30 gennaio 2026

LISASINSON - Desdse Cuàndo Todo ALBUM REVIEW

Un paio d'anni fa, all'uscita del secondo ottimo album delle LISASINSON, che si intitolava significativamente Un Año de Cambios, sottolineavamo come la band, un quartetto pop punk alle origini, si fosse trasformata in un duo abbandonando quasi del tutto il primigenio versante riot-girls.

Nell'aftermath di quel disco, il gruppo si è ulteriormente dimezzato con l'allontanamento spontaneo di Paola Barberan, pertanto Desde Cuàndo Todo è in realtà il terzo album con il nome LISASINSON ed il primo solista di Miriam Ferrero. 

Da sempre siamo grandi fan della band di Valencia, che agli inizi sembrava davvero una reincarnazione dei mitici Juniper Moon (o una versione più morbida delle Hinds) ma è poi riuscita a costruirsi una forte identità personale lavorando in modo caparbio e intelligente soprattutto sulla scrittura.

Desde Cuàndo Todo fotografa una nuova fase del progetto LISASINSON che potremmo facilmente definire "maturità artistica", etichetta senz'altro corretta ma che non rende giustizia all'enorme talento che Miriam ha dispiegato in questi dodici pezzi (più due remix molto divertenti). 

Musicalmente l'album si piazza a metà fra l'urgenza uptempo degli esordi ed una dimensione profonda e cantautorale che, a livello di liriche, affronta tematiche fortemente legate alla crescita e al disagio. 

Salgo A La Calle, la canzone che apre il disco, rappresenta bene il mondo LISASINSON allo stato attuale: grandissima finezza produttiva, chitarre sfavillanti che esplodono al momento giusto, una linea melodica che parte narrativa e a poco a poco attraverso un lungo bridge liberatorio si arrampica verso un ritornello catartico e micidiale ("no me escuchaba respirar") che ti si incolla in testa. Un po' la stessa cosa che accadrà anche nella sintetica e potente Desde Cuàndo

Discorso simile vale per un pezzo avvolgente come Lanzarote, che si appoggia su un groove di raffinata morbidezza e centra un altro chorus splendido. 

Se in Deberìamos Vernos Mas ritroviamo la forza spregiudicata delle prime LISASINSON, Quiero Que Perdamos La Cabeza (Otra Vez) è una prova incontestabile della capacità di Míriam Ferrero di scrivere canzoni pop. L'influenza pop punk è dichiarata, ma è trattata con una carica giocosa che smonta certi stilemi che si trovano in tante band di genere e li spacchetta in due metà, una acustica da cameretta ed una antemica che fa l'occhiolino all'ascoltatore mentre gli chiede esplicitamente di partecipare al coro. 

La bravura della musicista valenciana risiede nella capacità di partire da un nucleo ispirativo intimo, introspettivo e spesso doloroso e di costruire su di esso con un intento che è apertamente liberatorio. In Me Acostumbré, che è probabilmente l'episodio più complesso (ed emozionante) dell'album, Miriam macina traumi infantili e li trasforma in materia indie pop con un'attitudine ed una scrittura libera e coraggiosa che ricorda da vicino quello che fa Elizabeth Stokes con i sui Beths. 

Racconta volentieri la propria vita Miriam, e sia che lo faccia alzando ritmo ed elettricità e riducendo il minutaggio ai due minuti (Decidì Desaparecer, No Quiero Envejer), sia che si affidi ad una superficie più pop e patinata (Si Me Pierdo), la sua coerenza stilistica non cede nemmeno per un centimetro e il motore gira sempre a mille, fino al gran finale Si Todo Se Tuerce, dove la pensosa malinconia diffusa in tutto l'album trova la sua chiave di volta in quella paradossale leggerezza che dicevamo. 

Desde Cuàndo Todo è in fondo un grande album proprio grazie alla sua vigorosa forza comunicativa ed alla perfetta convivenza di riflessività crepuscolare e luminosa catchyness.  

24 gennaio 2026

Rocket Rules - Dearden's Number ALBUM REVIEW

Giusto pochi mesi fa avevamo parlato con entusiasmo di un album che raccoglieva insieme i due ep fino a quel momento pubblicati dai Rocket Rules. E sull'onda del medesimo entusiasmo parliamo oggi del primo vero disco del duo australiano, che idealmente è anche il primo lavoro pienamente dream pop del 2026.

Baxter Barnham (che suona tutto, scrive e produce) e Rachael Lam (che canta) hanno fin dagli esordi un'idea molto chiara e lineare del proprio stile: melodie di raffinata dolcezza che si depositano morbidamente su una vigorosa e curatissima stratificazione di chitarre e synth, dove il primo layer è sempre jangly e l'ultimo sfrigolante e distorto. 

Non c'è un momento, dalla splendida Tiptoe in avanti, che non possieda una scenografica e a suo modo romantica e luminosa immediatezza, sia nei pezzi più lunghi (Quicken) che in quelli più compatti e dal respiro apertamente pop (Chapel St e In my Room hanno un tiro formidabile), con la voce di miele di Rachael come vero tratto distintivo della band. 

