memorabile ed è la perfetta cartina di tornasole dello stile dei Swim School: super melodico, elettrico, trascinante. 

04 novembre 2025

Softsurf - Gazing at a Mind ALBUM REVIEW


Spesso e volentieri abbiamo sbirciato nella frizzante e poderosa scena dream pop giapponese ed abbiamo trovato artisti di grande talento e dalla peculiare immediatezza melodica, che è un po' un tratto distintivo del gusto nipponico.

Di questa scena fanno parte, da almeno dieci anni, i softsurf: quintetto guidato dai due chitarristi e cantanti Satomi Kitagawa e Nobuaki Kitamura. Da buoni dreampoppers innamorati tanto dello shoegaze quanto della delicatezza melodica, la band di Nagoya fa girare tutto attorno a muri di chitarre sfrigolanti e alla bella voce gentile di Satomi. 

I nove ampi pezzi dell'album - che è un debutto piuttosto ritardato per un gruppo attivo da tanto - si dividono tra momenti più liquidi, elettrici e distorti ed altri (sono la maggioranza) dove prevale un'apertura ariosa e paesaggisticamente suggestiva, a tratti (Neonarium) pienamente pop nell'approccio, quasi ovunque memore della lezione dei My Bloody Valentine, che vengono però rivissuti in una chiave catchy che punta ad una sicura piacevolezza sonora (l'iniziale Momentrail è un ottimo esempio in questo senso e può assomigliare allo stile dei Night Flowers o dei Churchhill Garden).

Non diversamente dai più noti connazionali Stomp Talk Modstone, ma con un'attitudine più facile e meno sperimentale, i softsurf cercano una via personale allo shoegaze, variando intelligentemente mood da un pezzo all'altro (e in sostanza allontanandosene). 

Ecco allora che Coming Color sembra più un pezzo, colorato e sorridente, dei Say Sue Me che un assalto sonico; la magnifica, dinamica, spettacolare e baluginante Nightfeel con il suo sapiente crescendo emozionale potrebbe venire dalla discografia dei Bleach Lab; le sfumature quasi estenuate di Hazy Dusk rimandano alla morbidezza elettrica degli Slowdive; la nuda ballata per pianoforte, voce e distorsione In The White Sands vira verso un romanticismo intimista e cinematografico. 

Nel finale il romanticismo sognante di Cosmic Eyes, con il suo abile gioco di soffici rallentamenti ed esplosioni elettriche, e il power pop dai forti connotati spettacolari (e una traccia di Oasis) di Voyager riassumono in modo perfetta l'anima stilistica della band, programmaticamente sospesa fra potenza e melodia.