16 agosto 2026

Phoebe Bridgers - Lost Weekend ALBUM REVIEW

Leggerete molte recensioni del nuovo disco di Phoebe Bridgers in rete. Ognuna coglie cose diverse e interessanti che probabilmente non avrei mai pensato da solo. 

Fra l'altro è da molto tempo che non scrivo più nulla di cantautorato femminile, per quanto resti una mia vecchia passione (che coltivo purtroppo sempre meno).

Pertanto questa non è precisamente una recensione. E' più che altro un tentativo - a partire dal Lost Weekend - di rispondere alla domanda con cui apre questa (come sempre) arguta review di Pitchfork: "perché Phoebe Bridgers?". 

Riformulerei la domanda, così andiamo subito al punto: perché Phoebe Bridgers è in questo momento la singer songwriter più importante sulla scena mondiale? 

Partiamo dall'inizio. Ai tempi di Stranger in The Alps Phoebe era una cantautrice di vent'anni che già mostrava un talento fuori dalla norma nel tradurre in una lingua ibrida di pop e folk quell'inquietudine che la caratterizzerà sempre, voleva piacere, un po' stupire e surfare sui generi. Punisher è stato per la musicista californiana in tutti i sensi un manifesto: del potenziale della sua scrittura, della sua unicità, ma anche di Phoebe Bridgers giovane donna uscita a fatica da quella relazione tossica che tutti sappiamo perchè il disco di quello parlava (poeticamente) esattamente come facevano (impoeticamente) i media. Era un disco di rabbia e rivincita, di fantasmi e luce abbagliante. Era anche la ragazza dai capelli biondissimi con addosso la tuta da scheletro che è finita su tutti i palchi più importanti suonando una musica che non era certo catchy nel senso più riconoscibile del termine. 

Lost Weekend arriva dopo sei anni in cui la vita di Phoebe ha preso, come è naturale, una piega nuova: il successo galattico del supergruppo Boygenius con Lucy Dacus e Julien Baker, un nuovo amore pare - a giudicare dalle liriche disseminate nel disco - stabile e felice, un lutto familiare rielaborato con fatica, la "maturità" dei trent'anni svoltati con un blasone artistico già definito sulle spalle. 

E arriva con l'ambizione di fare qualcosa di riconoscibile e di diverso al tempo stesso, che è un po' il demone di tutti i grandi artisti riconosciuti tali. 

The Outside, il lungo e complesso episodio che apre il disco, dichiara già questo a lettere di fuoco: la voce filtrata da vocoder che ci aspetteremmo più da una Billy Eilish che ci accoglie in quella dimensione obliquamente onirica con cui finiva Punisher è già un colpo notevole e spiazza. Poi però tutto intorno c'è questa piccola sinfonia per pianoforte che da solenne ed ermetica si scioglie in una dolcezza infinita, e qui c'è davvero il tocco inimitabile della musicista di Los Angeles, quella capacità di produrre una bellezza quasi inafferrabile. 

In Lost Boys ci sono i fiati di Kyoto e il medesimo spirito di ironica leggerezza, che sembra suggerire un vero lieto fine (We are born again, so who cares where we're going...) e pare emergere dallo stesso nucleo ispirativo delle canzoni di Boygenius. 

Lo space rock onirico di Kill Me, con il suo ritmo largo e rallentato pieno di riverberi di lap steel, introduce Bobby Burnham (attuale compagno di Phoebe, oggi co-autore e corista di molti di questi pezzi) come personaggio narrativo che ritroveremo ancora ("Bobby, mi hai insegnato che non sapevo nulla" canta Bridgers rievocando il loro primo approccio) e lo intreccia con una riflessione sull'identità che in un suggestivo e corale finale gioca con citazioni labirintiche e simboliche (il Tamam Shud ripetuto allude a un celebre caso di cronaca in cui la vittima mai riconosciuta possedeva un foglietto con queste parole in lingua persiana). 

Se The Governor's Waltz riprende a raccontare con la fragile delicatezza di cristallo sottile tipica del songwriting di Phoebe, Bobby esplode come una colorata bomba di gioia vitale e vitalistica: è una canzone d'amore che è prima di tutto una dichiarazione d'amore, che mescola quotidianità con spontanea semplicità ("abbiamo stelle sul soffitto e vestiti sul pavimento") e quel tocco di humor nero che conosciamo ("e se a te non piacesse nessuno dei miei amici, li ucciderei, sì li ucciderei"). Grande forza, grande luce. 

L'organo che accompagna Lost Weekend spalanca uno di quegli intimi quadri del passato che Phoebe ci ha abituato ad osservare nella sua galleria, in cui il paesaggio è morbidamente sfumato e il cuore sempre sanguinante. La seconda parte, imprevista, propulsiva ed elettronica, ha un evidente valore catartico ed è uno di quegli espedienti "nuovi" che Bridgers e i suoi produttori hanno disseminato nel disco. Spettacolare, non c'è che dire. 