Solo otto pezzi nel complesso - ne avremmo davvero desiderati di più - ma abbastanza per convincerci che i due di Melbourne possono sedere comodamente allo stesso tavolo con i grandi del dream pop di questi anni. 

17 gennaio 2026

Waving Blue - The Infinite Sea ALBUM REVIEW

A un anno quasi esatto dal precedente, che avevamo ampiamente lodato su queste pagine e che consisteva in una poderosa raccolta di pezzi pubblicati in 15 anni di carriera, arriva il nuovo album di Waving Blue, intitolato The Infinite Sea.

Da lungo tempo Michele Cingolani produce la sua musica vantando una purezza DIY pressoché totale: "giusto un laptop e dei pedali a buon mercato in una cantina maledettamente umida" riferisce lui stesso nella presentazione del suo progetto.

In verità nell'ampio e ambizioso pezzo che apre il disco, All The Lost Years, alla voce soffice e filtrata di Cingolani - che conosciamo già bene - si aggiunge anche quella suggestiva di Matilde Talamelli, costituendo una piccola e graditissima novità. 

Per il resto la dimensione paesaggistica di Waving Blue è quella consueta che abbiamo imparato ad amare: morbida e fluttuante, piena di crescendo e di sfumature. I muri di chitarre che troviamo in episodi emozionanti e spettacolari come Waves e The Infinite Sea ritraggono in modo perfetto l'approccio stilistico di Cingolani, che percorre da sempre una strada sospesa a metà fra l'immediatezza melodica del dream pop più etereo e le nebbie elettriche di uno shoegaze che comunque preferisce sempre il dinamismo alla distorsione puramente atmosferica.

Tutto molto bello e molto centrato, con una sensazione di luminosa malinconia che sembra sottendere ogni episodio e che i tanti riferimenti al mare (Cingolani vive sull'Adriatico) valorizzano in modo metaforicamente efficace. 

09 gennaio 2026

Tre band indonesiane: The Fabulous Friends, Candy Kisses, The Interpretation Cultures

In questi primi giorni del 2026 - sarà un caso, ma forse no - tutta la musica nuova (e bella) che mi è capitato di ascoltare viene dall'Indonesia. Abbiamo già avuto modo di dirlo e lo ripetiamo: il fermento indie dopo che c'è da quelle parti è davvero paragonabile alla scena britannica originaria di fine '80, quella della Bristol della Sarah Records e della Glasgow della Postcard, per intenderci. C'è, da quelle parti, tutto un fiorire di piccole etichette che da anni fanno uno splendido lavoro di scouting pubblicando i dischi di band che in sostanza registrano davvero tra la cameretta e la cantina con mezzi a dir poco di fortuna e tengono viva un'idea di post punk essenziale e melodico, che a quella scena che dicevamo si ispira in modo diretto. 

Cominciamo allora con The Fabulous Friends, band di cui non so assolutamente nulla ma che nel suo album A Little Spring Of Gentile Pop interpreta alla perfezione quella che potrebbe essere la definizione da dizionario della musica del termine "twee pop". Nove pezzi di una delicatezza jangly quasi naïf, voci maschile e femminile come canone vuole, tamburines e glockenspiel come piovesse, un senso della melodia totalmente fuori dal tempo ma assolutamente adorabile.


L'ep Truth We Avoided è invece il disco di debutto dei Candy Kisses, che sono un quartetto ed hanno un'anima più rock, decisamente tangente allo stile catchy spontaneo e arrembante dei gruppi C86. Sei pezzi di guitar pop ruvido nei mezzi ma dal cuore morbidissimo.


La band più interessante del terzetto di oggi è però The Interpretation Cultures, un collettivo nato molti anni fa intorno a Fadhli Rafq Al-Fath che ha già in verità pubblicato diverse cose. Fra le tante band indonesiane che mi è capitato di sentire, mi sembra quella con la cultura di base più vasta e la personalità più forte. Lo stile della band parte senz'altro da Jesus & Mary Chain e Ride, ma si allarga di volta in volta saccheggiando l'intero canone indie pop degli '80-'90 ed arrivando volentieri a citare la scena di oggi.

Se volete scoprirli, consiglio di partire da questo ep intitolato The Interpretation Of Indiepop Cultures, che contiene un pezzo formidabile come The Molly Pop Song (sì, il riferimento è a Molly Rankin, chi altri!) ma anche altre gemme come Distraction e My Life Is Better With Indiepop (cover di Anselmus, altro artista artista locale, e titolo a dir poco programmatico a cui ci sentiamo di aderire).


L'album di debutto di The Interpretation Cultures, uscito fresco fresco, si intitola invece There's A Light That I Will Never Have, con citazione evidentissima ed ironica degli Smiths (che ritroviamo poi nelle chitarre alla Marr di Walzing Out In Blue, più che citazione in questo caso). Fadhli e compagni sono potenzialmente la band indie pop perfetta: hanno un senso melodico immediato e obliquo (e vagamente stonato), le chitarre sempre croccanti e sapientemente intrecciate, un misto di energia pura ed umore crepuscolare, un'attitudine super artigianale ma al contempo una cura produttiva non esibita ma evidente. Ben 14 pezzi nell'album, senza un momento debole.