Mentre la sintassi di Haunted è del tutto folk-pop e a suo modo "facile" (di nuovo siamo in area Boygenius), il cinematico strumentale Panorama ci conduce ad un altro momento fortemente emozionale dell'album, una Still Standing in cui Phoebe affronta la scomparsa del padre, con il quale ha avuto un rapporto difficile (lo sappiamo fin dal primo album), con un doloroso misto di sollievo e nostalgia. La capacità della musicista californiana di gettare un seme acustico e farlo germogliare e fiorire in giardino nel tempo dei quattro minuti di una canzone, dilatando suono e tempo in modo quasi magico, è un'altra dote che spiega bene "perché Phoebe Bridgers". 

Ancora una canzone d'amore - la dinamica e vagamente centrifuga Liberty Tree - che è un respiro a pieni polmoni prima di riprendere la lotta con il passato in Never Going Back!, dove l'apparente e ipnotica allegria del chorus che intesse l'intera canzone fa a cazzotti con la voce del padre che riemerge dal passato in un messaggio lasciato alla segreteria telefonica, dove sottilmente rimprovera la figlia "diventata rockstar" di non avere più tempo per chiamarlo. 

In qualche modo tutta la seconda metà dell'album è più costituita di frammenti: lo erano i numeri precedenti, lo è la dolce e a suo modo ottimista Other Plans, nella sua acustica spontaneità, così come l'interludio Lost Parade

I Can't Wait, direi, ha l'etichetta country pop cucita addosso (e la presenza di Cameron Winter contribuisce), ma è esattamente uno di quei meccanismi che Phoebe è così brava a costruire, con un sapiente crescendo emozionale che va in direzione elettronica, anima dinamicamente l'intero pezzo e si interrompe all'improvviso. 

As Above è uno dei capolavori dell'album. Lo è filosoficamente e narrativamente, cucendo insieme tutte le tematiche del disco - la riscoperta dell'amore, la fiducia ritrovata nel futuro, ma anche il senso di colpa, i ricordi dolorosi che si aggrappano al presente - in un'ampia piano driven song che sembra sempre sul punto di saltare per aria e invece rimane ancorata al terreno ("as above, so below", per l'appunto). Non è un pezzo immediato come altri del disco, ma ti stringe sicuramente lo stomaco. 

Esattamente quello che succede con la reprise di Lost Weekend che riprende il dialogo con il passato ma lo fa con una conquistata serenità che chiude idealmente il cerchio della vita con (forse) le liriche più belle che Phoebe abbia mai scritto ("ora non riesco più a vedere alcuna stella in cielo, quando un desiderio diventa realtà una fantasia muore, ma staremo bene io e te, tu mi vuoi bene e io non lascerò che dimentichi, non acora"). 

Finisce qui l'album, dopo ben 16 pezzi, quasi un'ora di musica e poesia intrecciate in modo inestricabile l'una all'altra. Un unico grande respiro, in verità, dove ogni episodio è inanellato al precedente e genera il successivo. 

Perché Phoebe Bridgers allora? 

Tanti i motivi, molti già evidenti in questa piccola disamina di Lost Weekend. Ne aggiungo giusto uno, che prescinde dal talento enorme che abbiamo ampiamente raccontato. Una cantautrice con il pedigree che ha Phoebe potrebbe avere molte possibilità artistiche davanti: sfornare un disco all'anno che riprende lo schema che i fan desiderano è la via più semplice. Molti la percorrono, e non c'è nulla di male, ma Phoebe non l'ha fatto. L'altra via è sperimentare coi generi, cercare di mutare maschera e solleticare la critica (un po' alla Cat Power, diciamo, ma pure qui la lista è lunga). Ma per farlo spesso si tradisce un po' sè stessi, e questo Phoebe, che è terribilmente onesta, fino all'eccesso, non ha mai nemmeno pensato di farlo. L'ultima strada, quella in fondo più coraggiosa, consiste nell'aspettare e lavorare in silenzio, migliorando ciò che si sa già fare senza snaturarne i contorni, arrivando a distillare l'anima dell'ispirazione e facendosi aiutare da persone fidate che sanno cosa è meglio per te e la tua musica. Lost Weekend testimonia esattamente questo, ed è la risposta definitiva alla domanda di partenza. 


12 agosto 2026

SINGOLI LUGLIO - AGOSTO 2026

Nella collezione più calda dell'anno non possiamo non cominciare con July di Beach Bunny (giusto per ricordarci quanto è brava Lily Trifilio). 

Potevano mancare gli indonesiani Sullen Eyes?

C'è un magico pezzo nuovo di Hazel English / Jackson Phillips, una canzone meravigliosamente jangly degli australiani GRAZER, il ritorno degli Shapes Like People

Le mie preferite? Here It Comes dei SENNEN, che è una ballatona quasi dream pop, e il debutto dei Not Yet Old Dog, che mi ricordano tantissimo la mia vecchia passione per Waxahatchee. 

E che delizia è bluebook di BUBBLE TEA AND CIGARETTES.

In chiusura una cover coraggiosa dei Massive Attack proposta dai Deep Sea Diver







08 agosto 2026

Lovejoy - Under The Weather ALBUM REVIEW

Da quando, un paio d'anni fa, Dick Preece ha deciso di ritornare sulle scene rimettendo in vita i suoi Lovejoy, il musicista inglese sembra avere ritrovato una vena d'oro di ispirazione.

All'uscita di And It's Love! non avevamo potuto che lodare la raffinatezza senza tempo del songwriting di Preece, un veterano della scena indie pop britannica che suona da quasi trent'anni e che ha raccolto nei primi 2000 l'eredità di band come Blueboy, Brighter e Trembling Blue Stars (e non a caso Keris Howard, che nei Lovejoy si occupa degli onnipresenti e suoper eterei synth, è stato membro degli ultimi due). 

Se già conoscete i Lovejoy sapete già cosa aspettarvi: un adult indie pop elegante e piacevolmente malinconico, dove spicca sempre la voce calda e confidenziale di Dick, supportata da quella si seta e zucchero filato di Ally Board. 

La musica dei Lovejoy ha da sempre una spigliata cadenza guitar pop perfettamente declinata in una dimensione cantautorale (un po' come i Pulp di Jarvis Cocker, per intenderci, o come i Divine Comedy di Neil Hannon), ed ovviamente gli undici rilassati ed ariosi episodi di Under The Weather parlano questa lingua: canzoni ampie, risplendenti di una amabile tenerezza, curatissime nella forma, che si prendono i loro tempi, nascono acustiche e fioriscono di timida elettricità ed armonie vocali. Canzoni che, con una dichiarata programmaticità, hanno in qualche modo uno scopo terapeutico nei confronti di chi le ascolta. 

04 agosto 2026

Atmos Bloom - Everythingness ALBUM REVIEW


Gli Atmos Blue sono una di quelle band che qui seguiamo davvero dal debutto e che abbiamo amato incondizionatamente fin da subito. A ben quattro anni di distanza dal mini album di debutto Flora che all'epoca abbiamo definito "un piccolo scrigno di meraviglie", Tilda Gratton e Curtis Paterson tornano con un seguito che si è fatto aspettare parecchio ma che ripaga l'attesa alla grande.

Da sempre i due londinesi fanno un jangle pop dalle note peculiari, che mette insieme una eterea e decisamente cinematica delicatezza ed una propensione melodica programmaticamente catchy: due anime che si intersecano in modo del tutto naturale e che danno ad ogni pezzo una dimensione "dream pop da cameretta" che però non ha nulla di twee e che oggi si è  sviluppata in qualcosa di più complesso e multi sfaccettato. 

Più che nelle uscite precedenti infatti Everythingness parte dall'approccio soffice tipico del duo e lo declina di volta in volta in soluzioni sempre leggermente diverse.

La splendida e morbida voce di Tilda è sempre il centro. Attorno però non ci sono solo chitarre scampanellanti, ma un'elettricità che è più libera di fluire e creare densità e dinamismo (Feel e Waiting ad esempio sono due numeri inquieti nella forma e nella sostanza), mentre i ritmi si alzano spesso e volentieri a creare carillon indie pop virati verso la distorsione che potremmo trovare in un disco di Castlebeat o dei compianti Night Flowers (Everything in questo senso è davvero una piccola bomba, ma Closer non è da meno!), ma addirittura degli ultimi Alvvays (It's Enough). 

La presenza di synth atmosferici (come quelli che reggono la ipnotica trama jangly di Island) è un altro fattore stilistico che gli Atmos Bloom usano con sapienza ed equilibrio, insieme a quella leggermente obliqua punteggiatura di matrice post punk che sta alla base di pezzi di sicuro effetto come l'iniziale Thorns o la trascinante Plain Sailing

Prima di scrivere l'album Tilda e Curtis hanno fatto un viaggio a Seoul e Tokyo, e non è difficile immaginare quanto il paesaggio urbano e umano delle due mega metropoli abbia influenzato lo sguardo musicale contemplativo e malinconico dei due. L'eccezionale outro In Its Place sembra raccontare esattamente questo, e lo fa con quel tocco cinematico e raffinatissimo che dicevamo all'inizio. 

A ben vedere, potremmo tranquillamente definire Everythingness il disco della piena maturità di Tilda e Curtis: immediato e introverso, colorato e notturno allo stesso tempo.

Un altro dei must have del 2026.